Chapter 5 of 23 · 16150 words · ~81 min read

parte i

nomi — il nome di tuo padre! — dall’altra una epigrafe pietosa. Di quella epigrafe lessi — e serbai a memoria le parole.

ALCIB. (_in preda a lotta angosciosa, si è gettato a sedere, nascondendo il volto fra le mani_)

TIMAND. (_con voce lenta, alta, commossa, guardando il cielo_). «L’étere accolse le anime di questi, ed i corpi la terra. Caddero presso le porte di Coronea. Questa città e questo popolo di Erettéo rimpiangono codesti uomini, che pugnando fra i primi morirono, Ateniesi, figli di Ateniesi. Abbandonando le loro anime, acquistarono a sè fama di virtù, ed alla patria grande rinomanza.» (_La voce di Timandra si è venuta man mano esaltando, nel ripetere la epigrafe; alle ultime parole s’arresta con lunga pausa, fissa lo sguardo su Alcibiade, e gli si avvicina parlandogli a voce bassa e vibrata_) E a te cosa porremo?...

ALCIB. Lasciami! lasciami, Timandra! Ho data la mia parola. Lasciami al mio destino!

TIMAND. (_con voce affettuosa, e man mano affannosa, piangente, incalzante_) No, no, Alcibiade, tu non sei legato da nessuna parola; perchè Giove vindice degli spergiuri non accetta gli sconsigliati giuramenti dell’ira,[392] e ogni parola contro la tua terra è nulla, è nulla davanti agli Dei! Vieni! vieni meco, Alcibiade. È un anno ch’io piango per te; ch’io vivo soffocando qui dentro l’angoscia dell’udirti imprecato da coloro che ti furono cari; costretta, ineffabile strazio, a far voti agli Dei contro di te, senza poter cessare di amarti; a maledire ogni tua vittoria, io che andavo sì altera di saperti prode!... Un dì corse il grido che Atene era salva, perchè tu eri morto; e colla morte nell’anima, dovetti quel dì mostrarmi lieta, — e un rimorso e uno spasimo orrendo fu la gioja del dì appresso nell’udir bugiardo quel grido!... Eppure, cercavo ingannare me stessa, andavo fra me ripetendo: «_Cessato l’impeto dell’ira, il mio Alcibiade ritornerà_...» Ma tu non ritornavi! e le sventure attirate dalla tua collera seguitavano a piombar sopra Atene. Allora lo strazio fu più forte de’ miei propositi — e lasciai Atene per venire a trovarti ad ogni costo, per ricondurti ad ogni costo da qui. Oh, vieni, vieni, Alcibiade, colla tua Timandra; vieni alla tomba de’ tuoi maggiori; lascia la via del disonore!

ALCIB. (_in preda a emozione vivissima sta per cedere allo scongiuro di Timandra, e la chiama con affetto, avanzandosi verso di lei, e stendendole le braccia_) Timandra! (_in questo punto si ode dallo interno la voce di Brasida_) Ah!

BRAS. (_dall’interno_) Annunziami ad Alcibiade. Devo parlargli...

ALCIB. (_all’udir la voce di Brasida si arresta come fulminato_) Brasida! è qui a prender gli ordini! Ho data la mia parola! Ho data la mia parola! (_a Timandra_) Va! non posso!... o resta con me!

TIMAND. (_a quest’ultima frase d’Alcibiade, dà in un gesto vivissimo come di indignazione e di orgoglio ferito, e si drizza fieramente della persona_) Che?!... Addio, Alcibiade! (_s’avvia per uscire con passo concitato — Alcibiade si è mosso per trattenerla, poi s’è fermato e non la guarda più: ha gli occhi a terra. Timandra dalla soglia s’è volta a gettare un ultimo sguardo su di lui; poi, già sul punto d’uscire, d’improvviso, come chi ha mutato consiglio e presa una risoluzione repentina, si arresta e incrocia le braccia sul petto, in atteggiamento di calma risoluta_)

SCENA VII.

ALCIBIADE, TIMANDRA, poi BRASIDA.

ALCIB. (_fra sè, gli occhi a terra, senza accorgersi di Timandra_) Ebbene? mi lascerò spaventare dalle parole di una donna? È donna anche la coscienza. Poi il dado è gettato: questi Spartani si son fidati in me. Tradir loro, dopo aver tradito i miei?... Sarei traditore due volte... basta una! (_a voce forte, ma sempre cupo ed assorto_) Brasida!

BRAS. (_si affaccia con piglio soldatesco sulla soglia e si avanza verso Alcibiade. È in costume completo di guerriero spartano: lunga asta[393] e siéla,[394] scudo di pelli ampio e rotondo a correggie[395] e recante sull’esterno un_ Λ _iniziale di Lacedemone;[396] veste rossa sotto la corazza di feltro;[397] calotta di feltro in capo_).[398] Son qui.

ALCIB. (_senza guardarlo, gli occhi a terra, come vergognoso del proprio atto, gli stende lentamente col braccio il papiro contenente l’ordine scritto_) Eccoti l’ordine per la flotta fenicia. Partirai oggi stesso precedendomi... (_alza lo sguardo su di lui nel consegnargli il papiro che l’altro prende, salutando militarmente, e in quel punto si accorge di Timandra, che lo guarda severa, le braccia conserte, quasi in aria di sfida_) Tu qui ancora?...

TIMAND. (_con calma sarcastica_) M’hai detto di restare!... (_cambiando intonazione di voce, e assumendo un accento amorevole, si avanza verso Brasida, mentre Alcibiade rimane visibilmente sconcertato_) Brasida, tu porti un nome glorioso.[399] Hai molte cicatrici. Quante campagne?

BRAS. (_con accento asciutto, laconico_) Sette.

TIMAND. Quante corone?

BRAS. Nessuna.[400]

TIMAND. Il tuo grado?

BRAS. Soldato semplice.

TIMAND. (_vivissima_) Soltanto?... (_fissa severa Alcibiade, che incontratosi nel di lei sguardo abbassa il proprio; e ripiglia a voce lenta, rivolta di nuovo a Brasida_) Sparta è ben ingrata con te!... Ami tu qualcuno?

BRAS. Sparta e la mia donna.

TIMAND. E la tua donna ti segue?

BRAS. M’aspetta.

TIMAND. Quando? come?

BRAS. (_mostrando e stendendo il proprio scudo, prima in atto d’imbracciarlo militarmente, poi rivoltolo in senso orizzontale_) O con questo — o su questo.[401]

TIMAND. (_stringendogli la mano con piglio risoluto, e guardando nello stesso tempo Alcibiade_) Va! che sei un valoroso!

(_Brasida s’avvia per uscire. — Alcibiade alle ultime parole di Timandra fa un gesto vivissimo, com’uom ferito nel vivo — poi visibilmente dominato da interna violentissima lotta, richiama Brasida, che è già in sulla porta per uscire_) Aspetta!... (_Brasida ritorna indietro, Alcibiade soggiunge a voce lenta_) Lo porterò invece io medesimo... Tu parti pure!... (_Brasida saluta militarmente e parte_)

SCENA VIII.

ALCIBIADE, TIMANDRA, poi CIMOTO.

(_Uscito Brasida, Alcibiade e Timandra rimangono per qualche istante a guardarsi l’un l’altro in faccia, muti, immobili. Poi Alcibiade, coll’occhio sempre fisso su Timandra, e senza proferir parola, lacera lentamente il foglio. Gesto vivissimo di gioja di Timandra, alla quale senza dar più tempo di soggiungere altro, Alcibiade corre vivissimamente incontro, gettandosi nelle sue braccia aperte_) Grazie, grazie, o Timandra! o mio buon genio!... (_Cimoto, entrato da un istante, dopo uscito Brasida, ha assistito con segni di gioja a quest’ultima scena e si stropiccia per contentezza le mani. Alcibiade in questo punto si accorge di lui e lo chiama_)

ALCIB. Vieni, vieni, Cimoto! (_Cimoto accorre a lui. — Alcibiade stende un braccio ad collo di Timandra, l’altro a quel di Cimoto e li guarda entrambi affettuosamente_) Torneremo ad Atene! (_movimento e grido di gioja di Timandra e di Cimoto, subito repressi da un gesto significantissimo di silenzio di Alcibiade. Quadro_)

CALA LA TELA.

QUADRO SESTO

_Anno 407 av. l’Era Volgare (6 giugno, ossia 25 di Targelione) (2.º della Olimpiade 93.ª — 24.º della guerra del Peloponneso) Eubato di Cirene vinse il premio ad Olimpia._

ATENE

Le Lunghe Mura, Via di Teseo, lungo il muro boreale, conducente dal Pireo alla città.[402] Davanti alla casa di Alcibiade.

SCENA PRIMA.

DIOCARE, AMINIA, CARINADE, altri cittadini da opposte parti. CRITILLA vecchia, MIRRINA sua figlia, poi ANDROCLE.

CARIN. (_accorrendo, nell’incontrar Diocare_) E così?

DIOC. (_vien correndo_) È sbarcato ora nel Pirèo. O spiriti, o Dei![403] che nuvola di gente! che baccano! che fanatismo!

CARIN. E l’hai veduto? l’hai veduto?

DIOC. Per Giove! E come era commosso! parea gli spuntasser le lagrime!

AMIN. Stava ritto, esitante sulla prua, mentre tutti l’acclamavano; e se non era Eurittòlemo suo cugino che gli facea segno dalla riva, ancora non sapea, per la emozione, risolversi a scendere![404]

DIOC. Sono otto anni che non vedeva Atene!

CRITIL. (_accorrendo_) Aminia, Aminia, da che parte viene Alcibiade?

AMIN. (_accennando_) Di qua.

CRITIL. È lontano?

AMIN. A st’ora sarà al tempio di Teseo. Mamma Critilla, se vuoi vederlo, non c’è che aspettarlo qui, dinanzi alla sua casa.

CRITIL. (_a sua figlia Mirrina che l’accompagna_) Sì, sì, Mirrina, aspettiamolo qui... (_si mette intanto a discorrere con altre donne_)

DIOC. (_ad Aminia_) E non ti pare che, da quando partì, si sia fatto più magro?

AMIN. Per Ercole, ne ha passate tante! povero giovane!

CARIN. E dire che in causa di quei calunniatori, ci siam bisticciati con lui proprio per l’ombra dell’asino![405] e l’abbiam cacciato in bando a quel modo!...

DIOC. E, per gli Dei, ne abbiam pagato il fio! Se non lo condannavamo, le cose in Sicilia non sarebbero finite come finirono...[406]

ANDR. (_sopraggiungendo_) Però quella d’essere passato a Sparta non fu una buona azione...

DIOC. (_ad Androcle_) Avrei voluto veder te ne’ suoi panni che cosa di peggio avresti fatto..

CARIN. Che ha costui da dire contro Alcibiade?

AMIN. Chi parla contro Alcibiade?

DIOC. (_accennando Androcle_) Costui.

CARIN. Sarà uno de’ calunniatori! Dalli al tristo!

AMIN. Sì, sì, dalli al sicofante![407]

DIOC. Dalli al filolácone![408] alla spia! (_Androcle fugge inseguito dai popolani_)

CARIN. Duecento navi prese, e le isole riconquistate. Si fa presto a dirlo! E così giovane ancora! Che età avrà Alcibiade?...

CRITIL. Oh, il conto è subito fatto! Ne avea ventinove quando è andato via; e in quel tempo mi faceva un po’ di corte...

AMIN. Egli t’ha fatto la corte?! (_ridendo_) O care Ore!...[409] Quanti denti avevi?

CRITIL. Scoppia! — Avevo circa la sua età — ed ero anche più bella di adesso, una volta...

AMIN. (_canzonandola_) E anche i Milesj una volta eran gagliardi...[410]

CRITIL. Impertinente! (_andandogli incontro coi pugni chiusi_)

DIOC. (_interponendosi_) Ma sta zitto, Aminia!... Non la far arrabbiare! Sicchè, mamma Critilla, quanti anni hai?

CRITIL. Sicchè, dicevo, io ora ne ho trentasette... ne avrà giusto trentasette anche lui...

DIOC. Mamma Critilla, la sai la storia di Giove quando dormì con Alcmena?[411]

CRITIL. E di tre notti ne fece una.

DIOC. Appunto, mamma Critilla, i tuoi anni son come le notti di Giove.

AMIN. _e_ CARIN. (_ridendo_) Ah! ah!

CRITIL. Che le cornacchie ti mangino!

AMIN. Oh! oh! Alcibiade si avvicina! (_suon d’istrumenti e voci di popolo ancora in qualche lontananza_)

CARIN. (_guardando verso l’interno_) Egli arriva! Egli arriva! (_le grida e gli evviva vanno appressandosi, molti corrono incontro — la scena si riempie di popolo_)

SCENA II.

CIMOTO, soldati del corteo, popolo, FILUMENA, vecchia. — Un bimbo e detti.

(_Cimoto entra vestito da fante leggero, precedendo nel corteo Alcibiade. Distribuisce con serietà comica e affettata modestia, come se gli applausi fossero indirizzati anche a lui, saluti e ringraziamenti a dritta e a manca_)

DIOC. E chi è quello là che viene davanti? (_guardando colla palma della mano tesa davanti l’occhio_) Oh Numi! o Mercurio agorèo![412] guarda, guarda! È Cimoto il parassita! Cimoto vestito da guerriero!

AMIN. (_chiamando e salutando_) Ehi là! Cimoto! Cimoto!

VOCI DEL POPOLO. Evviva il trionfatore!

CIM. (_a Diocare e agli altri che gli fan ressa intorno, con aria di sussiego comicamente modesta, e mimica analoga_) Grazie! Nulla! Nulla!... non abbiam fatto che il nostro dovere! (_vede sua moglie vecchia, che gli corre incontro facendosi largo tra la folla e la chiama andando verso lei_) Mia moglie! O Filumena!

FILUM. O il mio tesoro! il mio amorino! Come ti sei fatto bello! e abbronzato! (_lo abbraccia_)

CIM. Eh, già! il sole delle battaglie!... E dimmi, o Filumena... (_con solennità comica fissandola in volto_) mi sei stata... fedele?

FILUM. Oh, te lo giuro, per la regina Venere...

CIM. (_con forza interrompendola_) Giuralo ancora!

FILUM. Sì, lo giuro per i misteri santissimi delle Dee!

CIM. Basta. Ora ti credo...

FILUM. (_accarezzandolo_) Oh il mio tesoruccio!

CIM. Ma con voi altre donne non si sa mai! e la casa della virtù è tanto lontana![413] Sai, Filumena (_con accento grave, paternale_), che è un gran delitto, in odio ai Numi, mentre il marito lontano sui campi della gloria espone la vita e conquista la corona del valore, il preparargli in casa delle altre... corone?

FILUM. Che gli Dei le puniscano quelle donnaccie!...

