Chapter 3 of 23 · 19245 words · ~96 min read

parte di

quel quadro di costumi così vivo e così vero; e si raccontano a vicenda tra di loro le delizie della loro vita. Sentiamo, per esempio, il rispettabile parassita Misognifo: «Benedetta la nave che portò da Istica in Atene questo meraviglioso mercadante, appetto del quale pajon sordidi li più agiati ateniesi! Non pago di un solo parassito, ci fece venir tutti dalla città: e non solo noi, ma le cortigiane più sfarzose, le cantatrici più belle, e gli istrioni da teatro in tal numero che avresti detto non mancarvene pur uno. Egli ama essere festeggiato da cetre e flauti, il suo conversare è ridondante di grazie e di veneri: fin nell’aspetto è tutto gioviale: ne’ suoi discorsi eloquente sì come quegli

_Cui di néttar la musa i labbri asperse._

Anche noi parassiti parliamo alla foggia de’ letterati, chè noi pure siam nativi dell’Attica, ove uomo non trovi che in cotali ciancie non abbia buon gusto» (Alcifr., _Lett_. III, 65).

Le rose però hanno le spine, ed era tutt’altro che di sole rose la vita del parassito: obbligato ora a far ridere senza sempre riuscirvi, come il povero Filippo del _Simposio_ di Senofonte, ora a rischiar salve di busse o a servir di zimbello ai capricci e alle burle di chi lo invitava, e a starsene alla varia fortuna. Taluno pigliava filosoficamente la sua parte, come il parassita nel _Pitagorista_ di Aristofane: e si tratta di bever acqua? io sono rana. Ci son erbe o radici a rodere? io sono bruco. Bisogna far senza del bagno? io sono il grasso e il sudiciume in persona. Viver l’inverno a ciel sereno? io sono merlo. Sopportare un calor soffocante e cantare di pien mezzodì? sono cicala. Non far uso di olio? son polvere arida. Camminare a piè nudi dall’aurora? sono gru. Non dormire un sol minuto la notte? sono civetta» (Athen., VI, 238 d.).

Non tutti però avevano la stessa filosofia; e allora venìano i lamenti: «O Genio cui son toccato in sorte, quanto maligno sei! Se alcun non mi invita, e’ mi conviene divorar piante selvatiche e conchiglie, ovvero andar cogliendo erbe od empiere il ventre bevendo all’Enneacruno (fontana pubblica di Atene). Finchè ero giovine e in gambe, potevo patir questi disagi; ma ora che son fatto grigio qual rimedio a tanta sciagura? Una fune d’Aliarto mi occorre e penzolerò davanti alla porta Dipila, se la Fortuna ad ajutarmi non pensa» (Alcifr., _Lett_., III, 49). È il povero parassito Capnosfrante che si dispera.

Ma udiam quest’altro: «Ribaldo di barbiere!... Anzi che radermi egualmente tutto il mostaccio, senza mia saputa lo fece a metà, sicchè restommi la mascella qua pulita, là ispida. Io, ignaro della malizia, recaimi al solito a casa Pasione, benchè non invitato. Come li commensali mi videro, dieronsi a fare le più grasse risa del mondo: ed io non conobbi la cagione di tanto riso se non quando l’un d’essi mosso ver me, mi tirò pei peli rimastimi. Questi mi strappai tosto non senza grave dolore: ed ora vo’ pigliar un bastone delli buoni e darlo sul cranio al mariuolo! Poffar di cielo! Ciò che per burla fanno quei che ci pascono, ardì fare costui che non ci pasce» (Alcifr. III, 66). Questi è il parassita Ginnocheronte a cui sale presto la mosca al naso.

«Oh Dio! — grida un terzo, — crudel giornata che fu quella di jeri! Che non mi fecero soffrir questi ricconi! Essi gareggiarono nel costringermi a tracannare e a mangiare oltre la capacità del mio ventre. Questi mi imbottava di salsiccia e quello per forza mi cacciava un pezzo di pane nelle ganasce; un altro mi riversava nello stomaco, come in una botte, non vino, ma brodetto di senape e di pesce spremuto e di aceto. Se il medico Acesilao vedendomi moribondo non mi facea portar via e non mi soccorreva di rimedj, era finita per me» (Alcifr., III, 7). E la umanità avrebbe perduto innanzi tempo il povero parassito Etoemocóro.

Allora, co’ guai, veniva il pentimento: e insieme il proposito di mutar vita: «Vo’ pormi a far qualche mestiere: andrò al Pireo: farò il facchino. Meglio empir la pancia di cipolle e di polenta, ma goder sicurezza di vita, che gustar manicaretti ed uccelli del Fasi, e ogni giorno stare in bocca alla morte» (Alcifr., III, 7). Ma più spesso i propositi li menava il malanno: e un altro pranzo se li portava via.

Tale era, in Atene, il parassito. Mezzo filosofo, mezzo buffone; con qualche sprazzo di letterato; adulatore di professione, e al bisogno, impertinente; niente invidioso de’ beni altrui, pur di goderne qualche briciolo in compagnia: sempre gaudente per istinto, spesso rassegnato per necessità; pronto a ogni servigio pur di guadagnarsi qualche dramma od un invito; capace, per far servizio, di parecchie azioni cattive, e se il caso gli veniva, persin di qualcuna buona. Un faceto mariuolo, senza l’impossibilità assoluta di cavarne per combinazione un galantuomo. Tutto sommato, una pasta d’uomo niente peggiore — migliore forse — de’ suoi figli e pronipoti della nostra età.

CLASSI DI ATENE.

La popolazione tutta di Atene, ossia dell’Attica, dividevasi in tre grandi categorie: _cittadini_ (πολῖται); _meteci_ o _trapiantati_ o _forestieri domiciliati_ (μέτοικοι); (_schiavi_) (δοῦλοι). Ai tempi di Alcibiade sommavano nell’Attica i _cittadini_, all’incirca, ai 20,000; i _meteci_ ai 10,000; gli _schiavi_ ai 400,000.

Gli _schiavi_ erano o Greci prigionieri di guerra, o barbari per lo più di Tracia, di Caria o di Frigia rapiti dai pirati e portati sul mercato d’Atene; o Ateniesi nati di genitori schiavi. Formavano un ramo considerevolissimo di commercio; il prezzo ordinario di uno schiavo variava dalle 300 alle 600 dramme (la dramma valeva 96 centesimi di franco), però poteva salire anche a prezzi straordinarj di affezione. Adoperavansi all’agricoltura, alle miniere, alle manifatture, ai servigi domestici interni; il padrone poteva incarcerarli, incatenarli, interdir loro il matrimonio, separar il marito dalla moglie; non poteva però _ucciderli_; la legge, in Atene per essi assai più mite che non a Sparta ed a Roma, accordava agli schiavi il diritto di querelarsi dei maltrattamenti ingiusti dei cittadini e dei padroni («_chiunque a fanciullo, o a donna o ad uomo, siano liberi o schiavi, farà villania od atto illecito sia accusato ai Tesmoteti..._» Demost., _Contro Midia_); se trattati dai padroni con eccessivo rigore rifuggivansi nel tempio di _Teseo_ e di là, come da asilo inviolabile, chiedevano padrone più umano. Tutti avean diritto di affrancarsi riscattandosi; talvolta per servigi resi li affrancava la Repubblica: e nei bisogni urgenti potean essere armati per la guerra.

I _meteci_ o _trapiantati_ — classe intermedia fra gli schiavi e i cittadini — erano stranieri ai quali il Senato aveva permesso di venire a domiciliarsi nell’Attica ed esercitarvi qualche industria, coll’obbligo di pagare una imposta di 13 dramme annue per ogni capo di famiglia e sottostare agli altri oneri straordinarj, nonchè al servizio militare. Formavano una sola categoria insiem con loro anche gli _schiavi affrancati_ o _liberti_. — Eran tenuti in conto di liberi; poteano esercitar l’arte che loro piaceva, posseder terre e schiavi; il governo li proteggeva; e questo patrocinio tenea luogo per essi dei _diritti politici_ dai quali erano esclusi. Perciò dovean scegliersi tra’ cittadini un _patrono_ (προστάτης) che guarentisse per loro e li rappresentasse negli atti giuridici. Poteano però in dati casi venir innalzati al grado di cittadini.

Infine eccoci alla categoria dei _cittadini_, alla quale apparteneasi o per diritto di nascita, da genitori cittadini ateniesi, — o per adozione o per conferimento di cittadinanza; che fu onore _ab antico_ da principi ambito e non potea conferirsi se non per decreto popolare ratificato da 6000 cittadini. Onore caduto in discredito più tardi, perchè a troppi e immeritevoli conferito (Vedi Demostene, _Contro Aristocrate e Sintassi_).

La divisione più antica dei cittadini dell’Attica fu quella di Teseo: il quale liberato il territorio dalle scorrerie de’ pastori e riuniti in un solo corpo i distretti dell’Attica, ne ripartiva la popolazione in tre classi: _eupatrìdi_ o _nobili_ (εὐπατρίδαι); _agricoltori_ o _coloni_ (γεωμόροι) e _meccanici_ o _industriali_ (δημιουργοί). Grandi disuguaglianze doveano essere tra la prima classe e l’altre due, sebbene Plutarco (in _Teseo_) ed Euripide (_Supplici_, v. 46 e seg.) ci presentino Teseo istitutore della eguaglianza politica e lodatore della democrazia. Infatti Pausania, accennando a questa pretesa istituzione della democrazia fin dal tempo di Teseo, soggiunge: _simili cose credevan coloro che prestavan fede a tutto che udivano da fanciulli in teatro_ (Paus., _Attic_., 1, 3, 2): e dallo stesso Plutarco rilevasi che considerevoli prerogative erano accordate alla nobiltà ereditaria degli _eupatrìdi_. Della classe degli eupatrìdi furono i re; indi gli arconti o re _decennali_ quando l’autorità regia fu limitata a tempo (753 av. l’E. V.) e quand’essa fu soppressa del tutto (682 av. l’E. V.) ancora fra la classe degli eupatrìdi si stabilì di scegliere i nove _arconti annuali_.

Questa preminenza dava agio agli _eupatrìdi_ di opprimere le due classi inferiori: e le leggi di Dracone (624 a. l’E. V.), favorevoli all’aristocrazia, la aggravarono: indi turbolenze e lotte intestine fra le tre classi, dalle quali presero origine e nome le tre fazioni politiche dei _Pedii_, dei _Diacri_ e dei _Paralii_, ossia degli abitanti della _pianura_ (i nobili oligarchici); dei _monti_ (i poveri _coloni_, partigiani di democrazia) e delle _spiaggie_ (i ricchi _industriali_, fautori di governo misto). A cessar la completa anarchia, che fu la conseguenza di queste lotte, venne la costituzione di Solone (594 a. l’E. V.).

Egli sostituì all’antica una nuova ripartizione dei cittadini in quattro _classi_, secondo il vario ammontare della rendita netta della loro proprietà fondiaria e della corrispondente cifra d’imposta.

1.ª Classe: i _pentacosiomedimni_ — (πεντακοσιομέδιμνοι), cioè i cittadini che raccoglievano annualmente 500 medimni o misure di frutti solidi e liquidi (il _medimno_ corrispondeva a un mezzo ettolitro circa — 2628 poll. cub. parigini — e al valore di una dramma); e pagavano 120 dramme d’imposta del cinquantesimo.

2.ª Classe: i _cavalieri_ (ἱππεῖς), i quali raccoglievano 300 medimni e potevano mantenere un cavallo. Pagavano 60 dramme d’imposta.

3.ª Classe: gli _zeugiti_ o _aratori — jugarj_ — (ζευγίται), i quali raccoglievano annualmente 200 medimni o 150, e possedevano un aratro (ζεῦγος). Pagavano 20 dramme d’imposta.

