parte di
terra una quantità numerosa di Traci esperti in gettar freccie e cavalcare, ad attaccar fosse venuto il campo di Lisandro. L’effetto comprovò che Alcibiade aveva rettamente compreso il fallo commesso dagli Ateniesi...» (Cfr. anche Senof., _Ellen._, II; Corn. Nep. in _Alcib._, 8. — Diod. Sic., XIII, cap. 19).
[527] ὤς οὔν ὑπὲρ τῶν ἐσχὰτγων ὄντος τοῦ ἀγῶνοπς, poichè si ha da combattere per le ultime cose, — dice Demostene (_Cherson._, _Filipp._, IV). E l’Anelli traduce: «_Pugnar per i penati e gli altari._»
[528] Callicrátida, il navarca spartano che comandava la flotta di Sparta sconfitta dagli Ateniesi nella battaglia delle Arginuse (406 av. l’E. V.) e gloriosamente combattendo vi morì. Il pilota della sua nave lo aveva prima esortato a non impegnar la battaglia, mostrandogli che la flotta ateniese era superiore di numero; egli rifiutò dargli ascolto, reputando vergognoso fuggire in presenza del nemico. Cicerone così ne riferisce le parole: «_Lacædemonios classe amissa aliam parare posse: se fugere, sine dedecore non posse_» (Cic., _De Officiis_, _I_, 48). Senofonte le riferisce alquanto diversamente: «Rispose (Callicrátida) che _Sparta per la sua morte non riceverebbe danno alcuno, ma bensì il fuggire sarebbe ignominia per lui_ (ἤ Σπάρτη οὐδέν κάκιον οἰκεῖται, αὐτοῦ ἀποθανόντος, φεύγειν δὲ αἰσχρόν εἴναι. — Senof., _St. Ell._, I, 6; Plut., _Apoft. Lac._; Diod. Sic., XIII, c. 17).
[529] Secondo il racconto di Senofonte (_St. Ellen._, II, 1), Alcibiade non fece che suggerire ai capitani ateniesi di abbandonare il luogo deserto e malsicuro dov’erano e di ritornarsene a Sesto «dove avrebbero avuto la comodità del porto e della città, e dove avrebbero potuto aspettare al sicuro che gli Spartani si decidessero a combattere.» Il piano invece che in questa scena Alcibiade suggerisce ai capitani, si accosta, con alcune modificazioni, alla versione di Cornelio Nepote (_Alcib._, 8) e di Diodoro (XIII, c. 19). Questa versione, preferibile nel rapporto drammatico, combina anche colle parole attribuite ad Alcibiade da Plutarco (_Alcib._, 37) «_ch’egli cioè avrebbe costretto fra pochi giorni i Lacedemoni a venir, loro malgrado, ad una battaglia navale o a dover lasciare le navi_:» e non parmi tanto assurda come il Grate, e l’Houssaye sulla sua scorta, mostrano di credere, affermando come fanno (Grote, _St. della Gr._, t. XII; Houssaye, _Hist. d’Alcib._, t. II, p. 382), la impossibilità di operare in presenza della flotta di Lisandro uno sbarco di truppe sulla costa asiatica, e l’impossibilità dell’attacco diversivo di terra ferma contro le posizioni spartane di Lampsaco custodite e fortificate. Nè il Grote, nè l’Houssaye avvertono che prima di tutto se Alcibiade consigliava agli Ateniesi di scender giù fino a Sesto, egli è evidentemente di là che egli intendeva operare lo sbarco, cioè non già presso a Lampsaco, ma presso Abido, a ventun miglia e più di distanza da Lisandro e dalla sua flotta; e là dove l’angustia dello stretto rendeva lo sbarco più facile e permetteva alla flotta ateniese di proteggerlo efficacemente; in secondo luogo, che, operato lo sbarco, Lisandro non avrebbe più potuto aspettare a piacer suo, tenendosi sotto mano tutte le forze riunite, l’occasione per lui più propizia di combattere: ma sarebbe stato costretto, per respingere in terra ferma la diversione d’Alcibiade contro Lampsaco, a sguernire le navi in presenza della flotta ateniese operante di concerto; e così veniva esposto, in caso di un successo di Alcibiade dal lato di terra, a rimaner preso in mezzo e ad accettar per forza la battaglia sulle navi. Di più quella diversione di terra ferma era tutt’altro che di esito così impossibile come il Grote e l’Houssaye la riguardano; perchè il corpo d’esercito trace che Alcibiade prometteva era un rinforzo poderoso, e di truppe eccellenti; reso più poderoso dal comando di un tal condottiero; e l’impresa contro Lampsaco che Alcibiade avrebbe tentato alla testa di quel corpo non era se non la medesima che era riuscita felicemente pochi giorni prima, allo stesso Lisandro, il quale avea preso Lampsaco d’assalto, benchè fortificato e difeso ad oltranza con tutte le forze; e colla differenza che questa volta Lisandro non poteva distrarre dalla flotta ed opporre ad Alcibiade se non una parte delle proprie forze, per la difesa della città. E aggiungasi un’ultima circostanza importante: che cioè Alcibiade avrebbe operato in paese amico: perchè Lampsaco, che pure Lisandro avea preso d’assalto «_era città in lega cogli Ateniesi_» (Senof., _St. Ell._, II, 1).