CIM. (_sullo stesso tono paternale_) E vedi come punirono le Fedre, le Menalippe e le Clitennestre! Oggi, o Filumena, tre quarti delle donne son Clitennestre...[414] Guardati dal malo esempio! e i Numi ti benediranno, così come io, _reduce Ulisse al dolce antico letto_,[415] ti benedico, deponendo questo bacio sulla tua casta fronte di Penelope...

VOCI DEL POPOLO. Eccolo! eccolo, Alcibiade! (_voci vicine; molti si levano in punta di piedi_)

CARIN. (_drizzandosi sulle punte_) Dov’è? dov’è?

AMIN. (_additando_) Il secondo a destra, dopo l’arconte.

CARIN. Ah, vedo!

CRITIL. (_cercando farsi innanzi e por sua figlia Mirrina in vista_) Fatti in qua (_alla figlia_), ch’egli ti possa vedere. Aggiustati quel riccio! Su, alta quella testa! Dritta la persona!

VOCI. Viva Alcibiade! (_Alcibiade spunta col seguito dallo sfondo della scena_)

SCENA III.

Detti, ALCIBIADE, col seguito di arconti,[416] strategi, ipparchi, tassiarchi[417] ed altri ufficiali e soldati; CALLIA primo arconte; ANDROCLE; un cancelliere, e popolani.

CRITIL. (_a Mirrina_) Lo vedi? È quello là, grande.

MIRR. Oh Venere! com’è bello!

UN BIMBO. (_dietro la folla_) Anch’io! anch’io voglio vederlo!

CIM. (_avanzandosi verso il bimbo, e pigliandone per sè la curiosità_) To’! guardami! sei contento?

BIMBO. (_guardandolo_) Sei tu Cibìade?

CIM. Io e lui siam lo stesso.

BIMBO. Va via! Tu sei brutto!

CIM. (_indispettito, con aria comica, allontanandosi_) E tu una marmotta!

BIMBO. (_strillando_) Cibìade! voglio veder Cibìade!

VOCI DI POPOLO. Viva il vincitore di Sparta! (_Alcibiade fa cenno colla mano di voler parlare_) Silenzio! silenzio! (_silenzio generale_)

ALCIB. Cittadini ateniesi! Giusta legge fra di voi punisce di morte il mancator delle promesse al popolo ed al Senato.[418] Vengo a mantenere una promessa data, partendo, otto anni or sono, a voi, e una promessa data agli efori di Sparta... (_susurro e movimenti di sorpresa fra il popolo_)

CARIN. E ALTRI. Oh! oh!

DIOC. Che mai dice?

VOCI. Silenzio!

ALCIB. Promisi ad Atene riportarle le spoglie di Siracusa. Promisi a Sparta che avrei guidato le sue navi fin dentro il Pireo. Gli Iddii non permisero che la Sicilia fosse nostra; ma sono cento di Siracusa[419] e sono cento di Sparta le triremi dalle nostre prese e rimorchiate che al Pireo navigarono con me. (_scoppio generale e fragoroso di applausi_)

VOCI DEL POPOLO. Viva Alcibiade! Viva il trionfatore!

ALCIB. Ateniesi, la fortuna che sì a lungo ne separava,[420] sorride ancora a questa città[421] cara a Nettuno e a Pallade Atenea! Ancora nostro è il dominio del mare, al quale ci invitano i destini;[422] nostre ancora quasi tutte le isole e le coste dell’Asia; ancora le triremi di Atene coprono l’Egèo vittoriose da Creta all’Ellesponto!... (_nuovi vivissimi applausi_)

VOCI DEL POPOLO. Bravo! evviva!...

AMIN. (_a Carin._) E neppure una parola ha detto dei torti ricevuti!...

DIOC. E non una parola della sua condanna! Che cuore d’oro!

1.º ARC. Alcibiade, sulla colonna di Diofante sta scritto di premiar come Armodio...

ALCIB. (_fra sè, con sussulto di gioia_) Armodio!

1.º ARC. ... ed Aristogitone chi per la libertà d’Atene affronta danni e pericoli.[423] Cancelliere,[424] leggi il decreto.[425]

CANCELL. (_legge_) «Sotto l’arconte Callia, il dì sesto di Targelione spirante,[426] pritaneggiando[427] la tribù Leontide,[428] in assemblea convocata dai capitani, così piacendo al popolo e al Senato, Crizia di Callescro Falereo disse: Il Senato e il popolo riconoscendo i servigi di Alcibiade figlio di Clinia Scambónide, han rivocato il suo esilio, gli restituiscono i suoi beni, le sue case, i suoi servi, i suoi diritti di cittadino: lo nominano capitano supremo delle forze di terra e di mare:[429] e gli decretano corona d’oro, con bando nelle Panatenée e nelle Dionisiache,[430] il dì delle nuove tragedie.[431] Il Polemarco e i Tesmotéti, e i Pritáni e gli Agonotéti[432] sono incaricati del bando. Disse Crizia di Callescro Faleréo.»[433] (_Alcibiade, terminata la lettura, s’inchina e riceve dall’arconte la corona d’oro_)

1.º ARC. Alcibiade, i tuoi nemici e accusatori Tessalo, Cleonimo, Teucro, si sono sottratti a tempo colla fuga alla giustizia del popolo e delle leggi: costui solo dei calunniatori ci restò fra le mani: Atene lo consegna a te; scrivi la pena;[434] faranno gli Undici il resto.[435] (_fa avanzare Androcle legato fra arcieri sciti_)

ALCIB. (_vivamente_) Costui?! (_serio e grave all’arconte_) Sapersi ridonato all’amore de’ concittadini è al cuor di Alcibiade risarcimento troppo grande, perchè altri ei ne brami. (_si volge ad Androcle_) Come ti chiami?

ANDR. Androcle.

ALCIB. Per gli Dei! M’è nuovo il tuo nome. Sei uno de’ cavalieri?[436]

ANDR. Oh no...

ALCIB. Certo però paghi almeno venti dramme di imposta e sei scritto fra gli opliti?

ANDR. Neppure...

ALCIB. Ma avrai almeno servito negli arcieri regolari... o sulle triremi...

ANDR. Non ho i requisiti per appartenervi...

ALCIB. (_vibrato, con sorpresa_) Come?! Tu non hai nulla, tu non sei nulla, e sei bastato per rovesciare la fortuna di Alcibiade? (_con forza_) Oh, per tutti i Numi! è ben umiliante per me!! Degno arconte, è nella legge che a me spetti la mia quota nel bottino de’ nemici?

1.º ARC. È nella legge.[437]

ALCIB. Domando adunque che la mia parte sia data a costui: (_additando Androcle e intanto lo slega egli medesimo_) perchè io _ho bisogno_ che egli sia _qualche cosa!_ perchè se si venisse a sapere che un simil uomo ha potuto ingannare a mio danno una intera città, senza guadagnarvi nulla,... la razza dei calunniatori si perderebbe, e allora, per Ercole, non ci sarebbe più merito nè ad essere onesti, nè ad essere eroi.

1.º ARC. (_inchinandosi_). Sarà fatto come Alcibiade desidera. (_fa cenno agli arcieri di lasciar libero Androcle_)

CIM. (_ad Androcle prendendolo in disparte_) Una bella fune di Aliarto ti ci voleva![438] Che la lezione ti serva, mariuolo, e ricordati quel che devi alla _nostra_ clemenza!

ALCIB. Ora, Ateniesi, precedetemi nello Pnice. Di molte cose ho a rendervi conto, prima di ripormi fra pochi giorni in mare; e dobbiam render l’onore degli elogi funerei ai fortissimi estinti.[439] Io rientro a sciogliere il voto agli Dei tutelari di questa casa ove nacqui, dove ebbi il primo bacio di mio padre Clinia. Fra brevi istanti allo Pnice vi raggiungerò.

VOCI DEL POPOLO. Sì, sì, allo Pnice!

1.º ARC. Noi, Alcibiade, ti precediamo.

AMIN. Corriamo allo Pnice a pigliar posto!

CARIN. E ALTRI. Sì, sì, corriamo! Allo Pnice! (_gli arconti e i capi salutano Alcibiade ed escono lentamente; i cittadini van via correndo, Alcibiade ed Antioco restano in iscena_)

SCENA IV.

ALCIBIADE, ANTIOCO, poi TIMANDRA.

ALCIB. (_appena uscito il popolo, si volge vivissimamente, a mezza voce, ad Antioco_) Oh Antioco! hai visto chi c’era presso il tempio di Teseo?

ANT. Se ho visto! Glicera! E la ti guardava!

ALCIB. Come s’è fatta bella! Povera Glicera! Mezzo nascosta, là, tra la folla, colle spalle a una colonna del tempio, la mi fissava in volto quei suoi grandi occhioni... affè di Giove, non ho avuto coraggio di sostenerne l’incontro! Sulle labbra pareva errarle un mesto sorriso, e nell’angolo dell’occhio, ai raggi del sole che la investivano, m’era parso veder luccicare una lagrima... Povera fanciulla! Dei torti... e grossi... ne ho avuti con lei...

ANT. (_sorridente_) Poichè lo confessi... è già qualche cosa...

ALCIB. (quasi fra sè, pensieroso) Mi avesse almeno perdonato!...

ANT. Del resto, io non solo l’ho vista, ma le ho parlato...

ALCIB. (_con impeto vivissimo_) Tu! Come! Quando? Che ti disse? Che ti disse!

ANT. Poi ch’io, vedendola, la salutai per nome, e me le accostai stendendole la mano, ella la strinse e mi rispose: _Saluta Alcibiade vincitore, per mio marito Carmide e per me_.

ALCIB. Questo?... (_detta questa parola con impeto vivissimo, soggiunge subito, lento e con malumore_) È un po’ poco.

ANT. Confessa che sarebbe indiscreto, ne’ tuoi panni, il pretender di più...

ALCIB. (_sospirando_) È vero! hai ragione! Ma!... Destino!... Foss’ella almeno felice!

ANT. Mi hanno assicurato che col suo Carmide lo sia.

ALCIB. Tu dici? Ed io giurerei che non le sono uscito interamente dall’anima. Quegli occhioni! quella lagrima! quel sorriso! Come s’è fatta bella! come s’è fatta bella!... (_succede una lunga pausa, durante la quale Alcibiade sembra vada parlando e pensando fra sè, come profondamente assorto_)

ANT. Che pensi, Alcibiade?

ALCIB. (_riscotendosi e riprendendo il far vivace di prima_) Penso che Amore è un Dio bizzarro ed ingiusto: poichè mi dice il cuore che nessuna persona al mondo io sarei stato capace di amar quanto Glicera... ah! (_mentre sta per finire la frase, s’accorge in questa punto di Timandra, la quale si è affacciata sulla soglia della casa di Alcibiade: e lo guarda sorridente. Alcibiade corre a lei vivissimamente, con trasporto affettuoso, e l’abbraccia, intanto che rivolto sorridente ad Antioco, continua, correggendola, la frase sospesa_)... se non amassi Timandra! (_mentre bacia di nuovo Timandra, ancora rivolto ad Antioco, corregge anche l’altra frase di prima_) Non mi diceva nulla il cuore, sai! Non mi diceva nulla! (_a Timandra_) Oh mia Timandra! (_in questo punto Cimoto, che era entrato nella casa d’Alcibiade e poi ne è uscito, conduce Antioco via, facendogli intendere un po’ comicamente che è meglio lasciar Alcibiade e Timandra soli_).

TIMAND. Che stavi dicendo ad Antioco, Alcibiade?

ALCIB. Oh nulla, nulla! Dicevo (_sorridente in viso, e con accento dolce, poetico, amorosissimo_) che Amore è vita del mondo, è luce di Olimpo, è fiamma di mille colori, è celeste armonia di mille suoni; e che il prisma del cuor d’Alcibiade ha una faccia per ognuno de’ suoi raggi e la sua anima ha un’eco per ognuna delle sue note divine; risponde capricciosa ora all’una, ora all’altra; riflette, cangiandosi, or l’uno, or l’altro colore, — va scherzando, instabile sempre, di canzone in canzone, di luce in luce; ma che tutti quei suoni diversi si fondon pur sempre qua dentro in una armonia ineffabile e sola, e tutti quei raggi non vi forman che un fascio ed una fiamma sola; l’armonia della tua voce, o mia Timandra, la fiamma del tuo sguardo, anima mia! (_abbracciandola con trasporto vivissimo_)

TIMAND. (_affettuosa_) Cattivo!

ALCIB. Fedele, vuoi dire!

TIMAND. E di’, sei contento, ora, Alcibiade?

ALCIB. (_con affetto ed espansione di gioia_) Oh Timandra! mi hanno parlato di Armodio!

TIMAND. T’ho preceduto nella casa tua, per essere, non veduta, testimone del tuo trionfo, e gustarne liberamente da sola, nel segreto dell’anima, tutta la gioia. Questi applausi e questi evviva che portavano alle stelle il tuo nome, hanno fatto balzare di ineffabile orgoglio e di voluttà sovrumana il cuore della tua Timandra. Sii benedetto per quest’ora che mi donasti! (_lo bacia con trasporto_) Era così ch’io ti sognai!... Sei contento?

ALCIB. Mel chiedi?! È il dì più bello della mia vita questo, e a te, a te sola, mia Timandra, lo devo...

TIMAND. E al tuo valore. Guarda chi viene.

ALCIB. Che?! I sacerdoti! (_guardando verso l’interno_)

TIMAND. Sì, essi: gli Eumòlpidi che vengono a ribenedirti.

ALCIB. Ah, infatti! per Cerere! dimenticavo che le maledizioni delle due Dee pesano ancora su di me. È strano! Dal giorno che i sacerdoti mi hanno maledetto, tutto mi è andato a gonfie vele. Che la loro benedizione mi avesse a portare il malaugurio?

TIMAND. No, no, Alcibiade, non bestemmiare...

ALCIB. Io non bestemmio; ricordo. E penso che costoro coi loro anatemi son riusciti a farmi andare a Sparta, e a trarre Atene ad un pelo dalla rovina... Oh, eccoli.

SCENA V.

Detti, il GRAN SACERDOTE (gerofante) degli Eumòlpidi,[440] altri sacerdoti.

GR. SAC. Alcibiade, noi abbiamo immolato alle Dive del profondo Tartaro,[441] e alle loro terribili ministre, le Erinni venerande,[442] un’agnella di pelo nero: gli indizj delle viscere riuscirono fausti, e l’offerta fu gradita dalle Dee. Perciò ti abbiamo ribenedetto...[443] e abbiamo maledetto invece i tuoi accusatori...

ALCIB. (_fra sè, a parte_) Non c’è verso! Qualcuno costoro bisogna che maledicano!... (_si ode un suono lontano_)

GR. SAC. (_in ascolto_) Senti! per essi suonan già l’_aria del fico_![444] Quanto a te, in segno della ribenedizione, abbiamo gettato in mare le lapidi su cui furono scritti gli anatemi...[445]

ALCIB. (_con leggera inavvertita inflessione sardonica_) E dite... non ci sarà pericolo che ritornino a galla?...