4.ª Classe: i _proletarj_ o _thétes_ — _capite censi_ (δῆτες) che ne raccoglievano di meno od erano nullatenenti.

Di queste nuove quattro classi, la prima sola forniva i cittadini ammessi all’_Arcontato_ e per conseguenza all’Areopago; e le tre prime in generale (_pentacosiomedimni_, _cavalieri_, _zeugiti_) fornivano i cittadini per le altre magistrature. Quelli della quarta classe infine (_thètes_) concorrevano colle prime tre al diritto di voto nella assemblea popolare e all’ufficio di giudice (Vedi Plutarco in _Solone_; cfr. Aristof. scol. _Caval_., v. 627; Polluce, VIII, 129-132; Suida; Hülmann, _Costituz. di Solone_; Schöman, _Antich. greche_; Grote, Thiriwall, ecc.).

Così, in luogo della vera _aristocrazia ereditaria_ — base del governo oligarchico — non si ebbe più che una semplice aristocrazia del censo — rappresentata dalle prime due classi de’ _pentacosiomedimni_ e dei _cavalieri_ — naturalmente mutabile nella sua composizione e accessibile alle classi inferiori. Il titolo di _eupatrìda_ continuò a distinguere la antichità e nobiltà del casato, ma non più come distinzione ufficiale di casta, iscritta nel diritto pubblico. E alla democrazia fu spianata la strada — volta che non più la nascita, ma il patrimonio fu la base — e quindi il _lavoro_ potè essere il _mezzo_ dell’ammissibilità di tutti i cittadini alle più alte magistrature.

Dalle prime tre classi eran forniti per l’esercito i capitani, e i trierarchi ossia comandanti delle _triremi_, i cavalieri (questi in ispecie dalla 2.ª) e gli opliti o fanti di grave armatura (in ispecie dalla 3.ª). Tutti costoro servivano a proprie spese, e a proprie spese fornivano quelli la trireme, questi il cavallo, quest’altri le armi. L’ultima classe poi di cittadini forniva la fanteria leggiera e regolare (arcieri, τοξοται) e gli equipaggi della flotta.

AVVERTENZA

DI CIMOTO AL PUBBLICO

Il _prologo_... io non sono. Io son Cimoto attore, Compagno di Alcibiade — e amico dell’autore: Il qual, tanto per romperla col suo vizio di prima, Scrivendo un dramma in prosa, — lo ha cominciato in rima. Quest’è la ragion prima della comparsa mia: Ve n’è un’altra — e ad esporvela lo stesso autor m’invia, Pregandomi di volgere sommessa una parola Al pubblico ed ai critici di questa e quella scuola. Descrivendo Alcibiade e Atene de’ suoi dì, E quel ch’era il suo secolo, quand’egli vi fiorì, È natural che parli l’autor de’ tempi suoi Diverso che ai dì nostri non parlisi tra noi: E che di idee più libere sotto il diverso lume Discordi un po’ l’italico dall’attico costume. — Però l’autor, vestendo colla pudica scoria Del dramma le severe nudità della storia, A mostrar quanto avesse serbato a lei rispetto, Illustrava di un mondo di note il suo libretto, Ove cita in appoggio di questo o di quel dato, O d’una o d’altra usanza, l’autore consultato, E per tutte e per singole le prese libertà Invoca il beneplacito di qualche autorità: Omèro, Éschilo, Sòfocle, Eurìpide, Platone, Tucìdide, Plutarco, Diodòr, Gellio, Alcifrone, Aristofane, Andòcide, Pausania e Senofonte, Trogo Pompeo, Cornelio, Luciano ed Antifonte: E l’aureo Teofrasto, e il buon cantor di Téo, E Suìda, ed Aristéneto, Polluce ed Atenéo: Poi, fra’ moderni, Wieland, Meissner, Meùrsius, Grote, Peyròn, Becker, Corsini, ed altre fonti note: E i commenti, — io li ho visti — non finivano lì... Ma il difficile stava nel recitarli qui. Come far? Per l’autore restava una via sola: Pregar pubblico e critici a credergli in parola: E a quelli che non credono, se non vedon lo scritto, O a venirlo a vedere — o a rincarargli il fitto. — Ciò riguardo alla storia: — in quanto al dramma poi (L’autor qui non ci sente — diciamola fra noi) Se sia un dramma possibile — o un dramma che non va, — Scommetto che l’autore medesimo nol sa. — Oh, s’ei potuto avesse, con un prodigio strano, Fondere in un sol tipo l’_Antonio_, il _Coriolano_, E il _Cesare_; — e il lascivo eroe babilonese, E il _Don Giovanni_ eterno del novo bardo inglese, Oh, lo so anch’io, che allora, in un battere d’occhi, L’autore un _Alcibiade_ v’avria dato coi fiocchi. Poichè, quale la storia fra i secoli il mandò, Fra i Greci fu Alcibiade un po’ di tutto ciò. — Ma l’èra dei miracoli scomparve: — ed il poeta Tremò, chiedendo indarno scintille alla sua creta, Quando, scossa la polvere delle cecrópie mura, Si trovò _solo_ innanzi la gigante figura Dell’uom, che ai Greci attoniti di un secolo lontano Mostrò tutte le faccie del poliédro umano. Di virtù e vizii impasto, qual vide raro il mondo; Di gloria e delle gioje dei sensi sitibondo; Guerrier prode, audacissimo, — zerbino effeminato, All’orgie, al lusso — e agli aspri stenti del campo usato; Libertin dissoluto, capitan savio e austero, Tra i calici il più allegro, tra l’armi il più severo; Matto negli ozii, all’opera calcolator minuto, Nelle passioni ingenuo, nelle sue azioni astuto; Or prepotente, or docile; leal, simulatore, — Nella gloria egoista, nel resto ottimo cuore; Ingannator di donne; nell’arti di Cupido Maestro; e a un casto amore sino alla morte fido: Tribuno e aristocratico; piaggiator della plebe, Ch’ei d’Asia trasse e d’Éllade a insanguinar le glebe; De’ suoi vizj sdegnoso; dall’aura popolare Sbalzato or nella polvere, levato or sull’altare; Per ambizion colpevole, per ambizion virtuoso, Di Aristide men nobile, di Marzio più glorioso; Pronto a mutar costumi, come a mutar di lido, Or dell’ira seguendo, or della patria il grido, E ad alternar fra Bacco, Marte ed Amor le cure, Tranquillo nei dì prosperi, maggior delle sventure. Tale era l’uom — fra i Greci, _segno d’immenso amore_ _E immenso odio_ — che al tumulo strappò l’incauto autore, Sperando, almen per l’ombra del Grande che già fu, Non _odio_ e non _amore_... — ma _ascolto_ — e nulla più.

QUADRO PRIMO

_Principio dell’anno 415 av. l’Era Volgare (2.º della Olimpiade 91.ª, 16.º della guerra del Peloponneso) Exeneto agrigentino vinse il premio ad Olimpia._

ATENE.

Giardini nella casa di Alcibiade.[4] Viali di piante. La scena e i viali son decorati di figurine (κόραι) di cera, di legno, di argilla e di statue (ἀγάλματα) raffiguranti divinità. Statue di Venere e di Amore. Qualche sedile marmoreo lungo i viali e qualche tavolo marmoreo con sovrapposti un cratere e dei calici di vino. Tratto tratto si odono da lontano concerti di musica. È sera. La luna rischiara la scena. Di lontano si scorgono i riflessi di sale illuminate.

SCENA PRIMA.

SOCRATE; ASPASIA,[5] EUFROSINE, GLICÉRA; CIMOTO, più tardi ALCIBIADE.

(_Aspasia, Eufrosine, Glicera in ricchi elegantissimi abbigliamenti_[6]; _Glicera è seduta in disparte pensierosa, scambiando tratto tratto qualche parola con Eufrosine_).

SOCR. Ora dunque, o dotta Aspasia, poi che mi insegnasti il bello essere unico obbietto dell’amore, tu certo mi sai dire che cosa è bello.

ASP. Se alcuna cosa è ben fatta per la destinazione che sortì da natura e ben adatta al bisogno, io questa, o Socrate, chiamo bella.

SOCR.[7] O come saviamente mi insegni! E dimmi allora, perchè abbiam noi bisogno degli occhi?

ASP. Per vederci, credo.

SOCR. Se è così, o Giunone[8] Aspasia, io dunque ho gli occhi più belli de’ tuoi...[9] (_risa fra gli astanti_)

ASP. (_sorridendo_) O come?

SOCR. Perchè i tuoi guardan solo per diritto: i miei invece, essendo sgusciati all’infuora,[10] vedono anche per traverso.

ASP. (_ridendo_) Ah! ah! Allora, o Socrate, anche più belli dei tuoi saranno gli occhi del granchio...

SOCR. Ma nella bocca poi, s’ella è fatta per mordere, sicuramente di bellezza io cedo alla tua... e ad ogni bocca che sia di donna.

ASP. Grazie dello elogio, figliuol di Sofronisco. Male adunque mi sono spiegata. Belle io chiamo le cose in cui non soltanto è armonia col fine che da natura sortirono, ma intima armonia di tutte parti fra loro. _Questo_ è il bello che amiamo.

SOCR. A meraviglia parli! E certo allora la gobba del mio amico Glaucone è armonica e bella, poi ch’io so che la sua Eufrosine, qui presente, lo ama.

EUFR. (_indispettita_) O non avresti, vecchio Sileno,[11] un coccio di Ténedo da mozzarti la lingua?[12]

ASP. (_sorridente_) Pace, Eufrosine! I gusti sono tanti! Io intesi per intima armonia quella che tale sembra a ciascuno secondo il vario suo gusto.

SOCR. Sicchè, se ho bene appreso, una cosa è bella e brutta ad un tempo, secondo piace ad Eufrosine, o dispiace ad Aspasia?...

ASP. Così è.

CIMOTO (_a parte_) Infatti Aspasia trova belli i tuoi discorsi ch’io trovo nojosissimi...

SOCR. (_lo sente, lo guarda con tranquilla ironia, e senza rispondergli ripiglia il discorso con Aspasia_) Infatti jeri, salendo io con Cármide i Propilei[13], egli trovò brutto il quadro di Polignòto, che rappresenta Ulisse scoperto dalla bella Nausicaa.

ASP. Oh, per gli amori![14] Il tuo amico Carmide è un imbecille. Quel quadro è una meraviglia di Grecia.

SOCR. O vi sarebbe allora una bellezza che bella è, senza distinguer di gusti?

ASP. Certo. (_Socrate si move per allontanarsi_) Ove vai?

SOCR. A prendere il mio amico Carmide, perchè tu gli insegni a riconoscerla.

ASP. Ma tu sai bene, o Socrate, che ciò non si insegna! Perderemmo tu il tempo, io il fiato, se già a lui, nascendo, non l’insegnarono i Numi.

SOCR. Che! Di una idea di bellezza forse mi parli in noi anteriore alla culla? Per Minerva! deve essere così. Io pure or mi rammento d’aver letto qualcosa di simile.[15]

ASP. E che leggesti, o Socrate?