[530] Cornelio Nepote e Diodoro Siculo lasciano intendere che il rifiuto dei duci di dar retta ad Alcibiade movesse in loro da un sentimento di invidia; temendo essi il prestigio di Alcibiade fra le schiere, e prevedendo che se il piano di Alcibiade riusciva, se ne sarebbe attribuito a lui tutto l’onore. «Id etsi vere dictum Philocles animadvertebat, tamen postulata facere noluit, quod sentiebat, se, Alcibiade recepto, nullius momenti apud exercitum futurum, et si quid secundi advenisset, nullam in ea re suam partem fore: contra ea, si quid adversi accidisset se unum ejus delicti futurum reum» (Corn. Nep., _Alcib._, 8; Diod. Sic., XIII, c. 19).
[531] «αύτοὶ γάρ νῦν στρατηγεῖν, οὔκ ἐκεῖνον» (Senof., _St. Ell._, II, 1).
[532] Questa parola da me qui posta in bocca ad Alcibiade riassume l’opinione che poi prevalse in Atene intorno alla disfatta di Egospótamo: molti scrittori infatti non esitarono ad accusare i capitani ateniesi di tradimento, e di aver volontariamente date le navi in preda al nemico. E sebbene l’Houssaye attribuisca questa accusa al solito vezzo dei popoli di attribuire al tradimento tutte le battaglie perdute, certo è che la leggerezza e l’inqualificabile contegno dei generali ad Egospótamo sembravano fatti apposta per giustificar quell’accusa. Demostene la formula nell’orazione della _falsa ambasceria_; così pure Lisia (_C. Alcib. min._, I, 38); e più tardi Plutarco (_Lisand._, 11); e più tardi Pausania: «Egli è certo che gli Spartani quando si batterono ad Egospótamo corruppero con doni molti officiali della flotta ateniese, e in ispecie Adimanto» (Paus., _Mess._, 17).
[533] Ateneo designa col nome di _Melissa_ il villaggio di Frigia presso il quale Alcibiade fu assassinato; e narra di aver veduto egli stesso il monumento ivi erettogli dopo la sua morte, al quale immolavasi ogni anno un bue, per ordine dell’imperatore Adriano, che fece anche porre sul monumento la statua di Alcibiade medesimo (Aten., _Deipn._, XIII, 574 f.). Aristotele dice dal suo canto che Alcibiade fu ucciso in Frigia presso il monte Elofos (_Hist. anim._, VI, 29).
