parte l
’inclinazione _sensualmente artistica_ e il culto tutto proprio de’ Greci per la bellezza fisica, per la giovinezza, per la vigoria: ma che ciò nullameno l’antica civiltà greca concepiva essenzialmente in un senso elevato, come un’intima e pura corrispondenza delle anime, come un vincolo inteso a rafforzare nei giovani il valore e la virtù col cemento dell’affetto e dell’emulazione (Cfr. Plat., _Simp._, 178 e seg., _Rep._, III, 403; Senof., _Rep. Lac._, 2, 13; Plut., _Pelop._): vincolo affatto scevro da ogni idea del turpe vizio che i Greci conobbero più tardi con quel nome:
_Pudico amore che a virtù congiunto_ _D’ogni alma esser dovria dolce sospiro — _
lo chiama lo stesso Euripide, da Eschine citato (_C. Timarc_.). Vero è che questa facoltà di _astrazione_ in un sentimento di tal natura, questa facoltà di intenderlo come un sentimento puro ed etereo, in quella guisa che appare assai poco spiegabile e molto equivoca alle idee moderne, così prestava già il fianco agli epigrammi del malizioso Luciano il quale, vivendo all’epoca della corruzione romana, aveva le sue buone ragioni di esser incredulo: ma certo essa esisteva realmente nelle idee e nel costume dell’antica Grecia, se in tempi già corrotti, potè strappare a Filippo il Macedone, dinanzi ai cadaveri del battaglione degli amanti tebani, caduti eroicamente a Cheronea, la famosa apostrofe: _Maledetti coloro i quali sospetteranno che siffatti giovani potessero mai commettere o subire alcuna cosa turpe!_ (Plut., _Pelop_., 18). E certo astraevano i Greci da ogni idea d’amor turpe, allorchè celebravano come affetto sublime e glorioso l’amor di Achille e di Patroclo, di Ercole e di Jolao, di Armodio e di Aristogitone (Esch., _C. Tim_.; Plut., _Pelop_.; Plat., _Simp_., 179), e attribuivano a quell’amore la potenza di _infondere la virtù nell’animo più ignobile_, e l’amante esaltavano come _uomo divino, più ancor dell’amato, perchè pieno dello spirito di un Dio_ (θειότερον γὰρ ἐραστὴς παιδικῶν, ἔνθεος γάρ ἔστι — Plat., _ib_.). È appunto di quella distinzione fra l’amore onesto dei fanciulli e l’amor turpe che parla Callimaco (_Framm_., 107) raccomandando il primo coll’autorità di Senofonte:
«_Voi che ai fanciulli avete gli occhi ghiotti_ _Se li amaste così come vi dice_ _L’Erchio_ (Senofonte) _di amarli, la città di prodi_ _E valenti garzoni fiorirebbe_» (πόλιν κεύανδρον ἔχοιτε).
E Callicratide, commentando que’ versi nella disputa degli Amori: «Con questa intenzione o giovani accostatevi modestamente ai buoni fanciulli e _non nascondete libidini sotto falsa amicizia, ma adorando l’amore celeste,_ serbate dalla fanciullezza alla vecchiaia _puri_ e saldi i vostri affetti: quelli che così amano di nessuna disonestà la coscienza li rimorde, e dopo la morte vanno celebrati nel mondo» (Luc., _Am_., 49). Di fronte ai quali elogi dell’amor puro, appare doppiamente caratteristica la nota di infamia di cui i Greci stessi segnarono la criminosa passione del tebano re Lajo per Crisippo, stimmatizzati da Eschilo e da Euripide come i primi introduttori del vizio abominando (Cfr. Plut. in _Pelop_.).
Che poi quella distinzione, fra amore e amore, la quale a noi sembra necessariamente strana, esistesse positivamente non soltanto nelle idee, ma anco nelle leggi della Grecia antica, in ispecie dei popoli dorici, ne abbiam documenti in Cicerone, il quale attesta che fra’ Lacedemoni ogni attestato di simpatia era permesso nell’amor dei giovani, tranne lo stupro («_omnia concedunt in amore juvenum praeter stuprum_.» — Cic., _De rep_., 4, 4): e in Eliano, che afferma: «l’amore maschile a Sparta _nulla conobbe di turpe_» (αἰσχρὸν οὔκ οἴδεν. — _V. St_., III, 12); e documento ancor più irrefragabile in Senofonte: «Licurgo determinò che se un uomo per bene, acceso della bellezza di un fanciullo, bramasse farlosi amico virtuosamente, e conversar seco, si lodasse un tale affetto e si giudicasse questo costume per onoratissimo. Ma se veniva a luce che alcuno desiderasse il corpo del fanciullo, questa cosa parendogli sozza fuor di modo, ordinò che fra’ Lacedemoni gli _amanti si guardassero da usare coi fanciulli amati, non altrimenti che ne’ piaceri amorosi i padri si guardino de’ figliuoli, i fratelli dai fratelli_» (Sen., _Rep. Lac._, II. — Cfr. Elian., _V. St._, III, 10): proprio le stesse parole che Alcibiade adopera nel _Simposio_ di Platone, riguardo a’ proprj rapporti con Socrate (_Simp_., 219). Un’ultima testimonianza è in Massimo Tirio; ed è fra tutte la più notevole, perchè ritrae mirabilmente qual parte avesse in quell’affetto il senso artistico particolare dei Greci: «Non doveva uno Spartano amare un giovane che _come avrebbe amato una bella statua_, ἑρᾷν μόνον ᾤς ἀγάλματος καλοῦ. — Infine sappiamo da Plutarco e da Eliano che lo stupro fra gli amanti era a Sparta notato di perpetua infamia (Plut., _Istit. Lac_.) e punito coll’esilio e colla morte (Elian., _V. St_., III, 12).
Naturalmente, che rapporti di tal fatta tra uomo e uomo non fossero, pure in mezzo all’austerità e _sofrosine_ dorica, affatto immuni da pericolo e potessero dar luogo ad abusi, queste leggi stesse di Licurgo lo provano: troppo _tenue muro_, per dirla con Cicerone, separava il lecito dall’illecito (_tenui sane muro dissaepiunt — Lacedaemoni — id quod excipiunt_. — _De rep_., 4, 4): e Luciano, che pare la sapesse lunga, trovando che «_non è cosa piacevole star gli interi giorni con un garzone e patir le pene di Tantalo_» e che «_Amore va per una scala di cui la virtù non è che il primo gradino_,» si divertì anche a dimostrar in che modo il muro facilmente potesse essere scavalcato. Non è quindi meraviglia se fra popolazioni meno austere delle doriche, e più dedite ai piaceri, lecito ed illecito si confondessero: e dai molli climi della Lidia e della Jonia si propagasse nella Grecia in tempi posteriori la nefanda usanza che Senofonte già ne addita (_Rep. Lac_., I, c.) invalsa a’ suoi tempi fra gli Elei, e che le leggi ad Atene come a Sparta e in altre parti della Grecia vegliavano severamente a reprimere, fino a che più forte delle leggi divenne la corruzione dei costumi, foriera della conquista macedone e romana.