SOCR.[16] Non so dove io lessi che l’anime nostre, alate e immortali, volino, innanzi il nascere, per l’etere immenso... e come la virtù dell’ali le porta più in alto, nella region degli Dei, ivi contemplan la bellezza vera, purissima essenza divina: frammiste a’ cori de’ beati, nel corteggio di Giove, si inebbrian di lei, e via per mari profondi di azzurro, di calma e di luce ne celebrano i santi misteri. Ma poi che Adrastea le precipita, prive dell’ali, quaggiù sulla terra, vi prendon dimora ne’ corpi, loro carcere e loro tomba: e qui ritrovando le imagini riflesse di quella bellezza sì pura di lassù, confusamente si risovvengono di lei. Ed ecco allora, alla vista di forme celestiali, subito l’anima trasale, senza saperne il perchè: contempla l’oggetto vago sì come il simulacro di un Dio; e come a un Dio vorrebbe offrirgli sagrificii. Una specie di febbre la investe, un calore ardente la penetra: a quel calore squagliandosi la durezza della scoria, i germi dell’ali antiche ricominciano a spuntare. E l’anima, sentendosele crescer d’intorno, si agita irrequieta, come il fanciullo, quando i denti fan forza per ispuntar dalle gengive: se appena vede l’oggetto caro, prova una voluttà strana, come fosse lì lì per prendere il volo: se poi nol vede, subito l’ali piccine le si rinserrano, si dibatton rinchiuse, e l’anima ne prova le fitte e le punture; indi, ella dà in ismanie, delira; perde il riposo dei giorni e delle notti; dimentica averi e famiglia e amici e tutto; solo avida cerca la persona cara, perchè solo a lei presso trova a’ suoi strazii sollievo. Questa malattia gli uomini chiamano: Amore — che ha le ali; gli Dei la chiamano: Amore — che le dà.[17] (_Alcibiade è entrato da qualche momento in iscena non veduto_)

ASP. (_stringendo a Socrate la mano con effusione_) O Socrate, quando parli, sei pure il potente ammaliatore!

CIM. Per Giove! o Socrate, tu la sai lunga! A me invece l’avean contata più corta.

ASP. (_sorridente_) Oh! oh! sentiamo Cimoto.

CIM. A me avean contato ch’eran gli uomini un tempo un sesso solo, maschio e femmina insieme: con quattro gambe e quattro braccia e una testa a due faccie per ciascuno.[18] Ma quando essi ebbero l’impudenza di dare la scalata al cielo, Giove per castigarli, e un po’ anche per raddoppiare i suoi sudditi, e co’ sudditi le entrate, li spaccò in due: da quel dì le parti divise si vanno cercando pel mondo ciascuna in traccia dell’altra sua metà, per ricongiungersi insieme: e questo adesso chiamano Amore. Giove poi si riserba, appena gli uomini o le donne ne commettano qualche altra di grossa, di spaccarli in due un’altra volta; sicchè allora cammineremo con una gamba sola, come quei che saltan sugli otri nelle feste di Bacco.[19]

ALCIB. (_che è entrato, come si disse, durante il discorso di Socrate, cinto il capo di corona di mirto e di piccole bende_[20]_, in atto di uom mezzo brillo, e si è arrestato a udire la fine delle parole del suo maestro, a questo punto si avanza_) E allora Giove dovrebbe averla già cominciata su te (_a Cimoto_) la seconda spaccatura: e s’ei non ci pensa, m’impegno io, Alcibiade, a farti ballare d’una gamba sola sugli otri, poichè hai la impudenza di cianciare quando Socrate parla! tu attento ai discorsi di Socrate, come l’asino al suono della lira,[21] e i Libetrj al canto di Orfeo![22] (_Cimoto si ritrae sconcertato. Alcibiade si volge a Socrate_) Ma io, o Socrate, son malcontento di te. Tu hai le sirene nelle tue parole[23] ed affascini gli animi coi tuoi discorsi, meglio che Màrsia col suo strumento[24]: io stesso, or ora, in udirti, sentivo il cuore balzarmi più forte che non se fossi agitato dalla danza dei Coribanti[25]. Intanto là nella sala portarono indarno le corone e le bende e i rami di mirto[26], e indarno intonammo, libando, il peàna: l’allegria dei calici langue, e suonatrici di flauto e citarède se ne stan mortificate, poi che i fiori più belli del convito[27] (_Cimoto si mette in mostra, Alcibiade s’interrompe volgendosi brusco a lui_) — non parlo di te — furono qui attratti dal tuo loto[28] divino. Io ti sequestro, o Socrate!...

SOCR. Alcibiade!...

ALCIB. (_trascinandolo via seco_) Vieni, vieni... (_si volge sorridente e cortese ad Aspasia, Eufrosine e Glicera_) Porto il delfino con me[29]; così dietro al suo canto, verranno le Nereidi... (_esce conducendosi Socrate sotto braccio; Glicera è rimasta, dal discorso di Socrate in poi, in disparte, seduta e meditabonda_)

CIM. E poichè trattasi di bere... anche i Tritoni (_in punta di piedi s’affretta dietro Socrate ed Alcibiade_).

SCENA II.

ASPASIA, GLICERA, EUFROSINE.

EUFR. Hai visto, Aspasia, che disinvoltura? Appena mostrò accorgersi di me.

ASP. E di lui ti meravigli?

EUFR. Oh, per Pandróso![30] dopo tanti giuramenti e tante pazzie ch’egli fece perchè lo ricambiassi d’amore!

ASP. Ragione doppia, poichè lo ricambiasti, di non farne più.

EUFR. Ma possibile che Venere nol punisca e Giove vindice degli spergiuri[31] non lo folgori!

ASP. Se lo facessero, te ne dorrebbe! Noi dovrebbe Venere punire, perchè nostra è la colpa, se il di lei sesso patisce simile onta da costui. Usato, dovunque assale, a non trovar resistenza, la debolezza nostra fa costui baldanzoso: e la sua stessa baldanza ora gli agevola e moltiplica i trionfi.

EUFR. Piglia, piglia esempio, Glicera, tu almeno, finchè se’ a tempo, da me! Guai se ti lasci accalappiar da costui!... Ma vo’ recarmi nella sala del convito: e, per la Cipria Afrodìte[32], ch’io non celebri mai più le sacre sue orgie nel dì delle Adonie[33], se costui non lo pago della sua stessa moneta. Vo’ farmi sotto i suoi occhi corteggiare da Eutidemo, e mostrarmi più indifferente e più allegra di lui! (_esce stizzita_)

ASP. (_la segue sorridendo dello sguardo_) Così devota di Nemesi![34] Se sempre la faccia fosse garante del cuore!

SCENA III.

ASPASIA, GLICERA, poi ALCIBIADE in disparte.

ASP. (_vedendo Glicera sempre seduta e pensierosa_) Sì mesta e pensierosa la mia Glicera?

GLIC. Penso al discorso di Socrate intorno all’amore.

ASP. E allora, o io m’inganno, o a qualcun altro insieme tu pensi...

GLIC. (_vivamente_) A chi?

ASP. Ad Alcibiade.

GLIC. (_cercando negare_) Che!

ASP. (_le si appressa e le parla con voce affettuosa_) Perchè infingerti meco? Tu fosti pensierosa tutto il tempo del convito: e più d’una volta sorpresi la direzione de’ tuoi sguardi. Glicera, bada! tu sei una fanciulla poetica e sensibile: la classe di fanciulle più pericolosa, e più esposta a pericolare. _Tu ami Alcibiade_, e sei mesta, perchè anche con te egli si finse, nella sua gioviale cortesia, indifferente.

GLIC. (_abbassa gli occhi, confusa, senza rispondere_).

ASP. (_ripigliando con far sorridente_) La lezione di Eufrosine ha giovato molto!... Ecco il destino di noi donne con codesti eterni ingannatori!...

(_Alcibiade in questo punto, rientrando distratto pei viali, alla parola_ ingannatori _volge vivamente il capo, vede Glicera e Aspasia che stan discorrendo, e si arresta_)

ALCIB. (_in ascolto a parte_) (Parla di me?)

ASP. (_seguendo il filo del suo discorso_) Mille esempj lampanti ne ammoniscono: invano: ciascuna che non ha provato ancora, si affretta quanto può a crescere il numero delle ingannate. Ciascuna si lusinga di aver fascini nuovi che non ebbero le altre; o sogna per sè la piccola vanità di riuscir meglio di loro; o chiede fra sè curiosamente che sapor novo avranno le labbra che già ebbero i baci di Taide e di Mirrina, di Bacchide e di Cesira. Così, come le pecore, matrone e cortigiane[35], si corrono dietro. Povere folli! Il caso, e nulla più ha dato ad essi talora le prime vittorie: la curiosità, la vanità o l’ingenuità nostra procaccian loro le altre!... E poi che le illuse si son cavate il capriccio dello esperimento, allora invocano come Eufrosine gli Dei vendicatori, perchè hanno scoperto, un po’ tardi, che i baci di Alcibiade sono affatto simili a quelli di un altro, e che non valeva a quel prezzo la pena di accrescere inutilmente i suoi trofei!

GLIC. (_levando lentamente gli occhi su Aspasia_) Ma tu che così ne parli... li hai provati tu... i baci... di Alcibiade?

ASP. Se avessi voluto! Mi chiese amore — e non l’ebbe. Così m’ami Adrastea[36] come io resto sola, finora, in Atene, vendicatrice del mio sesso contro gli inganni di costui, che è più bugiardo di un Cilicio.[37]

ALCIB. (_sempre in ascolto, in disparte_) Buono a sapersi!

ASP. (_ripigliando_) Da te, mia cara Glicera, se la quiete dell’anima, rugiada alle rose del tuo volto, se la tua bella ed allegra giovinezza ti è cara, da te, Glicera, dipende l’essere tu la seconda.

ALCIB. (_in disparte_) Parla un po’ per tuo conto!

GLIC. (_con accento, fra mesto e serio, di chi prende una risoluzione ingrata_) Lo sarò.

ASP. Ebbene, allora, sta in guardia! perchè la sua tristezza non è così insidiosa come la sua allegria: e nessuno mai seppe meglio nascondere i suoi disegni sotto la maschera della indifferenza. Dimmi, o Glicera, che cos’è, infine, questo Alcibiade, perchè tu debba lasciarti tradire da lui? Egli è prode, non nego: ma son migliaia in Atene prodi al paro di lui; è bello, ma Autòlico e Càrmide, e Fedro e Critòbulo[38] lo sono del pari; è ricco[39], generoso, prodigo, d’illustre famiglia[40]: Callia, Feace e Mègacle[41] pure lo sono. Forse perchè egli è più dissoluto, più vizioso, più vanitoso di loro? O perchè più di loro sa mentire e spergiurare all’orecchio di una fanciulla? Tu meriti ben meglio. O mia Glicera! quanti dolori e disinganni sarebbero a noi donne risparmiati, se imparassimo per tempo a conoscere l’uomo per quel che è: il nemico naturale del nostro sesso: e a trattarlo come tale. In questa guerra, la natura ci ha armate bastantemente all’offesa; come al toro le corna e l’unghie alla pantera, a noi per assalire diede le grazie e la bellezza:

Beltà che brando od asta Non valgono a domar, Che sola a vincer basta Le folgori e gli acciar,[42]

come un giorno cantava il vecchio Anacreonte. Ma pur troppo, nello armarci per lo attacco, la natura non pensò alle trincere per difenderci. La _difesa_, o mia Glicera, è il nostro lato debole: e qui ne abbisogna supplir coll’arte a quello che non diè la natura.

GLIC. (_con fare ingenuo, sospirando_) Mi difenderò.

ALCIB. (_in disparte_) Che cara maestra! Preferisco la scolara!

ASP. (_ripigliando_) I nostri nervi impressionabili, la nostra imaginazione sempre attiva e sempre accesa, _ecco_ i traditori che il più delle volte consegnano al nemico le nostre fortezze. Colpire la fantasia di una fanciulla: è così facile! e di effetto così sicuro! ed è il piano d’attacco di costui. Colpirla, con non importa che cosa: col prestigio del valore, dell’audacia o delle stranezze, col fascino delle vanterie o colla poesia esaltata del sentimento: o col fasto chiassoso, o coi vizî chiassosi: tutto è buono per noi. Vuoi difenderti da Alcibiade? Guarda dalle sue sorprese il tuo cervello fantastico; guardati da’ suoi vanti superbi, dalla sua baldanza artificiosa, dalla menzogna delle sue parole quando parla d’amore. Mentre egli ti parla, abbi presente sempre a te che egli è da meno di quel che si vanta, e che tu sei da più di quel che ti credi. Fuggi, più che la sua tristezza, la sua aria gioviale, di cui scaltro approfitta per dar colore di scherzo alle prime audacie del linguaggio, ed estendere a poco a poco le sue licenze. Che s’egli ti assedia dappresso, ricorri a qualcuna delle tue occupazioni più favorite, e colla distrazione di questa scongiura il fascino delle sue parole! Sopratutto infine, e questo, bada, dei consigli è il più importante... fa di trovarti il meno possibile sola con lui.