[534] Dopo la disfatta di Egospótamo e la caduta di Atene, Alcibiade — narra Cornelio Nepote — non tenendosi più abbastanza sicuro ove trovavasi, passò in Asia a Farnabazo, satrapo del re di Persia: «_ma ogni suo pensiero era volto a liberar la patria:_ e vedeva ciò senza il re di Persia non potersi fare; onde avrebbe voluto renderselo amico: e ciò credeva agevolmente potergli venir fatto, quando modo avesse avuto di presentarglisi. Imperciocchè egli sapeva che Ciro fratello del re nascostamente coll’ajuto degli Spartani si apparecchiava a fargli guerra; la qual cosa se egli avesse manifestata al re, vedeva che gli sarebbe entrato molto in grazia. Mentre stava queste cose macchinando, Crizia e gli altri tiranni degli Ateniesi mandarono uomini fidati nell’Asia a Lisandro per avvertirlo che se non avesse tolto di vita Alcibiade, nulla di quanto aveva egli in Atene ordinato, sarebbe stabile rimasto. Di ciò commosso lo Spartano, fece sapere a Farnabazo che i negozj che il re aveva cogli Spartani sarebbero andati vani, se non gli avesse dato in mano Alcibiade o vivo o morto. Laonde il satrapo mandò Sisamitre e Bagoa ad ammazzare Alcibiade nel tempo che egli era in Frigia, e si avviava per portarsi dal re» (Corn. Nep. in _Alcib._, 9, 10. — Cfr. Eforo nei _Fragm. histor. graec._, framm. 126.; Plut, _Alcib._, 38, _Lisand._, 16).
[535] La _parasanga_ era misura itineraria persiana corrispondente a 30 stadj, e cioè (essendo lo stadio metri 184,26) a circa 6 chilometri e mezzo. Ventidue parasanghe, ossia circa 122 chilometri, erano la distanza, secondo il calcolo di Senofonte (_Anab._, I, 2), da Sardi capitale della Lidia al fiume Meandro, confine della Frigia, da cui non lunge è qui supposta la capanna di Alcibiade.
Aggiungo qui un cenno sulle principali misure di lunghezza fra i Greci: le quali erano il _dattilo_ o dito (metri 0,0191); il piede o 16 dattili (m. 0,3071); la _pigma_ o 18 dattili (m. 0,3409); il _pigone_ o 20 dattili (m. 0,3838); il _cubito_ (κῆχυς) o un piede e mezzo (m. 0,460); l’_orgia_, ossia 6 piedi (m. 1,8426); il _pletro_, ossia 100 piedi (m. 30,71); lo _stadio_, ossia 6 pletri o 600 piedi (m. 184,26); il _diaulo_ o 2 stadj (m. 368,52); l’_ippicon_ o 4 stadj (m. 737,04); il _dolicon_ o 12 stadj (m. 2210,12).
[536] Di quest’erba, ricordata proverbialmente fra i Greci, fa cenno Aristeneto (_Lett._, I, 10). La crisópoli, spiega nei commenti lo Tzetzes, è un’erba le cui foglie si attaccano all’oro puro e prendono il colore di quello: se l’oro non è puro, non si attaccano.
[537] Che qualcun altro si trovasse con Alcibiade al momento della sua morte, oltre a Timandra, di cui parla Plutarco, si rileva da Cornelio: «_Namque erat cum eo quidam familiaris ex Arcadia hospes, qui nunquam discedere voluerat_» (Corn. Nep., _Alcib._, 10).
[538] Uno scudo di rame levato in alto sulla cima di una picca dalle navi spartane spedite in esplorazione, fu il segnale predisposto da Lisandro per uscir colla flotta da Lampsaco e cogliere impreparata la flotta ateniese ad Egospótamo, nel momento che la maggior parte dei soldati ateniesi trovavasi dispersa a terra (Plutarco in _Lisandro_, 11; Senof., _St. Ell._, II, 1).
[539] I sogni _figli della Terra_, da questa prodotti per vendetta contro Apollo (che le aveva ucciso il drago custode degli oracoli di sua figlia Temide), affinchè predicessero le cose a’ mortali, in luogo degli oracoli di quel Dio. «Poi che Febo scacciò Temide figlia della Terra dai divini oracoli, il suolo generò notturni spettri, che a molti dei mortali le presenti e passate e le future cose palesavano in sogno sotto l’ombra della terra oscura. Perocchè la Terra, per vendetta della figlia, avea privato Febo dell’onor dei vaticini» (Eurip., _Ifig. Taur._, 1259 seg.). «_Veneranda Terra, madre dei sogni dalle negre ali_» la chiama altrove lo stesso Euripide (_Ecuba_, 70).