Ora che Socrate proseguisse d’intenso affetto Alcibiade, rilevasi senz’altro dalle numerose testimonianze di Senofonte e di Platone: e difficilmente si saprebbe, per troppo scrupolo, fare differenza fra quell’amor maschile che Licurgo (l’ideale della scuola socratica) iscriveva nelle sue leggi, che Euripide, che Callimaco, che Plutarco commendavano, e il sentimento che traeva Socrate assiduamente e _sempre_ e _in ogni luogo_, sulle peste del suo alunno, proprio come «_alla caccia della bellezza di lui_» fino al punto d’infastidirlo certe volte di quella sua assiduità (Plat., _Prim. Alc_., 104; _Protag_., 309). Ma da qui al vizio turpe che fu poi a Socrate attribuito, correa, come vedemmo, nelle idee greche la stessa distanza che dalla virtù all’infamia: ed è un fatto incontrastabile e notevolissimo che quella odiosa accusa contro Socrate non partì da nessuno dei suoi contemporanei, ma solo da scrittori di data assai posteriore, viventi in tempi di corruzione, in cui quella infamia era generalmente penetrata nei costumi. È sulla fede di poche linee del calunnioso Aristosseno (frammenti 25, 27, 28) che quell’accusa fu ciecamente riprodotta senz’esame e ben tardi da Cicerone, da Plutarco e dal caustico Luciano, il quale ci mostra Socrate nell’inferno alla caccia dei bei garzoni: e altrove scherzando sull’assicurazione di Platone, che cioè Alcibiade avesse dormito con Socrate sotto la stessa clamide come dorme un figliuolo con suo padre (Plat., _Simp_.), tentenna il capo con incredulità maliziosa e objetta malignando che «_Socrate era un amadore come ogni altro, e se Alcibiade si corcò con lui sotto la stessa coltre, non se la passò così netta_» (Luc., _Amori_). E altrove ancora: «_Socrate giurava di non far cattivi pensieri quando accostavasi ai garzoni: ma molti temevano che Socrate spergiurasse_» (Luc., _Storia vera_). Alcuni aggiunsero agli accusatori Giovenale, in causa d’un suo verso — _Inter Socraticos notissima fossa cynaedos_ (Sat., II, v. 10), — dove probabilmente, secondo molti commentatori, l’error di un copista pose _Socraticos_ invece di _Sotadicos_ — dal nome non di Socrate, ma di _Sotade_, poeta per lascivie famoso e autore di versi oscenissimi, da Suida qualificati _versus cynaedos_. Ma per l’opposto, come dissi, sta il fatto che finchè Socrate visse, e nei tempi a lui più vicini, quell’accusa non gli fu mossa da nessuno, neppure (ciò che più importa) da’ suoi stessi nemici. Nè Aristofane nelle _Nubi_, nè Melito nella sua accusa (Plat., _Apol_.; Diog. Laerz., _Socr_. — Cfr. Senof., _Apol_.) ne fanno menzione. È vero che Melito accusa Socrate di _corrompere la gioventù_ (ἄδικει δὲ καὶ τος νὲους διαφθείρων), ed anzi è da questa frase staccata che si credette poter indurre il maggior argomento a sostegno della turpe taccia. Ma quelle parole non sono se non il commento delle altre dell’accusa a cui immediatamente si legano, che cioè Socrate delinque _non credendo gli Dei che la città crede, bensì altre nuove cose demoniache_ (οὔς μὲν ἤ πόλις νομίζει θεοὺς οὔ νομίζων, ἕτερα δὲ δαιμόνια καινά) e che ciò sia, che cioè l’imputazione di Melito si riferisse puramente e solamente alla dottrina religiosa e politica di Socrate, si rileva in modo irrefragabile, a non dubitarne, dalla risposta di Socrate stesso: «Rispondi, o Melito: Come corrompo io, per tuo dire, i giovanetti? Non forse, _siccome dal tenore dell’accusa scritta_ (ὄτι κατὰ τὴν γραφὴν), insegnando a non credere i Numi che la città crede, sibbene altre cose demoniache nuove? non di’ tu _ch’egli è insegnando tai cose_ (ὄτι ταῦτα διδάσκων) ch’io li corrompo? — Mel. _Al tutto dico così_» (Plat., _Apol_., c. 14). Neppure dunque la più piccola, la più lontana allusione allo infame vizio; e sì, Melito non era l’uomo da lasciarsela sfuggire: ed è ben a credersi, che quei suoi nemici implacabili non avrebbero taciuto in simile circostanza, se appena appena fosse stato loro possibile di accusare quell’uomo, il quale erigevasi a modello di virtù e di continenza, di una impudicizia brutale che le leggi attiche, non meno in ciò rigorose delle lacedemoni, severissimamente punivano e d’interdizione da ogni pubblico ufficio e d’infamia e di morte (Eschin., _C. Tim_.; Demost., _C. Androz._; Senof., _Simp._, 8). E notisi che Eschine, nella stessa aringa in cui cita quelle leggi, non solo _nomina Socrate con elogio_, ma è il primo a confessare per proprio conto di frequentare i ginnasj e coltivare l’amor puro dei giovanetti e gloriarsene, come di «_segno d’animo gentile:_» e ricorda in proposito, a titolo di lode, gli esempj non pur di Achille fra gli antichi, ma fra gli stessi Ateniesi suoi contemporanei, di uomini liberi e bellissimi fra tutti i Greci, «_onestamente vissuti e alieni da cosa turpe_, i quali _ebbero amatori molti e modesti e niuno li vituperò mai_.» Egli è che appunto non di quell’amore si trattava nelle leggi ateniesi contro l’impudicizia: e non era già contro di esso che stava scritto: «Se un Ateniese farà oltraggio a un libero fanciullo, lo accusi ai tesmoteti chi ha in balìa il fanciullo e scriva la pena. Condannato nella persona, sia ucciso lo stesso giorno... Se un Ateniese si prostituirà non potrà esser uno degli arconti; nè fare ufficio sacro; nè giudicare col popolo; nè esercitare un magistrato, nè dentro nè fuori, nè a sorte nè per suffragio; nè andare araldo, nè dire il proprio parere; nè entrare nei pubblici templi; nè portar corona nelle feste solenni; nè andar nella piazza purificata dall’acqua lustrale. Il trasgressore di questi ordini, convinto di impudicizia, sarà punito colla morte» (Esch., _l. c_.).
È evidentemente, ripeto, impossibile lo ammettere che i nemici di Socrate, i quali lo ricercavano con tanto accanimento di condanna capitale, non pensassero ad invocare, nelle loro accuse, se appena lo avessero potuto, come Eschine ben li invocò contro Timarco, simili articoli di legge: il cui tenore è talmente esplicito, che, posti a raffronto col testo dell’accusa di Melito, la quale tace completamente di quel reato, basterebbero questi documenti soli a decidere in favore dell’innocenza di Socrate.
Solo alcune espressioni amorose nei dialoghi di Platone si presterebbero ad essere fraintese (come le fraintese di fatti Cornelio Nepote in _Alcib_.) da chi non abbia una chiara idea di quelle teorie sull’amor delle anime, su le attinenze fra la bellezza fisica e la bellezza spirituale, sull’amore inteso come il bisogno di produzione nella bellezza secondo il corpo e lo spirito, — che formano una delle parti più caratteristiche e più elevate della filosofia socratica (Senof., _Simpos_., 8; Plat., _Simp_., 209 seg.; _Fedr.; Prim. Acib_.; _Rep_., III, 403). Un bel corpo, diceva Socrate, promette sempre una bell’anima: e se questa non l’è, bisogna che sia stata negletta: indi Massimo di Tiro (_Dissert_., 9) distingue elegantemente dalla lubrica passione di cui molti antichi filosofi si macchiarono, il virtuoso affetto che Socrate portava a’ suoi discepoli, sopratutto ad Alcibiade, del quale soleva dire che egli era nato per la salvezza o lo sterminio della Grecia, secondo che nel suo spirito sarebbe prevalso il suo buono o il suo mal genio: per cui studiavasi di sviluppare in lui l’amore del bello e del buono e di distorlo cogli amorevoli rimproveri dagli eccessi di ambizione e dalle voluttà (Cfr. quadro II, nota 52). Nello stesso ordine di idee Plutarco narra come Socrate raccomandasse sovente a’ suoi discepoli di guardarsi nello specchio, affinchè se eran belli procurassero non macchiare quella bellezza con nessun vizio: se brutti, si applicassero a riparare alla bruttezza colle virtù (Diog. Laerz., _Socr._).
Che se infine da nessuno dei dialoghi di Platone si può indurre alcun fondamento alla calunnia scagliata contro Socrate — abbondano invece le positive affermazioni in contrario, e nei dialoghi stessi, e quel che più monta, negli scritti di Senofonte, fra tutti i discepoli di Socrate il più veridico e il più coscienzioso. Nessuna testimonianza più esplicita di quella che Senofonte nei _Memorabili_ (I, 2, 3) rende all’austerità dei principj e dei costumi di Socrate; e nulla di più severo ed acerbo delle rampogne con cui Socrate ivi cerca appunto distogliere Crizia dall’amore impuro di Eutidemo, di ciò svergognandolo siccome di vizio «_servile, laido, bestiale_,» e per cagion di tal vizio, paragonando Crizia _ai porci_ (_Mem_., I, 2). Di che Senofonte aggiunge che Crizia legossela al dito, e prese tal odio a Socrate, che giunto al potere se ne vendicò: per credere poi che Socrate potesse bruttarsi di un costume ch’egli non si peritava di qualificare in altri a quel modo, bisognerebbe inventare un Socrate tutto diverso da quello che la storia ci tramandò, e fare di lui il tipo del più sfacciato tra gli impostori. E leggansi ancora, se non bastasse, in Senofonte, gli altri rimproveri di Socrate a Critobulo per distoglier lui pure dall’immondo vizio (_Memor_., I, 3); e la ragione che Socrate ci dà nel _Simposio_ senofonteo dell’amor puro delle anime e dell’amor sensuale; e quello esaltare come figlio di Venere celeste, vituperar questo come _costume da servo_; lo si oda narrare come Giove di quanti mortali amò solo la bellezza fisica, li lasciò mortali com’erano, ma di quanti amò i pregi dell’anima li fece tutti immortali; e all’asserto di Agatone, che un esercito d’amanti sarebbe fortissimo, lo si oda contraddire affermando che quelli che son usi a non aversi più riguardo tra loro, non ponno arrossire di commettere viltà in faccia un dell’altro; lo si veda ammaestrar Callia a meritarsi l’amor di Autolico, studiando con qual’arte Temistocle facesse libera la Grecia, e con quale Pericle facesse grande Atene; — intendasi in Platone stesso, nel _Fedro_, la confutazione di Socrate contro Lisia intorno all’amore — e nel _Filebo_ la sua definizione della voluttà — e nel _Simposio_ la solenne testimonianza che Alcibiade gli rende, — e si converrà di averne di testimonianze, troppo più del bisogno, per concludere senz’altro alla assoluzione del più grande e virtuoso tra i filosofi antichi nel processo d’immoralità intentatogli dai posteri.