ALCIB. (_in disparte, alquanto ironico_) Oh, oh, la lezione comincia a farsi pericolosa!... (_tossisce, fa rumore e s’avanza per i viali cantarellando a mezza voce_)

«Di unguenti rendere[43] «L’urne odorose «Che giova?! e spargervi «Tanto licor! «Tutto va al nulla! «Dammi le rose, «E una fanciulla «Recami, Amor!»

ASP. _e_ GLIC. Lui! (_Alcibiade si avanza ilare verso di loro_)

ASP. (_sottovoce a Glicera_) Te l’avevo detto?! Sta in guardia. Egli ti cerca.

GLIC. (_sottovoce ad Aspasia_) Rientrerò nella sala.

ALCIB. (_complimentoso, insinuante, elegantissimo_) Inclita Aspasia, vezzosa Glicera, sole, ancor qui? Buon per voi ch’è già sera: se no, da questi alberi v’udrebbero le cicale, messaggiere ed interpreti delle Muse:[44] e andrebbero ad Urania, ad Erato e a Tersicore a dar ben cattive informazioni delle loro alunne e del modo ond’elle defraudano de’ loro sorrisi gli sguardi dei poveri mortali.

GLIC. Non temere per questo, Alcibiade. Stavo appunto per rientrare nella sala del convito. (_s’avvia per uscire_)

ALCIB. Oh, Venere te ne dia premio! Ti verrò compagno. (_le offre galante il braccio_)

GLIC. No, no, grazie, Alcibiade. Rimani pure. Rientro sola. (_lo scansa e fugge via_)

SCENA IV.

ALCIBIADE e ASPASIA.

ALCIB. (_ritornando verso Aspasia, fra sè_) (Allora, a noi, inclita maestra!)

ASP. Ebbene, Alcibiade, famoso cacciatore, par che s’insegua qualche nuova selvaggina.

ALCIB. (_con fare indifferente ed allegro_) Eh! si passa il tempo!...

ASP. Infatti, qui siam presso il fiume: e, se non erro, è precisamente in questi luoghi che il traditore Borea un giorno rapiva la vergine Oritìa...[45]

ALCIB. (_indifferente, senza guardare Aspasia_)... la quale non se n’ebbe troppo a male...

ASP. Il prestigio dei vezzi di Eufrósine è svanito ben presto; e il catalogo de’ tuoi amori vuol essere più lungo di quello di Esiodo[46]. Tu adocchj Glicera.

ALCIB. Chi sa! E s’anco ciò fosse, non certo vorresti darmi torto od accusarmi di gusto cattivo. Ell’è un fiore sbucciato appena nei giardini di Venere. Quella età ha fascini strani! e poi, è tanto innocente!... Non ha le tue arti, nè le tue astuzie, o bella Aspasia... (_sorridente_)

ASP. Per sua sventura...

ALCIB. (_vivamente_) Per sua fortuna! vuoi dire. Poi ch’elle non servono che a sfrondarci la poesia della vita, a inaridir la fonte delle nostre gioie più pure, ad istrapparci ai nostri sogni più cari... Povere fanciulle! per evitare il pericolo _incerto_ di un disinganno, elle affronteran dunque la _certezza_ della noia e del vuoto; per non correre rischio di essere ingannate, ignoreran dunque per sempre che cosa sia la voluttà di _credere_; di credere ad una parola entusiasta, ad un amor febbrile, ad una passione ardente, al sogno di un minuto che vale mille anni di realtà!... Ma non varrebbe la pena di vivere!...

ASP. (_con accento lento, sardonico_) Infatti... di questi sogni... a loro spese... tu _vivi_...

ALCIB. (_con forza_) Ed _elle_ vivono! E che! rinunzierei a cogliere questi fiori leggiadri per ispendere la vita, ch’è sì breve, in imprese di Ercole, nello assedio di cuori adamantini, esperti in ogni astuzia, agguerriti contro ogni attacco, parati ad ogni resistenza!? Fossi pazzo!

ASP. Eppure dicono sian queste, vincendo, le vittorie più dolci e più gradite...

ALCIB. (_con indifferenza_) Sarà!...

ASP. Come a dire?

ALCIB. Io non mi ci son mai provato... e non ho voglia di provarmici...

ASP. (_sorridendo ironica_) Ed è Alcibiade, il conquistatore di donne che parla?

ALCIB. Conquistatore o no, lui in persona. Queste battaglie non mi vanno. Non ci trovo gusto. Esigono una posta troppo alta per me. Combattere, durar fatiche e sacrificii, colla certezza di vincere, vada: ma quando di vincere _non son sicuro_, rinuncio alla battaglia e cedo il campo. (_Alcibiade mantiene sempre il suo accento di artificiosa indifferenza_)

ASP. (_ironica_) È più prudente.

ALCIB. Certo. Una prima sconfitta, guai! potrebbe trarmene dietro delle altre. Le donne queste cose non le tacciono... Più di un cuore conosco (_getta occhiate espressive sopra Aspasia_), il cui possesso saria stato il mio sogno, e al quale rinunziai senza colpo ferire, solo per non urtarmi contro la sua scaltrezza. Imposi ai miei sensi di star quieti, di non sentir nulla, come a quei soldati che la disciplina obbliga oziosi sotto la tenda, mentre la tromba tirrena dà il segnale della pugna.[47] E i sensi obbedirono: benchè di un altro genere, erano sempre vittorie che riportavo su me: m’abituai a riportarle. Perciò, ora, son altri cuori che inseguo: e da buon capitano, non sciupo i miei soldati: non pongo assedio nè ai cuori scaltri, nè alle fortezze inespugnabili.

ASP. Eh, non è poi detto che tutti lo siano...

ALCIB. Quasi tutti (_fingendo premura_). Oh, addio, bella Aspasia. Lasciami inseguir Glicera.

ASP. Non sei cortese, Alcibiade. Che premura! La farfalla già non fugge: il passero ha il volo più lungo...

ALCIB. Ma il passero a sua volta non deve incantarsi per aria, perchè il falco potrebbe fargli qualche scherzo.

ASP. (_ridendo_) Oh! oh! sarei io il falco? Paventeresti di me?...

ALCIB. Di te, bella Aspasia? Oh, tutt’altro. Con te mi sento pienamente sicuro.

ASP. (_a parte, con dispetto_) (Impertinente!)

ALCIB. Con te, che sei una di quelle Amazzoni agguerrite di cui parlavo dianzi, so che non vi è nulla a fare...

ASP. (_dissimulando con soddisfazione ostentata il malumore_) Ah!... manco male che lo sai...

ALCIB. Quindi il mio spirito come il mio cuore si trovano in perfetta calma: e ringrazio i Numi che a me ti han fatto conoscere soltanto nella estate de’ tuoi dì...

ASP. Perchè?

ALCIB. Perchè se la tua state è così bella e rigogliosa, penso che la primavera m’avrebbe messo ad una prova troppo dura.

ASP. (_con civetteria_) Tu vuoi dire che anche la estate mia non sia del tutto scevra di pericoli?

ALCIB. Che non lo sia, tu n’hai la prova in tutti quelli che ti fan corona. Poichè _tutti_ tu hai incatenato al tuo carro... tutti...[48] (_Alcibiade fa una breve pausa, Aspasia a quelle parole leva gli occhi vivamente e con compiacenza su Alcibiade, il quale, senza mostrare d’accorgersene, termina la frase sospesa_) tranne me.

ASP. (_a parte, con gesto di dispetto_) (Vanitoso!)

ALCIB. (_complimentoso, galante_) Tutto ciò che Atene ha di più eletto, vecchi e giovani, ti fan corona. Socrate discute con te di filosofia, Aristofane ti legge le sue commedie, Euripide le sue tragedie. Ippia ti sottopone i suoi discorsi e il leggiadro Agatone ti dedica le sue odi. Alcamene ti consulta sulle sue statue[49] e Polignòto intorno a’ suoi quadri. Colla bellezza hai soggiogato i cuori; collo spirito esteso il tuo regno assai più in là che alla bellezza non è dato. Oh! le grazie della tua mente! nessuna Venere le pareggia. Invano la bellissima Circe percote della verga magica Ulisse, munito del farmaco del Dio; Ulisse rimane illeso, Circe per lui non è più una maga, ell’è una donna come un’altra! Ma quando le sirene lo invitano alle voluttà dello spirito e gli dicono di sapere tutto quello che fu e che sarà, è allora che Ulisse non è più padrone di sè, e bisogna che i compagni lo leghino più stretto all’albero della nave, perchè non si getti nell’onde, dietro al canto di quelle ammaliatrici...[50]

ASP. Ben trovato il confronto! E allora, io, per Alcibiade, non sono Circe... e non sono neppure una Sirena.

ALCIB. (_sorridente_) Perchè Alcibiade non è Ulisse... Addio, inclita Aspasia. (_fa di nuovo per avviarsi_)

ASP. Che fretta!... Eppure, se mal non rammento, fu un tempo che Alcibiade si _dilettava_ al canto della Sirena... (_accentando le parole_) Rammento di una certa lettera...

ALCIB. (_vivamente, con sorpresa d’uomo indifferente_) Oh, ancora la serbi?! Che mi ricordi mai!... Ah, sì, infatti! Io scherzavo allora... Sapevo benissimo che tutto era inutile...

ASP. Ah!? fu uno scherzo?

ALCIB. Sì (_coll’accento premuroso di chi si scusa_), ma come vedesti, innocente...

ASP. (_con dispetto_) Alcibiade tratta molto leggermente gli scherzi fatti ad Aspasia! Per cui, se la povera Aspasia invece di andar guardinga, avesse creduto alle parole dette, per _ischerzo_, da Alcibiade...

ALCIB. (_interrompendola vivamente_) Alcibiade sarebbe stato così felice da morirne... (_Aspasia si volge sorridente ad Alcibiade, che subito ripiglia terminando la frase sospesa_) e per questo gli Dei non lo permisero!... Oh, ma tu me lo perdoni, n’è vero? Tu devi dimenticare...

ASP. (_con malumore_) Ebbene, Aspasia _non dimentica... gli scherzi..._

ALCIB. Perdonali dunque! E se non vuoi perdonare lo scherzo, allora...

ASP. Allora?

ALCIB. Metti che fu sul serio, e non farmene una colpa! (_moto di compiacenza di Aspasia, subito represso dalle parole successive di Alcibiade_) poichè ora vedi che son savio e ravveduto.

ASP. (_fra sè_) Fin troppo...

ALCIB. (_incalzante_) Non farmi una colpa, se i tuoi vezzi furono per un minuto, per un minuto solo, più forti del mio proposito. Non per nulla le Grazie ti guardarono con occhio sì benigno,[51] e non per nulla fosti chiamata novella Onfale, e Giunone e Dejanira.[52] Veder così sovente il tuo viso, udir così sovente la tua voce... era poi così strano ch’io perdessi la testa... un istante? Quanti la avrebbero perduta per sempre! Via, perdonami dunque, dimentica... dammi il bacio fraterno dell’oblio e del perdono...

ASP. Un bacio?! (_ridendo_) Ah! ah! furbo, Alcibiade!

ALCIB. E che vi è di male o di strano? Un bacio fraterno che suggelli la pace?... Una Aspasia vi scorgerebbe un pericolo?...

ASP. Oh, al contrario... ma appunto...