[540] Sulla nave _Paralo_, vedi quadro IV, n. 19.
[541] Circa 200 navi e tremila prigioni ateniesi caddero in mano a Lisandro per la disfatta di Egospótamo (da cui Conone appena si salvò colla _Paralo_ e con altre otto navi); tutti i prigioni furono da Lisandro condotti a Lampsaco e posti a fil di spada (Plut., _Lisand._, 11; Senof., _St. Ell._, II, 1).
[542] «Vivea per caso allora Alcibiade in un certo villaggio della Frigia, avendo seco Timandra sua concubina; ed ebbe dormendo sì fatta visione. Gli parve di avere intorno le vesti di Timandra, e che questa tenendo fra le braccia il di lui capo, gli adornasse la faccia, dipingendogliela e lisciandogliela come a una donna. Altri dicono che dormendo egli vide Mageo stesso che gli troncava la testa e il proprio suo corpo dato alle fiamme: ma tutti asseriscono che egli ebbe un tal sogno non molto prima del di lui fine» (Plut., _Alcib_., 39). «_Alcibiades quoque miserabilem exitum suum haud fallaci nocturna imagine speculatus est. Quo enim pallio amicae suae dormiens opertum se viderat, eo interfectus, et insepultus jacens, contectus est_» (Val. Massimo, I, 7. — Cfr. Cicerone, _Divin_., 2).
[543] L’importanza che da Omero in poi avevano i sogni nelle idee greche popolari intorno alla divinazione (Cfr. quadro II, n. 48) veniva pur loro attribuita dalla scuola socratica. «_A me di far questo venne imposto dal Nume e per vaticinj e per sogni e per ogni mezzo con cui per avventura altra divina sorte comandasse all’uomo di fare alcunchè_,» così esprimesi Socrate stesso, il gran maestro di Alcibiade, nell’_Apologia_, 22. Il sogno poi di Alcibiade parmi che ritrovi un riscontro assai caratteristico nel sogno che Chione, altro discepolo della stessa scuola, narra in una sua lettera a Platone: «Coi cantici di vittoria e coi premj ai vincitori destinati abbandonerò la vita, se prima di partir dal mondo avrò abbattuto la tirannide. Poichè a me i sagrificj e gli augurj e i vaticinj d’ogni sorta presagiscono la morte, dopo che avrò compiuto questa impresa. Io stesso n’ebbi una visione più chiara di quante mai sogliono apparire nei sogni. Pareami vedere una donna di forme e di statura divina, la quale cingevami di corona d’ulivo e di bende, e poi mi mostrava un bellissimo monumento, e mi diceva: _Quando avrai faticato e sarai stanco, o Chione, entra in questo monumento e riposa_. E però da questo sogno traggo lieta speranza ch’io sarò per morire di bella morte. Imperocchè nessun vaticinio dell’anima reputo essere fallace: _tu stesso_ (o Platone) _avendo ciò affermato_» (καὶ σὺ οὐτῶς ἐγινωσκες) (Chione, _Lett_., 17) — Dal suo canto Aristotele, l’altro sommo socratide, affermava: «Quando l’anima per il sonno è isolata dalla compagnia e dal contagio del corpo, allora si ricorda delle cose passate, discerne le presenti, prevede le future.» Sentenza che Cicerone ricopiò (_Divin_., I): e che Aristotele aveva trovato già in Eschilo: «_Quando dormono i sensi_ — _In chiara luce è l’anima_ — _E vede aperto de’ mortali i casi_» — (Esch., _Eumen_., 109).