GR. SAC. Oh, no. Son di bronzo.

ALCIB. A ogni buon conto però, se si potesse fare — a mie spese — un sacrifizio anche a Nettuno, perchè le trattenga ben giù in fondo al mare...? Se si potesse...

GR. SAC. Oh, si potrebbe...

ALCIB. In tal caso vi inviterei alla rinnovazion del sacrificio in casa mia... Preparerei da immolare una magnifica agnella... (_interrompendosi con inflessione sardonica dissimulata_) o è meglio una giovenca...?

GR. SAC. Una giovenca.

ALCIB. (_dissimulando sempre sotto la cordialità l’intonazione sarcastica_) Bene!... Una magnifica giovenca dalle corna d’oro... e poichè le libazioni alle Erinni, essendo astemie,[446] avranno inaridito la gola, si inaffierebbero le viscere e i voti al Nume con libazioni di eccellente vino di Chio e di Siracusa... Si può fare? (_sottolineando le parole_)

GR. SAC. Oh, si può fare.[447] (_gli altri sacerdoti fanno anch’essi segni premurosi di assenso_)

ALCIB. (_sempre cortesissimo nella velata ironia_) A domani adunque, in casa mia.

GR. SAC. A domani! (_saluta inchinandosi ed esce cogli altri_)

SCENA VI.

ALCIBIADE e TIMANDRA, indi SOCRATE.

ALCIB. (_appena usciti i sacerdoti, dà in iscoppio di risa_) Ah! ah! ah!

TIMAND. (_che durante la scena coi sacerdoti è sempre rimasta, tacita spettatrice, in disparte_) Sei ben allegro.

ALCIB. (_prosegue ridendo_) E fui bandito sotto l’accusa d’aver posto i loro riti in commedia! Per i Numi! non c’era bisogno di Alcibiade!... (_desistendo dal ridere si volge a Timandra ch’è rimasta pensierosa_) Tu vedi, Timandra! questi sacerdoti non finiscono di contentarmi: mangiano troppo, e scrivono troppo! ho bisogno di un Nume, che maledica un po’ meno, e parli all’anima un po’ più: se tu ne sai l’ara, e tu guidami ad essa: se sei il suo sacerdote, benedicimi tu! (_in questo punto Socrate traversa, lentissimo, con aria grave, lo sfondo della scena_)

TIMAND. (_ad Alcibiade_) Un sacerdote tu cerchi? (_gli addita Socrate_) Eccolo.

ALCIB. (_volgendosi e vedendo Socrate_) Socrate!... (_corre a lui_) Oh, finalmente ti ritrovo! (_con voce di affettuoso rimprovero_) Tutti gli amici oggi mi vennero incontro; tu solo, il più caro, non ti sei fatto vedere. Ma io di te mi son ricordato, sai!... e ho portato dei doni per te...

SOCR. (_serio e grave_) Grazie. Dalli a qualcun altro.[448]

ALCIB. Ma tu verrai oggi meco, e al mio fianco, nell’Assemblea, e al sacrificio e al banchetto e alla festa! Io voglio che tutta Atene sappia come Alcibiade onora il suo vecchio maestro — colui che il Nume di Delfo proclamava il miglior dei mortali.

SOCR. No, no! tralascia. Non posso. C’è troppo rumore, c’è troppo baccano laggiù. Il posto di Socrate non è dove si grida, ma dove si soffre. Non è dove si applaudono i trionfatori, ma dove dormono ignorati i vinti. (_dette queste parole con voce grave, solenne e mesta, si avvia_)

ALCIB. (_cercando trattenerlo_) Ma dove vai? Dove vai?

SOCR. (_con calma mesta e severa_) Al Ceràmico, a deporre questa corona sul cenotafio[449] dei valorosi morti in Sicilia...

ALCIB. (_sopraffatto e mortificato dalle parole di Socrate,[450] dopo un momento di pausa, si strappa dal capo la corona avuta dall’arconte e la scaglia con ira a terra; poi, come pentendosi dell’atto, e mutando pensiero, la raccoglie con gesto vivissimo e la presenta a Socrate, dicendogli, a capo chino, sena guardarlo in faccia, con voce mesta e cupa_) Deponvi anche questa! (_Socrate prende la corona, e senza dir parola, serio, a passo lento, si allontana. Alcibiade e Timandra lo seguono_). — _Quadro._

CALA LA TELA.

QUADRO SETTIMO

_Anno 407 av. l’Era Volgare.[451] Nel mese di Sciroforione (giugno-luglio)._

MILETO (_Jonia_)

Attendamento d’Alcibiade sulla spiaggia presso Mileto. Dalla tenda aperta nello sfondo vedesi il mare: e scorgonsi le sentinelle. È sera.

SCENA PRIMA.

TIMANDRA, CONONE, poi EUFEMO, indi CIMOTO.

(_Prima ch’essi entrino in iscena si odono di lontano alcuni brevi suoni di campanello, a cui rispondono voci lontane delle scolte_)[452]

VOCE DI SENTINELLA (_lenta e lunga dall’interno, rispondente al suono del campanello_). Pallade Atenéa!

TIMAND. (_entra in iscena, accompagnata da Conone e discorrendo secolui, con voce d’ansia e di dolore_) Proprio vero dunque l’annunzio?

CON. Così gli Iddii nol volessero! Eufemo è di ritorno. Da lui saprai tutto. Eccolo. (_entra Eufemo abbattuto, addolorato, e stringe senza parlare la mano a Timandra_)

TIMAND. (_con ansia_) Ebbene?

EUF. Quindici navi perdute, Antioco morto.

TIMAND. Ma Antioco aveva pur avuto ordine da Alcibiade di non dar battaglia innanzi il suo ritorno...

EUF. L’amor proprio fu in lui più forte della disciplina. Il terzo dì che Alcibiade era partito, affidandogli nel frattempo il comando, impaziente di compiere qualche fatto glorioso di testa sua, navigò da Samo a Nòzio[453] a provocar Lisandro a battaglia: questi, edotto della assenza di Alcibiade, fu addosso di repente al temerario con tutta l’armata:... il resto... lo sai.[454]

CIM. (_esclamando a parte_) Ecco i frutti delle imprudenze!

EUF. Antioco espiò colla vita, combattendo da eroe, la sua disobbedienza e la sua folle temerità.

CIM. (_con accento intenerito_) Povero Antioco!

TIMAND. Sia dunque perdonato alla sua memoria, e si pensi a questo vivo che oggi ritorna fra noi, e in cui solo ormai riposano le fortune di Atene! Numi! qual dolore lo aspetta!

EUF. Alcibiade è già di ritorno?

TIMAND. (_sospirando_) E non sa nulla! e lieto, e pieno di speranze ritorna! Come dare il funesto annuncio a lui! come darlo all’esercito!

CON. Timandra, nessuno più di te conosce le tempeste di quell’anima: nessuno più di te sa blandirne i dolori. Parlagli tu.

TIMAND. Silenzio. Queste voci! Egli giunge!...

SCENA II.

Detti ed ALCIBIADE, seguito da parecchi ufficiali.

ALCIB. (_entra affrettato, vivacissimo, raggiante di gioja_) Eccomi, mia Timandra! Amici! Buone notizie! Tutto, tutto ne sorride, e Atene di me sarà contenta! Porto denaro e bottino, da Coo, da Rodi e dalla Caria;[455] porto rinforzi di uomini e di triremi; porto le spoglie di altre dieci navi spartane prese. Su, su! fra un’ora, seguendo il corso della vittoria, partirem per Samo a congiungerci alla flotta di Antioco...

CON. _e_ EUF. Che!

ALCIB. Siete contenti? Sicuro! E riuniti attaccheremo Lisandro, e così mi guardi Adrastea, come io spero finire d’un solo colpo la guerra... Ma che! voi tacete! non mi dite nulla! E mi state lì, come pali, immobili!... Conone, per i Numi! tu sospiri!

CON. Io? oh no... ma...

ALCIB. Ma... avresti forse qualche fiamma segreta che ti rincresce di lasciar qui... a Mileto...? Ah, tu taci!... (_sorridendo, in quel punto s’accorge anche dell’aria mesta di Eufemo_) Oh, oh, Eufemo! anche tu! Sta a vedere che il molle clima di Jonia vi ha già resi più donnajoli di me! Eh via! su allegri! a Samo son fanciulle più belle che a Mileto, e Amore vi divide con Bacco il suo regno al suono delle canzoni del buon veglio di Teo![456]

TIMAND. (_fra sè mestamente_) Lo stesso sempre!

ALCIB. Fra un’ora daremo al vento le vele! Formione! (_chiamando un servo che porta da bere_) i calici! i calici! Mesciamo il vino ne’ crateri e facciam le libazioni della partenza![457] A te, o Pallade egidarmata, protettrice della nostra città, consacriamo quest’ora di speranze gioconde... (_Cimoto in disparte si asciuga una lagrima_) e in bando da noi ogni tristezza!

TIMAND. (_con voce lenta e grave_) Anche allora che la sventura ne colpisse?

ALCIB. (_vivamente_) La sventura? Quando la quercia ed il cedro avran paura del vento, quando il vino di Chio non avrà più profumi, e i baci di donna amata non avran più dolcezze per me, — allora Alcibiade temerà la sventura. Benedetta ella sia! Ce la mandano i Numi, affine di rendere le nostre gioje più sentite e le nostre anime più forti.

TIMAND. (_con voce mesta e grave_) Ebbene, allora sii forte, Alcibiade: perchè la sventura è venuta; è venuta ancora a battere alla tua soglia!

ALCIB. (_fattosi d’improvviso serio, calmo, imperioso_) Timandra! spiegati. E se batte... àprile.

TIMAND. (_con voce solenne, commossa_) Prosegui dunque il tuo brindisi, e propina agli Dei! Udite, o Ateniesi, e tu alza, Alcibiade, ben coronato il tuo nappo[458] perchè si veda che il tuo braccio non trema e che il tuo polso non batte più dell’usato frequente. Liba agli Dei senza battere di ciglio, perchè si veda che sei ancora l’Alcibiade antico e che Atene è ancor salva fin che le resta la speranza in te! Dieci altre navi tu acquistasti ad Atene: quindici Antioco ne ha perdute a lei.

ALCIB. (_in un primo scoppio di voce_) Ah, tu men... (_troncando a mezzo la parola, senz’altro più aggiungere, d’improvviso padroneggiatosi con supremo sforzo, si ricompone in calma cupa e solenne, si fa dare una corona e se la pone in capo, stende risoluto il braccio facendosi versare nel calice fino all’orlo, alza indi il calice lentamente, tenendolo alto e fermo qualche minuto col braccio teso; poi nell’atto di appressarlo alle labbra, addita a Timandra il suolo su cui non si è versata alcuna stilla di vino e le dice a voce grave, pacatissima_) Neppure una goccia! (_beve d’un sorso, poi di nuovo a Timandra, lento e con calma cupa_) Tu vedi, o Timandra, che il mio polso è sicuro. (_uscendo a questo punto repentinamente dalla sua calma, gitta con violenza il calice a terra e prorompe con impeto_) Ch’io non beva mai più da oggi innanzi il vino puro del buon Genio,[459] finchè io non abbia rovesciato di mia mano il trofeo di Lisandro!...

TIMAND. Così ti amo, Alcibiade!

ALCIB. (_con accento concitato, febbrile_) Eufemo, raggiungi gli avanzi della flotta d’Antioco e portali a me. Conone, tu naviga a Coo a prendervi di rinforzo le triremi che vi lasciai. Io levo il campo stasera, e parto per Samo. Raggiungetemi là. (_Cimoto è uscito un istante e rientra_)

SCENA III.

Detti e un Messo.

CIM. Alcibiade, un uomo è giunto da Atene con un messaggio per te.

ALCIB. Venga. (_va incontro al messo_) Da Atene? E chi ti manda?

MESSO. Socrate.

ALCIB. (_sorpreso_) Lui! Quando riparti?

MESSO. Stasera.

ALCIB. Avrai la risposta. (_Prende il messaggio e lo congeda_)

SCENA IV.

Detti, meno il Messo.

TIMAND. (_a parte seguendo ansiosa dello sguardo Alcibiade_) Numi!... che sarà mai? Io tremo.

ALCIB. (_spiegando lentamente il papiro_) Socrate mi scrive? Bizzarro uomo!... Il dì del mio trionfo, mentre tutti mi acclamavano, egli solo si tenne in disparte: oggi mi scrive. Si fa vivo soltanto nei giorni di sventura, costui?... (_legge e dà segni improvvisi di sorpresa, concitazione, ira, dolore: poi si ricompone forzatamente in calma_)

TIMAND. (_avvicinandosegli e guardandolo ansiosa_) Alcibiade, ebbene?

ALCIB. (_con calma forzata_) Ebbene... nulla è mutato. Noi partirem stanotte. (_si volge agli altri_) Andate a dar gli ordini. (_Conone, Eufemo escono, Cimoto accenna anch’egli di uscire, ma si sofferma esitante sulla soglia, non visto_)

SCENA V.

TIMANDRA, ALCIBIADE, e in disparte CIMOTO.

ALCIB. (_Alcibiade segue gli amici dello sguardo fin che sono usciti, poi si volge a Timandra_) Quanti dì sono, o Timandra, da che lasciai fra le ovazioni Atene?

TIMAND. Partimmo alla luna nuova di Targelione. Son sedici dì.

ALCIB. (_conducendola verso la tenda_) Questa dunque che or si leva tranquilla dall’onde del mare di Icaro[460] è ancora la luna del mese. Pare che gli amori del popolo di Atene si mutino più presto della luna... e che un altro Icaro sia giunto a questi lidi. (_le porge il foglio a leggere_)

TIMAND. (_leggendo concitatissima_) «Socrate rifiuta i doni di Alcibiade nei giorni del trionfo per avere il diritto d’essergli amico nei giorni dell’infortunio. La disfatta di Antioco è qui nota: i tuoi nemici ne han versata la colpa su te. Il popolo ti ha deposto dal comando e ti chiama a rendergli conto. Persuaso da’ tuoi successi che tu devi e puoi vincere sempre, se il vuoi,[461] esso ti imputa la sventura a tradimento. Gli inviati del popolo son partiti già.» (_Timandra lascia cadere, affranta di dolore, il foglio_)

ALCIB. (_con accento amarissimo_) Liba dunque ancora agli Dei! Insegui la gloria! Timandra, sono i vantaggi della gloria, questi!

TIMAND. Ed ora che pensi?

ALCIB. Aspettar gli inviati forse? Subir lo scorno della destituzione in faccia a’ miei soldati? Seder umile sopra gli altari, col ramoscello dei supplici in mano;[462] portar ad Atene, in atto dimesso, questa fronte, che vi apparve or son pochi giorni cinta del lauro de’ trionfatori? Oh, no, per i Numi! questa soddisfazione non l’avranno! Gli oboli della paga ai giudici che devono sentenziar di Alcibiade non son coniati ancora.