Su codesta questione dei rapporti fra Socrate ed Alcibiade, cfr. Gesner, _Socrates sanctus pederasta_; Cooper, _Life of Socrates_; Mendelshon, _Fedone_ (nella vita di Socrate); Hecker, _de Alcib. moribus_; Schweighauser, _Mores Socratis_; Houssaye, _Hist. d’Alcib_.; Wieland, _Aristippo_, ecc.
[451] Storicamente questa scena che qui vien supposta ancora nel cuor della state del 407, cioè dentro il mese immediatamente successivo al ritorno di Alcibiade in Atene, dovrebbe invece riferirsi a un sei mesi circa più tardi, cioè a Posideone di quell’anno (dicembre 407 — gennaio 406). Alcibiade partì da Atene per la nuova campagna di guerra, quattro mesi dopo il suo ritorno trionfale, cioè agli ultimi di Boedromione (ottobre) del 407: e ottobre e novembre erano scorsi nelle prime operazioni di guerra contro le isole nemiche di Andro, di Rodi, di Coo; intanto la flotta spartana erasi rannodata, sotto gli ordini di Lisandro, ad Efeso, e lì presso avvenne in dicembre la disfatta di Antioco, di cui qui si parla. Qualche settimana dopo, nel gennaio 406, Alcibiade caduto di nuovo in disgrazia, rifugiavasi in Tracia.
[452] A determinate ore di sera e di notte, negli accampamenti greci, gli ufficiali di ronda (περὶπολωι) facevano la visita del campo e dei posti delle sentinelle (φυλακαὶ). Per assicurarsi che queste non dormissero, l’uffiziale portava seco un campanello (κώδων), al suono del quale la sentinella doveva rispondere, dichiarando la parola d’ordine o di riconoscimento. Indi κωδωνίζειμ, _scampanellare_, diceasi il far la ronda. La parola d’ordine era data dallo stratego: Senofonte nell’_Anabasi_ ne ricorda parecchie, _Giove salvatore, Ercole condottiero; Giove salvatore e la Vittoria; spada e pugnale,_ ecc. Più tardi Ificrate abolì il campanello e stabilì che della parola d’ordine la prima metà fosse data dall’uffiziale, l’altra metà dalla sentinella (Senof., _Anab_., I, VI, VII; Tucid., IV; Ulpiano in _Demost_., _Parapresb_.; Arist., _Rane_, ecc.).
[453] Nózio, piccola rada dell’Jonia, tra Colofone ed Efeso, presso alla foce del Caistro e quasi rimpetto all’isola di Samo, della quale isola la flotta ateniese aveva fatto in questa campagna la base delle sue operazioni, come gli Spartani se l’erano fatta di Efeso.
[454] Senof., _St. Ellen_., 1, 5, 6; Diod. Sic., _Bibl_., XIII, 71-73; Plutarco, _Alcib_., 35; Corn. Nep., _Alcib_., 7. Essendo Alcibiade nella nuova campagna navale ancorato colla flotta nella rada di Nózio, trovavasi in grandi angustie per penuria di danaro. Mentre la flotta spartana comandata da Lisandro era fornita di tutto a larga mano dall’oro persiano, e i nocchieri della medesima toccavano quattro oboli di paga, forniti dall’erario di Ciro, quei della flotta ateniese, che a stento potevano averne tre soli, cominciavano alto a mormorare; molti disertavano; il malcontento cresceva ogni giorno; e lo Spartano, che vi faceva assegnamento, tirava in lungo a bella posta la guerra. Alcibiade ben vide che bisognava uscirne al più presto. Decise quindi una spedizione per recarsi a prelevare dalle città alleate del litorale di Jonia e di Caria il danaro che occorrevagli a pagar gli arretrati delle truppe, visitare nello stesso tempo le fortificazioni che lo stratego ateniese Trasibulo stava costruendo a Focea sul golfo ermeo e concertarsi secolui sul modo d’affrettar le operazioni. Si avviò quindi a quella volta, lasciando la cura delle navi ad Antioco, il quale era bensì, dice Plutarco, buon pilota, ma uomo inconsiderato e prosuntuoso. A costui commise espressamente di non dar battaglia in sua assenza, neppur se i nemici fossero venuti a provocarlo. Ma Antioco, trasgredito il comando, con la sua propria trireme e un’altra del corpo della flotta, s’inoltrò sin dentro il porto di Efeso, rasentando le prode delle navi nemiche, con gran petulanza tanto di fatti che di parole. Lisandro, da prima, uscì fuori con poche navi ad inseguirlo; ma vedendo gli Ateniesi venir in soccorso di Antioco con altre navi, mosse pur egli tutte le sue. Così vennero a battaglia; le navi spartane in compatta ordinanza, e le ateniesi uscenti alla sfilata fuor di Nózio una dopo l’altra e andando qua e là sparse finchè perdute quindici galere voltarono le spalle. Lisandro prese quelle navi e molti prigioni, e rimasto ucciso nella mischia Antioco stesso, drizzò in Nózio il trofeo e fe’ ritorno ad Efeso. Gli Ateniesi si ridussero a Samo. — Così Plutarco e Senofonte raccontano il fatto che originò la seconda disgrazia di Alcibiade: e del quale, come dell’altre operazioni di guerra, si modificarono qua e là in questo quadro le circostanze di luogo e di tempo, a seconda delle esigenze drammatiche.
[455] Diod. Sic., _Bibl._, XIII, 73; Plut., _Alcib._, 35; Senof., _St. Ellen._, 1, 4.
[456] È noto che Anacreonte — il cantore di Bacco e degli Amori — era nativo dell’isola di Teo, e visse lungamente alla corte di Policrate tiranno di Samo.
[457] _Libazioni della partenza:_ vedine esempio in Tucidide, nel racconto della partenza della flotta ateniese per la impresa di Sicilia: «... Come le navi furono piene della gente, lo squillo della tromba intimò silenzio e si fecero le preghiere consuete innanzi la partenza... quindi per tutta l’armata si mesceva il vino nei crateri, e i soldati non meno dei capitani libavano con tazze d’oro e di argento... Poichè ebbero cantato il peana e terminate le libazioni, salparono...» (Tucid., _Guer. Pel._, VI, 32). E in Omero, alla partenza di Telemaco: «Legati i remi ai fianchi della celere nave, incoronarono di vino puro le tazze e libarono agli Dei immortali sempreviventi, ma, sopra tutti, alla figlia occhi-azzurra di Giove» (_Odiss._ β. 430 seg. — Cfr. Virgil., _Aen._, III, 118).
[458] _Coronare la tazza_, κρατῆρα ἐπιστέφειν, diceasi il _ricolmarla fino all’orlo_: come appunto era uso di rigore nelle libazioni, perchè sarebbesi riguardato come insulto agli Dei il propinare ad essi con tazze non colme, ossia offrir libamenti che non fossero _interi e perfetti_ (τέλειον καὶ ὄλον). (Aten., XV, 674). E _coronate di vino_, ἐπιστεφέας οἴνοιο (Omer., _Odiss._ β 431 — cfr. Aten., I, 3 d.) diceansi le tazze dei libamenti, così ricolme; però che il licore sporgesse in su dell’orlo a guisa di corona. _Coronarono le tazze colme di vino puro_, στήσαντο κρητῆρας ἐπιστεφέας οἴνοιο (Om., _l. c._). — _Coronò di vino le tazze d’oro_, κρυσέους κρητῆρας ἔστεψε (Eurip., _Jon._) — «_Crateras magnos statuunt et vina coronant_» (Virg., _Aen._, I). — «_At pater Anchises magnum cratera corona — Induit implevitque mero_» (Virg., _Aen._, III). — «_Coronatus stabat et ipse calyx_» (Tibul.).
[459] Aristof., _Vespe_, 525.