ALCIB. Ma appunto, dopo le tue parole di poc’anzi, tu non devi negarmelo, se pur non mi serbi rancore. Ed io voglio pace con te. Tu non puoi negarmelo un bacio, che quanto più sarà cordiale, tanto meglio proverà che non fai caso di quella mia improntitudine di allora; tu sai benissimo che ciò che può offrir pericolo per tutt’altra, non ne offre alcuno per te... _perocchè tu sei Aspasia..._

ASP. Eh, via, adulatore! taci! poichè lo vuoi, ed io non sono cattiva... sia fatta dunque la pace.

ALCIB. Oh, grazie!... (_Alcibiade con moto di gioia l’abbraccia e scambia con lei un bacio lungo e appassionato; indi si scioglie mesto dall’abbraccio, come sovrappreso da un pensiero_) Ah! che peccato, Aspasia, che il destino ci abbia serbati a non essere altro che amici!

ASP. (_fissandolo con sorpresa_) Perchè?

ALCIB. Perchè, altrimenti, chi sa che cosa sarebbe stato di noi! Figurati, Aspasia, noi, come vedi, non ci amiamo: Nemea, invece, dice di amarmi ardentemente, appassionatamente: e forse lo crede. Ebbene, se è vero che il bacio è l’alito dell’anima, l’anima di Nemea non sa amare: perchè di tutti i suoi baci insieme, nessuno mai fu neppure della metà ardente e appassionato quanto questo tuo... (_gesto vivissimo di Aspasia_) che è poi un semplice bacio fraterno. (_Alcibiade fingendo non accorgersi del moto di risentimento di Aspasia, ripiglia con forza_) _Tu sì_, hai del fuoco!... Addio, addio, Aspasia!... Ah che peccato!... che peccato! (_esce lasciando Aspasia non ancora rinvenuta dal dispetto e dalla collera_)

SCENA V.

ASPASIA sola.

ASP. L’impudente!... E a che mi irrito?... È Adrastea che mi castiga[53]!... Ed io facevo la lezione a Glicera!... Servirà a me per un’altra volta...! (_esce_)

SCENA VI.

TESSALO _e_ CLEONIMO.

(_Entran discorrendo, a voce bassa e concitata, fra di loro_)

TESS. E così dunque... domani Alcibiade parlerà all’Assemblea... e se non vi ci mettiam di proposito, vedrai che questo odioso giovinastro la spunterà...

CLEON. Per Ercole, se la spunterà! Gli animi dei giovani[54] sono tutti per lui. Con quanti di loro ho tastato il terreno, eran tutti disposti a dare il voto per la spedizione di Sicilia, e per la nomina di Alcibiade a capitano, insieme a Lamaco e a Nicia...

TESS. (_passeggiando concitato_) Capitano costui! Per i Numi! Preferirei veder Atene sommersa da un altro diluvio...[55] Ma non tutti i giovani sono Atene... Parlasti con alcuni dei più attempati?

CLEON. Sì... e qui forse il terreno è migliore per noi.

TESS. Bisogna dunque lavorarlo: e non perder tempo. Di molti io so che detestano Alcibiade e la sua insolenza, e che soltanto per paura esitano a dichiararglisi contro[56]. Questi smetteran le esitanze, per poco che l’esempio di altri li incoraggi. I presagi infausti potranno molto giovarci... Per questo importerebbe mandar fra il popolo qualcuno...

CLEON. Oh, guarda là Cimoto! costui potrebbe fare al caso nostro...

TESS. Ma non è amico d’Alcibiade costui?

CLEON. È parassita, e s’adatta a tutti, come il coturno...[57]

TESS. Chiamalo...

CLEON. (_avanzandosi verso il fondo dei viali_) Cimoto! Cimoto!

SCENA VII.

Detti e CIMOTO, indi ANTIOCO.

CIM. Che c’è?

CLEON. (_a Tessalo presentandolo_) Quest’è l’uomo.

TESS. (_a Cimoto_) Mi conosci?

CIM. Per Minerva! Sei Tessalo, figliuol di Cimone Lacìade.[58]

TESS. E tu sei parassita e retore. Come la ti va?

CIM. Eh! si vive.

TESS. Non basta. Bisogna viver bene. Mi han detto che hai la parola pronta...

CIM. Come il ventre... al tuo servigio...

TESS. Domani c’è l’assemblea popolare allo Pnice...[59]

CIM. Lo so.

(_A questo punto Antioco traversa lo sfondo della scena fra le piante. Udendo nominar Alcibiade si arresta, e sta a sentire il colloquio; poi si allontana_)

TESS. Alcibiade avrà molti suffragi...

CIM. Sicuro.

TESS. E ti par che ciò sia bene?

CIM. Eh? (È un suo amico...) Benissimo...

TESS. (_gettandogli una borsa_) Ed io ti dico che ciò è male...

CIM. (_con premura, afferrando la borsa_) Malissimo... volevo dire... Infatti (_fra sè_) voleva farmi saltare con una gamba sola...

TESS. E degli augurî e presagi della spedizione che si dice?

CIM. Finora buoni...

TESS. Cattivi!... (_con forza_)

CIM. (_più forte ancora_) Perfidi!

TESS. Bisogna dunque dirlo al popolo...

CIM. (_con aria d’intelligenza_) Lo diremo.[60]

TESS. T’aspetto domattina a casa mia. (_fa cenno a Cleonimo di andar seco ed escono insieme entrambi discorrendo a bassa voce_)

SCENA VIII.

CIMOTO solo.

CIM. To, to! che scopro mai! Dei complotti contro Alcibiade, in casa sua! E Alcibiade invita questa gente a banchetto! Per Mercurio portator di guadagni![61] Questo si chiama impiegar bene il denaro... (_pesa sulle mani la borsa avuta_) e questo, se vogliamo... si chiama acquistarlo male. Vada per tutti gli scherzi che costui mi ha fatto! Un giorno per tortelli di latte darmi a rodere ciottoli intrisi nel miele... un altro, farmi bere, per vino, brodetto di senape...[62] (_sternuta_) Oh ventre, quanti ludibrj ci obblighi a soffrire! Guardalo là il burlone... che arriva. Andiamo, andiamo... (_va via riponendo la borsa mentre stava per contarne il contenuto_), non è onesto contar questi denari in casa sua. (_esce_)

SCENA IX.

ALCIBIADE e GLICERA.

GLIC. (_entra discorrendo con Alcibiade_) Son meste le tue parole come canto di alcione.[63] Non eri sì mesto poc’anzi, quando m’incontrasti qui con Aspasia...

ALCIB. (_con aria mestissima, sospirosa_) È necessario portar sempre la maschera della gioia sul volto per non dispiacere alla bella e poetica Glicera?[64]

GLIC. Oh, non dissi questo: ma...

ALCIB. (_mesto sospirando_) Non è sempre il cuore di chi ride di più, quello che soffre di meno...

GLIC. (_fra sè a parte_) (Infatti, mi par molto mesto. Avrà qualche affanno segreto. Se Aspasia ha detto il vero, in questo momento non dovrebbe essere pericoloso. Posso parlargli.) (_si appressa ad Alcibiade con aria affettuosa_) Ma tu che rimproveravi agli altri di abbandonare l’allegria del convito...

ALCIB. Io erravo solo, cercando un istante di sollievo e di tregua alla triste necessità del fingere, fra i silenzi di queste piante, ove tu certo venisti a confidare agli astri le gioie serene e tranquille della tua anima. Ebbi torto di sturbarti e rattristarti colla mia compagnia. Perdona... mi ritirerò, se lo brami...

GLIC. Oh, no, resta pure. (_fra sè_) (Com’è mansueto! E Aspasia mi diceva di guardarmi dalla sua baldanza!) E qual cosa mai può contristare Alcibiade? Non sei tu l’uomo cui tutto sorride? Non vai ricco di successi e di onori fra tutti i giovani della tua età?

ALCIB. Che sono i sorrisi della vita, quando il vuoto è nel cuore? E di che successi, di che onori mi parli? Le mie corone di Olimpia?[65] Ma Gerone e Terone e Agésia di Siracusa e Psàumida di Camarina[66] ne riportarono di uguali e di più belle. Le lodi di Euripide?[67] Ma essi ebbero Pindaro. Le milizie guidate alla battaglia di Mantinea?[68] Ma sono gli Spartani che l’han vinta. La fronda di quercia di Potidea? Ma fu Socrate che la conquistava e fu la sua modestia che me la regalò...[69]

GLIC. Oh! io udii da Socrate stesso che tu la meritasti...

ALCIB. E Socrate non ti disse il vero. Fu egli, il prode e generoso vecchio, che a Potidea mi salvò la vita e le armi: e sua di diritto era la corona che dinanzi ai giudici volle rinunziare a favor mio...

GLIC. (_fra sè_) (Non è così superbo come voleva farmi credere Aspasia!)

ALCIB. Dove, dove sono dunque, o Glicera, i miei allori? Forse il rumore ed il fasto delle stranezze e delle orgie con cui cerco ingannar me medesimo, e la noja cupa e il disgusto della vita ingloriosa? Ah, quando l’anima sitibonda va in cerca di affetti e amore non la ravviva delle sue rugiade, essa non ha ali per la gloria! Ed è ciò che mi tormenta!...

GLIC. Ma tu scherzi, Alcibiade! Tu sei anzi famoso per la facilità con cui li muti gli affetti; da che tua moglie morì, ti chiamano... (_abbassando gli occhi, con reticenza ingenua_) il marito... di tutte le donne![70] Di amori le donne di Atene non ti lasciarono soffrir penuria.

ALCIB. Di _amori_ sì, non di _amore_. Nessuna seppe intendermi, nessuna seppe amarmi com’io volea. Io aveva... io ho... qui e qui... (_si tocca la fronte e il cuore_) un certo ideale a cui nessuna corrispondeva. Per questo fui costretto a vagare d’una in altra ramingo, cercando sempre inutilmente la donna de’ miei sogni... (_con accento mesto_) Triste, affannosa ricerca, seguita _finora_ da più tristi disinganni...

GLIC. (_fra sè_) (Dopo tutto, potrebbe esser vero. Aspasia è sagace, ma non deve averlo capito bene costui) A sentirti, Alcibiade, si direbbe che delle infedeltà tue le donne abbiano per giunta a rendere stretto conto a te e non tu a loro...

ALCIB. Così è.

GLIC. Ma io sarei ben curiosa di conoscere questo tuo famoso ideale; e di sapere _come_ la vorresti, _come_ dovrebbe essere la donna che ti avesse finalmente a contentare...

ALCIB. (_vivamente_) Come la vorrei?! Oh, anzitutto, si sa, la vorrei bella: morbide e folte e bionde le chiome, adombranti[71] la fronte candidissima (_mentre parla, fissa gli occhi amorosamente sopra Glicera_); brune le pupille come Minerva, umidette e languide come Citerea[72]; porporine le labbra, che invoglino ai baci; snella la persona, e sparso il volto non di bellezza severa, ma di dolcezza ingenua; non di maestà, ma di candore; la vorrei bella, insomma, come Venere... o... come Glicera...

GLIC. Adulatore!...

ALCIB. (_con inflessione di voce piana e dolcissima_) E vorrei che il suo volto fosse lo specchio della sua anima; e che la sua anima vibrasse, per segreto ineffabile accordo, a ogni più piccola oscillazione della mia; che non cercasse al mio affetto, come tutte le altre ch’io conobbi, la soddisfazione di una piccola vanità femminile o di un semplice piacere dei sensi; ma l’estasi divina di due anime confuse in una sola; che sapesse insiem colla mia vagar per gli spazii, e interrogare le mille voci della natura che parlan d’amore; intendere con me la poesia di questi silenzi, di queste notti serene, di questo cielo stellato, di questi profumi dei fiori che l’aure ci portano dalle sponde del ridente Cefiso; e nel tacito volo, venirci spogliando via via di ogni scoria della terra, di tutto ciò che non è nobile e non è puro; divinare le vie della gloria e slanciarvisi; e salire, e salire — verso tutto ciò che è bello, che è grande, verso le regioni calme e luminose di cui Socrate or dianzi parlava, e celebrarvi insieme abbracciati, fra voluttà che non han nome, i santi misteri degli dei! (_mentre parla s’è avvicinato a poco a poco a Glicera e l’ha circondata di un braccio_).