TIMAND. (_con accento angoscioso_) Oh Alcibiade! ricordati di Catania!

ALCIB. Rassicurati. L’ingratitudine e l’invidia mi ritrovano oggi ben più forte di allora. Allora era la fama che mi rubavano: oggi è di questa che mi fanno una colpa. Allora mi toglievano un nome: oggi non possono togliermi più che il comando... o la vita anche; perchè oggi, se anco morissi, ricorderebbe il mondo che c’è stato un Alcibiade. Tu vedi che mi basta, e che non ho più bisogno di una colpa per vendicarmi.

TIMAND. E dunque?

ALCIB. E dunque questa spada che brillò al sole delle battaglie, ne faremo un prosaico spiedo da infilzar selvaggina! Atene non la vuole; non l’avrà più; la cercherà un giorno, e non l’avrà più.[463] (_Nel discorrere la voce di Alcibiade è calma e ferma: ma d’una fermezza artefatta e forzata che ha le lagrime in fondo: Alcibiade parla quasi fra sè. Cimoto dal fondo ascolta e asciuga le lagrime_) Lascerò la flotta e i compagni d’arme; andrò in luogo dove più nulla di Atene mi tocchi; dove, se è possibile, non oda nemmeno parlarne... Invece di inseguire Spartani, inseguirò camosci; vivrò, non più di gloria e di battaglie... ma di caccia e di pesca, di memorie e di sogni... come un téssalo pastore. In Tracia o in Persia vado..., in terra che d’ingrati non sia.[464]

TIMAND. Solo?

ALCIB. Anche solo...

TIMAND. Oh, purchè non sia contro Atene, contro le Erinni e contro le Parche, io ti seguo!

ALCIB. E vieni allora! Traverseremo il campo, fino alla spiaggia, frammezzo alle coorti che riposano nel sonno... (_Cimoto esce di scena_) Addio (_guardando fuori della tenda_), compagni di fatiche, di gloria e di pericoli, coi quali speravo combatter l’ultima pugna! Addio, limpide noti del cielo di Jonia che ieri ancora sorridevate al mio destino!... Vedi, o Timandra, la sera com’è serena; le stelle risplendono nel profondo azzurro, come se illuminassero, non la caduta di Alcibiade e la fuga di un proscritto, ma la passeggiata felice di due felici amanti... Non ti sembran beffarde, o Timandra, le stelle? (_a questo punto la fermezza e l’ironia forzata abbandonano Alcibiade: e la sua voce, già fatta tremante dall’interna emozione, si rompe in uno sfogo di pianto_) È troppo! è troppo!

TIMAND. (_accorrendo a lui con voce affettuosa_) Alcibiade!...

ALCIB. (_rasciuga le lagrime e si leva con impeto, come vergognandosi del proprio sfogo_) Andiamo! Andiamo! il tempo corre!... in sella e al lido!

CIM. (_si affaccia di nuovo, serio, mesto, silenzioso sulla soglia_)

ALCIB. (_con malumore, nel veder Cimoto_) Che vuoi?

CIM. (_con voce calma, mestamente affettuosa_) I cavalli son pronti. Se non ti rincresce... ne ho sellati tre.

ALCIB. (_dopo un momento di irresoluzione e dopo aver guardato Timandra, che collo sguardo lo prega di lasciar venire Cimoto, si volge a quest’ultimo con voce che vorrebbe esser brusca e non è_) E monta su dunque!... (_Cimoto rasserenatosi corre innanzi ed esce; Alcibiade ripiglia con voce lenta e mestissima_) Se devo ormai vivere ozioso, inutile al mondo, — è giusto che un parassito mi mostri la via!

CALA LA TELA.

QUADRO OTTAVO

_Anno 405 av. l’Era volgare, nel mese di Boedromione. (4º della Olimpiade 93.ª — 26º e penultimo della guerra del Peloponneso) Eubato di Cirene vinse il premio ad Olimpia._

ELLESPONTO (_Chersoneso di Tracia_).

Corte di Seute re di Tracia[465] a Patti sull’Ellesponto[466]. Tenda foggiata a sala di banchetto, mensa nel mezzo e sedili all’ingiro. Pelli distese qua e là per terra. Sulle mense sono posti dei corni per bere: e dei piccoli tripodi, contenenti le vivande, uno dinanzi a ciascun convitato. Armi tracie sospese in giro (targhe o pelte, sciabole, archi, faretre).

SCENA PRIMA.

SEUTE re, ALCIBIADE, CIMOTO, BERÌSADE, MEDÒSADE, ODRISIO traci; altri guerrieri e coppieri traci.

(_Ad eccezione di Cimoto, il solo vestito alla greca, tutti i convitati, compreso Alcibiade, indossano il costume trace[467]: berrettoni di pelle di volpe_ (alopéchidi) _coprenti il capo e le orecchie[468]; tonache scendenti sulle coscie, e, sopra le tonache, mantelli più corti e screziati_ (zeire); _calzari o coturni di pelle di cerbiatto ricoprenti i piedi e le tibie; corte sciabole o scimitarre, alla cintura[469]. I convitati, a differenza dell’uso greco, son tutti seduti, non su letti, ma sopra scanni; qualcuno accoccolato su pelli distese per terra. Alcibiade siede alla destra del re. Coppieri traci portano in giro, versando da bere, grandi corni di vino. Il re, tratto tratto, fa in piccoli pezzi i pani (grandi e rotondi) e li getta ai convitati. Il banchetto è sul finire e i fumi del vino cominciano a riscaldarne l’allegria._[470])

SEUTE.[471] Alcibiade, m’avean raccontato molte cose di te: ma tu veramente sei maggior della tua fama. Sai tu che noi Traci abbiam rinomanza di cavalcatori[472] e che il puledro da te oggi domato parecchi fra i nostri più arditi s’eran provati indarno a salirlo?...

CIM. (_che mangia avidamente al capo opposto della tavola_) Ma tu, o re, non sai che noi abbiamo vinto alle corse di Olimpia[473] e col carro e col celéte,[474] e che n’abbiam portato la prima, la seconda e la terza corona...

SEUTE. Che! per Sabàzio![475] tu così pingue ad Olimpia?

CIM. Domandalo ad Alcibiade. N’è vero, Alcibiade, che te le ho portate io le corone?

SEUTE. (_ridendo con gli altri convitati_) Ah, ora meglio ti spieghi! Ebbene, Alcibiade, la tua vittoria d’oggi val bene l’altra d’Olimpia. Il vanto più antico del paese nostro — per Mercurio! — [476] è la prima volta che lo sfronda uno straniero...

ALCIB. Ti sembra, o re Seute, che ancora io sia così straniero in Tracia? Qui fra voi ospitato, i miei lari, e i beni, e le castella, e tutte le mie cose son qui.

SEUTE. Nè la Tracia ebbe mai ospite più degno. Anzi, più che ospite! poichè fra i Traci ed Atene sono vincoli antichi: qui è il granajo dell’Attica vostra,[477] e fu nostro re Téreo che sposò Progne, la figlia del vostro re Pandione...[478]

ALCIB. Tristi cose rammenti! Téreo e Progne e Filomela, mutati in augelli, vanno ancora piangendo a notte scura l’orrida cena per i boschi di Dàulia.[479] Che giova fra i calici discorrer di delitti e di sventure! _Non parliamo d’Atene!..._ (_Alcibiade proferisce quest’ultime parole in modo singolarmente accentato; e come cercando cacciare una nube di tristezza, ripiglia subito dopo una forzata ilarità_)

SEUTE. Oh Alcibiade, ma io so qualcos’altro: so che sei nato a Scambónide,[480] proprio là dove Eumolpo di Tracia[481] segnò con Atene il primissimo patto di alleanza e fondò i misteri delle Dee: e là, ov’è la tomba di Eumolpo nostro, ivi è la culla tua. Vero questo, Alcibiade?

ALCIB. Sì: ma a che pro cercare vincoli incerti, se niun vincolo è più caro agli Dei di quello di ospite ed amico! Re Seute, re Seute, _non parliamo d’Atene!_

SEUTE. Dell’amicizia nostra dunque si parli...

CIM. (_a Berisade che gli siede vicino, nel ricevere in questo punto un pezzettino di pane gettatogli dal re_) O perchè il re mi taglia lui e mi gitta il pane e la carne, così a pezzettini? mi ha preso per una formica?

BERIS. Così si usa fra noi.[482]

CIM. Ah, è il vostro costume!... Bello, bello! E invece, ad Atene, se tu vedessi come si usa...

BERIS. Come?

CIM. Ora ti mostro. Dà qua quel pezzo. (_gli addita un grosso pezzo di carne: Berisade glielo porge. Cimoto se lo prende intero, se lo pone sulle ginocchia e se lo mangia a grossi bocconi_) Il nostro costume... vedi, di noi altri Chiechenei,...[483] è questo... (_parla mangiando_)

ALCIB. (_osservandolo, con voce di rimprovero_) Cimoto!

CIM. (_seguendo a mangiare mentre i convitati ridono_) Eh?

ALCIB. Che fai?

CIM. Mostro qui a Berisade i costumi d’Atene.

SEUTE. (_seguendo il discorso con Alcibiade_) E dunque, Alcibiade, poichè mi sei ospite e amico, accettane in pegno il cavallo che oggi domasti; purissimo sangue dei cavalli di Reso.[484]

ALCIB. Grazie, o re! Ma tu violi il costume. So che in Tracia è usanza pei re non far doni, ma riceverne.[485] Io qui pur troppo non ho di che ricambiarti il regalo. Solo la spada e il braccio mi restano:[486] poichè (_con voce cupa e triste_) per altri non m’è dato adoprarli, son tuoi. Tu sei in guerra co’ Traci della montagna:[487] fa conto ch’io sia un Trace del piano.

SEUTE. Oh, così il sole del Ponto ti avesse visto nascere, come del più perfetto fra i Traci mostri aver veramente le virtù...

MEDOS. (_a voce forte, mezzo brillo_) Tranne una, o re, tranne una!... Alcibiade, da noi si giudicano uomini quelli soli che sono potenti a molto mangiare e molto bere![488]

BERIS. (_dall’altro capo della tavola_) Medosade, non hai guardato da questa parte. (_indica Cimoto battendogli sulla spalla_) Questo è un uomo.[489]

CIM. (_inchinandosi_) Grazie! Lo sapevo.

BERIS. L’amico qui... (_seguendo a batter forte sulla spalla a Cimoto, che coi gesti ringrazia modestamente del complimento_)

CIM. (_a Berisade che nel parlare gli batte sulla spalla troppo forte_) Sì, grazie! Ma un po’ più adagio, se non ti dispiace...

BERIS. (_ripigliando da capo_) L’amico qui ha mangiato per me, per te e per altri due...

MEDOS. Ma del bevere io parlo! Alcibiade, tu oggi per Trace non ti sei distinto. Ti invito alla sfida di Ercole e di Leprea.[490] Vuoi fare un brindisi meco?

ALCIB. (_cortese sorridendo_) Ah! Il cavallo alla pianura![491] E perchè no?

CIM. (_a parte_) Già! anche il porco una volta sfidò Minerva...[492]

MEDOS. (_non ha ben capito le parole di Cimoto, però gli è parso di sentire un’insolenza, e gli si volta brusco e minaccioso_) Che cosa hai detto!

CIM. Niente! niente! che sei un uomo!

MEDOS. (_con aria di soddisfazione, calmandosi_) Ah! (_si volge ad Alcibiade_) Bevi questo adunque ch’è vin puro,[493] e di Bibli, alla salute del re nostro. (_si alza mezzo barcollante e gli presenta un corno enorme di vino. Alcibiade pure si alza: gli altri si stringono intorno con curiosità_)

CIM. Quel po’ di roba! ma son più di quattro cótile![494] No, no, Alcibiade! sei matto?

ALCIB. (_sorridendo a Cimoto_) Vuoi per te solo la gloria? (_a Medosade, freddo_) Dà l’esempio: io ti seguo.

MEDOS. A te, o Seute! ho un fanciullo[495] e due schiave di Mileto: mi costano duemila cizicéni,[496] e forme più belle mai non vide la Jonia. Li dono a te.

CIM. (_a parte_) Eh, anche qui non c’è malaccio a fare il re! (_Medosade tracanna e barcolla sempre più. Alcibiade dopo di lui alza il corno ricolmo_)

ALCIB. Alla tua salute, o re Seute, e che Sabazio, Marte e Zamolchi protettori della Tracia concedano alle tue armi la vittoria! (_tracanna di un fiato: poi depone il corno vuoto, colla tranquillità più serena, mentre i convitati lo guardano con sorpresa_)

SEUTE. (_e altri convitati_) Bravo, Alcibiade!

ALCIB. (_tranquillissimo, batte sulla spalla di Medosade stupefatto e barcollante_) Amico!

MEDOS. Eh?

ALCIB. Io ho bevuto da Trace... ma son di Grecia: e fui un pezzo a Sparta. (_Medosade lo guarda senza comprendere_) Il re ha una sposa, e i Greci onoran le donne. Ti sei dimenticato della regina.

MEDOS. (_sconcertato_) Che?!

ALCIB. (_freddissimo, sorridendo_) Bevi meco ora questo alla regina! (_fra la sorpresa dei convitati fa ricolmare ancora i corni, e ne presenta uno a Medosade che guarda Alcibiade estatico e prende il corno macchinalmente_)

BERIS. Sì, sì, Medosade, alla prova! Bravo Alcibiade!

SEUTE. Ma è Bacco Tebano in persona, costui!...

ALCIB. Alla salute della bellissima Stratónica,[497] la fida sposa del re! e che Giunone Ilìtia[498] doni al suo talamo le gioie! (_Alcibiade tracanna, poi depone calmo e sorridente il corno fra gli applausi dei convitati.[499] Medosade, senza dir parola, con uno sforzo supremo appressa il suo alle labbra; a metà lascia cadere il corno, barcolla e stramazza. Alcibiade si guarda intorno, come per vedere se qualcun altro si avanzi alla sfida, indi, calmo, ripiglia_) La sfida di Ercole e di Leprèa pare finita... (_fra sè mestamente sospirando_) (Se Timandra mi vedesse!...)

SEUTE. (_levando il corno a sua volta_) E noi tutti, ora, Alcibiade, beviamo alla tua! Così ti guardino gli Iddii e ti rallietino i giorni nelle nostre case ospitali!

CIM. (_a parte_) Case le chiama?! To! to! Le avevo prese per ispelonche![500] Come ci si sta bene!

BERIS. (_afferrando le ultime parole_) Dove?

CIM. (_canzonatorio, senza che l’altro se n’accorga_) Nelle vostre... case ospitali!

