parte di
Prometeo![236] (_mostrando il contenuto del suo piatto_) Tutti ossi m’hai dato!...
SERVO. Ma è migliore la carne vicina all’osso...[237]
CIM. Sarà benissimo; ma pesa troppo. Già che è la migliore, mangiala tu per me. Guarda, io son discreto: m’accontento di questa... (_gli invola rapidamente dal piatto un grosso pezzo di carne, rimettendovi gli ossi_).
SERVO. Che fai? Dà qua subito, furfante... quella è la parte mia...
CIM. No, no, per Mercurio! non far complimenti... Tienla per te, quella lì è la migliore... Mangiala, mangiala per amor mio! (_si tira il piatto dinanzi e manda via il servo, che parte minacciandolo coi gesti_)
EUFR. (_dal suo posto chiamando_) Alcibiade!
ALCIB. (_dal suo letto, interrompendo il discorrere con Timandra_) Eufrosine!
EUFR. Per le Grazie te ne prego,[238] fa tacere questo nojoso di Trasillo! (_additando il convitato che gli giace accanto_) Egli mi parla sospirando come un mantice da fucina e mi minaccia della vendetta di Venere,[239] perchè non do ascolto a’ suoi sospiri. Se di sospiri potesse vivere una fanciulla, e s’ei tenessero posto delle miniere del Laurio... costui m’avrebbe fatto la più ricca di quante _etére_ sono in Atene.[240]
ALCIB. (_scherzevole_) Trasillo! Trasillo! tu pigli una via troppo lunga per riuscire con la vaga Eufrosine!
EUFR. E non sa promettermi che serti di fiori come se anticipasse gli onori al sepolcro di un morto.[241] Ma digli un po’ se si ricorda di aver giurato regalarmi[242] per le feste degli Alòi[243] un bel monile d’oro, e una veste cimbérica collo strascico e una tunica color di croco?[244]
ALCIB. Il fulgor de’ tuoi occhi e il troppo amore, vezzosa Venere bisbigliante,[245] fan perder la memoria...
EUFR. Meglio adunque che mi amasse un po’ meno!... Ma anche de’ giuramenti è lecito dimenticarsi?... Vedi!? a ciò non risponde...
CIM. Risponderò io per lui, col tragico Euripide: «_Giurò la lingua... non la mente giurò._»[246]
EUFR. Ti pigli il malanno... te... ed Euripide!
BACCH. Chi, chi, ha osato nominar Euripide?
EUFR. Cimoto!
CIM. E che male c’è? Povero Euripide! Gli voglio bene io! Gran poeta! Gran concetti!
Uom ricco, il qual non tenga in compagnia A mangiar _gratis_ tre persone almeno, In eterno perisca, e mai non sia Che ricompaja della patria in seno![247]
Che versi! che potenza! che versi! (_parla mangiando avidamente_)
BACCH. Pregherò (_a Cim._) i corvi che ti mangino,[248] se nomini ancora quel perfido diffamator delle donne![249]
CIM. Uh! uh! che collera! lo tratti ben male!
BACCH. Ma sì, per le Tesmòfore![250] difendilo anche se hai coraggio!
CIM. Che cosa ha scritto poi, in fin dei conti, delle donne?! Che sono bugiarde, adultere, lascive, traditrici, pettegole, in cui non c’è nulla di sano, grande sventura per gli uomini, maestre di iniquità, vipere, peste delle case...[251] Che Giove mi fulmini se in tutte le sue tragedie ha detto una sola parola di più!
BACCH. E ch’io non offra mai più colombe ad Afrodite, se non ti cavo gli occhi, brutto muso!... (_alzandosi minacciosa contro Cimoto che fa atto di scappare_)
ALCIB. (_trattenendola_) Pace, pace! bellissima Bacchide! E tu, Cimoto, non seguir più oltre, che hai torto. Euripide sulle donne ne ha dette dell’altre. Fu lui ad insegnare agli uomini il segreto per renderle fedeli:... non uscire il giorno di casa, senza averle chiuse sotto chiave; far cambiare di spesso le serrature agli usci, e tener cani molossi di guardia per la notte...[252]
BACCH. Quel figlio di un’erbivendola![253] Abbasso Euripide!
LAISCA. Sì, sì, abbasso Euripide!
EUFR. E le Euménidi furenti se lo portin via...
ALCIB. No, no... lasciam le Euménidi: poichè elle non amano il vino;[254] e non si parli altro di Euripide, infelicissimo già tra i poeti: poichè essere in odio alle Grazie è ben peggio che aver le Furie nemiche. Pure, non toccherebbe alle Cariti pigliarsela coi figli delle Muse...
BACCH. Già!... per l’aurea Venere![255] li rispetti molto tu i figli delle Muse!... tu che, l’anno scorso, hai fatto fischiare Aristofane...[256]
EUFR. E hai bastonato Taurea che guidava il coro nelle Nubi...[257]
TIMAND. (_seria_) Vero, Alcibiade?
ALCIB. (_vivamente_) Oh, non fu odio all’artista! fu ira del veder posto Socrate in burla! Atene non sa chi sia Socrate; ma il pessimo, l’insolente Alcibiade non mai soffrirà che in sua presenza s’insulti colui che i Numi a ragion proclamarono il miglior dei mortali...[258]
BACCH. Ah, dunque Socrate ti preme più di noi...
ALCIB. (_sorridente, appoggiando sulla parola_) Forse!...[259] Però Evio Bacco, guidatore dei cori notturni,[260] preservi in teatro i poeti da altre disgrazie, così come io qui giuro, per il giuramento grande degli Dei,[261] che Alcibiade d’ora innanzi non batterà più nessuno, fuorchè i nemici in guerra...
BACCH. No! per Aglauro![262] Ajutami a batter costui, che dice d’amarmi e fa gli occhietti ad Eufrosine... (_additando il compagno che le sta al fianco e che le parla calorosamente_)
ALCIB. Tu scherzi, vezzosa Bacchide! unghie di donna non abbisognan di ajuti. Men terribili di esse le lancie di Ettore e del Pelìde. Ma io m’accontento della gloria degli eroi di Omero... (_con esclamazione repentina di entusiasmo volgendosi a Timandra_) Oh Timandra! gli eroi d’Omero!...[263] Ettore furibondo che insegue Diomede e gli Achei... _Quello, quello_ (_con forza_) è il mio sogno!... (_recita con enfasi i versi di Omero, cercando ritornarseli a memoria_)
«Ettór venia fra i primi, e gli occhi truci «Mettean lampi e paura. E come veltro «Terribile, se insegua velocissimo «Lion fuggente od ispido cignale, «A tergo il morde, e ogni sua mossa spia, «Or le cluni addentando, ora la coscia: «Così innanzi si caccia Ettore i capo — «Chiomati Achei, sugli ultimi piombando...[264]
e... e... (_s’arresta sospeso, come frugando nella memoria_)
TIMAND. (_vivissima_) Prosegui!
ALCIB. Maledizione! non mi ricordo più... (_impazientandosi si volge agli astanti_) Chi ha un Omero? chi mi dà un Omero...
ANT. I grammatici che han scuola qui rimpetto lo avranno...
ALCIB. Chiamali!
ANT. Oh, eccoli là sulla porta!... Ehi là! Grillione! (_chiamando verso l’ingresso_) Vengono correndo! (_intanto Alcibiade passeggia vivamente su e giù per la sala masticando parole, — gli altri seguitano a discorrere_)
SCENA V.
Detti, e due GRAMMATICI.
1.º GRAMM. Salve, figlio di Clinia!
ALCIB. (_secco, impaziente_) Hai un Omero? Dallo qua...
1.º GRAMM. Oh mi rincresce, Alcibiade, non ne ho.[265]
ALCIB. (_battendolo_) Non hai Omero, e fai il maestro?
1.º GRAMM. (_dibattendosi_) Ahi! ahi!
2.º GRAMM. Io l’ho! io l’ho![266] (_interponendosi_) Calmati, Alcibiade!... Eccolo... (_gli dà un rotolo_)
ALCIB. Ah! (_calmandosi lascia andare il primo maestro che si tasta indolenzito la persona; strappa bruscamente di mano al secondo il rotolo, lo spiega, lo sfoglia e a un tratto s’arresta_) Che cosa sono queste cancellature e queste note in margine?...
2.º GRAMM. (_sporgendo dietro di lui il capo e gettando l’occhio sulle carte con aria di sussiego e compiacenza_) Ah! sono passi di Omero che ho corretto e migliorato. Là in margine vedrai le note per dimostrare i miglioramenti fatti... Già, quel buon Omero qualche volta è un po’ barbaro...
ALCIB. (_guardandolo fra sorpreso e sardonico_) Ah!
2.º GRAMM. Per esempio, quel passo dove Ettore si distacca da Andrómaca alle porte Scee, e dopo aver baciato il pargoletto Astianatte, lo restituisce alla sposa:
_Ciò detto, pose in braccio alla diletta_ _Consorte il bimbo; ella il raccolse al seno,_ _E lagrimosamente sorridea._[267]
Ma ti pare! È un controsenso! O piangere o ridere! Per essere più sicuro, io non l’ho fatta nè ridere nè piangere: e ho tagliato il passo. «_Ciò detto, andò via._» Eh? (_con aria di soddisfazione prosuntuosa_)
ALCIB. E lo reciterai così corretto nelle feste Panatenee?[268]
2.º GRAMM. Sicuro.