[460] _Mare di Icaro_ o d’Icaria diceasi quel tratto dell’Arcipelago che si stende fra l’isole di Patmo, di Icaria e di Samo, e le coste della Caria, dalla foce del Meandro e da Mileto al golfo di Iaso e ad Alicarnasso. — Fu reso celebre dal volo di Icaro che gli diede il nome.
[461] Fu lo stratego Trasibulo, il maggior nemico che avesse Alcibiade nella flotta, che si affrettò a portar ad Atene la nuova del disastro di Nózio, e accagionandone l’incuria di Alcibiade, lo trasse di nuovo in disgrazia del popolo. Di che Plutarco scrive: «Se mai fu alcuno a cui la sua propria gloria abbia portato ruina, questi fu certo Alcibiade. Perocchè grande essendo questa sua gloria, ed essendo ei riputato pieno di coraggio e di prudenza per le belle imprese che fatte egli avea, se per sorte non ne avesse condotta alcuna a buon fine, si sospettava che ciò fosse perch’egli non vi si fosse applicato con tutta volontà, non potendo credere alcuno che egli non avesse potuto; ma tenendosi per sicuro che a lui non dovesse andar fallita veruna cosa che venisse da lui con premura intrapresa» (Plut., _Alcib._, 35). E Cornelio: «_Nihil enim eum non efficere posse ducebant. Ex quo fiebat ut omnia minus prospere gesta ejus culpae tribuerent, quum eum aut negligenter aut malitiose fecisse loquerentur: sicut tum accidit. Nam corruptum a rege cepere Cymen noluisse arguebant_» (Corn. Nep., _Alc._, 7. — Cfr. Senof., _St. Ell._, I, 4, 5; Diod. Sic., XIII, 73, 74).
[462] Ramoscello dei supplici, κετῶν ἐγχειρίδιον (Esch., _Suppl._, 22), κλαδος ικτήριος (Sof., _Ed. re_, 3), ἰκετηρία (Aristof., _Pluto_, 383), ecc. Usavano i _supplici_ (ἰκέται), ossia le persone imploranti dagli Dei o dagli uomini soccorso o compassione o grazia o asilo, siccome colpite da sventura o da persecuzioni o sbandite dalla patria, o ricercate di pena per delitti commessi, seder presso gli altari tenendo in mano un ramoscello verde di olivo o di lauro, avvolto in fascie bianche di lana. Il supplice toccava con questi rami le ginocchia del Nume o del mortale di cui implorava il favore. «Veggo nel sacro antro un uomo inviso a Dio, bruttato di sangue, _sedente in atto supplichevole, stendendo le mani, e protendendo un alto ramo di olivo, coronato di larghe fascie di lana candidissima_» (Esch., _Eum._, 40 seg.). «_Supplice degli Ateniesi, sedea presso gli altari pallido colla rossa sua veste_» (Arist., _Lisistr._, 1140). «_Io veggo uno che siederà sopra l’altare tenendo in mano il ramo dei supplici insieme coi pargoli e la moglie_» (Aristof., _Pluto_, 382 seg.). — All’ara di Minerva sull’Acropoli andarono a sedersi supplichevoli, cercando scampo, Cilone e i suoi compagni proscritti dagli Ateniesi (Tucid., I, 126. — Cfr. Omero, _Iliad._ α; Esch., _Suppl._; Eurip., _Supp., Jon, Alceste, Eracl._, ecc.).
[463] Più tardi — troppo tardi — gli Ateniesi dovevano pentirsi d’essersi un’altra volta privati della spada di Alcibiade (Plut., _Alcib._, 38). Quanto agli Spartani, essi stessi confessarono che la vittoria di Nózio era da principio in sè stessa ben poco o nulla, ma divenne _tutto_ per loro, poichè trasse seco la caduta di Alcibiade e tolse ad Atene il più formidabile de’ suoi difensori (Plut. _Lisand._, 5).
[464] Senofonte celebra i Persiani siccome severissimi contro l’ingratitudine. «Puniscono essi quel peccato per cui gli uomini si odiano l’un l’altro sommamente, senza citarsi in giudizio, che è l’_ingratitudine_: e se vengono a conoscere che alcuno, potendolo fare, non abbia mostrato prova di essere grato, gli danno aspro castigo. Perciocchè pensano che gli ingrati non fan conto nè degli Dei, nè dei parenti, nè della patria, nè degli amici» (Senof., _Ciropedia_, I, 1).
[465] I Traci, che da Teiras discendente di Giapeto furono chiamati _Teíres_ (Joseph., _Ant. Iud_., I, 6) e poi _Traci_ (Θρήικες, Θρᾶκες), occuparono anticamente un vasto paese che comprendeva una parte della Macedonia e la regione stendentesi da occidente ad oriente tra il fiume Strimone e il Ponto Eusino; e da settentrione a mezzodì, fra la catena del monte Emo e il mar Egeo. Quest’era la Tracia propriamente detta (ossia l’odierna Romelia): però sotto il nome generico di Traci si chiamarono dai Greci anche i popoli a settentrione dell’Emo, fra l’Emo e il Danubio, come i Geti confinanti cogli Sciti, i Treri, i Triballi, ecc. (Erod., V; Strab., VII; Tucid., II). Erano divisi in varj popoli. Gli uni, come i Bessi, crudeli e feroci, assai temuti e poco noti, non vivevano che di rapina. Gli altri, truppe mercenarie, prestavano soccorso a chi li chiamava, e sotto la condotta di un capo della loro nazione, servivano indifferentemente partiti contrari — come gli Svizzeri dell’Evo moderno. Tali gli Odomanti, di cui parla Tucidide, che fornivano truppe agli Ateniesi: tali quelli che abitavano le montagne, e gli _autónomi_ (Dii, Triballi, ecc.), di cui Sitalce compose il suo esercito: tali ancora tutti quei corpi di Traci che erano al servizio d’Atene, di Lacedemone, e dei re di Macedonia e d’Asia. Infine, i terzi, retti a forma monarchica, eran governati da re. Dai tempi delle guerre di Troja vedonsi menzionati Reso e Polti re di Tracia; poco dopo, uno dei figli di Teseo sposò la figlia di un re di Tracia. La migrazione dei Traci in Asia di cui parlano Erodoto, Strabone ed Eusebio ci dà il nome di alcuni antichi re traci. Omero ne nomina parecchi del Chersoneso e delle altre parti della Tracia: e Reineccio cita gli autori che ne fan conoscere altri (Tucidide, II, V; Polib., V; Erodoto, I, III, VII; Strabone, VII; Euseb., _Chron_. — Freinshem., _Supp_., Q. Curio, I, 5).
Ma questo fatto, come quelli che riferisce Diodoro Siculo (lib. III) delle conquiste di Bacco nella Tracia e di alcuni re di questa nazione, appartengono a tempi mitici o tenebrosi; solo alcuni secoli dopo si può tener dietro alla dinastia di questi re, quando cioè la Tracia propriamente detta, sotto la potenza del re degli Odrisj, si stendeva dall’occidente all’oriente, dal fiume Strimone sui confini della Macedonia al Ponto Eusino: e dal settentrione al mezzodì, dall’Emo al mar Egeo, abbracciando dal lato del mare tutta la costa da Abdera sino alla foce dell’Istro o Danubio (Tucid., II, 96). Di questo reame degli Odrisj faceano parte, a occidente lungo lo Strimone, i varj popoli dei Peoni di cui parlano Omero (_Iliad_., X, 428), Tucidide (II, 96), Euripide (_Reso_); ad oriente, verso il mar di Marmara, i Tinj, i Tranipsi, i Melandepti, su cui Seute rivendicava la sua signoria (Sen., _Anab_., VII, 2).
Si vedono, è vero, comparire qua e là altri re traci; ma sia che la loro potenza si limitasse in breve contrada, sia che non fossero che capi di tribù barbare, sono appena nominati nella storia. Solo il regno degli Odrisj, la più considerevole delle dinastie di Tracia, fornisce una successione di re che faccia parte della storia greca e romana. Teres o Tyres (Erod., VII) ne fu il fondatore (da non confondersi con Tereo noto per la favola di Progne e Filomela).
[466] _Patti_, allo sbocco dell’Ellesponto sulla Propontide, a circa 150 stadj da Egospótamo. Castello di Tracia ove si recò Alcibiade, dopo lasciata la flotta, secondo Diodoro Siculo (XIII, 13).