CONVIT. Viva Alcibiade! (_Seute e gli altri, meno Alcibiade, che è sul davanti della scena, tracannano. Poi Seute, quel che resta di licore nel suo corno lo versa addosso al vicino, e così fanno parecchi altri. Berisade, che è presso a Cimoto, versa addosso a lui sulla testa il vino rimastogli nel corno_)

CIM. (_brusco, incollerito, dando uno sbalzo_) Ehi là! cosa fai?

BERIS. (_grave e dignitoso_) Ti verso il vino che m’è rimasto nel corno.[501]

CIM. Che ti pigli il malanno!

BERIS. Non vedi che così ha fatto anche il re? È il nostro costume di Tracia!

CIM. Ah si?... Allora... aspetta... (_prende rapidamente il proprio corno per versarne il contenuto addosso a Berisade; ma nell’atto di buttarglielo addosso se ne pente e invece se lo beve_) Sarà per un’altra volta.

SEUTE. Alcibiade, noi Traci sappiamo che le anime dei morti dopo un certo tempo ritornano sulla terra e in altri corpi ripigliano dimora.[502] Per Zamolchi![503] Tu certo prima di essere un Greco dovesti essere un Trace! Se resti a lungo fra noi, diverrai l’idolo delle nostre donne, e romperai i sonni di molti mariti.

ODRIS. Perdono, o re! Tu fai torto alle donne nostre! Alcibiade, non sai tu nulla delle donne di Tracia?

ALCIB. Ben poco. So che in Eritréa han dato le chiome per farne corda e trarre alla riva il simulacro di Ercole,[504] e questa fu un’azione buona: e so che in Dione di Macedonia hanno mangiato a pranzo il poeta Orfeo,[505] e questa, se vogliamo, fu un’azione cattiva.

ODRIS. Allor sappi anche questo. Noi di Tracia siamo gagliardi e le nostre mogli sono caste.[506]

ALCIB. (_sorridendo_) Davvero?

ODRIS. (_continuando_) E quando il marito muore, è gara fra di esse a scegliere quella che più gli è stata diletta e fedele...

ALCIB. E quando è scelta?

ODRIS. La si accoppa, perchè tenga al marito compagnia.[507]

ALCIB. (_avvicinandosi ad Odrisio, a voce più bassa_) Ebbene allora, amico mio, se anche tu hai mogli e se anch’elle sono caste, vigila! vigila su di loro!...

ODRIS. (_incollerito, portando la mano all’elsa_) Per il Vento e per la Scimitarra![508] tu insulti le mie donne e me!

ALCIB. Pace, amico! e consenti alla gioia di Bacco qualche libertà di parola. Non le ho vedute mai, le donne di Tracia, alla prova...

ODRIS. Bada, io non te n’offra, di prove, una, e umiliante per te...

ALCIB. L’avrò meritata. L’accetto.

ODRIS. Re Seute, Alcibiade vorrebbe veder a prova di fedeltà le donne nostre...

SEUTE. Nient’altro che questo? (_a un servo_) Vengano mia moglie e le mogli dei convitati.[509]

ALCIB. (_vivamente_) Tua moglie! Ah no! mai!

SEUTE. Ella sola temerebbe confronti? (_al servo_) Va! (_il servo esce_)

BERIS. (_a Cimoto_) Ora vo’ mostrarti una delle mogli mie ch’è una bellezza.

CIM. O quante n’hai?

BERIS. N’avevo dieci; ma sei non le mi servivano più, e dopo un anno, le ho restituite ai parenti.[510] Dell’altre quattro, poi, una è un portento. Mio zio sposandola la pagò a suo padre duecento bei dárici sonanti: è quel che di meglio mi ha lasciato in eredità.

CIM. Eh? In eredità?

BERIS. Sicuro: eravam due nipoti soli eredi. Nella ripartizione dell’asse ereditario, la moglie è toccata a me.

CIM. (_guardandolo attonito_) Ah?... Mi congratulo!

BERIS. Esse vengono... Guarda, è la terza!

CIM. (_osservandola nell’interno_) Bella davvero! (_a parte_) Povera creatura! toccar in eredità a questo bue!

SCENA II.

Detti, STRATONICA, ELPINICE, ARGIA, DROSO, altre donne.

STRATON. Addio, Seute. A che ci hai chiamato?

SEUTE. Da Alcibiade d’Atene, qui presente, lo saprai. (_Stratonica dà segni di inquietudine: le altre guardano con curiosa avidità Alcibiade additandoselo fra loro_) Farai quel che egli dice.

CIM. (_a parte, a Berisade_) Così le comanda?

BERIS. O non è sua moglie?

CIM. Non è come a Sparta. Là, le mogli comandano ai mariti...

BERIS. E qui i mariti alle mogli.[511] È più sicuro...

CIM. Già! e per questo le vi son fedeli?

BERIS. Certo. Ora vedrai. (_questo breve colloquio fra Berisade e Cimoto ha avuto luogo rapidamente, mentre Alcibiade e gli altri scambiano qualche parola colla regina e le altre donne_)

ODRIS. Parlerò io, o re, per Alcibiade. (_ad Alcibiade_) È nel patto?...

ALCIB. (_inchinandosi_) È nel patto.

ODRIS. O regina, o donne, sapete di voi che cosa disse Alcibiade di Clinia, ateniese, qui presente?

STRATON. Che disse?

ODRIS. Tristi cose! Che le donne di Tracia non sono caste! (_esclamazioni fra le donne_)

ARGIA. Per le colombe di Citerea! Egli ha detto questo?

ALCIB. Ma Odrisio!... io non ho...

ODRIS. Tu non hai libertà di parola, perchè mi hai dato libertà di prove. È nel patto. Tu taci. (_alle donne_) Egli ha detto questo, e peggio ancora...

ELPIN. Peggio? Che cosa?

ODRIS. Che le donne di Tracia sono brutte.

STRATON. (_con risentimento maggiore di prima_) Alcibiade!

ELPIN. O l’impudente! Questo è troppo!

ALCIB. (_a Odrisio cercando difendersi_) Odrisio!... ma...

ODRIS. Ma tu taci...

ARGIA. Che Giove gli mozzi la lingua!

ODRIS. Silenzio! E ha detto ancora...

TUTTE LE DONNE _ad una voce, indignate_. Come? Come? Ancora?

ODRIS. Che le donne di Tracia giurano il falso...

ARGIA. Uh! l’iniquo!

ELPIN. Vogliam fargli la festa d’Orfeo?

CIM. (_a parte_) Povero padrone! Quella ci mancherebbe!

DROSO. Che Zamolchi lo confonda!

ODRIS. Confonderlo sta in voi! Giurate sull’onor vostro...

CIM. (_a parte, sogghignando_) Bella garanzia!

ODRIS. Di dire il vero (_esclamazioni fra le donne:_ Sì, sì!): e senza riguardo ai mariti, ponga ciascuna in un’urna il nome di colui ch’ella vorrebbe nel talamo... a compagno...[512]

SEUTE (_alzandosi repente con voce severissima_) Odrisio!

ODRIS. (_intimidito_) Seute?

SEUTE. La tua domanda è sleale e temeraria: ringrazia la fortuna che mi trovi di umor lieto: se no, potrei ricordarmi che s’appressa la festa di Zamolchi e ch’egli aspetta il suo ambasciatore! Ma poichè osasti una simile domanda, e voi (_ai convitati_) la consentiste, sia vostra la pena e sia la domanda più completa. Abbia ciascuna di voi (_alle donne_) per sempre il compagno ch’ella si avrà scelto, sia o no suo marito: e senza timore lo scelga!... Paventi la mia collera chi ad esse oserà torcere un capello!

STRATON. (_come volendo parlargli_) Seute...

SEUTE. Per tutte io parlo: e anche per te. Sia schietto e libero il cuore della regina, come quel dell’ultima fra le sue donne. Ho detto. (_le donne si ritirano in un lato della sala a scrivere i nomi ciascuna separatamente_)

CIM. Bravo il re! Ora vogliam vederne di belle! Coraggio, Cimoto, fatti avanti. Che fossi proprio questa volta venuto in Tracia a far fortuna![513] (_Cimoto si rassetta i capelli e gli abiti, e ripassa davanti le donne con aria da bellimbusto che cerchi mettersi in evidenza: i Traci si consultano fra di loro ostentando sicurezza baldanzosa: Alcibiade passeggia solo su e giù per la sala_)

BERIS. (_con boria a Cimoto_) Ora vedrai come la mia Argia mi è fedele. La è Penelope in persona.

CIM. Vedremo! E dimmi intanto una cosa... Di che ambasciatore parlava dianzi il re?

BERIS. Ah, sicuro! Ognun di noi, quando muore, va a ritrovare il nostro dio Zamolchi: e per tenerci con lui in buoni termini, ogni anno gli si manda colle debite istruzioni un deputato in ambasciata. Si mettono in tre colle lancie in resta: poi l’ambasciatore nominato lo si butta dall’alto, e lo si ripiglia sulla punta delle lancie...[514]

CIM. Brrrrrrrr!!!

BERIS. Se muore, è segno che Zamolchi ha fatto buon viso all’ambasceria; se guarisce, è segno che l’ambasciatore è un furfante; lo si bastona a dovere, e si nomina un altro in sua vece, incaricato di nuove istruzioni...

CIM. (_lo guarda spaventato_) Ah... sì?... E già... dev’essere un Trace l’ambasciatore...

BERIS. (_con indifferenza_) Oh anche un forestiero può aver diritto alla nomina... Purchè acquisti la cittadinanza... Vuoi ch’io te la faccia avere?

CIM. (_abbracciandolo_) Ottimo cuore! grazie! tralascia! tralascia! (_le donne frattanto han posto le tavolette in un’urna. Odrisio va a prenderle_)

ODRIS. Ecco i nomi.

SEUTE. E tu leggili forte. (attenzione negli astanti)

ODRIS. (_estraendone una_) La regina! Seute, re.

SEUTE (_avanzandosi verso la regina e baciandola_) Grazie! Porrò un segno bianco nella mia faretra.[515] Ero ben certo della tua scelta e di te.

STRATON. (_con civetteria_) E se io avessi scelto... un altro?

SEUTE. Idolo mio!... (_riabbracciandola teneramente e baciandola ancora_) T’avrei fatto tagliar la testa.

STRATON. (_balzando di spavento_) Ma... e il tuo decreto?

SEUTE (_a voce bassa_). Era per gli altri — s’intende.[516]

STRATON. (_abbassando la testa fra sè, a parte_) Ho fatto bene!

ODRIS. (_estrae un’altra tavoletta: fa un gesto e una pausa di sorpresa, indi con voce di malumore_) Alcibiade!

BERIS. (_e gli altri Traci, guardando con occhio torvo le loro mogli_) Che!?

CIM. Bene!

ODRIS. (_estrae un terzo nome; nuovo atto di sorpresa: la sua faccia si fa scura, e la sua voce tradisce l’ira_) Alcibiade! (_Alcibiade ha rialzato la testa e rimane immoto, sorridente; i Traci guardano alternamente con volti scuri ora lui, ora le mogli, Seute si mostra allegro e ridente_)

SEUTE (_ridendo_). Ah! ah!

CIM. Benissimo!... Ci ho gusto... Eh già, noi Greci d’Atene!... (_con compiacenza ed orgoglio fregandosi le mani_) Adesso scommetto che viene la volta mia!

ODRIS. (_estrae la quarta tavoletta: con voce rotta di collera repressa_) Al-ci-bia-de!...

CIM. Oh, oh, adesso basta per lui!

ODRIS. (_non più lento come prima, ma con precipitazione crescente estrae altre quattro tavolette fino all’ottava ed ultima e le legge con voce concitatissima_) Alcibiade! Alcibiade! Alcibiade! Alcibiade! (_all’ultima scaglia l’urna, per ira, a terra. Cimoto, che non ha visto uscire il suo nome, perde alquanto della sua aria soddisfatta_)

BERIS. _e gli altri_. Che?! (_sbalordimento fra i convitati, che gettano grugniti sordi di minaccia e sguardi truci di collera verso le donne ed Alcibiade; questi rimane sempre muto, immobile, tranquillo e sorridente. Le donne in disparte si mostrano confuse e impaurite_)

CIM. (_fra sè_) A chi troppo e a chi niente! E a sentirle, le innocentine, volevano fargli la festa di Orfeo!... (_si accosta a Berisiade che è cupo ed accigliato, e gli batte sopra una spalla_) ... Eh... come hai detto che si chiama la tua moglie?... Penelope?

BERIS. (_si volta inviperito portando la mano all’elsa. Cimoto scappa_)

SEUTE (_ad Alcibiade_). Costoro l’han voluto, e tu non hai nulla a rimproverarti. Figlio di Clinia, la fortuna ti è molto benigna, e il tuo ginecèo è molto ricco.

ALCIB. (_vivamente_) Oh non già! non già! Nè Alcibiade è da tanto da aver sì splendido ginecèo, nè la scelta è così facile fra bellezze sì rare, perch’egli se l’arroghi! Re Seute, tu fa rispettare il tuo decreto, che nessuno le molesti. Amici, Odrisio ha parlato per ischerzo e certo elle per ischerzo hanno votato... Tornate allo amplesso delle vostre donne _fatte prudenti_! e tu, Odrisio (_accostandosegli a voce bassa_), come t’ho detto, vigila, vigila sulla tua!

ODRIS. (_brusco_) Non ho bisogno del tuo consiglio.

ALCIB. (_sempre parlando con Odrisio sottovoce e battendogli amichevolmente sulla spalla_) Te ne darò un altro, allora... (_gesto interrogativo di Odrisio_) Quando vuoi perdere un uomo agli occhi delle donne, guardati dal dipingerlo un perfido! non bisogna nelle donne stuzzicare la curiosità. (_Odrisio con un gesto brusco indispettito s’allontana, mentre Alcibiade sorride_)

SEUTE. Addio, Stratonica! (_ad un cenno di Seute le donne tutte escono_)

SCENA III.

Detti, meno le donne.

CIM. Una su otto! o fedeltà femminina! (_si accosta ad Alcibiade_) Io, già, al tuo posto, non sarei stato così generoso...

ALCIB. Dovevo scegliere in presenza della regina?

CIM. (_senza comprendere la risposta d’Alcibiade_) Ah! la regina! quella sì è una brava donna!

ALCIB. Sì!... poveretta!... E così innamorata di me...

CIM. (_attonito_) Eh?... e tu?...

ALCIB. (_con fare naturalissimo_) E io ho ricusato. Seute è mio ospite, e Giove ospitale[517] mi guardi, chè io non so fargli offesa. Ma la regina è donna, ed io non potevo posporla, lei presente, ad un’altra. Buon Cimoto, se hai da fare con donne, ammazzale, che ti perdoneranno; ma non ferirle nell’amor proprio, se non vuoi trovar Nèmesi e le Furie meno terribili di loro.

CIM. Lascia fare! Ci regoleremo! Va là che sei furbo! Se Timandra ti vedesse!