ALCIB. (_velatamente ironico_) E Atene non ti ha ancor dato, a te che correggi Omero, nessun ramo d’ulivo,[269] nessuna ricompensa?
2.º GRAMM. Finora nessuna...
ALCIB. È la sorte del genio! E ridi? (_sospirando e guardando con aria benevola il maestro, che ingannato sulla intenzione di lui, sorride di compiacenza_) Allora... piglia questa! sfacciato! (_Gli assesta un pajo di pugni_)
2.º GRAMM. Ajuto! ohimè!
CONVITATI. (_ridendo_) Ah! ah!
ANT. Che fai, Alcibiade? (_trattenendolo_)
ALCIB. Vendico Omero! (_i due maestri spaventati sono scappati via_) — e mostro a costui che si può ridere e piangere insieme.
TIMAND. (_alzandosi e accostandosi calma e seria ad Alcibiade_) Alcibiade?! (_Alcibiade la guarda con aria interrogativa_) Tu hai fatto scrivere sulla colonna che gli Spartani violano i giuramenti...[270] Ma gli eroi d’Omero li rispettavano! La tua azione è da spergiuro.
ALCIB. (_risentito_) Timandra!
TIMAND. Gli eroi d’Omero non inveivano contro i deboli. La tua azione non è da uomo prode... (_esclamazione di risentimento di Alcibiade; ma la fermezza severa di Timandra lo domina: Timandra gli si accosta e gli parla a voce più bassa e risoluta_) Per gli Dei! Ritorna Alcibiade! (_fa cenno ella stessa ad un servo, senza attendere la risposta di Alcibiade_) Richiama quei due! (_al servo_)... Non abbiate paura!... (_ai due maestri che rientrano paurosi, spingendosi innanzi a vicenda e cercando appiattarsi l’un dietro l’altro_) Alcibiade vuol dirvi qualcosa (_guarda fisso Alcibiade, che l’ha lasciata fare, restando silenzioso e immobile_)
ALCIB. (_riscotendosi_) Infatti! Passate dal mio maggiordomo.[271] Vi darà duecento dramme a testa...
CIM. (_interloquendo comicamente serio_...) Per farvi raggiustar le ossa...
ALCIB. (_con un’occhiata minacciosa lo fa tacere_...) Perchè vi comperiate un Omero per ciascuno...
I DUE GRAMM. (_vivissimamente_) Oh grazie...
ALCIB. (_imperiosissimo interrompendoli_) Silenzio!... (_i maestri s’avviano ad uscire, Alcibiade li richiama della voce_) Ehi! (_i maestri tornano indietro: Alcibiade soggiunge con voce imperiosa, rivolto al correttor di Omero, che precede il suo compagno_) Senza note!
2.º GRAMM. (_si inchina vivamente, e gesticola in segno di promessa e d’obbedienza: poi nell’andarsene dà sulla voce all’altro maestro che è già per uscir dalla porta, facendogli la girata del comando di Alcibiade_) Ehi! (_l’altro maestro si volge alla chiamata_) Senza note! (_esce col compagno_)
SCENA VI.
Detti, meno i GRAMMATICI.
ALCIB. (_si volge a Timandra e le stringe cordialmente la mano_) Grazie, Timandra!... (_fra sè_) (Strana donna! È curioso! Mi par di subire un fascino che non ho subito mai!...) (_Odesi in questo punto uno squillo di tromba dallo interno della scena_)
ANT. Alcibiade! la tromba! a momenti è l’ora della rassegna delle milizie[272] nel Liceo![273]
ALCIB. Or su dunque, l’ultimo calice! poichè stiam per separarci e laggiù forse ne aspetta la Parca di lunghi sonni apportatrice.[274] Si colmino le tazze, e giri nel calice dell’amicizia[275] il vino puro,[276] la ricompensa che il buon Genio ne dà...[277]
ANT. Che il marino Nettuno[278] propizii alle triremi dia i venti ed i flutti...
BACCH. E ricco di spoglie e di allori ti riconduca al Pireo! (_Un dei servi reca un cratere d’oro da cui versa per una canna d’argento il vin puro. Entran due giovinette suonatrici di flauto e di cetra inghirlandate. Intanto altri servi portano via le tavole, recano ai convitati le corone di rose e di mirto,[279] dan l’acqua alle mani, spargon di fiori e di unguenti il suolo. Portano quindi in mezzo la seconda mensa su cui vien posto il cratere del vino_)[280]
ALCIB. Al buon Genio![281] (_Alcibiade fa questa libazione, dopo aver versato una parte del licore a terra; bevuto, passa il calice a Timandra, e via di seguito in giro_)
CIM. (_quando il calice è giunto a lui_) Al ritorno di Alcibiade! Che Giove salvatore[282] lo protegga e gli dia gli anni della fenice,[283] per amor di Cimoto il parassita, il quale al suo ritorno vuol bere ancora un po’ di questo vino di Chio![284]
ALCIB. (_d’un tratto volgendosi all’udir Cimoto_) Cimoto! in Sicilia ve n’è del migliore...
CIM. (_sospirando_) Lo so.
ALCIB. E dicono che le torte di Sicilia, inventate da Gelone,[285] sono squisite...
CIM. (_mandando di nuovo un sospirone_) Infatti, me l’hanno detto... E... (_s’arresta, come chi vorrebbe domandar peritante qualche cosa_)
ALCIB. Che cosa?
CIM. E... a che distanza tirano gli archi dei Siracusani?
ALCIB. A uno stadio.[286]
CIM. Per cui... (_con gesto e volto maliziosamente interrogativo_)... a uno stadio e mezzo... (_Alcibiade lo guarda sorridente_)... due al più...?
ALCIB. Fa conto! (_Cimoto si allontana correndo per uscire_)
BACCH. Oh, Cimoto! dove corri?
CIM. Al Liceo, alla rassegna delle milizie.
BACCH. Tu? e quando ci vediamo?
CIM. (_con gravità comica_) Quando?... quando avremo conquistata la Sicilia!... (_esce con passo e portamento comicamente marziale_)
SCENA VII.
Detti, meno CIMOTO.
ALCIB. (_sorridente_) Ecco un eroe!
EUFR. Ora Alcibiade, devi compiere il rito. Su, su, la canzone del convito![287]
BACCH. La canzone di Bacco! la canzon delle etére!
TIMAND. No! quella di Armodio! la canzon degli eroi!
ALCIB. A me il ramo di mirto![288] (_tiene il ramo di mirto nell’una mano, mentre declama l’Armodio_)
Portar voglio il brando di mirto abbellito Siccome già Armodio quel giorno il portò, Ch’ei spense il tiranno, di Palla nel rito, E libera Atene dal giogo tornò! No, Armodio, tu morto non sei! Diomede Ti accolse ed Achille dal celere piè: Con lor dei beati nell’Isole hai sede, E sempre la terra favella di te![289]
(_nel proferir l’ultimo verso, Alcibiade, come improvvisamente rattristato, si interrompe, getta via il ramo di mirto, e si volge melanconico a Timandra_) Timandra, non ti pare che la terra abbia già favellato abbastanza di Armodio? Questo Armodio mi annoja...
TIMAND. A te, figlio di Clinia, il farle cambiare argomento. La Sicilia ti aspetta...
ALCIB. Oh Timandra! per compir quanto basti a vivere eterno ne’ carmi, a me manca ciò che Armodio avea... (_sospirando_) Fortunato Armodio!... Più fortunato che eroe!
TIMAND. Perchè?
ALCIB. Perchè ebbe una donna che lo amò tanto da sacrificarsi per lui.[290] Oh! quando si può essere amati così, non costa nulla l’essere grandi!
TIMAND. E amato non lo sei... tu?
ALCIB. (_serio_) No.
TIMAND. Vuol dire che non hai amato mai.
ALCIB. Timandra!... ti hanno parlato ben male di me.
TIMAND. Oh, me l’hanno detto, che, mentre amasti Teódota, in prova d’amore, vincesti per lei tre corone — poi la abbandonasti: era vanagloria, non amore; che mentre amasti Glicera, ed ella fu inferma, tu vegliasti un mese al suo letto — poi l’abbandonasti; era rimorso di coscienza, non amore...
ALCIB. E che cosa è egli dunque, per gli Dei?
TIMAND. Io... non lo so; ma tu vai in Sicilia, e là visse ad Iméra un poeta[291] che deve averlo saputo. Sempre, quando son mesta, una sua pagina antica mi ritorna nel core.