GLIC. (_è venuta ascoltando avidamente Alcibiade, con trasporto di ammirazione crescente, quasi affascinata da lui_) Ah!... (_dopo questa esclamazione di desiderio, di trasporto e di amore, Glicera rimane lì interdetta, e, quasi pentita d’essersi lasciata involontariamente dominare dal suo fascino, si stacca vivamente da lui_.)

ALCIB. (_vivamente, con voce affettuosa, ma come fingendo di non accorgersi dell’impressione delle proprie parole su di lei_) Che hai, Glicera?

GLIC. Nulla!... (_fra sè, staccandosi da Alcibiade_) (Ha ragione Aspasia... È un ammaliatore costui. Non bisogna ascoltarle le sue parole. Pensiamo ad altro...) (_si leva dalla cintura_[73] _un rotolo di papiro,_[74] _lo apre e lo scorre_)

ALCIB. Che pensi, Glicera? Che leggi?

GLIC. Perdona... Son pochi versi non finiti, che stavo componendo quando m’incontrasti. Le tue parole, per richiamo di idee, mi han ricondotta la mente a continuarli... se permetti...

ALCIB. Oh! che Apollo Liceo[75] e che le Muse mi guardino dallo interrompere i carmi di una Saffo così leggiadra. È egli lecito udirli... almeno?

GLIC. E perchè no? Se vuoi aiutarmi a finirli... (_fra sè_) (È men pericoloso che starlo a sentire).

ALCIB. Oh, io non son poeta... Ma leggi... leggi...

GLIC. (_leggendo_)

«Non credere al fiore, se ostenta all’aurora «Più dolce il profumo, più vago il color: «Son larve fugaci del regno di Flora... «Doman più non hanno nè tinte, nè odor. «Non credere all’albero da l’ombre gioconde, «Nè all’erba, che molle t’invita a giacer: «Mortifero è il sonno che piovon le fronde, «E ascosa è la serpe tra i verdi sentier. «Non credere al cigno, se il cantico l’ange, — «Son canti di morte che all’aura darà: «Non credere al drago se lagnasi e piange... «Chi accorre al suo pianto, ritorno non fa.»

(_Glicera si arresta, avendo finito la lettura, e guarda Alcibiade che le si è di nuovo appressato, e vien leggendo seco, di sopra la spalla di lei_) Va avanti tu...

ALCIB. (_chino dolcemente su la spalla di Glicera, l’occhio fisso sul papiro, come se leggesse, seguita improvvisando_)

«Non creder d’astuta Sirena agli inganni, «Nè a donna che troppo ti voglia insegnar, «Se, inquieta pei vezzi che sfrondano gli anni, «Le gioie che invidia — ti insegna a spregiar. «Ma credi alla voce dell’alma segreta «Che a scerner ti insegni fra i cantici e i fior; «Al core che amando diventa poeta, «Al _forte_ che _prega_ — chiedendoti amor.

(_alle ultime parole, Alcibiade, che aveva già circondato di un braccio — sul principio dell’improvvisazione — il fianco di Glicera, si trova alle sue ginocchia. Glicera affascinata dalle parole sue, gli ha già abbandonata una mano, e si china verso di lui per baciarlo, quando un ultimo senso di vergogna, nel trovarsi vinta contro sua voglia, di subito la arresta_.)

GLIC. Ah! (_toglie vivamente la sua mano da quella di Alcibiade; si copre delle mani il volto, e fugge precipitosa_.)

SCENA X.

ALCIBIADE solo, poi ANTIOCO.

ALCIB. (_seguendo ilare dello sguardo Glicera che fugge_) Il nemico fugge — dunque è vinto. Diamogli il tempo di arrendersi. (_entra affrettato Antioco_) Oh, Antioco! dove t’eri cacciato? Da un’ora non ti trovavo più.

ANT. Ero qui poc’anzi...

ALCIB. Anche tu? Solo?

ANT. No. Con Tessalo, e Cleonimo e Cimoto.

ALCIB. A discorrer con loro?

ANT. A sentire di nascosto i loro discorsi.

ALCIB. (_sorridendo_) Bel mestiere!...

ANT. (_serio_) Ve n’è uno peggiore...

ALCIB. Quale?...

ANT. Approfittare dell’ospitalità per ordir trame ai danni dell’ospite, alle sue spalle, in casa sua...

ALCIB. (_indifferentissimo_) Ah, lo sai anche tu che Tessalo e Cleonimo mi voglion male?

ANT. E te la pigli con tanta indifferenza? E li tieni amici costoro — e li inviti?

ALCIB. Certo. Per tenerli d’occhio e sorvegliarli più davvicino. E che cosa hai sentito, demone coricéo?[76]

ANT. Han corrotto Cimoto, che ti aizzi contro la superstizione del popolo, spiegandogli infausti i presagi...

ALCIB. (_sorridendo_) Tu vedi che se io non li invitavo, non avresti potuto sentir nulla. Grazie dell’avviso. Mi regolerò. Va, va, nelle sale — che l’orgia vi è nel punto migliore. Or ti raggiungo.

ANT. Sta in guardia!

ALCIB. Va, va. Un momento. (_Antioco avviato ad uscire si sofferma_) Perchè ti sei messo quei calzari?

ANT. E lo domandi? Perchè è la moda introdotta da te. Li ho fatti far come i tuoi...[77]

ALCIB. (_con impeto_) Scimia!... Ma io sono Alcibiade! — Va, va... e levali! (_Antioco esce_)

SCENA XI.

ALCIBIADE solo, poi SOCRATE.

ALCIB. Così faccian gli Dei che io non abbia mai avversari più pericolosi! Ah, Tessalo, tu sei furbo! ma il Cretese questa volta è incappato in un di Egìna...[78] Ci vuol altro che questa gente per attraversarmi la via!... (_si leva dal seno e spiega un rotolo che si suppone la carta geografica della Sicilia — e la osserva; in questo frattempo Socrate è rientrato, e, alquanto in disparte, fermo, le braccia conserte, con aria tra il grave e l’affettuoso, sta osservando Alcibiade_) Ecco la Sicilia! il sogno delle mie notti, il mio sogno di gloria! Oh, Atene vedrà se Alcibiade è buono soltanto a corteggiar femmine e a far correre cavalli ad Olimpia![79] E conquistata la Sicilia e aggiunte alle nostre le forze di un’isola sì vasta, ne avrò più del bisogno per abbattere Cartagine; e caduta questa, tutto il suo imperio è nostro dalla Libia all’Iberia: e nostra è l’Italia![80] Che diventa allora la conquista di Grecia? E la guerra contro il gran re?[81] Atene padrona del mondo per opera di Alcibiade — oh, per Adrastea! è qualcosa di più degli allori di Pericle e di Temistocle!... (_a questo punto volgendosi, si accorge di Socrate, che lo guarda fisso, le braccia conserte_) Socrate! (_con malumore_) tu ancora qui! che vuoi?

SOCR. (_immobile, calmo, senza scomporsi_) Nulla. Ti guardo.

ALCIB. Se vieni a ripetermi, come al solito, i tuoi rimproveri e ammonimenti, non vieni in buon punto.

SOCR. (_calmissimo_) Ti rimprovero io forse, ora?

ALCIB. Ma tu fai peggio che rimproverarmi. Quando io più m’innalzo coi desideri oltre le nubi, tu mi trascini sulla terra. Quando parli, non ti so resistere: e allorchè più sono contento di me, sei capace di farmi arrossire e sdegnar contro me stesso.[82] Perciò, mio malgrado, ti fuggo; ti fuggo come le Sirene.[83] Non voglio più sentirti. Non voglio sentirti. (_fa per allontanarsi_)

SOCR. (_sempre calmo_) Neanco se io ti favelli della gloria?[84]

ALCIB. (_vivamente soffermandosi_) Oh, di quella sì!... ma non d’altro...

SOCR. Infatti, se ti dicessero: Alcibiade, che preferisci tu: morir subito, o, contento degli onori che hai, rinunciar per sempre ad acquistarne di maggiori, — io credo che preferiresti morire[85].

ALCIB. (_vivissimo_) Certamente!...

SOCR. E tu vivi, perchè speri divenire maggior di Pericle e di quanti illustri ebbe mai la Repubblica: ma se un Nume ti dicesse che otterrai tutto questo, e che sarai padrone di tutta l’Europa; ma che non passerai in Asia,[86] e _là_ non avrai nome...

ALCIB. Oh, io non vorrei vivere per così poco!... (_con forza_)

SOCR. E per questo vuoi andare in Sicilia[87] in soccorso a quei di Egesta...

ALCIB. Certo. Son nostri alleati. È un debito di onore.[88]

SOCR. Bene! per gli Dei! Soccorrere gli amici ed alleati, è un bel principio per la gloria. E il disinteresse è virtù cara ai Numi. Andare, vincere, ritornare — e dire ai cittadini: Abbiam lasciato laggiù 200 talenti[89] e 1000 morti: ma abbiam vinto e soccorso gli amici. Ciò è grande![90]

ALCIB. Oh, ma adagio! Quei di Egesta ci faran le spese della guerra. E poi, non andiamo già per ritornare...

SOCR. (_con fare ingenuo, fingendo sorpresa_) Che? vuoi restarci?

ALCIB. Sicuro!... e conquistar la Sicilia!

SOCR. Allora, non parliamo di servigio di amicizia. Perchè questa parola gli Dei non vogliono che si profani. Ma anche illustrare ed aumentare lo Stato colle conquiste è una gloria non meno grande. Tu avrai già pensato che ci vorrà un’armata ben grossa, perchè la Sicilia è grande, e le sue città sono molte e potenti...

ALCIB. Certo. Più forte è il nemico, maggiore la gloria. È una guerra più grossa di quella del Peloponneso...

SOCR. (_facendo sempre l’ingenuo_) Oh, che buona notizia mi conti! Stiam già facendo la pace con Isparta?

ALCIB. Non ancora. (_con baldanza_) Ma la faremo là, in Siracusa.

SOCR. Ah!... ma non ti pare — scusa sai, di queste cose io non m’intendo — non ti par egli imprudente affrontare un nemico più grosso e lontano, se ancora non abbiam potuto vincere questo che abbiam qui alle porte?[91]

ALCIB. Ma da un pezzo lo avremmo vinto, se i capitani avessero saputo condur bene la guerra. Se ci fossi stato io!

SOCR. Perciò parmi peccato che tu ti allontani. In ogni modo, meglio così, se no, senza di te, anche in Sicilia, le cose andrebbero come nel Peloponneso...

ALCIB. Senza dubbio...

SOCR. E pregherò quindi, per la salvezza dell’esercito e di Atene, gli Dei scacciamali, che tengan quieti gli Spartani fino al tuo ritorno, e là in Sicilia proteggano i tuoi dì...

ALCIB. (_distratto_) Grazie.

SOCR. (_con fare indifferente_) Anzi, siccome degli Dei bisogna fidarsi sino a certo punto, sarà bene tu ti tenga a qualche distanza dal campo di battaglia...

ALCIB. (_con impeto_) Che! ad esser vile mi consigli? Non è Socrate che parla.

SOCR. Perdona... ma poichè senza di te tutto laggiù andrebbe a fascio!... E tu convieni che se, dopo conquistata l’isola, non potessimo conservarla, e vi perdessimo tutte le nostre schiere, questo sarebbe per Atene peggior danno dell’esservi andati...

ALCIB. Oh questo sì... ma...

SOCR. E che Atene allora maledirebbe il primo che ebbe l’idea dell’impresa...