[544] Così i sogni di sera come i sogni d’autunno erano ritenuti bugiardi. «_Folle! che prestò fede a un infelice sogno della sera_ (ὀνείρῳ ἐσπεριῳ), _sogno che lusinga nei tetti i miseri mortali, e per dileggio in tutto li inganna_» (Quinto Smirneo, _Paralip_., v. 133). «_Perocchè si dice che i sogni sono mal sicuri e fallaci principalmente in quei mesi nei quali cadono dagli alberi le foglie_» (Plut., _Disp_., _Conv_., VIII, 10). I quali mesi si chiamavano dai Greci con una sola parola φυλλοχόοι: primo di essi il _Pianepsione_ (ottobre-novembre). Similmente in Alcifrone: «_Ricordatomi che s’avvicina il tempo in cui le foglie degli alberi cascano, allora proprio m’avvidi che il sogno era stato fallace_» (Alcifr., _Lett_., III, 10).
Per contrario reputavansi veritieri i sogni del cuor della notte e delle ore più vicine all’alba — νυκτός αμολγὸς, _noctis conticinium_. «_E in core ella gioì, poi che sì chiaro_ — _Quel sogno erale apparso innanzi all’alba_» (Om., _Odiss_., IV, 841). «_Post mediam noctem visus quum somnia vera_» (Oraz., _Serm_., I, 10).
[545] «Hanno due porte i debili sogni, l’una fatta di corno e l’altra d’avorio. Di essi, quei che uscirono per mezzo al tagliato avorio, portando parole imperfette, lasciano le speranze deluse: quei sogni invece i quali per i lisci corni escon fuora, questi son che recano il vero» (Om., _Odiss_., XIX, v. 562). «Ingannò il dormiente l’immagine d’un sogno uscito dalle fallaci porte d’avorio» (Nonno, _Dionis_., XXXIV, v. 89). «La notte spalancava al mondo le due porte dei sogni: l’una fatta di corni, ed è la porta della verità, ond’escono le vere voci degli Iddii: l’altra è la porta dell’inganno, dei sogni inutili nutrice» (Coluto, _Ratto d’Elena_, v. 309). «Ascolta dunque il mio sogno e giudica se è uscito dalla porta d’avorio o dalla porta di corno» (Plat., _Carm_. — Cfr. Virgil., _Aeneid_., v. 894).
[546] Vedi sopra, nota 2. — Plutarco anch’egli narra come gli Ateniesi dopo la caduta della lor città rimpiangessero Alcibiade e di nuovo rivolgessero le speranze a lui: «Quando Lisandro ebbe tolta loro anche la libertà, dando la città a governare a trenta personaggi, allora lamentandosi rammemoravano i loro fatti e la loro cecità: e teneano per fallo massimo l’avere scacciato la seconda volta Alcibiade, e aver così privata la città, con maggior loro vituperio, di un forte e bel capitano. Pure nella presente calamità avevano una qualche esile speranza che del tutto non fosse per anche spacciata la repubblica degli Ateniesi, essendo ancor vivo Alcibiade. Poichè si lusingavano che non avendo egli, neppur la prima volta ch’era in esilio, voluto viversi in ozio e senza far qualche impresa, tanto meno il volesse allora: e non volesse, avendo forze bastanti, abbandonar la patria agli oltraggi dei Lacedemoni e alle violenze dei trenta tiranni. Nè era già irragionevole che il popolo volgesse in mente tal cose, quando anche quei trenta stavano per timore spiando sempre con tutta cura i suoi andamenti... Da ultimo Crizia ammoniva Lisandro... e dicevagli che quantunque gli Ateniesi mostrassero allora di stare assai placidamente e modestamente soggetti al governo oligarchico, non gli avrebbe già Alcibiade, finchè vivesse, lasciati posare giammai in una tale costituzione» (Plut., _Alcib_., 38. — Cfr. Isocr., _De Bigis_., 16).