Amor non è raggio di vampa fallace Che scherza e si muta coll’Iri nel ciel: Amor non è il perfido fanciullo procace, Sleal, se combatte, — se vince, crudel. Magnanimo è Amore: non conta con boria Le povere vittime ch’ei seppe tradir: È forte, e disprezza la facil vittoria; È altero, e per vincere, disdegna mentir. Non calcola l’ore, nè i passi misura, Non veglia agli agguati composto a virtù: Non guarda, non medita, non ciarla, non giura, Va innanzi alla cieca — non cerca di più. Non narra le penne tarpate dell’ali... _Le trova_ e si libra nell’etere e va: Non piange i sognati contesi ideali... Ai sogni li strappa — viventi li fa. E anela alla gloria, bellissima stella, Ma pura, ma scevra d’ogn’empio baglior: E cerca la fronda di quercia più bella Per farne più sante le gioie del cor. È audace, ed un nulla gli mette spavento: È timido, timido, ma tutto sa osar: Mai nulla domanda, di un nulla è contento: Mai nulla promette — ma tutto sa dar.
(_Timandra dice questi ultimi versi con espressione di voce lenta, affettuosa, guardando Alcibiade che è venuto avidamente seguendola_)
ALCIB. (_avvicinatosi a Timandra le parla quasi all’orecchio, con espansione viva ed inflessione lenta, soavissima di voce_) E questo è il Dio Amore che tu adori? dev’essere ben dolce l’adorarlo con te! — (_Squillo di tromba_)
ANT. Alcibiade, il secondo squillo!... Alla rassegna! alla rassegna!
ALCIB. Maledizione! vengo...
BACCH. Alcibiade, io ho una piccola agnella tutta nera: vo’ sacrificarla alle due Dee, perchè l’anno prossimo celebriam teco il tuo ritorno e la tua vittoria...
EUFR. Ed io alla cipria Venere immolerò due candide colombe...
ALCIB. (_esitante a Timandra_) E tu... Timandra...?
TIMAND. Io...? Io ti seguo...
ALCIB. Dove?
TIMAND. In Sicilia.
ALCIB. Tu!
TIMAND. Per veder co’ miei occhi se sai fare qualcosa di meglio che battere i deboli...
ALCIB. (_con voce di rimprovero affettuoso_) Timandra!... per questo?...
TIMAND. E per recarmi ad Imera a depor teco una corona sulla tomba del mio poeta...
ALCIB. (_con iscoppio repentino di voce e di gioja interrompendola e stendendole le braccia_) Oh! per i Numi! Timandra vieni! e non ti scostar più dal mio fianco!...
ANT. (_a Tim_.) Tu sarai il genio della vittoria!
ALCIB. Che parli di vittoria?! Laggiù gli allori!... qui... non sono che un vinto!
(_In proferir queste parole accoglie nelle braccia aperte Timandra, e la stringe amorosamente al seno_.)
CALA LA TELA.
QUADRO QUARTO
_Anno_ 415 _av. l’Era Volgare_
SICILIA
Campo di battaglia sulla spiaggia tra Catania e Siracusa — Parte appartata del Campo — In fondo il mare — Escursioni.
SCENA PRIMA.
DUE SOLDATI SIRACUSANI, poi altri SOLDATI.
(_all’alzarsi della tela entrano fuggendo da parti diverse_)
1.º SOLD. (_correndo_) Di qua! di qua! Viene Alcibiade!
2.º SOLD. (_c. s._) Fuggono tutti i nostri?[292]
1.º SOLD. E alla dirotta. Tempesta Alcibiade nelle prime file. Dovunque irrompe fa strage. Niente resiste innanzi a lui. Numi! che folgore di guerra! Di qua! di qua! (_fuggono entrambi_)
ALTRI SOLDATI SIRACUSANI (_traversano sparsi la scena_) Viene Alcibiade! fuggiamo! fuggiamo! (_escono di scena fuggendo_)
SCENA II.
CIMOTO.
(_Entra armato da soldato ateniese di fanteria leggera_ — τοξότης[293] — _trafelato, sudante per il correre e la pinguedine. Si siede sur un masso, rasciugandosi il sudore_)
CIM. Auff! Gran brutto mestiere la guerra! Se non ci fosse quel po’ di gloria attaccata, non varrebbe proprio la pena di farsi alunni di Marte. Non ne posso più. Da due ore non ho preso cibo! (_cava da una bisaccia ad armacollo[294] una gallina cotta_) e non mi resta che questo avanzo di stamattina! Uff! Che mestiere! (_addenta la gallina, poi, tra una boccata e l’altra, ripete:_) Se non ci fosse quel po’ di gloria! e questo po’ di vin di Siracusa! (_cava dalla bisaccia una fiala e beve, facendo scoppiettar la lingua e assaporando_)... Che caldo! (_si ripassa la mano sulla fronte asciugandosi il sudore_) Ecco finalmente come è fatto quello che chiamano il sudor nobile! per Minerva! mi par lo stesso di quell’altro!... (_continua mangiando e parlando fra sè, tra un boccone e l’altro_) Vediamo un po’, Cimoto; tu hai lavorato per la fama, oggi; e puoi essere contento di te. Il padrone[295] ne ha compiute delle gesta, ma anche tu non hai scherzato! Già, i Numi non per niente appajano i simili co’ simili![296] Se mi vedesse la mia Filumena, che mi gridava sempre: «Va a fare il ramifero,[297] vecchio Cecropone,[298] buono a niente!» — Eh, sì! il ramifero adesso è diventato un guerriero! Ma!... chi avrebbe mai indovinato che qua dentro (_si picchia la testa_) ci fosse nascosto l’istinto della gloria! (_addenta la gallina_) E questa armatura che aria mi dà! (_si alza, si osserva da capo a piedi con compiacenza, facendo due o tre passi e piantandosi in atteggiamento marziale_) Non mi manca più che la corona di quercia del valore e la mia brava iscrizione sulle Erme...[299] ... Oh! ma l’avrò anche quella... oh! sì che l’avrò... (_a questo punto è interrotto da un forte starnuto_) Ecco la prova!... Questo starnuto di buon augurio vuol dire che gli Dei me l’assicurano...[300] e... (_sternutando di nuovo si ricopre coll’elmo il capo_) che non bisogna stare scoperti quando si è sudati... E quando torneremo ad Atene, tutti mi guarderanno a bocca aperta. — «Mira Cimoto! Come? è quello il parassita Cimoto? che faccia abbronzita! che portamento marziale!» — E io dritto, serio, marcerò in capo di fila, facendo le finte di non sentir nulla! Eh, sì, sicuro! i miei cari Chiechenei![301] Il parassita Cimoto che sotto i portici e nell’agora[302] vi facea fuggire per la paura di vedervelo venir a pranzo, adesso, invece, — oh, per Ercole! mette in fuga le falangi di Siracusa... mette in fuga... (_entrano altri soldati siracusani fuggendo e traversando la scena_).
SOLDATI SIRACUSANI. Salva chi può!
(_Cimoto lascia cadere a terra il resto di gallina e scappa precipitoso con loro._)
SCENA III.
ALCIBIADE e CIMOTO.
(_con Alcibiade entrano soldati ateniesi che traversano lo sfondo inseguendo i Siracusani_)
ALCIB. (_entra dalla parte opposta a quella da cui fugge Cimoto coi Siracusani — e vedendolo fuggire gli dà sulla voce da lontano, mentre Cimoto è già per rientrar nelle quinte_) Cimoto! Cimoto!
CIM. (_si ferma di botto udendo la voce di Alcibiade e ritorna rassicurato verso di lui, mandando un sospiro di sollievo_) Ah!... sei tu!
ALCIB. Da un quarto d’ora ti cerco. Dove correvi così?
CIM. Per Giove fuggitivo![303] inseguivo i nemici! (_corre intanto a raccattare furtivamente il resto di gallina da terra, e se lo ripone in bisaccia_) Sai che il tuo valore è contagioso e m’ha messo in corpo un ardore... Guarda come fuggono quelle lepri!... Eh! (_con gesto di minaccia verso la parte da cui fuggivano i Siracusani_) Se tu non mi chiamavi...
ALCIB. (_secco e serio_) Basta! basta! Lasciali fuggire!
CIM. Già, già... poichè lo vuoi... (_minacciando ancora del gesto nella direzione dei fuggenti_) Ma... l’han scappata bella!...
ALCIB. I nostri han già messo il campo. Va ad avvertir Nicia e Lamaco che io qui li attendo. (_Cimoto si avvia; Alcibiade lo richiama_) Aspetta!... Avvicinati. (_gli parla serio, grave, a mezza voce_) L’equipaggio della mia nave è a terra?
CIM. Sì, almeno tutti i _tranìti_. Gli _zigìti_ e i _talamj_ sono a bordo ancora.[304]
ALCIB. Dirai al piloto che subito imbarchi anche gli altri e porti la trireme al largo, pronta alla partenza. Poi mi mandi qui alla spiaggia uno schifo. (_Cimoto fa segni di stupore_) Nessuno stupore. Di là ti reca alla mia tenda ad avvertir Timandra... e se vuoi seguirmi... preparati ad imbarcarti con lei e con me.
CIM. (_sempre più attonito_) Ma...
ALCIB. (_impazientito_) Che cosa aspetti? Va.
CIM. Vado... (_osservandolo nell’allontanarsi_) Che sorta di enigma è mai questo? Dei! che faccia scura! (_esce_)
SCENA IV.
ALCIBIADE solo, poi TIMANDRA.