ALCIB. Socrate!

SOCR. (_senza dargli tempo a parlare, uscendo dalla pacatezza serbata fin qui e prorompendo con vivacità ed impeto repentini_) Oh, Alcibiade, prega dunque gli Dei che ti facciano immortale! Se no, che gloria ti par questa che giuoca la tua vita contro le sventure della tua città?! E ti parrà gloria, se, teco assente il fiore dei nostri, lo Spartano che spia le occasioni prendesse d’assalto le nostre mura? E ti sarà glorioso, essere laggiù, vincendo, capitano di una città serva?

ALCIB. (_fatto pensieroso, impressionato dalla parole di Socrate, si riscuote_) Ma qui che faccio? E se questa occasione mi fugge, quando la gloria mi sorriderà?

SOCR. (_con forza_) Non hai altri nemici a vincere, quando Sparta non fosse? Guardati intorno per Atene e per la Grecia, se nulla qui siavi da fare, prima di guardar più lontano! Guarda la repubblica cadente, da che le virtù della repubblica se ne andarono! Guarda le discordie dei cittadini, le leggi conculcate, da che Pericle governò: l’ingordigia de’ salarj[92], i rotti e molli costumi che generano l’ignavia nelle tende e sulle navi: le industrie rovinate dalle ciance del foro e della Elièa[93], dai mercenarj[94] e dalle feste[95]: le campagne desolate dall’asta spartana. Tu che agogni essere eroe, comincia ad essere cittadino! Tu che vuoi vincere il mondo, comincia a vincere te stesso![96] (_Alcibiade ha gli occhi a terra, fatto mesto, vergognoso e cogitabondo delle parole di Socrate. Col dorso della mano asciuga una lagrima involontaria. In questo punto un servo entra_)

SERVO. Alcibiade! questa lettera per te.

ALCIB. (_prende macchinalmente, senza dir parola, il papiro che il servo gli presenta, lo svolge e scorre: scosso improvviso dal suo abbattimento e dalla sua mestizia, dà in esclamazione di gioia_) Ah!... Glicera!... (_legge concitato_)

«Sì, credo alla voce dell’alma segreta, «Che a scerner mi insegni tra i cantici e i fior; «Al core che amando diventa poeta, «Al forte che prega — chiedendomi amor!»

(_smettendo di leggere, con esclamazione vivissima_) Oh, ma ora io non prego più! (_si rivolge, tornato allegro, a Socrate_) E ci vorrà del tempo, o Socrate, per riportar questa vittoria che tu dici?

SOCR. Certo...

ALCIB. In attesa, io ne conosco una, che ne esige assai meno!... O Socrate!... (_con voce vibrata, mostrandogli lo scritto_) Glicera mi chiama!... (_fa una pausa, indi sorridente soggiunge a voce piana, e con accento significantissimo_) Una vittoria alla volta!...

SOCR. (_fa un passo come per trattenere Alcibiade che gli fugge via; lo segue dello sguardo, e quand’egli è uscito, incrocia le braccia e scrolla mestamente il capo_) Povera Grecia!...

CALA LA TELA.

QUADRO SECONDO

ATENE.

Luogo elevato e sassoso in vicinanza dello Pnice (πνύξ, luogo delle assemblee popolari).

SCENA PRIMA

DIOCARE, CARINADE, altri quattro o cinque popolani sdraiati, indi AMINIA.

DIOC. Che furia! (_a Carinade, che arriva correndo, ansante_) Un uomo di Faléra correr tanto![97] Sembri un di quei che corrono nella festa delle lampade![98] Il gnomòne ancora segna l’ombra di quindici piedi...[99]

CARIN. Davvero? Neanche la terza?! E a me parea di aver dormito le tre notti di Ercole![100] Meglio così! Già due volte, per pochi minuti di ritardo, fui segnato dalla corda rossa,[101] e il Tesmotéta[102] non mi volle dar i tre oboli[103] della paga.

DIOC. (_sorridendo_) Ti premono molto i tre oboli![104]

CARIN. Eh, perchè tu a vender pecore te la fai bene, e te la intendi co’ sacerdoti. Ma noi, per Cerere! se non ci fossero questi, e i tre oboli della paga di eliasta,[105] sul mestier solo del falegname ti so dir io che in giornata non ci si vive! E ancora, ancora, con quelli si tira là innanzi a stento... le nottole del Laurio in casa mia hanno una paura maledetta a farci il nido.[106] Oh Giove! quando mai verrà la rondinella!...[107] Ma non sono io solo che corre... Guarda Aminia suniese[108] il calzolajo,[109] che viene sbuffando... (_entra Aminia_) Buon dì, Aminia. Che abbiam di nuovo?[110] Come va?

AMIN. Di male in peggio, alla guisa di Mandràbulo.[111] Scarpe non se ne vendono, e cause non se ne giudicano. Da tre dì, vado al mio dicastero, e lo trovo chiuso: e la mia donna, ogni mattina, si dispera, perchè le torno a casa senza i tre oboli in bocca.[112] Per tutti e dodici gli Dei![113] Se domani o dopo l’arconte non tien giudizio, non so come potrò comperarmi da cena...[114] Dovrò ricorrere a quella di Ecate,[115] e ber del vino delle _nove cannelle_...[116]

DIOC. (_ridendo_) Un vino molto leggiero! Buon per me, invece, nel tribunale mio si lavora senza perdere un dì: e il bossolo dei voti non istà un momento in ozio. Ieri n’avremo condannati una ventina...[117]

CARIN. Il guaio è che anco i tre oboli son pochi; una metà basta appena alla farina, alla legna, al companatico;[118] e tra la tassa del quarantesimo, e l’uno per cento, e le straordinarie,[119] e l’altre imposte, e gli interessi della luna nuova,[120] l’altra metà se la portan via. Intanto costoro che son nelle cariche, e inviati e provveditori e capitani, che non fan mai niente, si piglian le tre e le quattro dramme al giorno: e si intascano di soppiatto i doni degli alleati, e si pappano i tributi[121] e le decime di Minerva,[122] e si fan nutrire a spese pubbliche nel Pritanéo;[123] e noi, veri Ateniesi, Cecrópidi puro sangue, figliuoli della terra,[124] che la mercede ce la siam guadagnata combattendo in campo e sulle triremi, noi che avremmo ormai diritto di consacrar le armi nel tempio,[125] noi si stenta la vita ne’ tuguri e nelle torricciuole,[126] e per quella miseria dei tre oboli par che ne facciano la elemosina!

AMIN. E sì poi che non ci dan nulla del loro! Fa un po’ il conto coi sassolini:[127] siam seimila giudici, fan circa 150 talenti all’anno; le entrate della città son 2000 talenti;[128] non ci dan dunque di paga nemmen la decima parte delle entrate...

CARIN. E il resto dove va?

AMIN. Lo sai tu?! Va in _ispese necessarie_, come rispondeva Pericle[129] quando gli domandavano i conti. Va ad ingrassare costoro che tengono il mestolo dello Stato, e vanno in giro vestiti di porpora, mentre io porto da tre anni questi cenci rattoppati, che sarebbe ormai tempo di dedicarli agli Dei.[130] Basta! là in Sicilia voglio anch’io rifarmi il guscio...

DIOC. Sicchè oggi darai il voto ad Alcibiade?...

AMIN. Certo.

CARIN. Anch’io! Quello è un uomo! E che ama il popolo. E con lui se ne farà del bottino!... Perchè, sai, dicono che la Sicilia è ricchissima... e ci si bevono dei vini squisiti...

DIOC. Oh, oh! (_guardando entro le scene_) Il sofista[131] Dionisodòro che vien da questa parte! Eccone uno che dei tre oboli non ha bisogno, e all’assemblea scommetto che non viene. In poche ore di lezione costui guadagna delle dramme...

CARIN. E che cosa insegna?

DIOC. Tutto.[132] Il talento di costoro è una meraviglia. Son ragionatori incomparabili che ti sanno il dritto e il torto di ogni cosa, e qualunque cosa tu dica, vera o falsa, con un certo parlare che loro hanno, te la confutano lo stesso. Ti insegnano a vincere davanti a’ tribunali tutte le cause, giuste ed ingiuste,[133] e a far comparir nero il bianco, e bianco il nero...

CARIN. Ma davvero? Per cui, se io non pagassi a Creméte l’usurajo gli interessi dei debiti alla luna nuova, ed ei mi citasse al tribunale...

DROC. Tu colla scienza di costoro non gli pagheresti più un obolo...

CARIN. Per Erméte! Chiamalo, chiamalo...

AMIN. Ohe, chiamalo anche per me...

DIOC. Dionisodoro!

SCENA II.

Detti e DIONISODORO sofista: indi CLEONIMO, TIMARCO ed altri popolani.

DIONIS. Che vuoi?

DIOC. Costoro vorrebbero tu insegnassi loro quel certo parlare che tu sai...

AMIN. CARIN. Sì, sì... _quello! quello!_

DIONIS. Ben volentieri. E son tuoi amici costoro?

DIOC. Certo.

DIONIS. Allora, la farem per poco: due dramme sole per ciascuno.[134]

CARIN. Eh? due dramme? O non le ti paion troppe?

DIONIS. Anzi, niente.

CARIN. Come? due dramme non sono niente?

DIONIS. Ma certo. E se vuoi — te lo provo.

CARIN. Oh! oh!

DIONIS. Avresti una dramma?

CARIN. Per farne che?

DIONIS. Per la prova...

CARIN. Eccola — ma non sciuparmela, sai.

DIONIS. (_piglia la dramma e gliela mostra fra le due dita_) Rispondi a me. Che cos’è questa?

CARIN. Per Minerva! una dramma.

DIONIS. Se è una, non può esser due.

CARIN. (_guardandolo attonito_) Eh? mi pare. Fin qui ci arrivo anch’io.

DIONIS. Ma potrebbe anche _non_ essere _una_ dramma.

CARIN. Ehi là, dico! Non barattarmela.

DIONIS. Quetati. Voglio dire che l’_essere_ dell’_uno_ è una cosa distinta dall’_uno_: perchè il dire _è_ — non è lo stesso che dire _uno_...

CARIN. Ohe Aminia (_lo richiama che venga a sentir Dionisodoro_), sta attento come parla bene costui!

DIONIS. E non può essere affatto la stessa cosa dell’uno, poichè allora il dire che l’_uno è_ — sarebbe lo stesso che dire _uno uno_ — e uno e uno farebbero due...

CARIN. Ah! certo che fan due...

DIONIS. E dunque l’_uno_ assoluto — per restar uno e non due — bisogna che non partecipi dell’_essere_ — perchè dal momento che cominciasse ad _essere_ — essendo l’_essere_, come hai veduto, un’altra cosa, — diventerebbero _due_ cose, e non sarebbe più uno. Non ti par giusto?

CARIN. (_guardandolo estatico_) Giustissimo.

DIONIS. E poi, se l’uno non fosse privo dell’_essere_ e se qualcosa dell’_essere_ entrasse nel suo _non essere_, allora di _non essere_ diventerebbe un _essere_ — e cioè sarebbe una cosa affatto diversa dall’uno...

CARIN. E dunque?...

DIONIS. Dunque l’_uno_ come _uno_ non _è_. — Ci son delle altre cose oltre l’uno?

CARIN. Eh? (_lo guarda con aria di chi non intende_)

DIONIS. Mi spiego. Tu mi hai dato questa che dici ch’è una dramma. Danne qui un’altra...

CARIN. (_gli dà esitante un’altra dramma_) Oh, ma non farmela sparire, perchè ci voglio bene, io, a questi cùculi del Laurio: son rarità preziose in casa mia.

DIONIS. Dà qua. Questa dunque è un’_altra_ da quest’_una_ che m’hai dato...

CARIN. Sicuro ch’è un’altra.