Gli altri storici nominano invece altre località della Tracia. Plutarco (_Alc._, 36) dice che Alcibiade rifugiossi ad una sua rocca presso Bisante (sulla spiaggia nord-ovest della Propontide, oggi mar di Marmara). Cornelio Nepote narra ch’ei recossi a Perinto (pure sulla spiaggia settentrionale della Propontide, ma ad Oriente di Bisante) e vi fortificò tre castella: Borno, Bizia, Macrontichos. Senofonte (_St. Ell_., I, 5) dice semplicemente che Alcibiade recossi ai suoi castelli del Chersoneso. — Tenendo conto di questa indicazione di Senofonte, l’autore qui prescelse la lezione di Diodoro, essendo Patti più vicino all’Ellesponto e ad Egospotamo, vicinanza richiesta dall’ultima scena del quadro.
[467] Intorno al costume trace, cfr. i ragguagli abbastanza concordi di Erodoto sull’abbigliamento dei Traci strimonj nella spedizione di Dario, e di Senofonte sull’abbigliamento dei Traci di re Seute: «I Traci poi combattevano portando alopéchidi (ἀλωπεκεας) in capo, tonache (κιθῶνας) sul corpo, e al disopra delle tonache indossando saj o mantelli variopinti (ζειράς ποικίλας); sui piedi e sulle tibie, calzari di pelle di cerbiatto (πέδιλα νερβῶν); per armi, giavellotti e pelte e sciabole corte» (Erod., VII, 75). «Era tanto il freddo che l’acqua portata alla cena agghiacciò, e così il vino nei vasi: e allora si fece manifesto per qual motivo i Traci portano pelli di volpi sulla testa e sulle orecchie, e tonache non solamente sul petto ma anche sulle coscie, e vesti fino ai piedi quando cavalcano, invece di clamidi» (Senof., _Anab_., VII, 4). Le alte calzature dei Traci in pelle di cerbiatto, coprenti metà delle gambe, son chiamate _embadi_ (ἐμβαδες) in Polluce (IV, 25). — Questi ragguagli concordano anche col vestiario di un bassorilievo raffigurante il trace Orfeo e descritto da Heuzey nel _Diction. des Antiq. gr. et rom._ (Paris, 1873), dove il poeta trace porta appunto alla foggia nazionale gli alti calzari di pelle, e l’alopechide, una sciabola curva alla cintura, e al di sopra della tonaca un mantello ch’è probabilmente la _zeira_ (ζειρὰ) di cui parla Erodoto. — Delle armi eran sopratutto nazionali la pelta, scudo piccolo e leggiero, a forma di mezzaluna, o, secondo altri, di foglia d’edera; il giavellotto (_pugnabant jaculis Thraces_. Ovid., _Ibis_, v. 135) e l’arco, nel cui maneggio, stando a cavallo, erano celebratissimi (Plut., _Alc_., 37). Tucidide ricorda popolazioni tracie, di là dall’Emo, tutte di arcieri a cavallo; e Traci montanari (Dii) armati di daga (Tucid., II, 96). Atene aveva corpi mercenari di _peltasti_ traci, armati di pelta e daga (Tucid., IV, 28; VII, 27). Omero (_Iliade_, X, 428) nomina i traci Peoni «_dai curvi archi_.» Euripide poi così descrive l’esercito dei Traci del re Reso: «Molti erano i cavalieri, molti i peltasti, e molti gli arcieri; seguiva una gran turba di armati alla leggiera, portanti la lunga tunica (στολή) tracia» (Eurip., _Reso_, v. 311 seg.). Cfr. anche l’armamento dei Traci di Perseo in Plutarco (_Paolo Em_.).
[468] L’uso del berrettone di pelle di volpe (ἀλωπηκις), ch’era come l’elmo nazionale dei guerrieri traci e serviva a proteggerli dai geli del loro clima, si perpetuò fino a’ dì nostri in quelle contrade: anzi sembra che di là venisse trasportato nel costume di alcune armi speciali degli eserciti europei. L’alopechide degli antichi Traci aveva la forma di un elmo antico a punta; la coda della volpe penzolava a guisa di criniera dietro il collo insieme colle due zampe posteriori dell’animale, che al bisogno servivano di giugulari per allacciar l’alopechide sotto il mento. — Così osservasi nel bassorilievo citato sopra di Orfeo, e in una pittura di vaso antico raffigurante Reso re dei Traci.
[469] L’uso delle sciabole, o scimitarre, era comune ai Persiani, agli Sciti e ai Traci, come si vede da Erodoto (_Polym_.) e da Ammiano (Cfr. le note 3 e 44 a quest’atto). Quanto alle ragioni di prudenza e vigilanza che doveano consigliare ai Traci di Seute questo sedersi armati, anche a tavola, vedi più sotto la nota 55. Così pure degli Sciti, viventi alla stessa guisa dei Traci, una vita nomade e battagliera, in lotte continue fra tribù e tribù, Luciano fa dire a Solone: «Fra noi (Ateniesi) è bensì vietato portar ferro in città senza bisogno e uscir armati in pubblico, ma voi Sciti siete scusabili se vivete sempre colle armi alla mano, perchè non abitate tra ripari; le insidie sono facili, i nemici molti, e siete sempre sul sospetto che mentre dormite non vengano ad assalirvi sul carro ed uccidervi. La scambievole diffidenza, il vostro vivere sciolto e senza legge, vi fa sempre necessario il ferro, per averlo pronto alla difesa» (Luc., _Ginnas._, 34).
[470] Intorno ai costumi e agli usi dei Traci nel banchettare, cfr. specialmente Senofonte nell’_Anabasi_ (VII, 3). — La cena data da Seute a Senofonte e ai suoi compagni d’armi, e da Senofonte ivi narrata, ebbe luogo nel 401 av. l’E. V., anno della spedizione del giovine Ciro: e quindi poco più di tre anni prima dell’epoca della presente scena, che supponesi sulla fine del 405. Vi è quindi completa contemporaneità di costumi.
[471] Superfluo avvertire che questo Seute è il medesimo di cui parlano Senofonte (_Anab._, VII) e Tucidide (II, 101).
[472] Per il senso storico e drammatico delle prime scene di questo quadro, giova richiamarsi al passo di Plutarco (_Alcib._, 23) citato al quadro V, n. 37, intorno alla facilità camaleontica di Alcibiade nello adattarsi secondo i vari paesi ai più opposti costumi. E Cornelio Nepote: «Vantarono di lui (Alcibiade) che, in Atene, città splendidissima, vinse tutti nello splendore e nel fasto della vita: indi espulso, fra i Beoti, più prestanti in robustezza di corpo che in acume di ingegno, nessuno potè eguagliarlo in fatiche e in vigoria di membra; poi tra i Lacedemoni, usi ai disagi, nel regime di vita durissimo e in rigidezza di costumi tutti i Lacedemoni vinse; _fu anche fra i Traci, uomini vinolenti e dediti ai piaceri venerei, ed essi pure in tali cose superò_; andò tra i Persiani, fra i quali è somma lode la bravura nella caccia, e il vivere lussurioso: e ne imitò siffattamente i costumi, da destare fra essi stessi l’ammirazione» (_Alcib._, 2). — Ateneo ripete le stesse cose, con qualche altro particolare applicabile a questa prima scena del quadro: «... _in Thessalia vero_ (Alcibiades) _cum alendis equis et aurigationi vacaret, peritiorem illius artis fuisse_ (dicunt) _quam Aleuades_. Spartae vero patientiae et constantiae studens, Spartanos omnes superavit; _in Thracia rursus Thracas meri potui antecelluit_» (Aten., _Deipn._, 534). — Ed espertissimi _in gittar freccie e cavalcare_, son detti i Traci da Plutarco (_Alcib._, 37). — E _allevatori e addestratori di cavalli_ (ἱπποπόλοι) son chiamati da Omero (XIII, 4. — Cfr. Luciano, _Icarom_, 11; Strabone, VII, 3; Eurip., _Reso_).
[473] Quadro I, n. 62, 63, 64. — Quattro furono, com’è noto, i grandi giuochi della Grecia; gli _Olimpici_, i _Pitici_, i _Nemei_ e gli _Istmici_. Celebrati come feste nazionali, accessibili a tutti i popoli greci, da queste solenni radunanze si può ripetere la invenzione della parentela delle schiatte (cfr. quadro III, scena 4; e Aristof, _Lisist._, 1128 seg.) o l’albero genealogico degli Elleni, che fu poi universalmente accolto come un trovato dei sacerdoti di Delfo dell’ottavo secolo, e valse più di tutto a cementare il sentimento della unità nazionale fra i Greci. Infatti Archiloco, il poeta nazionale dei giuochi olimpici, fu il primo, verso il 700 av. l’E. V., ad usar la voce _Elleni_ come denominazione generale (Framm. 54).