ALCIB. Non dirle nulla oggi... sai!...

BERIS. (_guardando verso l’interno_) Alcibiade! qualcuno cerca di te.

ALCIB. Di me? Se tu, Seute, permetti... (_cenno cortese affermativo di Seute_) Venga!

SCENA IV.

Detti e TRASILLO.

ALCIB. (_al veder Trasillo si fa improvvisamente torvo e scuro_) Trasillo!

TRAS. (_accorrendo ad Alcib._) Salve, Alcibiade! Da Atene io vengo.

ALCIB. Ad annunciarmi qualche nuova sentenza contro di me? o qualche nuova condanna di capitani vittoriosi?[518]

TRAS. No, no, Alcibiade! I tuoi amici d’Atene ti salutano e ti fan sapere che negli animi del popolo rivive il desiderio di te. Ti pregano intanto che tu ti adoperi a rialzare la fortuna depressa di Atene, mentre essi van lavorando al tuo richiamo...

ALCIB. (_serio e scuro in volto_) Questo ti hanno incaricato di dirmi?...

TRAS. Sì...

ALCIB. (_si volge a Seute_) Ascolta dunque, o re Seute! Alcibiade ha combattuto per Atene a Potidea, a Delio, a Mantinea, a Catania; e Atene in premio lo ha dannato a morte; pure Alcibiade è tornato a lei, e per lei ha vinto due volte ad Abido, e a Samo, e a Mileto, e a Cizico: ridonatole il dominio dell’isole e del mare, portate ad Atene duecento navi in trofeo: e Atene in premio lo ha condannato una seconda volta!... Ora questa Atene mi manda a salutare!... (_si volge a Trasillo e la sua voce sarcastica ridiventa grave e cupa_) Ritorna alla città! e di’ a coloro che ti mandarono, che tu hai visto Alcibiade, e che le porte dell’Erebo non son così chiuse dietro le spalle dei morti, come son chiuse le sue orecchie ad ogni voce che gli giunga da Atene! Di’ loro, che tu hai visto Alcibiade, vestito da Trace, ubbriaco come un Trace, e che le sue spoglie e il suo volto erano meno cangiati della sua anima; di’ loro che dall’alto del suo castello egli ha veduto veleggiar per l’Ellesponto le navi di Lisandro che stan preparando le sue vendette; di’ che Alcibiade non ha amici in una città di traditori e di ingrati, ove l’esilio e la morte sono il premio di quelli che combattono e vincono per lei!...

TRAS. (_annichilito dalla sfuriata di Alcibiade, con voce supplichevole_) Alcibiade...

ALCIB. Va! va! Annunziami che han profanato il sepolcro di mia madre Dinòmache, sarai meno male accolto che non portandomi i saluti di Atene!... Va!... (_con gesto imperioso gli interdice di replicare: Trasillo si allontana mestissimo e mortificato: Alcibiade lo richiama in sull’uscire_) Aspetta!... (_Trasillo si ferma in sulla soglia. Alcibiade evidentemente combattuto nell’interno dell’animo, vorrebbe dir qualche cosa: ma poi si riprende, e si limita a soggiungere con voce lenta e cupa, senza guardar Trasillo in volto_) Salutami Socrate!

SCENA V.

Detti meno TRASILLO.

CIM. (_è rimasto nel frattempo in disparte con aria pensierosa di rincrescimento: partito Trasillo, si accosta ad Alcibiade e gli parla con voce piana, insinuante_) Lo hai accolto molto male... quel povero Trasillo!... (_Alcibiade non risponde, in preda a interna violenta lotta; ha il volto scuro, le braccia conserte, lo sguardo a terra. Cimoto incoraggiato dal suo silenzio, e come cercando di scrutarne l’animo, prosegue_) È andato via atterrito e mortificato..., e Giove mi renda cieco, se non mi è parso vedergli cader due grosse lagrime dagli occhi... Alcibiade, permetti una parola al tuo buon Cimoto? (_Alcibiade non risponde, nè cambia positura. Cimoto, più incoraggiato, prosegue_)... Atene ti ha fatto molti torti, ma è pur sempre la terra dove sei nato: e non tutti i perversi sono Atene. Io so che tu l’ami, tuo malgrado... Vedi, tu sei più buono che non vuoi parere, e forse già ti rincresce di esserti lasciato trasportare. (_Alcibiade fa un gesto vivissimo, come indispettito d’aver lasciato trasparire la interna commozione_) Qualora i tuoi concittadini, ravvedendosi, pensassero...

ALCIB. (_rompendo bruscamente il silenzio_) Qualora pensassero che le tue ciancie han finito per un pezzo di importunarmi, per i fulmini di Giove, avranno detto il vero, se tu mi parli ancora una volta di Atene. (_Cimoto si ritrae mortificato e addolorato_)

SCENA VI.

Detti ed EUFEMO.

BERIS. (_rientrando_) Oh, oh, Alcibiade, ti cercano ancora...

ALCIB. (_con istizza_) Rimanda chiunque! non vo’ veder più nessuno!

EUF. (_correndo ad Alcibiade_) Tranne me, Alcibiade!... tranne me!

ALCIB. Tu qui? (_brusco_) Anche tu da Atene?

EUF. Non da Atene! Dalla flotta vengo.

ALCIB. (_sorpreso_) Quale flotta?...

EUF. Ma la nostra!... I duci ci han dato facoltà di sbarcare... ed io, sapendoti in questi luoghi, sono corso ad abbracciarti...

ALCIB. (_fatto improvvisamente attentissimo, a voce lenta, interrotta, che tradisce l’inquietudine_) I duci... vi hanno dato... facoltà di sbarcare?... E dove?...

EUF. Alla foce di Egospótamo, rimpetto a Lámpsaco.

ALCIB. Ah!... (_rompe in un grido fortissimo di ira ed angoscia, che sorprende e spaventa gli astanti; poi prende violentemente per un braccio Eufemo e gli parla con voce soffocata dalla concitazione_) E non sapete che a Lampsaco c’è Lisandro appostato in pieno assetto di battaglia; e se restate ad Egospotamo un giorno solo di più siete perduti?! Oh Numi! (_con voce rotta, febbrile, tonante di collera_) E son capitani, questi! Presto!... a me la corazza, le armi! (_Cimoto dà segni di allegrezza e aiuta Alcibiade a vestirsi, associandosi alle sue esclamazioni_) Ed è a questa gente che Atene affida le sue navi! Ma vedi, o Seute, se non ho ragione! se non sono traditori! La mia spada!... dove sono i duci? (_ad Eufemo, mentre gira impetuoso per la stanza cercando le armi_)

EUF. (_sbalordito_) A terra!

ALCIB. Ah! imbecilli! sciagurati!

CIM. (_ripete con indignazione comica le parole di Alcibiade_) Imbecilli! imbecilli!

ALCIB. (_pur seguitando a cercare e ad indossar l’armi precipitosamente, alla rinfusa, fra esclamazioni e voci rotte di collera_) Cimoto, un cavallo!

CIM. Ce ne sono già pronti![519] (_dando segni di gioia, corre per andar via, ma prima di uscire, ritorna indietro verso Eufemo e con voce commossa, che vorrebbe essere brusca, gli dice_) Non meritereste un corno! (_esce correndo_)

ALCIB. (_mentre si assetta la corazza con precipitazione convulsa_) Portar la flotta proprio in bocca al nemico! Ma sono venduti a Lisandro costoro!... Ah! l’elmo... dov’è il mio elmo? (_non trovandolo, ne strappa in furia uno appeso_)

SEUTE. Che fai?! È il mio quello!...

ALCIB. (_badandogli appena_) Non fa nulla! (_ad Eufemo_) Su, su, alla tenda dei duci! In groppa! in groppa! o Atene è perduta! Ah, sciagurati![520] (_esce correndo, esclamando, bestemmiando e lasciando tutti attoniti_)

SEUTE. (_dopo ch’è uscito, con ammirazione_) Due Traci come costui, e conquisto la Grecia!...

CALA LA TELA.

QUADRO NONO

_Anno 404 av. l’E. V., nel mese di Pianepsione (ottobre-novembre) (1.º della Olimpiade 94ª — 27.º ed ultimo della guerra del Peloponneso) Crocinas di Larissa vinse il premio ad Olimpia._

EGOSPOTAMO[521]

Campo ateniese presso Egospotamo (nel Chersoneso di Tracia). In fondo il mare (l’Ellesponto). Tende dei capitani da un lato. Scolte nello sfondo, lungo la spiaggia.

SCENA PRIMA.

ALCIBIADE, EUFEMO, indi ALCIBIADE solo.

EUF. (_entrano trafelati egli ed Alcibiade_) I duci, credo, stan banchettando. Attendimi qui. Vado ad annunziarti.

ALCIB. (_gettandosi stanco sopra un masso_) Va, e fa presto. (_Eufemo entra nella tenda dei duci, Alcibiade rimane solo_) Stan banchettando![522] e ad Atene frattanto sovrasta la ruina!... Coraggio, anima mia!... Via da me, inutile orgoglio!... Si pensi ad Atene.

SCENA II.

ALCIBIADE e CARICLE soldato.

CARIC. (_venendo dalle tende dei duci, con deferenza rispettosa_) Salve, Alcibiade! I duci han lasciato ora appunto le mense. Essi ti pregano di attenderli. Fra brevi istanti saranno qui. (_Alcibiade lo guarda serio e torvo, senza risponder parola. Il soldato lo osserva_) Ma tu devi aver corso per ben lungo cammino: sei trafelato, polveroso, grondante di sudore: sarai sfinito dalla stanchezza e dalla arsura. Questo è licor pretto di Chio, di quello che bevono i duci: qui, al campo, la sete non si patisce. Su, Alcibiade, ristorati... (_Alcibiade non risponde, ma scaglia a terra con moto violento d’ira il corno che il soldato gli presenta. Càricle rimane a tutta prima attonito e interdetto: poi tranquillamente va a raccogliere da terra il corno, ne succhia gli ultimi sgoccioli, e si volge ad Alcibiade con accento calmo e rispettoso_) Ti sapevo superbo, Alcibiade!... Ma se meco sdegnavi di bevere, perchè sono un povero soldato, invece di gettarlo, potevi lasciarlo per me!... (_s’allontana lentamente_)

ALCIB. (_scosso dall’atto calmo e dalle parole calme del soldato_) È più savio di me!... E così ti prepari, Alcibiade, a vincere l’orgoglio! Olà!... (_forte al soldato, richiamandolo_)

CARIC. (_soffermandosi_) Che vuoi?

ALCIB. Come ti chiami?

CARIC. Càricle, figlio di Agórato, peanéo.

ALCIB. (_alzandosi e movendo a lui_) Càricle, fosti meco cortese, ed io, senza volerlo, ti offesi. Ma quel vino... il banchetto dei duci... mi avevan richiamato pensieri irritanti. Perdonami.

CARIC. (_intenerito, confuso_) Che?!... tu... Alcibiade?...

ALCIB. (_affabilissimo_) Io Alcibiade, figlio di Clinia, prego te, Càricle, figlio di Agòrato, a perdonarmi, e ad accettare in segno del tuo perdono lo scambio delle nostre spade...

CARIC. Ma ti pare! la tua è ricca, di squisito lavoro; la mia, affatto ordinaria! Il baratto di Glauco e Diomede...[523]

ALCIB. Sarò allora io Diomede; perchè son io che guadagno nel cambio. L’amicizia d’un valoroso vale ben più che l’oro di quest’elsa. Accettala dunque... o crederò...

CARIC. Accetto! accetto!... (_fan lo scambio delle spade_) E pregherò i Numi che ti salvino!

ALCIB. No! no! non pregarli per me! (_con voce tristissima_) Pregali per Atene che muore!... (_s’allontana da lui_)

CARIC. (_seguendolo dello sguardo, con aria di stupefazione_) Che cosa dice?... (_guarda alternativamente Alcibiade e la daga avuta da lui, e scrolla il capo_) L’aria di Tracia gli deve aver dato al cervello... Peccato!... un così bravo capitano!... (_va via, guardando Alcibiade e tentennando del capo, mentre Alcibiade si è immerso di nuovo ne’ suoi pensieri_)

SCENA III.

ALCIBIADE solo.

ALCIB. (_cogitabondo, sospirando_) Terra fatale ed ingrata, potevi risparmiarmi e i tuoi doni e gli oltraggi, se darmi non potevi anche il dono di odiarti! a che crescermi superbo come la rocca della tua dea, se umile oggi devo farmi per te! Umile dinanzi a costoro che mi odiano, perchè in me paventano un rimprovero alla loro ignavia boriosa; umile perchè la loro vanità non si adombri, e perchè Atene (_con accento di rabbia, stringendo i pugni_) — giusti Numi! — è in mano loro! Coraggio! essi vengono!...

SCENA IV.

ALCIBIADE, TIDÉO, ADIMANTO, CONONE. Altri due capitani, che non parlano.

TID. Tu qui, Alcibiade!? Non era atteso il tuo arrivo. Comunque, sii il benvenuto. Se più presto venivi, avresti potuto fare un brindisi con noi.

ALCIB. (_serio e grave_) In tal caso avrei propinato a Giove Salvatore e ai Numi caccia-mali, perchè aprissero gli occhi a te, valoroso Tidéo, e a’ tuoi compagni.

TID. E Giove Salvatore e gli altri Numi avrebbero speso male il tempo: perchè vin puro bevemmo e non filtro di mandràgora: e i nostri occhi son benissimo aperti...

ALCIB. Ma non vedono l’abisso sotto i vostri piedi. Ben d’altro, o Tidéo, che di far brindisi è tempo!...

ADIM. (_freddo_) Di che dunque?

ALCIB. (_rinforzando la voce_) Di badare alle navi!

TID. Le navi sono affidate al senno e al valor nostro, e sta pur certo, Alcibiade, ch’elle sono bene affidate.

ALCIB. E allora salvate Atene con esse!

TID. (_ironico_) Alcibiade s’interessa alla salvezza di Atene? Sparta infatti ne serba la memoria...

ALCIB. (_gli sfugge un gesto vivissimo d’ira, ma tosto lo reprime e parla con calma_) Tidéo!... lasciamo i sarcasmi. Più amaro delle tue parole, mi è il pensiero dei giorni che alla patria sovrastano. Si tratta, ripeto, di salvar lei...

TID. Pare difatti, che, senza essere da te chiamati, siam qui venuti per questo...

ALCIB. (_con impeto_) Così non ci foste venuti mai!...

TID. (_prontamente interrompendolo, e terminando la sua frase di prima_)... e che tu, Alcibiade, sii venuto, come Menelao ad Agaménnone,[524] consigliero non necessario e non cercato...

ALCIB. (_nuovo moto di risentimento e nuovo sforzo per reprimersi: si avanza vivamente verso Tidéo, gli prende una mano e gli parla a voce sorda, concitata_) Ma lo sapete che Lisandro è a Làmpsaco?