[547] Alla corte del re di Persia si aveva bensì qualche sentore degli avvenimenti che Ciro il giovane preparava nella Lidia per quell’impresa la quale doveva immortalare i diecimila di Senofonte: ma Ciro stesso avea avuto cura di far spargere la voce che quegli armamenti fossero diretti semplicemente contro il satrapo Tisaferne (Senof., _Anab_., I, 1). Però il servizio che Alcibiade disegnava rendere al re mettendolo al chiaro dei disegni di Ciro sul trono di Persia, e offerendogli la propria spada, valeva bene il compenso degli ajuti ch’egli se ne riprometteva per la libertà della sua Atene. Ben diverso da Temistocle, che bandito riparava in Persia per offrire al re di far serva la Grecia, la figura morale di Alcibiade in quest’ultima fase della sua vita, di quanto grandeggia a confronto dell’eroe di Salamina, con cui il figlio di Clinia ebbe pure tali e tanti punti di somiglianza! — Più tardi, un altro grande Ateniese, amantissimo anch’egli della sua città, suggeriva del pari a’ suoi concittadini di ricorrere al re di Persia per proteggere e soccorrere Atene contro Filippo il Macedone. «_Spedite dunque_, diceva Demostene, _legati al re e lasciate lo stupido pregiudizio a voi tanto esiziale ch’egli sia barbaro_» (_Filipp_., IV). E il consiglio era savio nella tristezza dei tempi: ché Maratona e Platea erano già troppo lontane.
[548] Eran queste le feste _Tesmoforie_ (Θεσμοφόρια), istituite da Trittolemo (cfr. quadro IV, n. 15), o, secondo altri, da Orfeo, in onor di Cerere _Tesmofora_ o _legislatrice_. A queste feste (da non confondersi con quelle dei misteri eleusini, benchè formanti parte dello stesso culto ed ordine di riti) non assistevano se non sole donne (Arist., _Tesm_., v. 204, 257, 1150); e cioè donne oneste, matrone (ἐλεύθεραι) — di ingenua nascita (εὐγενεῖς γυναῖκες, Arist., _Tesm_., 330): vale a dire che le etére ne erano rigorosamente escluse (cfr. Iseo, _Oraz_., V). Dovevano le donne prepararsi a queste feste colla castità e astinenza più assoluta da ogni piacer carnale, per cinque giorni innanzi le medesime: al qual fine praticavano mille superstiziose mortificazioni, mettendo in letto delle piante come l’_agnus casto_ (Elian., _V_. _St_., IX, 36) per ammorzare i desiderj impuri, ecc. Indi Wieland fa scrivere da Menandro a Glicera: «_Poche matrone assistono all’arcana solennità delle Tesmoforie con una coscienza pura come la tua_.» Si celebravano le Tesmoforie in molte città greche, in ispecie a Sparta, a Tebe, a Megara, a Delo, a Mileto, ecc. Ma sopratutto Atene ne era rigida osservatrice. Qui cominciavano alli 11 di Pianepsione, ossia il mese delle _fave cotte_, e duravano sette dì. I mariti avean obbligo di sovvenire, occorrendo, alle spese delle donne per queste feste, che Alcifrone chiama _santissime_ (_Lett_., III, 39), e Aristofane «_orgie venerande delle Dee_» (_Tesm_., 1151). Soprintendeva alle medesime un sacerdote detto _stefanóforo_, assistito da vergini giovinette, allevate in rigorosa clausura a spese della città entro un recinto sacro, che diceasi il _Tesmoforio_. Nel primo dei sette giorni ascendevasi al tempio di Cerere in Eleusi, portando sul capo i libri della legge: indi era detto il dì dell’_Ascensione_ — ἄνοδος (Esich.). Il secondo e terzo erano giorni di preparazione. Nel quarto cominciavansi le solennità; avea luogo la processione dei _canestri_; i tribunali non giudicavano, e il Senato non teneva seduta (Ar., _Tesm_., 79). Il sesto era un giorno di digiuno: perciò detto νηστέια. Le donne passavano questa giornata sdrajate per terra, in commemorazione di Cerere che, nel cercar Proserpina, dal gran dolore non prese cibo. Il settimo giorno chiudevasi la festa con un sagrificio a Calligenia, — deità distinta da Cerere e da Proserpina, benchè invocata solo nella festa di queste due dee, e insiem con esse e con Plutone (_Tesm_., 306). — Al cominciar delle Tesmoforie tutti i detenuti per semplici delitti erano rimessi in libertà.