I giuochi _Pitici_ ab antico si celebravano ogni quattro anni nella Focide, nella pianura tra Delfi e Cirra, in onore di Apollo che ivi uccise il serpente Pitone. Euriloco Tessalo cogli Anfizioni, nella guerra sacra contro i Cirrei, profanatori del tempio delfico, dopo l’eccidio di quel popolo, li ripristinarono con nuovo lustro e nuove gare musicali, cui furono poscia aggiunte le gare ginniche ed equestri e dei carri. Aveano luogo durante l’adunanza di primavera del consiglio degli Anfizioni: ai vincitori in origine davasi un premio di danaro (_agone pecuniario_, χρηματίτης), poi si sostituirono le corone d’alloro (_agone coronario_, στεφανίτης), dal quale le Pitíadi si cominciarono a contare — fissando la prima Pitíade numerata all’olimpiade 49ª (581 av. l’E. V.).
Dei giuochi _Nemei_ la leggenda attribuiva l’origine ai funebri celebrati dai sette duci di Argo con Adrasto, sotto Tebe (1336 av. l’E. V.), nella selva Nemea, per la morte del fanciullo Archemoro, figlio del re dei Nemei. Ercole li rinnovò e fece rifiorire, dopo ucciso il leone Nemeo; ma la prima Neméade famosa, da cui si cominciarono a contare le altre, ebbe luogo nella olimpiade 72.ª (490 av. l’E. V.) dopo la battaglia di Maratona, ad onore dei Greci in essa caduti. Però n’era funebre il rito: si celebravano in un bosco di cipressi (presso Nemea nell’Argolide); quelli che vi presiedevano indossavano negre vesti: e ai vincitori davansi in premio corone di apio verde, simbolo funereo. Ricorrevano nel secondo e quarto anno d’ogni olimpiade.
I giuochi _Istmici_ furono istituiti, secondo la leggenda, da Sisifo re di Corinto, in commemorazione di Melicerta gettatasi, per disperazione del figlio spento, col piccolo Ino in mare. Celebravasi il funebre agone all’istmo di Corinto, dove era fama che un delfino avesse recato il cadavere di Melicerta. Più tardi, infestato l’istmo dai ladroni, i giuochi decaddero: finchè Teseo, liberata la contrada, li ristabilì, dedicandoli a Nettuno, a cui fu eretto sull’istmo un tempio famoso. Laonde, secondo Plutarco, celebraronsi i giuochi in due forme: di notte per Melicerta, secondo il rito di Sisifo, e avean forma più di funebri sagrifici che di spettacoli; di giorno, in onor di Nettuno, secondo il rito di Teseo; e davasi ai vincitori alternamente o una corona di pino, albero sacro a Nettuno, o di apio secco come funereo ricordo della madre di Ino. — Ricorrevano il primo e secondo anno d’ogni Olimpiade: e che ai tempi di Solone questi giuochi rifiorissero, lo prova la legge che accordava 500 dramme attiche ai vincitori di Olimpia (_olimpiònici_) e 100 ai vincitori dei giuochi istmici (_istmiònici_).
Ma sopra tutti celebratissimi i _giuochi Olimpici_ poteano dirsi il più splendido e vero compendio della vita nazionale dei Greci. La leggenda ne chiamava primo istitutore Ercole: il quale inseguendo dal monte Menalo la cerva sacra di Diana, per le foreste di Arcadia, giunse agli Iperborei, ed ivi raggiunta la belva, ne riportò, in segno di vittoria, l’olivastro, affrettandosi nel ritorno alla celebrazione dei sagrifici nell’Elide, ad Olimpia. Decaduti ai tempi della guerra trojana, dovevano tornare a rifiorire col ritorno dei discendenti di Ercole, ossia colla invasione dei Dori nel Peloponneso; infatti Licurgo, insiem con Ifito re dell’Elide, secondo la tradizione, li rinnovò: il rinnovamento fu sancito dall’oracolo dorico di Delfo, e vi accedettero, un dopo l’altro, tutti i popoli della Grecia. Però le olimpiadi non cominciarono a contarsi che un secolo dopo, a datare dall’anno 776 (primo della prima olimpiade) in cui Corebo di Elea riportò il premio dei giuochi. Si celebravano ogni quattro anni verso il solstizio estivo nella magnifica vallata dell’Elide intorno a Pisa, bagnata dall’Alfeo, rallegrata di ombre dal bosco sacro dell’Altis, superbo di templi, di altari e di portici e di statue e di trofei: e torreggiante fra quel popolo di marmi, il miracolo di Fidia: il _Giove Olimpico_. Prima che cominciassero i giuochi, alcuni inviati degli Elei bandivano una tregua sacra: e tutte le ostilità cessavano in Grecia per tutto il tempo ch’era necessario per andare ai giuochi e ritornarne. Duravano i giuochi cinque giorni dall’11 del mese (cioè dal 1 luglio) in poi: al 16 terminavano con sacrificj e banchetto e processione; e colla proclamazione dei vincitori (_Olimpiònici_), ai quali veniva dai giudici delle gare (_Ellenodici_) conferito il premio della corona d’ulivo (κότινος). — _Olimpìade_ chiamavasi il periodo dei quattro anni dall’una all’altra solennità.
I giuochi ginnastici consistettero dapprima soltanto nella _corsa a piedi_ (δρόμος) sullo stadio, di cui gli stadiódromi dovean percorrere l’intera lunghezza (un ottavo di miglio): poi si istituì la corsa del _diaulo_ o doppio stadio; e infine del _dólico_, in cui i dolicódromi correan dodici volte lo stadio. Alle corse si aggiunse più tardi il _pentatlo_ o _quinquerzio_ (riunente cinque esercizi: salto, gitto del disco e del giavellotto, corsa e lotta) e il _pancrazio_, esercizio di lotta e pugilato. Più tardi ancora, nel 680, si introdussero i giuochi equestri, delle corse a cavallo (κέλης) od in cocchio (ἄρμα), biga o quadriga. La corsa dei cocchi precedette naturalmente quella degli uomini a cavallo, come anche nella milizia greca l’uso dei carri precedette quello della cavalleria, ed era la parte più splendida dello spettacolo: che se la rarità dei cavalli e la spesa del mantenerli rendeva questa gara accessibile alle sole persone di ricchissimo censo (e fu celebre vanto di Alcibiade l’aver corso nei giuochi con sette carri), — le altre gare erano aperte così al ricco come al povero e al plebeo, e vietavano il monopolio della gloria.
A noi è appena dato di comprendere l’estrema importanza che annettevano i Greci alla vittoria in questi giuochi: e nulla di più caratteristico degli onori tributati dai varj popoli ai vincitori. L’Ateniese acquistava diritto ad un seggio presso i magistrati nel Pritaneo; lo Spartano a un posto eminente in campo, vicino al re. Il vincere in Elide conferiva celebrità per tutta la vita, più gloriosa ad un Greco che non ad un Romano aver gli onori del trionfo (Cic., _Pro Flac_., 31): onore agognato dai capitani più illustri e dai re. E il premio, una ghirlanda d’olivastro! Ma le acclamazioni della Grecia adunata, la pioggia di fiori, il banchetto appartato pel vincitore, le canzoni di Archiloco e di Pindaro che lo immortalavano, il pubblico registro che ne iscriveva i nomi a memoria dei posteri e li ricordava nelle date degli eventi, il privilegio di una statua nell’Alti, il diritto di ritornare alla propria città passando per una breccia nel muro, a significar che di mura non abbisognava la città che possedeva tali cittadini; il primo posto nei pubblici spettacoli, la gloria, in breve, diffusa per ogni angolo di terra dove giungesse la civiltà greca — quest’era propriamente la corona d’ulivo del vincitore di Olimpia!
E queste splendide radunanze altrettanto libere a tutti i Greci (onde il loro nome di _panegirìe_ o _adunanze universali_) quanto gelosamente interdette a ogni straniero, non solo rammentavano periodicamente ai Greci le comuni origini e il nome nazionale, non solo alimentavano in ogni classe l’emulazione e il desiderio della gloria; ma erano potenti fattori di progresso intellettuale. Poichè in tempi in cui la pubblicità era nulla, e quasi nulli i mezzi per diffondere le utili cognizioni, dovettero considerarsi per grande beneficio queste solennità che attiravano a Olimpia e magistrati e guerrieri e filosofi e artisti e il fior degli ingegni da ogni parte della Grecia: indi le radunanze olimpiche divennero anche palestre dell’arte e delle lettere: e fu visto allora Erodoto leggere in Olimpia le sue storie e dal suo labbro pendere la Grecia! (Pindaro e _Scol_.; Tucid., VI, 16; Isocr., _de Big_.; Pausania, ecc. — Corsini, _Dissert. Agon._; Meier, _Giuochi Olimp_.; Krause, _Pizj, Nem., Ist_.; Bulwer, _Atene_; Scaligero, Dodwell, Grote, Gilles, ecc.).