ALCIB. (_con voce di amarezza profonda_) La vittoria è mia... (_si cava un rotolo di sotto la tunica_) e questo è il compenso!... Dinanzi a me la Sicilia, l’Italia, Cartagine, la Grecia aperte alle mie armi e alla conquista, — dietro le mie spalle la calunnia, l’invidia codarda che mi strappano al mio sogno di gloria mentre sto per tradurlo in realtà. Combatto per rendere grande Atene... e Atene mi richiama!... Stolto! e io sognavo di essere più fortunato di Milziade, di Temistocle, di Aristide, di Cimone! Anch’essi portarono ad Atene trofei... ed Atene li ricambiò coll’esilio!... Ma essi almeno avean già condotto a termine grandi cose — la loro gloria era già assicurata — l’ostracismo non poteva che renderla più luminosa e più pura... (_con gesto e voce di rabbia stringendo il pugno_) Io... io non ho ancora fatto nulla per la fama!... È la gloria che mi si strappa! Che cosa è la patria per me senza la gloria!...[305] (_stringe e spiegazza con moto convulso fra le mani il rotolo, poi legge, con accento lento, sarcastico, amarissimo_) «PITÓNICO, DIÓCLIDE, TEUCRO TI ACCUSARONO DI AVER PROFANATO I MISTERI,[306] MUTILATE LE ERME:[307] E DI AVER SEGRETE INTELLIGENZE CON ISPARTA[308]. FOSTI DANNATO NEL CAPO E NEI BENI.[309] LA NAVE SALAMINIA[310] È SPEDITA A RICHIAMARTI SOTTO MENTITO PRETESTO. TESSALO PORTATOR DEL MESSAGGIO. PROVVEDI A’ CASI TUOI...» (_interrompendo la lettura_) Onesto Tessalo! La tua mano non poteva mancare qui dentro! O gli Dei sono ingiusti che a tuo padre, Cimone, disonorano con simile prole il sepolcro, — o tu, ombra di Cimone[311] perdonami, hai qualche colpa ignorata da espiare colla ignavia di costui!... No, no, sono ingiusti i Numi!... (_riprende a leggere, sedendo sur un masso_) «I SACERDOTI TI HANNO SCAGLIATO L’ANATEMA...»[312] (_interrompendosi di nuovo con sarcasmo_) Mestiere di questa gente! non sa far altro! «MA TEANO, LA GIOVINE SACERDOTESSA DI AGRAULO...»[313] (_ancora interrompendosi mesto_) Povera Teano!...
TIMAND. (_è entrata da qualche tempo in iscena, non vista da Alcibiade; porta la corazza sopra la tunica femminile, e l’elmo in testa, disotto al quale le sfuggono i capelli ricadendo sciolti sulle spalle: ha osservato Alcibiade per alcuni istanti con aria tra il mesto e l’affettuoso, se gli è avvicinata, e standogli dietro si china su di lui seduto e gli cinge con un braccio il collo, mentre continua ella stessa con voce affettuosa e dolce la lettura_)... LA GIOVANE SACERDOTESSA DI AGRAULO[314] RICUSÒ, DICENDO OFFICIO DELL’ALTARE BENEDIRE E NON MALEDIRE!»
ALCIB. Timandra![315]
TIMAND. (_con voce lenta, dolcissima_) Tu vedi, Alcibiade, che _non tutti_ i sacerdoti bestemmiano i Numi!... Alcibiade, fu santa la risposta di costei: compenserebbe essa sola il bando d’Atene. M’avean detto in Atene che un dì tu l’amasti, la giovane Teano...
ALCIB. Io?
TIMAND. Mi fu detto. Vi è male in questo?...
ALCIB. Fu il sogno purissimo di un’ora, nel mattino de’ miei dì. Tutta la sua storia fu... un bacio. Ci vedemmo, ci separammo. Io mossi ad Olimpia, ai grandi clamori della vita. Ella all’altare. Povero giglio! Non lo toccai. Era troppo puro per me.
TIMAND. (_con accento di rimprovero_) Sei _cortese_, Alcibiade!...
ALCIB. O Timandra, perdona! Non il cuore ti offese. Ma tu sei forte, e la tua anima è ardente come il sole di Grecia. Queste febbri, che sono la mia vita e la tua, non erano per quel gracile fiore. (_prendendole una mano, con voce affettuosa_) Era un giglio; tu la rosa superba...
TIMAND. Adulatore...
ALCIB. (_con voce mesta e commossa_) Povera Teano! Il giorno che partii, mi dissero ch’ella era inferma, e non potei salutarla. Dal suo letto di dolore si è ricordata di me. Oh, sì, Timandra, hai ragione! tutte le maledizioni sacerdotali non valgono questa unica voce d’amore! La voce d’una fanciulla pietosa... ecco tutto ciò che resta ad Alcibiade della sua aura popolare e dell’amore di Atene!
TIMAND. Alcibiade, questo scoraggiamento non è degno di te. Oggi mi hai fatto di te andar superba, quando ti vidi irrompere come leone nel folto della mischia!... Oh, eri bello, eri grande nella vittoria!... Siilo ora nella sventura!
ALCIB. (_cupo_) Grande?... Chi sa!... Timandra, ascolta. Mi ami tu sempre?
TIMAND. Lo chiedi? (_baciandolo in fronte_)
ALCIB. Ebbene, — là in Atene — te ne ricordi? — fosti tu che chiedesti di seguirmi. Oggi è Alcibiade che lo domanda a te. — Non ho vergogna di confessarlo: ma sento che con te affronterei più ardito il mio destino. Una sorda tempesta rugge qui dentro (_porta la mano alla fronte_): mille pensieri confusi vi combattono una triste battaglia. Pavento di me. Timandra, vuoi tu accompagnarmi _ovunque_ io ne vada e dividere meco la sorte?
TIMAND. Alcibiade, per la prima volta, da che ci demmo promessa d’amore, hai per me dei misteri. Mi fai temere. Che pensiero è il tuo?
ALCIB. Oh, non domande! per ora. Rispondi. Vuoi tu seguirmi?
TIMAND. Sì... e dovunque... in capo alla terra... tra le fiamme e tra le spade...[316]
ALCIB. Grazie!
TIMAND. (_terminando la frase e poggiando sulle parole_)... fin che Alcibiade sia degno di Alcibiade.
ALCIB. Più tardi, più tardi lo saprai.
TIMAND. No, no, per gli Dei Immortali, dimmi...
ALCIB. (_vivissimo_) Dirti che cosa? Che l’ora del destino di Alcibiade è suonata e la man di un codardo non la arresterà. Sali sulla mia trireme. Cimoto ha i miei ordini. Fra breve ti raggiungerò. Va, va presto! Qui giungono i capi.
TIMAND. Addio. (_si allontana pur volgendosi a guardarlo, e scrollando mestamente il capo_) Oh, tristi presagi del core!
SCENA V.
ALCIBIADE solo, poi subito LAMACO, ANTIOCO, EUFEMO, indi soldati ateniesi.
ALCIB. (_appena uscita Timandra, prorompe con voce tonante di collera_) Ora della gloria mi fuggi? Venga dunque l’ora della vendetta! (_al sopraggiunger di Lamaco e degli altri, immediatamente si padroneggia e va loro incontro colla massima calma_)
LAM. (_entrando precipitoso e impetuoso_) Salve, valoroso Alcibiade! Nicia è alle navi.[317] Ebbene, che è questo? La nave Salaminia è ancorata nel porto.
ALCIB. (_calmo_) Lo so.
LAM. E Tessalo ne è disceso...
EUF. Con un messaggio per te... del popolo...
ALCIB. (_sempre calmissimo_) Che mi richiama. Lo so.
LAM. Oggi! il giorno stesso della vittoria?
ALCIB. Appunto. E sai tu, prode Lamaco, di che sono accusato?
LAM. (_concitatissimo_) Ne corre una voce pel campo — ma non può essere vera...
ALCIB. (_c. s._) Anzi, è verissima. Sono accusato di profanazione de’ misteri e di intelligenze con Isparta.
EUF. _e_ ANT. Che?!
LAM. (_con impeto_) Ma è un’infamia questa!
ALCIB. (_colla massima calma_) Oh, buon Lamaco, sotto la vôlta del cielo vi può star questa... e delle altre! Tu sei un soldato leale e valoroso: io, più giovine, ho imparato da te come si combattono i nemici: ma io, forse, conosco gli uomini meglio di te. La tua anima generosa, che non sa cosa sia invidia, nè menzogna, usa a guardar di fronte i nemici, ignora che vi sono altri metodi di guerra, coi quali si va innanzi più presto e si vincono le battaglie più sicuramente che in campo... Impara, impara, Lamaco!... Non per niente, tu, il più vecchio, il più bravo... e il più ingenuo dei nostri capitani, sei rimasto l’ultimo in grado!
LAM. (_impetuoso_) Ma tu che conti di fare?
ALCIB. Quel ch’è naturale. Ottemperare al richiamo.
LAM. Ma qui ci son io... qui siamo in molti a difenderti...
EUF. e ANT. Sì, sì, Alcibiade!
LAM. Ed io, per gli Dei, posso costringere l’inviato a rifar la sua strada!
ANT. Se tu parti, anch’io parto...