[549] _Celene_ e _Foro de’ Ceramj_, città popolose e fiorenti della Frigia, sulla via di Siria che Alcibiade dovea percorrere per recarsi a Susa: distanti la prima 28 e la seconda 42 parasanghe (secondo il calcolo di Senof., _Anab._, I, 2) dalle rive del Meandro presso cui è qui supposta l’abitazione di Alcibiade. In Celene era una reggia magnifica del re di Persia, alle sorgenti del fiume Marsia, che prese il nome dal satiro competitore di Apollo, ivi scorticato da quel Dio (Apollod., _Argon._, I, 4; Ovid., _Metam._, VI, 383 seg.).
[550] Sul coraggio nobilissimo dimostrato da Socrate in faccia ai trenta tiranni, nel tempo che durò il loro dominio in Atene, vedi Senofonte (_Memorab._, I, 2) e Platone (_Apol._, c. 20). Onde con giusto e santo orgoglio il grande filosofo potè dire di sè, innanzi ai giudici: «Anche allora — cioè in faccia ai tiranni — io mostrai di nuovo col fatto, e non a parole, che della morte io non mi curo nè punto nè poco, ma sommamente mi prendo pensiero di non far cosa nè ingiusta, nè empia. Perocchè neppur quel governo così terribile potè costringermi a commettere un’ingiustizia» (Plat., _ibid._).
[551] Plutarco, _Alcib._, 39; Cornelio Nepote, _Alcib._, 10; Giustino, _Hist. Phil._, V, 8.
[552] Mi capita sott’occhio un altro opuscolo intorno al mio povero _Alcibiade_, pubblicato ultimamente (A. Tito Persio, sull’_Alcibiade_ di F. Cavallotti — Cagliari, 1875); lavoro di critico egregio, delle cui censure cortesi non mi lamento, perchè accompagnate a molto acume critico, a molto senso dell’arte e a soda erudizione. Fra le censure trovo quella dell’aver fatto morir Alcibiade declamando dei versi, come nei melodrammi. Forse l’egregio critico li udì declamare; il vero è che Alcibiade qui nè declama, nè improvvisa; ma mormora ripetendole nell’agonia, fra le braccia di Timandra, le parole da Timandra udite nel suo primo incontro con lei (Vedi quadro III, scena ultima). A me, nella idea che mi son fatto del carattere e delle passioni di Alcibiade, a me non era parso punto inverisimile che quella reminiscenza cara e lontana avesse a visitare in quel momento la memoria del morente; e che la _gloria_ e l’_amore_, cioè le due grandi e splendide larve di tutta la sua vita, gli si affacciassero, supreme consolatrici, sul limitare della morte. Timandra è il buon genio d’Alcibiade; il cuore dell’eroe doveva ricordarlo nell’ultimo addio di quel giorno che lo ritrovava sulla via del dovere e della gloria vera, un dì additatagli da lei; indi è la coscienza serena che gli riporta dal cuore al labbro le primissime parole della donna sua, mentre l’anima sposa il ricordo di Potidea ad una ultima dichiarazione d’amore; ma non più l’amore snervante, infecondo; l’amore che purifica, che eleva e che permette finalmente al moribondo di appellarsi con orgoglio al giudizio di Socrate.
[553] La ragione drammatica, secondo me, della morte di Cimoto, l’ho accennata nella mia lettera a Yorick (pag. 97-98). Un’altra ragione morale e storica potrei accennare colle parole stesse di un critico: «Siccome la morte di Alcibiade fa evidentemente prevedere anche la fine di Timandra, chè ormai quei due non potevan esser disgiunti neppur nel sepolcro, così non avverrebbe in sostanza che una morte sola. Ma qualchedun altro finisce con Alcibiade; con lui cade irreparabilmente anche Atene; or dunque anche un cittadino ateniese deve con lui morire, e questi non potea esser altro che Cimoto» (A. T. Persio, _op. c._): — il rappresentante nato della plebe ateniese del suo tempo, al pari di lui ora avversa ed ora amica ad Alcibiade, dal costume corrotto e dall’anima non del tutto corrotta ancora, ora capace di bassezze ed ora di eroiche virtù.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. In particolare il testo greco è stato trascritto tal quale, e le varianti accentate di numerosi termini sono state mantenute. Per comodità di lettura è stato aggiunto un indice a fine volume.