[474] Il _celete_ (κέλης) dianzi nominato, ossia _cavallo da sella per le corse_, sembra fosse lo stesso che fra i Latini il _pullus desultorius_ (Sveton.), dai cavalieri detti _desultores_ (ἀναβάται), perchè correndo con due cavalli a dorso nudo destramente saltavano dall’uno all’altro. Al che accenna Omero ove descrive il naufragio di Ulisse che per salvarsi dal furore dell’onde si slancia sopra una tavola come se _balzasse rapidamente sul dorso al celete_, κέληθ’ ὤς ἵππων ἐλαύνων (_Odiss_. έ. 371). E Aristofane, dove introduce Strepsiade a lamentarsi degli scialacqui di suo figlio Filippide, che getta i danari in cavalli ed in bighe — ἱππάζεται καὶ ξυνορικεύεται (Aristof., _Nubi_, 15) — sembra che accenni ai puledri celeti e alle bighe per le corse di Olimpia (Cfr. Pind., _Olimp_. e Scol.). Delle vittorie equestri di Alcibiade alle gare di Olimpia, celebrate da Euripide e da Plutarco, si è già accennato al quadro I.
[475] _Sabazio_ (Σαβάζιος), nome col quale Bacco era chiamato dai Traci (Aristof., _Vespe_, 9, 10; _Ucc_., 873; _Lisis._, 388. — Cicer., _De legib_., II, 15).
[476] Dei Numi greci, veneravano i Traci specialmente Marte, Bacco (Sabazio) e Diana: i loro re poi veneravano in particolare Mercurio, da cui pretendevano trarre l’origine e giuravano per lui (Cfr. l’autore del _Viaggio d’Anten._, c. 92).
[477] «Noi Ateniesi più d’ogni altra gente consumiam viveri stranieri e da niun altro emporio ne tiriamo quanto dal Ponto; chè quel paese non solo di biade è ricchissimo, ma inoltre Leucone (re di Tracia) ne sgravò di tasse il trasporto in Atene: e con questa franchigia compensa i beneficii nostri» (Demost. in _Leptin_.). «Nessuno è così semplice da credere che Filippo non adocchi i porti d’Atene, i suoi arsenali, il naviglio, le miniere, le entrate, la gloria, ma per un po’ di miglio e di spelta custoditi nelle spelonche di Tracia, si accontenti di svernare in quel baratro» (Demost., _Filipp_., IV).
[478] Notissima la favola di Tereo re di Tracia, che sposò Progne figlia del re ateniese Pandione; e della trasformazione di Tereo in upupa, di Progne in rondine, e di Filomela sua sorella in usignuolo. — E a quel rapporto mitico di parentela fra i Traci e gli Ateniesi sembra infatti alludere Seute, anche in Senofonte (_Anab_., VII, 2), malgrado che il Tereo della leggenda avesse regnato propriamente non in Tracia, ma nel territorio greco della Focide, secondo Tucid., II, 20, e Strab. VII. Vero è che Seute, in fatto di vincoli fra Atene e la Tracia, poteva alludere anche alla discendenza del trace Eumolpo da Eretteo re d’Atene, ed anche a rapporti più reali e più vicini: cioè la cittadinanza ateniese accordata al figlio di Sitalce re de’ Traci antecessore di Seute e l’alleanza conchiusa fra Sitalce stesso ed Atene, nel terzo anno della guerra del Peloponneso, cioè ventitrè anni prima dell’epoca di questa scena (Tucid., II, 29. — Cfr. Aristof., _Acarn_., v, 141 seg.). Sulla favola di Tereo, Progne e Filomela (vedi Pausan., _Attic_., 41, _Focid_., 4; Esiod., _Op._ β e scol., Aristof., _Ucc._ e scol.; Fozio, _Narr_., 31; Apollod., III, 14; Ovid., _Metam._, VI, 423 seg.; Marziale, XIV, ep. 73; Varrone, IV; Igin., _Fab_., 45, ecc.).
[479] «Dal suddetto Tereo re dei Traci differiva Tereo che sposò Progne figlia di Pandione ateniese, anzi neppure alla medesima Tracia apparteneva. Tereo dimorava in Daulia, città del contado ora detto Focide, e a quei tempi abitato dai Traci, dove appunto le donne commisero l’attentato contro Iti: ond’è che molti poeti menzionando l’usignuolo gli danno il soprannome di Daulia» (Tucid., II, 29).
[480] Demo della tribù Leontide (Vedi quadro I, nota 55).
[481] Sull’epiteto di _Traci_ attribuito a Eumolpo, a Orfeo, ecc., vedi avanti, nota 41. «Questo Eumolpo era di Tracia, figlio di Nettuno e di Chione, che nacque dalle nozze di Borea con Oritìa, la figlia di Eretteo re d’Atene» (Paus., _Att._, 38): Eumolpo era quindi pronipote di Eretteo. Indi la leggenda narrava che per rivendicare i suoi diritti sul regno di Atene, Eumolpo coi Traci avesse invaso l’Attica, venendovi in soccorso agli Eleusini ribellatisi, mentre vi regnava il secondo Eretteo. Venuti a pugna presso Eleusi, il re Eretteo e gli Ateniesi, grazie al sagrificio di Agraulo figlia del re, rimasero vincitori; fu quindi fatta la pace, e quei di Eleusi si sottomisero ad Atene, a patto che essi sarebbero rimasti in possesso dei misteri di Cerere e che il sacerdozio di Cerere e di Proserpina sarebbe riserbato ai discendenti di Eumolpo (Paus., _Att_., 38; Isocr., _Panaten._; Stobeo, _Serm_., 38; Igin., _Fab_., 46; Meurs., _Reg.; Ath._, II, 8-10.) Eumolpo poi fu sepolto nel demo di Scambonide (ove nacque Alcibiade) e il suo sepolcro vi esisteva ancora al tempo di Pausania, per testimonianza di Pausania stesso che lo visitò.
[482] «A tutti poi furono portati dei tripodi, ed erano una ventina, pieni di carni sminuzzate, e insieme colle carni infilzati grandi pani con lievito. Apponevansi sempre le pietanze primamente a’ forestieri: e ciò fece Seute pel primo, il quale, pigliando i pani che stavano dintorno a lui li fece in piccoli pezzi e li gettò a quelli che meglio gli parve, e così anche le carni, riserbandone per sè tanto solo da assaggiarne. E questo medesimo fecero anche gli altri (Traci) presso i quali fossero delle pietanze. Ma un Arcade per nome Aristo, gran mangiatore, non curandosi punto di quello sminuzzamento, e pigliato in mano un pane di forse tre chenici e postasi anche sulle ginocchia la carne, si pose a cenare...» (Senof., _Anab._, VII, 3). Il _chénice_ era quanto bastava al nutrimento di un giorno: come misura cubica di capacità, equivaleva circa al litro, e come misura di peso al chilogramma, scarso.
[483] _Chiechenei_ (Κεχηναίοι, Aristof., _Caval_., 1263; Κεχηνότης, Luciano, _Scita_, 11), ossia _bocche spalancate._ Su questo soprannome epigrammatico degli Ateniesi, che qui Cimoto, da quel degno parassita filosofo che è, applica alla valentìa delle proprie mascelle, di cui è occupato a dar le prove, vedi il quadro IV, nota 10. Strano che il Cappellina, di solito esatto, abbia così malamente tradotto Κεχηναίων πόλις per _città degli Sbadati_; aggettivo ch’è appunto il rovescio dell’idea del vocabolo greco: il quale deriva da χάω, _aprir la bocca_, ed esprime precisamente, coll’idea dello spalancar di becco dei pulcini all’appressarsi della chioccia, quell’attenzione stupida, intensa, a _bocca aperta_, di chi pon mente avidamente a qualche cosa.
[484] Celebrati da Omero:
_Han duce_ (i Traci) _Reso, il figlio_ _d’Eroneo: e a lui vid’io destrieri_ _Di gran corpo ammirandi e di bellezza,_ _Una neve in candor, nel corso un vento._ (_Iliade_, X, trad. del Monti)
dove, fra parentesi, quest’ultimo verso del Monti, per quanto lodato, mi sembra nella sua cadenza lenta e pesante, assai lontano dal rendere la dolcezza, l’agilità e la rapidità pittoresca del verso greco, uno dei più belli della _Iliade_:
λευκότεροι χιόνος, θείειν δ’ἀνέμοισιν ὁμοῖοι
sembra sentir il volo dei cavalli. Virgilio s’appropriò anch’egli questo verso:
_Qui candore nives anteirent, cursibus auras_
che non val neppur esso quello d’Omero. — Anche Euripide celebra i cavalli di Reso, _più candidi della neve_, χιόνος ἐξαυγεστεροι, _Reso_, v. 304.