ALCIB. No, no, amici, non fate nulla. Tu, Antioco, resta co’ tuoi. Tu, ottimo Lamaco, non far violenza all’inviato. Ti comprometteresti in faccia ad Atene. Se vittime ci hanno ad essere, basta una sola.
SOLD. ATEN. (_entrano correndo alla rinfusa_)
1.º SOLD. Alcibiade, non vogliamo che tu parta!
2.º SOLD. Se tu parti, partiamo anche noi!
LAM. Li senti?
ALCIB. (_forte ai soldati_) No, amici! In nome dell’affetto che ci lega, seguiamo tutti e ciascuno la via del dover nostro. Io provvederò alle mie difese. Voi restate alle vostre bandiere. I Numi, testimoni e campioni della mia innocenza,[318] veglieranno su me! Lasciate agli accusatori la responsabilità della loro opera — e pregate gli Dei che essa non pesi su Atene.
VOCI DEI SOLD. Viva Alcibiade!
ALCIB. Ed ora — venga l’inviato.
LAM. (_brusco e cupo_) È qui.
SCENA VI.
Detti e TESSALO.
ALCIB. (_movendogli incontro calmo e sorridente_) Salve, Tessalo! Molte cose sono cambiate, sembra, dall’ultimo dì che ci vedemmo.
TESS. Molte infatti. Alcibiade, il popolo ateniese ti prega di venire a discolparti delle accuse contenute in questo foglio. (_gli consegna un rotolo_)
ALCIB. (_sempre sorridente e calmo_) Mi prega?... Il popolo ateniese è molto cortese con me.[319]
TESS. Oh, esso spera, esso è certo che tu potrai discolparti...
ALCIB. (_con ironia sempre dissimulata_) Ah! ed è per questa certezza che mi si obbliga ad abbandonar le schiere! Anche tu, n’è vero, Tessalo, ne sei certo? E la tua parola non avrà mancato di alzarsi in mia difesa..
TESS. (_imbarazzato_) Sì..., Alcibiade...
ALCIB. Bene hai fatto, per Ercole! (_con ironia coperta_) Te ne compensino i Numi! Vedi qui che cosa mi consigliavano? Lamaco, un prode guerriero incanutito sui campi della Calcidica e del Peloponneso, dove tu, o Tessalo, non c’eri; Antioco, il leale ateniese altero della corona di quercia, guadagnata a Mantinea, dove, o Tessalo, non ti vidi; tutti costoro che oggi han rotto le coorti di Siracusa su questo campo dove, o Tessalo, giungesti un po’ tardi, — tutti costoro mi han consigliato a non partire e han messo le loro spade a mia disposizione!... Tu (_con calma ironica_) che mi consigli, o Tessalo?
TESS. (_confuso, guardandosi intorno, spaventato dalle facce scure e minacciose dei capitani e soldati_) Alcibiade...
ALCIB. (_vedendo la sua paura, lo tranquillizza con calma sardonica_) No... no... rassicurati. Io li ho sconsigliati. A Nicia ed a Làmaco ho già ceduto il comando e i miei trierarchi[320] hanno ordine di non obbedir più che a loro. Mi arrendo all’invito... e ti seguo... (_s’arresta, sospendendo la frase_)
TESS. (_rifattosi d’animo_) Nobile atto!...
ALCIB. (_completando la frase e poggiandovi sopra_) ... sulla mia nave...
TESS. (_sconcertato_) Perchè non sulla Salaminia?
ALCIB. Mi ci trovo meglio! È la mia nave il mio tribunal di Freatte![321] Tu non hai nulla in contrario, n’è vero, buon Tessalo? poichè tu non diffidi di me, tu sei certo che io mi discolperò... (_con ironia dissimulata sempre_) tu sai che non per nulla, innanzi di bandir l’accusa, avrà imprecato l’araldo a quei che ingannano i giudici...[322] Va dunque tu innanzi colla Salaminia: ti verrò dappresso sulla nave mia. Mandai per uno schifo che mi rechi a bordo... Oh, eccolo già... (_approda il palischermo_) Addio, prode Làmaco! Antioco, Eufemo compagni d’arme, addio. (_con voce profondamente commossa_) Triste il lasciarci nel dì della vittoria! Ma lo vuole Atene... Che le sue Dee venerande[323] vi siano propizie... Addio... (_Capi e soldati gli fan ressa intorno per istringergli la mano, con tacito dolore; imbarazzo e rabbia di Tessalo, per forza dissimulata in silenzio_)
LAM. Non addio! A rivederci, prode Alcibiade!
ALCIB. Chi sa?... Domandalo al Fato... e a costui. (_Addita Tessalo: stringe la mano ad altri; poi si avvia allo schifo e vi si imbarca. Ritto poi, in atteggiamento fiero, sulla poppa del palischermo, si volge di nuovo agli astanti e chiama ad alta voce_) Tessalo!
TESS. (_facendo un passo verso lui_) Alcibiade!
ALCIB. Guarda l’orizzonte! Vola un’aquila a sinistra[324] e sta per sorgere in cielo il Toro.[325] (_con voce tonante, terribile_) Bada a te! Minaccia tempesta!... Ateniesi! (_ai soldati_) Alcibiade offerse la sua vita a voi e ad Atene, non agli indegni che tradiscono Atene e voi! Tessalo ha le parole di miele sulla sua bocca, e il decreto di morte contro di me nella sua clamide.
MOLTI SOLD. Che?! (_esclamazioni, moti di collera e di indignazione di Lamaco ed altri_)
ALCIB. (_continuando colla stessa voce tonante, rivolto a Tessalo_) Tessalo, il giorno che partimmo era il dì delle Adonie, ed erano infausti (_beffardo_) quel giorno gli augurj! Ricordalo agli Ateniesi; e di’ a coloro i quali mi vogliono morto, che Alcibiade — per gli Dei! — MOSTRERÀ LORO DI ESSERE VIVO![326] (_parte sulla navicella_)[327]
SCENA VII.
Detti, meno ALCIBIADE.
TESS. (_riscotendosi alle ultime parole di Alcibiade_) Egli fugge e minaccia! In nome d’Atene, si insegua il ribelle! Si insegua per i Numi!
LAM. (_brusco e risoluto, fermandolo per il petto_) I Numi? han fatto anche troppo col darti questa toga che ti protegge. Prega Crateide,[328] non ti colga di peggio!... (_a voce sorda, risolutissima, di minaccia_) — e sta zitto! Se fai una parola o un passo di più... parola di Lamaco... la toga ti vuol servir poco. (_Tessalo rimane immobile, spaventato dalle parole e dall’accento risoluto di Lamaco e dal contegno minaccioso dei soldati. Quadro_)
CALA LA TELA.
QUADRO QUINTO
_Anno 412 av. l’Era Volgare. (1. dell’Olimpiade 92.ª — 19.º della guerra del Peloponneso) Exagineto agrigentino vinse il premio ad Olimpia._
SPARTA
Abitazione di Alcibiade. Stanza semplicemente e poveramente arredata. Il soffitto a travi greggie: due porte rozzamente lavorate a sega, una d’uscita nello sfondo, ed una interna a destra.[329] In un angolo per terra un giaciglio o strame di foglie, di giunchi e di canne (στιβὰς).[330] In un altro angolo qualche anfora e qualche ciotola laconica da bere (κώθων).[331] Alla parete armi appese (aste, elmo e scudo). Qualche sedile e un tavolo con sopravi papiri, tavolette e stili per iscrivere.
SCENA PRIMA.
CIMOTO, CINÈSIA spartano.
(_Cimoto entra infuriato e incollerito parlando con Cinesia_)
CIM. Non son Cimoto, s’io nol mando a pascer cornacchie[332] quel tristissimo mariuolo! più ladro di Euribate![333]
CIN. O come l’è stata?
CIM. Tornavo dalla provvista, lungo la via di Ercole, quando innanzi al Platanisto[334] mi imbatto in quel briccone di Gilippo tuo nipote. — «Buon dì, Cimoto! cos’hai lì dentro? — Un po’ di silfio,[335] di _maza_,[336] e una coscia di montone. — » E il tristaccio guardava la bisaccia con certe occhiate lunghe, amorose, come adocchiasse i tonni.[337] Poi mi si mette a discorrere e m’accompagna per via; qui presso, mi saluta e se ne va. M’avea preso dalla bisaccia il montone... e messovi invece un sasso. Lo scellerato! il ladro!
CIN. Eh via! calma! dillo al Pedònomo,[338] e agli Efori,[339] che ti faran rendere la roba o l’indennizzo, e lo castigheranno colle verghe all’altar di Diana Ortia...[340]
CIM. Lo castigheranno, dici? Mi renderan la roba? Proprio?...
CIN. Sicuro. Ma come ha fatto a levartela? Non era chiusa la bisaccia?
CIM. E a doppio giro di corda!
CIN. O in che maniera l’ha aperta?
CIM. È quello che non so...
CIN. (_mostrando sorpresa_) Ma dunque non l’hai visto sull’atto...?
CIM. To’ sentine un altra! Che sì, se lo vedevo, voleva star fresco!
CIN. (_indifferente, stringendosi nelle spalle_) Oh, allora è un altro affare.
CIM. (_sorpreso_) Come? un altro affare?
CIN. Certo. Non se ne fa più nulla.