TID. (_tranquillissimo_) Lo sappiamo...

ALCIB. Con falangi numerose e con un’armata di duecento navi...

TID. Tanto meglio!... Sarà maggiore il bottino... Per questo lo sfidiamo a battaglia fin sotto Làmpsaco ogni giorno, ed egli non osa uscir da’ suoi ripari...

ALCIB. Ma è bugiarda e ingannatrice questa sua calma! Lisandro è capitano abilissimo, e non si mostra che per assalirvi all’impensata!...[525]

ADIM. Venga!... sarà ricevuto!...

ALCIB. Ricevuto? Ma come, se la flotta vostra è sbandata e gli equipaggi quasi tutti a terra?[526] Ma come riceverlo, qui, dispersi, sovra un lido scoperto, lontani da porti e da città a cui appoggiarvi, vicinissimi ad un nemico vigilante e compatto, esposti a dover combattere alla sprovvista, per terra, contro forze superiori?

TID. (_con calma sarcastica_) E son qui tutti i consigli di Alcibiade? e perciò venisti? Affè, mi rincresce ti sii dato tanta pena.

ALCIB. (_con forza_) Oh, non tutti... non tutti!... se io...

TID. (_interrompendolo vivamente, con ironia_) Se tu guidassi la flotta — la guideresti meglio di noi — questo vuoi dire?

ALCIB. No, Tideo! chiamo gli Dei tutelari di Atene testimoni, che nessun pensiero di ambizione è ora in me. Ma se in voi parla l’affetto della città vostra, uditemi, ve ne scongiuro! Atene vi ha affidato le sue ultime risorse;[527] delle sue navi, delle sue schiere, tutto quel che le resta è qui; qui voi non potete dire, come Spartano alle Arginuse:[528] «PERDUTA QUESTA flotta se ne armerà un’altra!» Perduta questa, è perduta Atene!... Ascoltatemi. Qui la disfatta vi sovrasta. (_La voce di Alcibiade si vien facendo ad ora ad ora insinuante, supplichevole, incalzante, affannosa per l’emozione_) In nome d’Atene, partite senza indugio da qui. Imbarcate le truppe: allontanatevi da Lisandro. Portate subito la flotta fra Sesto ed Abido: là tenetela unita, pronta alla pugna. Lisandro evita la battaglia in mare, perchè, più forte di fanterie, aspetta di assalirvi per terra; voi datemi un po’ de’ vostri opliti e di arcieri; con essi, colle mie genti e con un corpo di Traci, io m’impegno ad attaccare lo Spartano nel suo campo di Lampsaco, a ributtarlo in disordine sulle navi, e costringerlo ad accettar su di esse la battaglia, quando più vorrà evitarla e quando alla disfatta non isfuggirà.[529] Questo io farò, per la tomba di mio padre lo giuro; ma salvate Atene — per tutti gli Dei! Salvate Atene!

CON. (_a Tidéo, scosso dallo scongiuro di Alcibiade_) Tidéo, il consiglio di Alcibiade mi par savio e buono...

ALCIB. (_vivissimamente_) Oh, grazie, Conone!... persuadili tu dunque...

TID. (_ironico_) E chi non sa che l’illustre Alcibiade non può dar che sapienti consigli a noi, novizj nell’arte della guerra?! Ma alla buon’ora, Alcibiade, ora ti spieghi più chiaro... è il comando che vuoi...[530]

ALCIB. (_con forza_) No, non il comando...

TID. (_beffardo, interrompendolo_) La gloria dunque, che è meglio; e l’onor della vittoria, in faccia ad Atene, or che la vittoria, mercè nostra, è fatta sicura...

ALCIB. (_fra sè, a grave stento reprimendosi_) Giusti Numi, soccorretemi! (_si volge a Tideo_) No, no, Tidéo, sii tranquillo. Neppur questo. Se questo solo vi toglie di accettare il mio consiglio, ebbene, colla flotta tragittatemi a Sesto: là scenderò a condurvi la mia gente e n’abbia il comando un di voi. Io combatterò da soldato...

TID. Per avere di capitano il vanto e non la responsabilità. Tardi ti prende, Alcibiade, il desiderio di risalir le navi d’Atene. Non dovevi abbandonarle come un colpevole ed un fuggiasco!

ALCIB. (_in un moto violento di collera porta la mano alla daga_) Tidéo... bada a te...

TID. (_ponendosi in guardia a sua volta_) Minaccie ora?...

ALCIB. (_padroneggiandosi con supremo sforzo, ritira la mano dall’elsa_) Ebbene, no, non minaccie! preghiere! preghiere soltanto. Poichè, _è per Atene_, ch’io prego. Tidéo, tu ingiurii, ed io _non ti ho_ ingiuriato. Eppure anche il mio passato non è senza qualche gloria: tu vedi, io non ne parlo. Eppure Alcibiade non tollerò mai insulto da persona al mondo: tu vedi, io ti favello cortese. Parlasti di viltà, e sai che vile non sono. Se tu ami la patria e anch’io l’amo; se tu offri a lei la tua vita, ed io son pronto a darla al par di te; ma in attesa di morir per Atene, si tratta di _vincere_ per lei!

TID. La tua vita! l’hai salvata, sottraendoti alla condanna, laggiù, in Sicilia...

ALCIB. (_frenandosi sempre, ma con voce oramai fatta tremante per l’interna febbrile commozione, e a volte a volte concitata, angosciosa, quasi avente in fondo le lagrime_) E fu consiglio di Numi, perchè io potessi giovare ad Atene in questo dì. Sì, due volte essa m’ha dato l’esilio; ma a te, Tidéo, a voi Filocle, Adimanto, Menandro, Conone, essa non ha fatto nulla, perchè vi debba premere di perderla! (_supplichevole a Conone_) Conone, tu vincesti con gloria alle Arginuse; tu mi ascoltavi dianzi...

CON. (_abbassando mesto il capo_) Io son solo.

ALCIB. (_sempre più incalzante supplichevole_) Ma tu, Filocle, hai pugnato meco a Catania; tu, Adimanto, eri a Cizico con me. Parlate voi!... Voi tacete! (_con accento di disperazione_) E Lisandro è là! Dei, qual cecità, qual delirio dunque è il vostro!...

TID. (_imperioso_) E tu dunque tralascia di parlare ai deliranti. E vanne! che a noi soli spetta qui il comandare[531] ed è nostra la responsabilità.

ALCIB. (_tuonante, aprendo lo sfogo all’ira_) E cada essa dunque su di voi, e Nemesi vi faccia sopravvivere tanto, che Atene possa chiedervi conto delle sue sventure! Prega, o Conone, prega per Atene, perchè oggi il cielo è ben irato con lei, se ha permesso che le sue sorti cadessero in tali mani!... (_agli altri_) Oh, sì, rallegratevi, che Alcibiade si è abbassato a pregarvi; ditelo al mondo, perchè mai più non vi toccherà così alta ventura, che il superbo Alcibiade lo avete visto supplicare e piangere dinanzi a voi!... Anime abiette d’invidia e di livore, no, Alcibiade non vi ruberà nulla della vostra gloria! _Non_ duci, — _traditori_ di Atene, la gloria del tradimento[532] è tutta vostra! (_moti d’ira e di minaccia fra i duci. Conone resta in disparte a capo chino_)

TID. (_sguainando la spada_) Paga tu intanto il fio della impudenza!...

ALCIB. (_incrocia repentinamente le braccia sul petto, e si pianta risoluto in faccia a Tidéo, squadrandolo in atto di sfida_) Ferisci! (_Tidéo s’arresta interdetto, mentre Conone ed altri si frappongono. Quadro_)

CALA LA TELA.

QUADRO DECIMO

_Anno 404 av. l’E. V. nel mese di Pianepsione (ottobre-novembre) (1.º della Olimpiade 94.ª — Terminata la guerra del Peloponneso) Crocinas di Larissa vinse il premio ad Olimpia._

FRIGIA

Capanna presso un villaggio in Frigia (Asia minore).[533] Interno della capanna, rustico, poverissimo, con una sola uscita nel mezzo ed una apertura o finestra laterale.

SCENA UNICA.

ALCIBIADE dormente sopra un po’ di paglia; TIMANDRA; poi CIMOTO.

TIMAND. (_sola, in ascolto, guardando fuori_) Come è scura la sera, e come fischia il vento per la campagna! Di fuori il lamento della natura, qui dentro (_guardando Alcibiade_) le tempeste di un’anima! così grande e infelice!... (_si picchia alla porta_) Ah!... finalmente!... Chi è là?

CIM. (_dal di dentro_) Io... io... Cimoto... (_Timandra apre; Cimoto entra con segni di freddo e di stanchezza e va a buttarsi sopra un sedile_)

TIMAND. (_ansiosa_) Che nuove?

CIM. Brutte nuove.

TIMAND. (_additandogli Alcibiade dormente_) Sssss! piano! egli dorme... Che dici?

CIM. (_a voce abbassata_) Dico che bisogna sgombrar da qui. A Sardi ho incontrato Brasida spartano. Costui, quando Alcibiade fu a Sparta, ne ebbe benefizj e gli si affezionò. È venuto in segreto a parlarmi di lui. Appena, dopo la vittoria d’Egospótamo e la caduta d’Atene, Sparta seppe che Alcibiade si recava dalla Tracia qui in Persia, domandò al sátrapo persiano la sua testa: e il sátrapo l’ha promessa.[534] Sparta non si tiene sicura finchè Alcibiade sia vivo...

TIMAND. (_con amarezza profonda_) Vigliacchi!

CIM. Povero padrone! eccolo là che dorme, ignaro del pericolo! Ho fatto venti parasanghe[535] in quattro dì e quattro notti, da Sardi fin qui, solo, per dirupi e per boscaglie, affrettandomi e ansando... tremavo di non giungere in tempo.

TIMAND. (_stringendogli la mano con effusione di gratitudine_) Oh, Cimoto!... Alcibiade saprà ciò che hai fatto per lui: questo anello intanto ti sia povero pegno della riconoscenza di Timandra... (_si leva una gemma dal dito_)

CIM. (_serio, commosso_) Tieni il tuo anello. Quello ch’io ho fatto, l’ho fatto per amore di lui e di te. Il vecchio Cimoto parassita è morto da un pezzo.

TIMAND. Oh, le due Dee mi puniscano s’io volli farti offesa! Nè già per compensarti, buon Cimoto, ti pregavo ad accettar questo ricordo.

CIM. Ricordo? La memoria di Cimoto è buona, e non ha bisogno di questo. Tieni, ti prego, il tuo anello! Tu non sai quello ch’io debbo a lui. Un giorno, sono undici anni e mi par come oggi... queste orecchie, abituate a non udire che parole di scherno, udirono per la prima volta una parola amica di conforto: quella parola era la sua. E nota, o Timandra, egli non poteva aver molto a lodarsi di me; ma quel giorno egli mi pose a fronte di quel bel mobile di Tessalo, e mi fe’ comprendere che innanzi agli Dei, scrutatori dei cuori, un povero parassita può valere un nobile discendente da Milziade. Oh, tu non sai, quelle parole che bene m’han fatto! Dividere, io, il disutile, il disprezzato Cimoto, la mia sorte con Alcibiade! Mi parea d’essere come l’erba crisópoli, che attaccandosi all’oro ne piglia il colore.[536] Conobbi sentimenti nuovi per me; Atene cessò di essere per me una parola... Non dico, che l’appetito non mi serva ancora, e alla corte di Seute mi son fatto onore: e quanto a coraggio, non ce n’ho colpa se la natura non m’ha fatto un Tesèo: ma da che vivo con lui, credo di non essere più una lepre. Venendo qui, ne ho fatti tanti degli stadj, e di notte, e allo scuro: e lontano, per la nera solitudine, sentivo gli urli delle bestie feroci: se ne togli un po’ di tremito alle gambe, sull’onor mio, non ho provato altro. Animo, Cimoto! — pensavo nel sentirli — si tratta di farsi onore, di salvare Alcibiade, e... e affrettavo il passo. Sicuro! mi par d’essere diventato perfin coraggioso... E questo, tutto questo lo devo a lui! Oh, per i Numi, tieni il tuo anello! tieni il tuo anello!

TIMAND. (_commossa stringendogli la mano_) Leale Cimoto! Ancora ad Alcibiade furono clementi gli Dei, se tale amico[537] gli serbarono nella sventura.

CIM. Te pure gli serbarono.

TIMAND. E poi ch’essi ne vollero avvinti entrambi al suo destino, la mia... amicizia... la accetti questa... almeno?

CIM. (_commosso ringraziando e asciugandosi gli occhi_) Lo domandi?

TIMAND. Di’, conobbero a Sardi la via da noi presa?

CIM. Non credo. Almeno Brasida me l’affermò. Comunque, abbiam quattro giornate di cammino di vantaggio...

TIMAND. Stasera stessa partiremo con lui... (_guarda con affetto Alcibiade_) Egli riposa; era sì stanco!... Vegliò tutta la notte! Silenzio: si agita nel sonno... Qualche sogno lo tormenta... (_Timandra e Cimoto si appressano ad Alcibiade in punta di piedi e stanno in ascolto_)

ALCIB. (_nel sonno, con voci lunghe_) Attenti al segnal dello scudo!...[538] Correte alle navi! Lisandro arriva! Su, su, alle navi! alle navi!... (_con un lungo lamento_) Oh Atene!

TIMAND. Atene! sempre Atene! Sogna Egospótamo e la orrenda disfatta che egli indarno previde!... Povera grande anima, quando riposerai? (_si china su di lui e lo bacia in fronte_) Un mesto sorriso gli sfiora le labbra... or sembra più tranquillo. O sogni, silenziosi figli della Terra,[539] aleggiate almen placidi intorno al suo capo!

CIM. Pur converrà destarlo. Le ore passano.

TIMAND. (_chinandosi sul dormiente, e chiamandolo a voce dolce e piana_) Alcibiade?!

ALCIB. (_aprendo gli occhi_) Ah!... (_ravvisa Timandra_) Sei tu, Timandra? Perchè mi destasti?

TIMAND. Cimoto è ritornato...