[485] Sull’usanza rigorosa dei re Traci di pigliar doni anzichè di darne, «tanto che nulla far si poteva senza donativi» (vedi Tucid., _G. Pel._, II, 97; Senof., _Anab._, VII, 3). Il dono del re ad Alcibiade è qui dunque una eccezione: se ne ha per altro un esempio in Senofonte stesso, nei doni di Seute a Cleanore e Filisco «che Seute avea guadagnato dando all’uno un cavallo, all’altro una donna» (_Anab._, VII, 2).
[486] Nel capitolo citato dell’_Anabasi_ — poi che gli altri convitati ebbero bevuto e fatti i doni al re, Senofonte ritrovasi in imbarazzo per non aver nulla da donare; e se la cava da pari suo: «Però (avendo già bevuto oltre il solito), si levò (Senofonte) coraggiosamente e, preso il corno di vino, disse: «Io, o Seute, ti dono me stesso e questi miei compagni come tuoi amici fedeli, i quali desiderano di faticare e pericolarsi in pro’ tuo. Con costoro, se gli Dei lo vogliono, tu ricupererai l’ampio paese tuo ereditario, ed altri ne acquisterai...» (Senof., _Anab._, VII, 3).
[487] Dei Traci montanari, contro i quali fu intrapresa la spedizione di Senofonte in soccorso di Seute, vedi Senof., _Anab._, VII, 4; VII, 2. — Cfr. Tucid., II, 96; Tacit., _Annal._, IV.
[488] «ἄνδρας ἠγοῦνται μόνους — τοὺς πλεῖστα δυνατοὺς καταφαγεῖν τε καὶ πιεῖν (Arist., _Acarn._, 77). Sulla nomea dei Traci come eccessivamente dediti al vino e all’ubbriachezza, vedi i passi citati di Cornelio Nepote (_Alc._, 11) e Ateneo (XII, 534 b); e così pure Ateneo (X, 442 f); Aristofane (_Acarn._, 141); Eliano (_V. St._ III. 13, 15). Indi il loro carattere insolente, violento e sfrenato (Aten., _ibid._ — Cfr. Luciano, _Icarom._, 15), pel quale eran venuti in proverbio: e diceasi θράττειν, _tracizzare_, imitare i Traci, per denotare maniere arroganti e sboccate (Macrob., _Saturn._). Celebri, del resto, erano i vini della Tracia e dell’isole ad essa adiacenti, come Lenno: e vino decantato dai comici e dai poeti era il _biblino_, proveniente da una regione della Tracia, detta di Biblia o dei monti _biblini_ (Acheo, Filino, Epicarmo in _Aten._, I, 31 a). Oltre il vino d’uva, i Traci faceano pure grandissimo uso del vino d’orzo o radici, detto _brito_ o _pino_ (βρύτον, πῖνον) come in Archiloco e in Ellanico, citati da Ateneo (X, 447).
[489] La parola _uomo_ usata in questo senso di virilità e fortezza — come dall’esempio testè citato di Aristofane (_Acarn._, 77) — esprimevano i Greci benissimo colla voce ἄνηρ, che significava in senso proprio il _maschio_ nel rapporto sessuale (opposto alla femmina, γυνή) e quindi per metafora anche l’uomo veramente fornito di doti e virtù maschili, il _vir_ dei Latini: a differenza dell’ἄνθρωπος, corrispondente all’_homo_ nel senso generico di persona, di essere umano — sia uomo o donna. Noi abbiamo invece una parola sola pei due distinti significati: e saremmo quindi imbrogliati a tradurre alla lettera la frase, per esempio, di Erodoto: δῆλον δ’εποιοῦντο ὄτι πολλοὶ μεν ἄνθρωποι εὶεν, ὀλίγοι δ’ἄνδρες. «_E resero manifesto come molti siano gli uomini_ (homines), _ma pochi gli uomini_ (viri),» cioè a dire gli uomini di polso, che per virtù e valore meritino di uomini veramente il nome.
Nelle arringhe pubbliche o forensi dei Greci, l’ἄνηρ, inteso nel senso che si è detto, ricorre frequentissimo, come un equivalente del nostro _cittadino_: ὤ ἄνδρες Αθηναῖοι, ὤ ἄνδρες δικασταὶ, ecc. È un epiteto onorifico, un qualificativo cortese di dignità, aggiunto alla qualifica nuda e cruda di _Ateniesi_, di _giudici_, ecc., e affatto proprio e caratteristico dello stile oratorio greco e della urbanità attica: tanto che i traduttori antichi, i quali lo voltavano in _signori_ o _messieurs_, potevano dirsi — nel loro ordine di idee — molto più fedeli di quei traduttori moderni che, col pretesto della fedeltà, danno di frego a quell’epiteto e lo sopprimono addirittura. Che se il _Messieurs les Athéniens_ dei traduttori diede una cattiva idea di Demostene al generale Foy, egli aveva ragione, perchè imaginavasi Demostene aringante in liberissima repubblica; come mai invece sfuggì all’acume dell’egregio Mariotti che la nostra lingua forense ha precisamente una formola rispondente a capello a quella greca, e su cui il generale Foy non avrebbe trovato a ridire, e che l’ἄνδρες δικασταὶ di Demostene non è altro che i _cittadini giurati_ dei nostri oratori della Corte d’Assise? (Cfr. Mariotti, _Oraz. di Demost._ nei commenti, t. II, p. 244).
[490] Ercole, irritato contro Leprea (perchè questi aveva suggerito al re Augia di legar Ercole), lo sfidò a vari esercizii: e a lanciare il disco, e ad attinger acqua, e a chi primo mangiasse un bue: e in tutte queste prove Leprea restò vinto. Indi vennero a gara chi di loro potesse bevere di più (ὐπὲρ πολυποσίας ἀγών) e in ciò pure Ercole fu superiore. Leprea, trasportato dall’ira, sfidò allora Ercole a duello e cadde morto nel combattimento (Eliano, _V. St._, I, 24).
[491] _Il cavallo vuole il piano_, ἐς πεδίον τὸν ἵππον, diceasi per proverbio, tra i Greci, di chi proponeva una sfida in ciò che per lui era più facile, o in cui si sentiva più sicuro di vincere — in quella guisa che al cavallo è più facile correre sul piano che non sull’erta. — Così Platone, applicando il proverbio alla potenza di Socrate nel disputare: «_Tu sfidi i cavalli al piano_ (ἵππεας εἴς πεδίον προκαλεῖ) _e Socrate alle dispute_ (Plat., _Teetet._, 183. — Cfr. Luciano, _Pescat._, 9; Erasm., _Adag._). Alcibiade qui applica il proverbio, per cortesia e finta modestia, ai Traci altrettanto famosi bevitori che cavalcatori, e allevatori di razze di cavalli esimie, ἱπποπόλοι (Omero).
[492] ὔς ποτ’ Αθαναίαν ἔριν ἢρισε — _il porco una volta sfidò Minerva_ — (Teocr., _Idill._, 5). Proverbio greco, usato anche fra i Latini — _sus Minervam_ — a denotare disparità di condizione o di dignità fra due contendenti che si sfidano.
[493] Gli Sciti e i Traci (tra i quali, del resto, era grandissima affinità di costumi) avevano in aborrimento l’uso greco di allungare il vino, e non lo bevevano che puro: indi appunto il bevere vin pretto, diceasi proverbialmente dai Greci _bevere alla maniera degli Sciti, all’uso scita_ ἐπισκυθίσαι (Plat., _Leg._, I, 637; Aten., X, 427). E Satiro, presso Ateneo, dice di Alcibiade che _superò i Traci nel bevere vin puro_ (Aten., XII, 534). — Sul vin di Bibli, vedi sopra.
[494] La _cótila_, misura di capacità, così pei liquidi che pei solidi, equivaleva a 27 centilitri scarsi, ossia circa due dei nostri bicchieri da tavola. Ai servi lacedemoni bloccati a Sfatteria, gli Ateniesi concedevano al giorno una cotila di vino e un _chenice_ (misura di quattro cotile) di pane, ch’era la solita razione di un parco vitto quotidiano (Tucid., IV, 16; Elian., _V. St._, I, 26). Le principali misure greche di capacità pei liquidi erano la _metreta_, la _coa_ o il _congio_, il _sestario_, la _cotila_, l’_osibafo_, il _ciato_, la _conca_, il _mistro_. La _metreta_ (o _anfora_ o _cado_) corrispondente a circa litri 38,76, valeva 12 coe; la _coa_, o litri 3,23, sei sestarj; il _sestario_, o litri 0,53, 2 cotile; la _cotila_, o litri 0,27, dodicesima