CIM. E perchè non se ne fa più nulla?
CIN. Perchè tutto è in piena regola.
CIM. (_con interrogazione comica di sorpresa_) Eh...? cos’hai detto?...
CIN. Che tutto è in piena regola, (_tranquillissimo come chi dice la cosa più naturale_) T’ha rubato e non ti sei accorto. La roba è ben rubata. È una legge di Licurgo! E approvata dall’oracolo!...[341]
CIM. (_dapprima sbalordito, poi si avvicina con serietà comica a Cinesia_) Ah!... qui, da voi altri..., c’è la legge che assolve i ladri?
CIN. (_coll’accento di chi dice cosa ovvia, naturalissima_) Quando rubano bene. E li castiga colle verghe[342] e li obbliga a restituire, se si lascian cogliere sul fatto. Così si abituano i giovani ad essere svelti...
CIM. (_con accento comico_) Capisco!... E dimmi: era un onest’uomo... pare... questo vostro... Licurgo?
CIN. Se era! Per i Dioscuri![343] Il fior degli onest’uomini. Tutte le leggi nostre più giuste, più savie, le ha fatte lui...
CIM. Oh Minerva Poliade!...[344] dove è mai venuto il mio padrone!
CIN. Via, via, non pensar altro a Gilippo; e dimmi: Alcibiade verrà presto oggi a casa?
CIM. (_comicamente brusco_) Non lo so, — concittadino di Licurgo!
CIN. Eppure ho bisogno di saperlo.... (_contraffacendo la voce a Cimoto_), concittadino di Solone! Io fui ospite in Atene d’Alcibiade quand’era nostro prosséno,[345] ed oggi ho bisogno di lui che mi raccomandi agli Efori per certo affar mio. Dopo le ultime sue vittorie contro Atene, val più in Isparta una parola sua[346] che una parola dei re! Per Castore! è un gran brav’uomo il tuo padrone!
CIM. Bella novità! da noi non si ruba...[347]
CIN. Che in larga scala — lo so. E quelli che non rubano, come Alcibiade, si condannano e si caccian via. Ma questo non c’entra. Alcibiade ha rialzato la fortuna di Sparta — e Sparta lo acclama. Tutti gli vogliono bene: e le donne per via gli lasciano gli occhi dietro... Sóstrata, la bellissima moglie di Stimodóro, ieri raggiava d’orgoglio perchè Alcibiade passando aveva fatto un bacio al piccolo Leógora, il figliuolo suo e di Filurgo...
CIM. Come! come? quella bella giovane bionda è già maritata in seconde nozze...?
CIN. Oibò! Stimodόro vive ancora, e Filurgo non è suo marito.
CIM. O come è dunque?
CIN. È semplicissima. Nicodìce, la moglie di Filurgo, è sterile e vive divisa da lui: ora Filurgo, bramando aver prole, ed onorata, ricorse alla moglie di Stimodóro...
CIM. (_con aria comica, mostrando aver capito_) Ah!... e Stimodóro... senza saperlo... (_ride con aria furbesca d’intelligenza e fa a Cinesia il segno delle corna_)
CIN. (_coll’accento più naturale e indifferente_) Che! che! Ha domandato a Stimodóro il permesso.
CIM. (_sorpreso e scandalizzato_) Ma... dunque... è anche... contento! Tò! Io che credevo quello Stimodóro una persona così rispettabile...
CIN. Anzi rispettabilissima...
CIM. E cede la moglie a Filurgo...?
CIN. In prestito, perchè Filurgo non resti senza eredi onorati. Un servizio tra amici. Che male c’è in questo? È una legge di Licurgo.[348]
CIM. (_dà uno sbalzo per lo stupore_) Eh...? (_fra sè_) (E la mia Filumena voleva la portassi a Sparta!)
CIN. Ma sicuro! Eh, le donne non sono qui da noi quel che lassù, da voi altri, ad Atene. Licurgo, sì, ne ha fatto quello che la donna deve essere. Voi altre le adoperate per arredi della casa; noi ne facciamo delle madri di Spartani. Le vostre, rinchiuse da piccole,[349] vengono su marmottine, non ad altro istrutte che a far di cucina, sorvegliar le guattere, lavorar di conocchia e di telaio: sicchè per iscambiare due parole di proposito, vi bisogna andar fra le cortigiane; e imprecate il rigor delle leggi che vi obbligano a dormir colla moglie almeno tre volte al mese![350] Intanto, la malizia del sesso, le vostre pudibonde verginelle la impiegano a fare in privato quel che non possono in pubblico: e mentre le castigate se appena si mostrino la rara volta per via non vestite con tutta la decenza, nel fondo de’ ginecei le si danno a lascivie di ogni sorta, che solo Venere Pandemia[351] le sa. Le nostre, da giovinette, danzano nude, cantano nude in pubblico, in cospetto degli uomini:[352] e crescono più caste e più virtuose delle vostre. Le van libere in giro, si mischiano cogli uomini, attendono ai loro stessi esercizii, alla corsa, alla lotta;[353] e lascian la conocchia alle serve e s’intendon di studj e di affari dello Stato.[354] Voi custodite ad Atene le mogli vostre con sigilli, chiavistelli, chiavi segrete di Laconia e cani molossi per far paura ai drudi:[355] ed elle si vendicano, giocando di furberia per tirarseli in casa:[356] e si ungono d’aglio perchè il marito non pigli sospetto quando torna dalla guardia delle mura e regalan le carni alle mezzane nelle feste Apaturie,[357] dicendo che il gatto le ha portate via. Se poi la moglie è savia, e dolce e casta, e si porta da brava la casa sulle spalle come le lumache, e ama il marito, e non brama farsi veder che da lui, — allora il marito ringrazia gli Dei che gli han dato una moglie così virtuosa... e sbadigliando va da un’etéra a cacciar la noia del matrimonio. Qui i mariti, invece di annoiarsi, cercano al matrimonio le illusioni e la voluttà del primo amore: perchè Licurgo nostro ha provveduto che la luna di miele non la consumin da ingordi: e colle spose non ponno ritrovarsi che di nascosto, e di sotterfugio, e soltanto allo scuro.[358] Ma dei figli delle donne vostre, per un che si chiama Alcibiade, cento si chiamano Clistene, il damerino:[359] i figli delle nostre... (_con accento di orgoglio e gravità_) si chiamano tutti — Leonida!
CIM. Leonida? già! già! (_fa colle dita il gesto mimico di chi ruba_) Hai finito? E con questa parlantina sei di Laconia tu — e stai a Sparta?
CIN. Sono di Sparta — ma fui un pezzo ad Atene. E Alcibiade ancora non giunge...
CIM. Sai quel ch’hai a fare? là ci son le tavolette.[360] Lasciagli scritto quel che vuoi — e torna più tardi...
CIN. Grazie, Cimoto! Perchè infatti il tempo corre ed oggi ho a far sacrificio[361] (_mostrando una focaccia che ha portato con sè_) e ho ancora questa focaccia[362] a portar via.
CIM. Bene dunque: va là — e scrivi.
CIN. (_depone la focaccia: va ad un tavolo ove son tavolette da scrivere, ne prende una, e postasela sulle ginocchia, vi scrive collo stilo, voltando le spalle a Cimoto_)
CIM. (_appressandosi alla focaccia — fra sè_) Che bella focaccia!... (_la guarda con aria golosa; poi data un’occhiata a Cinesia che scrive, non visto da lui, ne addenta e mangia un pezzo, e mostra alle smorfie di trovarla assai di suo gusto; poi, ad un tratto, come venutagli un’idea, prende rapidamente la focaccia, e va in punta di piedi a nasconderla. — Cinesia, finito di scrivere, si alza_)
CIN. A te mi raccomando — che appena giunge la legga. (_gli dà la tavoletta_)
CIM. Fidati a me... E adesso tu vai a far sacrificio?
CIN. Sì. Dalla leggiadra Làmpito, la moglie del vecchio Smicinzione. Che cara donna!
CIM. Ah! già! capisco! (_ridendo furbescamente_) Anche tu sei di quelli che hanno chiesto il permesso...
CIN. Io? tutt’altro. Il vecchio vuol mangiarmi tutte le volte che mi vede...
CIM. E allora?... (_sconcertato_)
CIN. (_con far naturalissimo_) E allora... siccome il vecchio ha sessanta inverni suonati, e la vaga Làmpito non ha che venti primavere — e siccome qui le donne hanno anzitutto ad esser madri, — così il vecchio è _obbligato_ a consentire che ella abbia da un giovane dei figli robusti...
CIM. Che restano del giovane?
CIN. Cioè no, del vecchio.
CIM. (_sempre più sorpreso_) Per obbligo?
CIN. Certo. E quindi, se non foss’io, sarebbe un altro.[363] Così i vecchi, da noi, ci pensano due volte prima di legare alla loro vita acciaccosa dei fiori sbucciati appena; e se lo fanno, i poveri fiori non restan sacrificati.
CIM. Bravo! dimmi... anche questa è... una legge di...
CIN. Licurgo! s’intende.
CIM. (_con vivacità beffarda_) Ma era una perla questo vostro Licurgo!