ALCIB. (_macchinalmente_) Ah, di già? Addio, buon Cimoto... (_a Timandra_) Mi hai rotto un bel sogno!... Mi parea veleggiar per l’Ellesponto, sulla _Pàralo_[540] sfuggita allo eccidio di Lisandro; e a schiere a schiere le ombre dei prigioni ateniesi trucidati[541] venìan correndo alla marina, e a me stendevano le scarne braccia dal lido, domandando vendetta e pietà. Poi, la scena mutavasi: e mi trovavo al Pireo, tra una folla festante, traendomi dietro le navi e le spoglie dei vinti Spartani: echeggiavan per l’aria concenti di tibie e cantici di vittoria: il popolo gridava: _Salute al vincitore di Lisandro! al vendicatore di Egospótamo!_ E la turba e le voci via via confusamente si dileguavan lontano, finchè non mi parve più udirne che una sola: era la voce di Timone il misantropo, che seduto alla riva, raspando la terra, mi guardava fisso, come quel giorno che per via mi maledì. Ma la sua voce non era più imprecazione: il suo aspetto non era più d’uom che odia, il suo sguardo pareva sguardo di amore. _Timone_, io venivo gridandogli, _ringrazia gli Dei che ti smentirono! Il giovinastro, che preconizzasti flagello di Atene, n’è divenuto il salvatore. Timone, riconciliati cogli uomini! la virtù e l’espiazione esistono ancora sulla terra, e la legge della terra è amore!_ Ed io correa verso lui, le braccia aperte: — ma Timone già era scomparso, e il suo volto d’improvviso s’era mutato nel tuo, che mi venivi incontro bella, radiante... e mi toglievi l’armatura;[542] mi inghirlandavi di fiori, mi spargevi le chiome di unguenti e di aromi. E mi abbracciavi e baciavi, ma i tuoi baci eran di fuoco, eran vampa le tue braccia di neve: e tra quelle fiamme io mi sentìa con lunga voluttà consumarmi, come nulla più restar dovesse di me... Qui m’hai destato. Fu sogno di morte, Timandra, questo...[543]

TIMAND. (_abbracciandolo e chiudendogli la bocca_) Oh, non dirlo! fu sogno di vita! E il vero sognasti, Alcibiade, poichè più vivida e perenne della fiamma di Vesta, arde qui dentro la fiamma del mio amore per te...

ALCIB. (_sorridendo affettuoso_) Eppure, Timandra, è quasi sera; siam già ai primi freddi; Pianepsione è già innanzi, e sai che il tempo in cui cascano le foglie[544] è quello in cui la madre terra ci manda i sogni bugiardi fuor dalla porta di avorio...[545]

TIMAND. Cattivo!... E tu allora non badare ai sogni! Che più di sogni non è tempo. Cimoto è ritornato da Sardi.

ALCIB. Ah, sì, me ne scordavo! Ebbene, buon Cimoto, quali notizie?

CIM. Buone e cattive. Ad Atene, il popolo, fra il terrore della tirannide spartana, sommessamente ti rimpiange e ha riposta ogni speranza in te; i fuorusciti, raccolti in Tebe, aspettano il cenno da te. Ma i tiranni, di te paventando, dichiararono a Sparta che non mai in Atene potranno tenersi sicuri, finchè tu sia vivo...[546]

ALCIB. Fin qui, mi pare, han detto giusto.

CIM. Lisandro esitò sulle prime; poi chiese al satrapo la tua morte; e il satrapo... per ingraziarsi Sparta... l’accontentò.

ALCIB. (_tranquillissimo_) Resta a vedere se son contento io. Da quando il decreto?

CIM. Dal dì stesso che lasciai Sardi.

ALCIB. E quando la lasciasti?

CIM. Son quattro giorni.

ALCIB. Sei venuto colle ali di Pégaso. Abbiamo dunque guadagno di tempo.

TIMAND. Ma le spie e gli sgherri del satrapo e di Sparta sono molti; importa affrettare la via, prima che le insidie dello Spartano ci raggiungano...

ALCIB. Ebbene, prima che Sparta veda il pio desiderio compiuto, io avrò parlato in Persepoli al re Artaserse e mossolo al soccorso di Atene. Tutta la trama di suo fratello Ciro, per isbalzarlo dal trono di Persia, è in mano mia. Avviserò il re del pericolo, me gli offrirò capitano per domar la rivolta, a patto che poi mi ajuti a liberare la mia città; nè mai il nipote di Serse avrà pagato a miglior prezzo più grande servigio a un concittadino di Temistocle.[547] (_si volge a Cimoto_) E così, mio buon Cimoto, tu hai fatto seicento stadj per venire a portarmi l'avviso...

CIM. Fossero stati altrettanti...

TIMAND. E di notte ha viaggiato, solo, allo scuro, tra i pericoli... (_Cimoto si ringalluzzisce all’elogio_)

ALCIB. Anche tu dunque, come la mia Timandra, mi vuoi bene ancora! Abbandonato da tutti, povero, proscritto, cercato a morte, due persone dividono spontanee la mia mala ventura: una etéra e un parassito. Ah, no, non era una baja il mio sogno di Timone! La virtù e la fede non sono una vana parola! Qua la mano, mio buon Cimoto. E tu, nobile etéra, porta ben alto il tuo nome, perchè mille matrone della Grecia dovrebbero inchinarsi innanzi a te. Donna dall’anima più nobile e più pura non portò mai canestri nelle feste di Cerere![548] Domani all’alba partiremo per Susa.

TIMAND. Oh, non domani! non domani! Quest’oggi, Alcibiade! questa sera stessa!

CIM. Sì, sì, Alcibiade! questa sera!

ALCIB. Questa sera? impossibile. Tu, Cimoto, sei stanco.

CIM. Oh no... tutt’altro...

ALCIB. _Sei stanco_, ti dico, dal viaggio; — e tu, mia povera e buona Timandra (_le prende affettuosamente le mani_), hai vegliato il più della notte, e jeri hai camminato tanto con me. È miracolo come ti regga in piedi... Che tu ti ponga oggi in viaggio è impossibile...

TIMAND. Oh, non dir così! sono assai più forte che tu non pensi! E poi, alla peggio, potrem far sosta a Celène o al Foro de’ Ceramj.[549] Per noi non vi è pericolo... Ma si tratta de’ tuoi giorni. Te ne scongiuro per l’amor nostro...

ALCIB. (_serio, calmo, imperioso_) Per l’amor nostro, Timandra, non una parola di più. Alcibiade, nè ti abbandona, nè può permettere che tu ti ponga oggi in via. Partiremo domani sull’alba (_vede Timandra afflitta e le parla con voce ridivenuta affettuosa_). E perchè temer tanto? La stella che mi ha scorto tra i pericoli sin qui, vorrebbe essere ben maligna se a questo punto mi abbandonasse. Siam già assai lungi da Sardi e in luogo deserto, appartato. Senza un tradimento, gli sgherri del sàtrapo non potrebbero essere qui nè stanotte, nè domani, nè dopo. Il tuo affetto, e quel di Cimoto, ingrandiscono il pericolo e vi fan presumere delle forze vostre più che a umane forze non è dato: ma io non perdonerei a me stesso di aver abusato in tal guisa della tua abnegazione e della sua. (_le prende con affetto una mano e se la pone sul cuore_) Senti, Timandra, il cuor mio. Esso traversò tante tempeste, eppure non battè mai così calmo come oggi. Provo un benessere strano, indefinibile: qualcosa di ciò che prova il nocchiero vicino a toccare il porto dopo l’uragano. Un Nume, certo, mi ha mandato quest’ora solenne. Non ero così calmo, sai, fra le orgie e le dissolutezze ateniesi; non lo ero, quando sedevo ai danni di Atene nel consiglio dei capitani di Sparta... (_arrestandosi e facendosi mesto_) Fui molto colpevole, n’è vero, allora, Timandra?

TIMAND. (_chiudendogli la bocca_) No, taci, Alcibiade! Che pensieri son questi? Ciò che hai fatto per Atene e questi sacrificj e questi stenti a cui volontario ti condanni per trar dal fondo delle sue sciagure la città che ti offese, redimerebbero ben altri falli che i tuoi. Pensa che Atene fra i suoi mali ti chiama: pensa al tuo avvenire... e... qualche volta... al tuo amore...

ALCIB. (_con tristezza_) Il mio amore! Oh Timandra, io sento di non averti mai tanto amato come oggi; eppure viene nella vita il giorno che anche l’amore più fervido e santo non basta a far tacere la voce segreta dell’anima!... (_si leva dal petto un pezzetto di papiro lacero e vecchio_) Vedi, Timandra, questa lettera?

TIMAND. Dei versi d’amore?

ALCIB. (_baciandola_) Gelosa! Sì, dei versi d’amore, ma che datano da undici anni!... Furono scritti pochi dì innanzi la funesta impresa di Sicilia, un giorno che Socrate con rimproveri me ne sconsigliava. Quel vecchio m’avea fatto quasi piangere di rimorso e di vergogna: ma questa lettera giunse ed io corsi a dimenticare rimproveri e rimorsi sul seno di neve della bionda Glicera!... Avessi dato ascolto a Socrate! Ora il buon vecchio alza egli solo in Atene la voce contro i tiranni, e osa sfidargli egli solo.[550] Certo, in questi giorni deve aver pensato a me...

TIMAND. E s’egli fosse ora qui, non sarebbe più per rimproverarti che si alzerebbe, o Alcibiade, la sua voce... Ah!... (_una vampa entra da una finestra; Cimoto accorre fuori_)

ALCIB. (_balzando in piedi_) Che è questo?

CIM. (_accorrendo dal di fuori_) Tradimento, tradimento! siam circondati! Le guardie di Lisandro son qui, e han dato il fuoco alla casa.

ALCIB. Morte e inferno! (_con voce cupa_) Son dunque le fiamme del sogno!... Ombra di Leonida, ecco le armi de’ tuoi figli!... L’arme a me! (_afferra la daga pendente presso il suo giacilio e la impugna sguainata nella destra, attortigliandosi la clamide intorno alla mano sinistra_)[551]

TIMAND. Ferma, Alcibiade! per pietà! dove corri?

ALCIB. (_gridando_) Lasciami! lasciami!... Cimoto, veglia su lei! (_si slancia fuori della capanna_)

TIMAND. (_a Cimoto, con accento vibratissimo_) Cimoto! un’arme e seguimi! (_brandisce un pugnale di Alcibiade e fa per avviarsi fuori della stanza, mentre Cimoto le è corso innanzi, la daga sguainata_)

VOCI INTERNE DI SOLDATI. Fuggiamo! fuggiamo!

CIM. Ferma, Timandra! (_guardando fuori_) È inutile; fuggono già.

TIMAND. (_verso la soglia, guardando fuori con ansia_) Egli torna fra le fiamme! Numi, vi ringrazio!... (_cade in ginocchio, mentre Alcibiade riappare barcollante sulla soglia_)

ALCIB. (_dalla soglia, cupo_) Troppo presto ringraziasti i Numi!... (_cade_)

TIMAND. (_con grido acutissimo di angoscia_) Ah!... lo han ferito!... (_si slancia con Cimoto a sostenere Alcibiade_)

ALCIB. (_continuando con amarezza la frase di Timandra_) Come feriscono i vili!... Non osarono attendermi, e una freccia mi colpì di lontano... Timandra, non piangere. Era scritto ne’ Fati! (_con voce tranquilla_) Sostienmi, circondami delle tue braccia!... così... ora il sogno è compiuto... I campi son verdi e le foglie non cascano ancora. Là... quella corona. (_le addita un angolo della stanza: Cimoto va a prender la corona; Alcibiade la prende dalle sue mani e la osserva: il suo volto moribondo componesi a un dolce sorriso_) È la mia prima corona, la memoria di Potidea... (_con voce fioca e dolcissima, e come assorto fra sè_)

E anela alla gloria, bellissima stella, Ma pura, ma scevra da ogni empio baglior: E cinge la fronda di quercia più bella Per farne più sante le gioie del cor....[552]

(_si cinge colla mano tremante la corona_) Timandra, un bacio!... (_lo bacia appassionatamente_) Oh, i tuoi baci sono pur dolci, e tu sei la più bella delle donne di Grecia!... Cimoto, a te la raccomando! (_additandole Timandra_)... non distaccarti da lei!...

CIM. (_piangendo e singhiozzando_) Oh, mio padrone! mio padrone!

ALCIB. (_a Timandra piangente che lo sorregge_) Quando tornerai in Grecia, di’ ad Atene che spirai col suo nome sul labbro... e racconta a Socrate come son morto!... Addio... ricordati di Alcibiade! (_ricade e muore_)

TIMAND. (_con angoscia e pianto, china sul cadavere_) Alcibiade! Alcibiade! (_d’improvviso con accento disperato_) Tornare ad Atene?! E che cosa è Atene, lui morto, per me?! Cimoto! (_con voce di risoluzione cupa_) A me gli unguenti e gli aromi! (_aggiusta la ghirlanda sul capo di Alcibiade e gli compone e ravvia amorosamente le chiome_) Dea sotterranea che gli inviasti il sogno, ecco, io compio il tuo presagio ed il rito; abbiti dunque l’olocausto più grande di quanti fumarono a’ tuoi altari!... (_Le fiamme crescono; Timandra, pur seguitando ad adornare il cadavere, si volge a Cimoto, con voce calma_) Cimoto, vanne! Le fiamme incalzano! Ancora un istante, e non sarai più in tempo...

CIM. (_cupo_) E tu?...

TIMAND. (_senza guardar Cimoto, sempre intenta amorosamente al cadavere, con voce calma, soave, quasi di donna per dolore impazzita_) Io... io compio il sacrificio... ed infioro la vittima... Vanne! Le fiamme son qui.

CIM. Timandra, hai ben sentito ch’egli mi ha detto di non lasciarti?[553] (_si avvicina a Timandra, incrocia le braccia sul petto e le parla con voce lenta, ferma e solenne_) Dal dì che Alcibiade mi chiamava a sè, egli non offerse mai vittima ai Numi, senza che io ne avessi la mia parte. Qui si fa un sacrificio in suo onore. Sono il suo parassita. Ci resto!

(_Cimoto si ravvolge nel suo mantello, ritto e fermo, presso al cadavere e a Timandra inginocchiata. Le fiamme invadono tutta la stanza, mentre cala lentamente la tela. Quadro_)

FINE DELL’_ALCIBIADE_ E DEL VOL. V.

INDICE

Introduzione Pag. V Dedica 1 Prefazione all’edizione del 1875 3 Ai greci di Trieste 15 Alcibiade 17 Personaggi 19 Le etére 20 I parassiti 24 Classi di Atene 29 Avvertenza di Cimoto al pubblico 33 Quadro Primo 35 Quadro Secondo 78 Quadro Terzo 122 Quadro Quarto 165 Quadro Quinto 187 Quadro Sesto 224 Quadro Settimo 253 Quadro Ottavo 263 Quadro Nono 296 Quadro Decimo 306

NOTE:

[1] Qualche dì appresso Pessimista, mi scriveva dei funebri celebrati al povero amico in Milano... «Milano, 17 agosto... L’hanno calato nella fossa a destra del Cimitero.... al tuo ritorno qui faremo un pellegrinaggio insieme alla tomba del compianto _Trombone_, che lascia di sè vera eredità d’affetti... Ogni dì più si sente la sua perdita. — Che mente acuta! Che costanza indomita e buona! forse in Billia la giovane democrazia ha perduto il suo Vergniaud.»

[2] _Alcibiade, la critica e il secolo di Pericle_, lettera a Yorick figlio di Yorick, di F. Cavallotti — Milano, Rechiedei, 1874. — Farà