CIN. E che perla!... Oh, addio! me ne vado... (_nello andarsene va a riprender la focaccia dove l’ha posta, e la cerca_) Dov’è la mia focaccia?
CIM. (_facendo lo gnorri_) Che focaccia?
CIN. Quella pel sacrificio, che era qui.
CIM. Io non l’ho vista.
CIN. (_insistente_) Ma era qui.
CIM. E allora il gatto l’avrà portata via.
CIN. (_incollerito_) Sei tu il gatto!...
CIM. Come puoi dirlo? M’hai visto forse?
CIN. Qui non c’eri che tu.
CIM. (_insistendo e poggiando sulla parola_) M’hai visto?
CIN. O rendila o ti farò flagellare!
CIM. (_con sussiego comico_) Dà retta a me. Non farne nulla. Sta alla legge di Licurgo. Era un onest’uomo sai... Licurgo!
CIN. (_inviperito_) Mariuolo!
CIM. (_beffardo_) Che perla quel Licurgo! che perla!...
CIN. Per Castore![364] me la pagherai! (_va via incollerito minacciando, mentre Cimoto dà in risate_)
SCENA II.
CIMOTO solo.
(_va a riprendere la focaccia dal ripostiglio ove l’ha nascosta_)
CIM. Ancora, ancora, di tutte le leggi di Licurgo questa passa... ma le altre! Puh!... E Alcibiade servir questa gente! E far quella vita che fa! un uomo come lui, avvezzo a tutte le delicatezze del lusso! vestir come costoro, dormir come costoro, mangiar le porcherie che mangiano costoro![365] per me, già, non ho potuto ancora farci lo stomaco!... (_mangia qualche boccone della focaccia_) da che son qui, è il primo boccone da galantuomo che mando giù...: e lo devo a Licurgo. Che Giove gli perdoni tutte quelle altre stramberie! È vero (_mangiando_) che questo boccone era destinato per gli Dei... ma già, invece degli Dei, se lo mangiavano i sacerdoti... dunque è meglio che lo mangi io. Per quel bene, che han fatto i sacerdoti al mio padrone!... Povero padrone! Da ieri che è tornato dalla flotta, tutti gli fan festa! ma egli è tutt’altro che allegro!... L’abbandono di Timandra lo ha reso ben triste! (_va a riporre il resto della focaccia_) Questo glielo voglio metter via per lui... se pure lo mangierà: è diventato tanto sobrio! e vuole che lo sia anch’io!... Qui tutti sono sobrii... e un dì sì, un dì no, si patisce la fame di quei di Melo.[366] Non ci sono che i due re che stiano bene!... (_mentre parla seguita a far qualche cosa: riporre oggetti, metter ordine alla stanza, ecc._) Oh, i re, quelli sì!... loro qui hanno doppia razione, e su ogni scrofa che partorisce un porcellino da latte è per i re!...[367] Oh quelli sì!... Eh, (_sospirando_) quei di Atene erano tempi! Se non era quel briccone di Tèssalo e compagnia!... Il bel servigio che han reso ad Atene col farle nemico Alcibiade! Quarantamila uomini e duecentoquaranta navi perdute in Sicilia; il bravo Làmaco morto in campo, Nicia e Demostene presi e giustiziati, l’Attica invasa e mezze le isole perdute!...[368] Bel guadagno! Pensar tutti quei poveri ragazzi lì ad ingrassare i corvi dell’Etna o a marcir di stenti e di fame in fondo alle Latómie![369] Povera gente! (_intenerito, asciugando col dorso della mano una lagrima_) Per essere giusti, a dirla qui, il padrone s’è vendicato fin troppo!... infin dei conti, Atene è il suo paese!... ma già, gliene han fatte tante!... trattarlo in quel modo... proprio il dì della sua vittoria!... Basta, il tempo è galantuomo... (_da qualche momento Cimoto ha smesso di lavorare, e s’è piantato a chiacchierar tra sè, sul davanti della scena: ma a quest’ultima riflessione si riscuote_)... e tu, Cimoto, il tempo lo stai qui a perdere... e Alcibiade (_guardando fuori_) è qui che arriva... (_pone in assetto in furia alcune cose, e va incontro ad Alcibiade_) Uh! che faccia scura! pare abbia visto il lupo!...[370]
SCENA III.
CIMOTO e ALCIBIADE.
(Alcibiade entra vestito da capitano lacedemone)[371]
CIM. Salve, Alcibiade! dacchè s’è saputo il tuo ritorno dalla flotta, qui l’è una processione di gente. Anche or ora fu qui un tal Cinesia, tuo ospite antico. Lasciò per te questo scritto.
ALCIB. (_presa la tavoletta, letta e depostala — con accento serio ed asciutto_) Fra poco verrà alcun degli Efori e Bràsida. Fuor di essi, rimanda chicchessia.
CIM. Alcibiade!
ALCIB. Che c’è?
CIM. (_appressandosegli con voce affettuosa e insinuante e presentandogli il resto della focaccia_) Tu non mangi mai altro che maza e zuppa nera. Se oggi hai molto a discorrere, piglia un po’ di questa che ti ristorerà.
ALCIB. (_brusco e severo_) Porta via!... E sempre non pensi che a ghiottonerie! Non ti vergogni di ingrassare a quel modo?
CIM. (_sorpreso, mortificato_) O che colpa n’ho io?
ALCIB. (_severo_) Ma lo sai che la pinguedine è punita a Sparta?...[372]
CIM. (_sempre più scandalizzato_) Come?!... è punito il diventar grassi? (_fra sè_) (Questa legge di Licurgo poi non la sapevo!) Ma... ma io...
ALCIB. Ma tu ingrassi, ti dico! (_minaccioso_) Bada a te!... Va...
CIM. Vado... (_fra sè allontanandosi_) Anche questa! Proibito diventar grassi! Perchè lui, Licurgo, sarà stato magro come uno struzzo! O Minerva Antesignana![373] dove siam mai capitati! (_va via esclamando e borbottando_)
SCENA IV.
ALCIBIADE solo, poi ENDIO, éforo.
ALCIB. (_solo, cogitabondo_) Eccomi ben presto di ritorno!... Città prese, battaglie vinte! vittorie cadmée![374] Ne reco molti a Sparta di allori... (_pausa, indi con voce lenta, amarissima_) di quelli che non piacciono a Timandra!... Perfino agli omicidi dalla patria banditi vuole la patria concesso nel loro esilio il riposo, e perseguitarli divieta:[375] che cosa è dunque che mi perseguita qui? (_si porta la mano al cuore e rimane lungamente e cupamente assorto: entra Endio_)
END. Buon dì, Alcibiade!
ALCIB. Salve, Endio!
END. Gli efori e il Senato di Sparta si adunan domani a udir da te il racconto degli ultimi fatti di guerra e deliberare sulle ricompense. Venni ad avvisartene.
ALCIB. Grazie. Domani Sparta saprà da me che ad Alcibiade è sufficiente compenso non avere smentita la fiducia posta in lui. Quanto al racconto de’ miei fatti sarà breve: Chio, Clazomene, Policna, Lèbedo, Ero, e Tèo, e Milèto ritolte ad Atene: la flotta ateniese messa in fuga da Chio a Samo:[376] conchiusa ai danni di Atene l’alleanza difensiva ed offensiva tra Sparta ed il re.[377]
END. Di già?
ALCIB. (_secco_) Di già.
END. E la scitála[378] che ti spedimmo colle istruzioni intorno ai patti?
ALCIB. (_sempre secco nel discorrere_) Arrivò tardi. I patti dell’alleanza eran già conchiusi, e... migliori che voi non domandaste. Alcibiade fa gli affari di Sparta meglio che Sparta non chieda.
END. (_fissandolo serio in volto_) Sei ben superbo, Alcibiade!
ALCIB. A te. (_gli consegna un papiro arrotolato_)
END. (_continuando a fissarlo, prende lentamente da lui il papiro, lo spiega, lo legge — e dà in segni improvvisi di sorpresa e soddisfazione_) E questo è il trattato che presenterai domani agli efori[379] e all’assemblea?[380]
ALCIB. (_senza dir parola s’inchina e riprende il rotolo dalle mani di Endio_)
END. Sparta può essere contenta di te.
ALCIB. (_asciutto, con fierezza_) Lo credo! Un tempo, anche Atene lo fu!
END. E la flotta fenicia?
ALCIB. L’ho fatta avanzare già sino ad Aspendo. Là attende un mio avviso per procedere oltre e venirsi a congiungere colle navi nostre in Milèto. Oggi stesso, per mezzo di Brásida, lo spedisco da qui. Al mio ritorno, subito dopo il plenilunio,[381] le flotte congiunte faran impeto contro Samo — e in breve avrò finita la guerra.
END. (_calmo, senza troppa espansione_) Gli Dei salvatori facciano vero l’augurio! e Sparta ti proclamerà suo cittadino, come già fosti suo ospite. Addio.
ALCIB. (_vivamente, trasalendo_) Cittadino di Sparta?!... (_con amarezza profonda_) È un bel compenso!
END. Ti offende il titolo?[382]
ALCIB. Oh no. (_mesto, reprimendo un sospiro_) Penso alla fortuna degli eventi — e a ciò che questo titolo significava un giorno per me. Addio. (_Endio si allontana: quand’egli è sulla porta, Alcibiade, che è immerso in meditazione cupa, si riscuote d’un tratto e lo richiama indietro_) Endio!
END. (_si sofferma sulla soglia, serio, senza dir parola, con aria interrogativa_)
ALCIB. Te ne vai?
END. (_asciutto_) T’ho salutato.
ALCIB. (_sottolineando le parole_) Sei freddo — oggi.
END. Io? che vuoi dire?
ALCIB. (_andando vivamente a lui, gli si pianta di fronte e gli stende la mano per prendergli la sua_) Endio!... che pensi tu di me?
END. (_freddo, ritirando la propria mano_) Che sei un valente capitano. Addio. (_esce_)
SCENA V.
ALCIBIADE solo, poi CIMOTO.
ALCIB. (_partito Endio, rimane alcuni istanti immobile, cupo, cogitabondo_) Un valente capitano?... Che ha inteso dire costui?... Questa parola che era per me un giorno il più bel sogno di gloria, potrebbe ella forse (_a voce lenta_) sulla bocca di un uomo suonare anche insulto? La gloria e il disonore avrebbero confuso, scambiato i loro nomi?... Un... valente... capitano? (_dopo sillabata lentamente, come ponderandola fra sè, questa frase, rompe in iscoppio repentino di voce e d’ira_) Ma mi disprezza costui! Per i Numi! Questo spartano sarebbe forse così superbo perchè egli ha una patria? ma questa sua patria son _io_ che glie l’ho fatta grande — e che domani posso ancora ridurla quel che era or fa un anno!... ed egli lo sa! (_dopo una pausa, calmandosi alquanto, e passeggiando su e giù meditabondo_) La mia mente ombrosa, malata, si crea sempre intorno inutili sospetti!... Egli anzi fu cortese con me... Disse che Sparta m’avrebbe fatto suo cittadino... essa non farebbe suo cittadino un uomo che disprezza!... (_pausa_) Ma... e se nulla di spregevole è in me, perchè Timandra mi ha abbandonato? Ella mi amava! «_Ti seguirò dovunque in capo alla terra, fino a che Alcibiade sia degno di Alcibiade!_...» È un anno che servo Sparta (_sempre più meditabondo_) ed è un anno che Timandra mi lasciò!... Non dovevo io dunque vendicarmi? Non fui io vittima della più nera ingratitudine de’ miei concittadini? E coloro che mi condannavano, mentre io conquistavo Catania, non ora ad Atene comandano? Essi, essi sono i veri nemici di Atene![383] Io proscritto non vado contro una patria ancor mia, ma tento riacquistare quella che mia più non è.[384] Che disonore in questo? (_riscotendosi_) Se Timandra mi lasciò... ebbene... ebbe torto! Cimoto...!
CIM. (_entrando alla chiamata_) Alcibiade?
ALCIB. (_prendendolo vivamente per una mano_) N’è vero che ebbe torto di lasciarmi, Timandra?... perchè io non vorrei vivere se fossi un vile... io _non lo sono_ un vile...[385]
CIM. E chi lo disse?
ALCIB. Chi? Nessuno! per gli Dei!... E nemmeno tu... n’è vero?
CIM. Io?... Che ti salta in mente?
ALCIB. Di’, Cimoto furono molto ingiusti gli Ateniesi con me!...
CIM. Certo!... (_con voce di rammarico_) ma l’hanno anche pagata ben cara... fin troppo cara...
ALCIB. Tu dici? (_con ansia interrogativa_) Ma avevo ragione!
CIM. Sì... e per colpa di pochi (_con accento mesto, lagrimoso_) tanta povera gioventù, là in Sicilia...
ALCIB. (_vivamente insistendo_) Ma avevo ragione!?... (_siccome Cimoto tace, e serba l’aspetto pensieroso, intenerito, Alcibiade lo afferra e lo scrolla violentemente, gridando con impeto_) Ma dillo dunque che avevo ragione!
CIM. Ahi!
SCENA VI.
Detti e TIMANDRA, indi ALCIBIADE e TIMANDRA soli.
TIMAND. (_già da qualche momento affacciatasi velata di nero, sulla soglia, alle ultime parole d’Alcibiade si scopre il volto e lo apostrofa con voce vibrata e severa_) E che vuoi ch’egli ti risponda quello che la coscienza non risponde a te?
ALCIB. _e_ CIM. (_tutti e due con istupore_) Timandra! (_Alcibiade lascia andar Cimoto. Cimoto, a un segno imperioso di Alcibiade, si ritira ed esce_)
ALCIB. (_a Timandra affettuoso, ma imbarazzato_) Tu qui?
TIMAND. (_seria, alquanto ironica_) Giungo, sembra, importuna! I colloqui delle coscienze non amano testimoni.
ALCIB. E perchè venisti?
TIMAND. (_con voce bassa e grave, ma vibratissima_) Perchè la misura del disonore è colma ed è tempo che Alcibiade la getti lungi da sè!
ALCIB. (_cercando ricomporsi in calma risoluta_) Inutilmente allora venisti. L’Alcibiade d’Atene non è l’Alcibiade di Sparta.
TIMAND. (_con sarcasmo_) Oh, lo so, lo so! e poi, solo in vederti, lo si comprende! Lo so che dormi sulla nuda terra e bevi acqua e mangi la zuppa nera![386] Sei ben trasformato, Alcibiade! Colui che faceva meravigliare Atene delle sue mollezze e delle sue orgie, fa meravigliare oggi Sparta de’ suoi severi costumi! Lo scapestrato, l’effeminato, il dissoluto Alcibiade, è divenuto un Alcibiade sobrio, temperante, costumato, austero... Eppure... (_con forza_) eppure valeva _assai meglio_ quell’altro... perchè quello almeno era l’Alcibiade ateniese!
ALCIB. (_risentito_) Timandra!
TIMAND. Oh, hai torto di rubare alla virtù queste apparenze! Vergognati!
ALCIB. (_con crescente risentimento_) Timandra!...
TIMAND. (_incalzante, senza dargli tempo a replicare_) Sì, vergognati a tua volta, perchè mi hai fatto piangere di vergogna per te! Ah, tu credi che sia nulla, per una donna che ama, che ha consacrato ad un uomo tutti i suoi affetti, le sue gioie, i suoi dolori, la sua esistenza intera, il saper quest’uomo venduto ai nemici del suo paese; l’udire ogni giorno intorno a sè le imprecazioni al suo nome, vedersi d’intorno nella sua stessa patria le ruine che egli ha seminato, le lagrime che egli ha fatto spargere? Lo sai tu che ognuna di quelle imprecazioni ripiombava sul cuor mio, che ognuna di quelle lagrime vi scendeva come stilla rovente, che da ognuna di quelle rovine mi pareva alzarsi una voce e rinfacciarmi come delitto il mio amore — e domandarne castigo agli Dei?
ALCIB. Cessa, Timandra! Tu sai anche quello che gli Ateniesi han fatto a me.
TIMAND. Io so che nessuna ingiustizia giustifica il tradimento; ma tu giustifichi tutti i giorni l’accusa e la condanna di Atene contro di te. So che eri innocente, e che ora più non lo sei. Potevi essere Aristide — e non sei più che... Pausania! (_con iscoppio di voce_) Numi! e costui ama la gloria!
ALCIB. (_rimasto fin qui come oppresso, accasciato dalle parole di Timandra, a questo punto si riscuote e le parla con voce vibratissima_) Ma tu che mi accusi, hai tu letto qui dentro? Hai tu indovinato una sola delle tempeste che vi si scatenarono e mi trabalzarono qui? Ah! tu credevi che Alcibiade si sarebbe umilmente, docilmente rassegnato alla condanna ingiusta che lo colpiva! Che ne sai tu se la mia anima ha la docilità e la rassegnazione di quella di Aristide, per chinarsi come lui alla sentenza del primo venuto e scriverla sul coccio di mio pugno?[387] Aristide si cinse di gloria! Lo chiamarono il _giusto_! Che m’importa! se per essere _gloriosi_ bisogna essere sommessi, se per essere giusti bisogna curvar la fronte agli ingiusti, — ebbene, che la giustizia non sia più per me che una fola — e che questa gloria vada lungi da me!... Mi parlasti di Pausania![388] E sia!... (_con iscoppio di voce e di rabbia_) Pur che piangano coloro che mi offesero, ch’io muoja pure come lui! maledetto dalla patria come lui!
TIMAND. (_mutando l’accento severo di prima in accento più mite e mestissimo_) Eppure non era così, o pronipote di Ajace,[389] o figlio di Clinia, non era così che morivano i tuoi maggiori!... Là in Atene, al Ceràmico, dove dormono i morti per la patria, han posto, sai, da che fosti assente, la lapide pei morti di Coronea.[390] Fra quei morti... è tuo padre. Passavo dal Ceràmico giorni sono: e su quella lapide recente (_con voce che va man mano intenerendosi per l’emozione_) fanciulli e giovinette invocavano i Numi, e spargevano le pie libazioni; intorno vi pendevano e ciocche di capelli recisi e cento ghirlande votive;[391] e una turba commossa, riverente, si scopriva a quella pietra modesta, dove erano scritti da una