DIONIS. Se ci son dunque delle _altre_ cose oltre l’_uno_, e se l’uno come uno non _è_, nessuna di queste _altre_ cose può _essere uno_...

CARIN. Sarà benissimo come dici...

DIONIS. E neppur due, e neppur tre, perchè la _pluralità_ suppone l’_unità_, e il _due_ e il _tre_ non sarebbero ancora che l’_uno_ moltiplicato più volte...

CARIN. Certo.

DIONIS. Dunque se l’uno non è, nessun’altra cosa può _essere_, nè come _uno_, nè come _più d’uno_...

CARIN. Per cui...

DIONIS. Per cui, queste dramme non possono essere nè una, nè due, nè parecchie... e per conseguenza — son niente affatto. (_Risate fra gli astanti. Dionisodoro volge intorno sguardi trionfanti; indi s’avvia per allontanarsi_) — Oh addio!... i miei scolari mi aspettano...

CARIN. (_dopo aver guardato stupefatto Dionisodoro, si volta ad Aminia_) Hai capito tu...?

AMIN. Io no — e tu...?

CARIN. Io sì, qualcosa ho capito...

AMIN. Che cosa?

CARIN. Ch’egli mi porta via le due dramme... (_fa un gesto significante ad Aminia, poi chiama forte Dionisodoro_) Ehi là, Dionisodoro! (_Dionisodoro si ferma_) E tutte queste belle cose tu insegni per così poco?

DIONIS. Oh, queste ancora non le sono che bazzecole, a confronto del resto. E per due dramme sole!... Vieni, vieni da me; chiassetto d’oro verso Agnone,[135] la prima casa a destra; vedrai, vedrai...

CARIN. (_a Dionisodoro_) Però scusa. Chiariscimi una cosa che non ho ben capito. Tu dicevi tuttavia da principio che questa che t’ho data è una dramma? (_gli ripiglia delicatamente di mano una delle dramme._)

DIONIS. Lo dicevo.

CARIN. E che questa è un’altra... (_gli ripiglia delicatamente l’altra_)

DIONIS. Un’altra.

CARIN. Ma dunque son proprio due!

DIONIS. Appunto.

CARIN. E tu dici che due è la stessa cosa che niente?

DIONIS. La stessa che niente affatto. (_sorridendo di compiacenza, mentre stende la mano a riprenderle_)

CARIN. Bravo! E allora — poichè è la stessa cosa — ti do niente. (_si rimette le due dramme pacificamente in tasca e gli volta le spalle. Grande risata fra gli astanti_)

AMIN. Bravo Carinade!

DIONIS. Ma pagami la lezione.

CARIN. Te l’ho pagata! Non è vero, Aminia?

AMIN. Verissimo. (_Dionisodoro parte incollerito fra le risate. Sopravvengono Cleonimo, Timarco ed altri cittadini_) Oh buon dì, Cleonimo... Che faccia scura, Timarco! Sembri uscito dall’antro di Trofonio.[136]

TIM. Fa conto. È tutta la mattina che gli augurii mi perseguitano.[137] Mi alzo da letto, e mi buccinan le orecchie;[138] esco di casa e una dònnola mi attraversa la via; le scaglio dietro tre sassolini per iscongiurare il malaugurio, e non ho fatti dieci passi in là che incontro un epilettico furioso... Qualche disgrazia mi sovrasta...

DIOC. Vuoi un consiglio? Sacrifica subito un’agnella bianca e ben grassa ad Ercole, Apollo e Polluce sgombratori dei mali...[139] Vieni da me... te ne venderò una che è una meraviglia...

TIM. (_sospirando_) Ci verrò.

DIOC. Anzi veramente, s’io fossi in te, per essere più sicuro, ne sacrificherei una per ciascun dei tre Numi... Vieni, vieni da me...

AMIN. Del resto, consolati, non sei solo ad aver cattivi gli augurii... A me stanotte i topi han bucato il sacco della farina...[140]

TIM. E sei stato dall’indovino?

AMIN. Sì, certo.

TIM. Che ti disse?

AMIN. Che il sacco bisognava farlo rattoppare... e la farina darla a lui.

DIOC. (_scrolla il capo e fa scoppiettare la lingua in segno di disapprovazione_) Un’agnella ci voleva...

AMIN. (_battendogli sulla spalla_) Sta cheto. Per oggi contentati. Ne hai già contrattate tre...

CLEON. Oh, a proposito di presagi, non dite nulla dei lampi e dei tuoni[141] di stanotte? Mi hanno svegliato mentre sognavo che la statua della Dea Atenapólia[142] dal Partenone scotendo l’égida minacciava la città; e la sfinge del suo elmo, mandando fiamme dalla bocca, aveva disseccato in un attimo il grande ulivo...

TIM. e AMIN. Davvero?

CLEON. Com’è vero che mi chiamo Cleonimo. Già dice bene qui, Timarco, qualche malanno per aria ci dev’essere...

CARIN. (_a Cleonimo_) Io, fossi in te, andrei dal vecchio Lampone,[143] quel che tiene esposte le tabelle presso il tempio di Bacco e spiega i sogni...[144]

DIOC. (_a Carinade_) Bel costrutto! Se il sogno è di malaugurio, l’indovino può borbottare _Aski Kataski_[145] fin che vuole, ma già non glielo cambia... (_a Cleonimo_) Dà retta a me. Sacrifica agli Dei scacciamali... E la vuoi sapere la causa di questi segni infausti che della lor collera ci mandano gli Dei?

CLEON. (_affettando aria ingenua_) Che sia la spedizione di Sicilia?

AMIN. Oh senti questa!

DIOC. Che! che! — Guarda là in fondo (_addita verso le quinte_). Quella gente là.

Amin. Ma quel che passa laggiù a piedi scalzi,[146] se non erro, è Socrate, di Sofronisco alopecense...

Dioc. Lui in persona. Vedilo che tira dritto, gittando occhiate a dritta e a sinistra con quella sua andatura superba e la sua aria sardonica,[147] come fosse il gran re; tira dritto e all’assemblea non viene.[148] Degli affari dello Stato costui non si occupa; professioni non ne esercita; ma il tempo lo trova per girovagare ozioso[149] nei quadrivj e nelle botteghe, corrompere la gioventù, scrutar le cose sotterranee e quelle al disopra delle nuvole,[150] insegnar che il cielo è un forno che circonda la terra e noi ne siamo i carboni,[151] che il terremoto è il consiglio dei morti[152] e le nubi e non Giove son quelle che mandano il tuono e la pioggia, e che Giove e gli altri Dei non esistono, bensì il turbine[153] e i demonj in vece loro...

CARIN. Tali cose insegna costui?

DIOC. Ed altre peggiori. E dacchè costoro vanno spargendo che non ci son gli Dei, alle are fumano più rari i sacrifizii...

AMIN. (_continuando la frase, con accento un po’ canzonatorio all’indirizzo di Diocare_) Di pecore se ne vendono più poche...[154]

DIOC. E i numi si vendicano con noi. Oh, ma un dì o l’altro a costui bisognerà pensarci...

TIM. Oh, ve’ chi arriva! Cimoto!

CARIN. (_chiamando di lontano_) Cimoto! Cimoto!

SCENA III.

Detti, e CIMOTO.

CIM. (_entrando scambia segni di intelligenza, non visto, con Cleonimo_) Buon dì, cittadini... Quanto manca all’assemblea?

CARIN. Tre quarti d’ora. I Pritani[155] ancora non son venuti... E anche tu, già, voterai per la spedizione, e per la nomina del valoroso Alcibiade.

CIM. (_tentennando il capo con accento di chi dice una cosa contro volontà e persuasione_) Sì...

CARIN. Oh, non ne sei troppo persuaso? Non ti par egli un eccellente capitano?

CIM. (_c. s._) Sì... peccato che sia così giovane per un’impresa di quella fatta!... Soltanto ventinove anni...[156]

CARIN. Maggior merito, per Ercole! Così giovane e già così bravo...

AMIN. E che testa quadra!...

CIM. (_c. s_.) Sì...

AMIN. (_vivamente, con malumore_) Negalo un po’, se hai coraggio!

CIM. Un’ottima testa! Se non fosse così matto, così sventato; e avesse un po’ d’amore allo studio! Peccato! un giovine così promettente, così pieno di meriti, ubbriacarsi tutte le notti, e invece di istruirsi nell’arte del capitano, consumar il tempo fra la crapula e le donne. Eh! che ne dici tu, Cleonimo?

CLEON. (_con fare ipocrito_) Ah sì, un vero peccato!

CIM. (_in tutto questo suo dialogo, Cimoto affetta sempre intenzionalmente un’aria di indifferenza, pure scrutando gli animi degli astanti, e mirando a far impressione su di loro, senza darsene l’aria_) Tanto più quando si deve capitanare un’impresa così colossale, e si tratta di affidargli la vita di migliaia di cittadini... E dir che questo ragazzo, col tempo e collo studio, avrebbe potuto fare così buona riuscita...

CARIN. Oh, ma noi, per maggior sicurezza, gli daremo Nicia e Lamaco a compagni nel comando...

CIM. (_vivamente_) Ben fatto, ben fatto, per Giove! Così un po’ per volta imparerà l’arte del capitano, senza esporre troppo l’armata a pericolo...

AMIN. (_fatto improvvisamente attento dalle sue parole, si volge a Diocare e Timarco, i quali discorrono fra loro_) Ehi! Sentite che dice costui...

CIM. E senza trarla a rovina, perchè, allora, credo, non francherebbe la spesa di nominarlo...

CARIN. Oh, certo, non francherebbe la spesa!...

CIM. (_fingendo sempre di non accorgersi della impressione delle sue parole sugli astanti_) E un po’ di esperienza a questo giovine farà bene...

CLEON. Per Minerva! se farà bene!...

CIM. Perchè di doti naturali ne ha, e l’amor proprio non gli manca: anzi, è quel che lo rovina... perchè ne ha fin troppo: e ciò lo spinge a imprender cose troppo superiori alle sue forze...

CLEON. E a credersi un po’ troppo da più di tutti gli altri...

AMIN. (_vivamente_) Più di tutti noi, si crede?

CIM. (_fingendo difendere e proteggere Alcibiade_) Fumi giovanili...

TIM. Che dice costui?

AMIN. (_più vivamente_) Che Alcibiade si tiene da più di noi![157] Ma per Ercole! noi non vogliamo! perchè siam noi che lo abbiam portato in alto...

DIOC. (_con forza_) Certo, che non vogliamo...

CIM. (_c. s. fingendo proteggere Alcibiade_) Oh, ma vedrete... siccome di buone doti ne ha, e non gli manca che l’esperienza... così alla prima sconfitta, laggiù in Sicilia, si correggerà...

CARIN. (_vivamente_) Alla prima sconfitta?

CIM. Sì, sì... vedrete... Allora imparerà che guidar una guerra è più difficile del sedur femmine e guidar cocchi, e che dal dire al fare c’è di mezzo il mare... E siccome di buone doti, per correggersi, ne ha, così una prima sconfitta di esperimento...

AMIN. Ma che sconfitte! Noi non vogliamo sconfitte!

CARIN. Ma che esperimento! Noi non siam di quei da Megara! e non siam uomini di Caria[158] da far esperimenti su di noi...

CIM. Ma via, siete troppo severi! Voler che un giovane inesperto, fin qui abituato solo a darsi buon tempo, diventi di punto in bianco un capitano provetto, sicuro della vittoria!... Un giovane galante che porta per insegna nello scudo un amorino...[159]

CARIN. Ah, si! l’ho vista anch’io quella insegna! ma è una insegna da donna, e non da capitano quella!

AMIN. E neppure da buon cittadino! I buoni cittadini portano nello scudo emblemi della patria[160] e non amorini.

CIM. (_coll’accento benevolo di chi cerca scusare_) Leggerezze, leggerezze di gioventù! Come quella dello spendere e spandere e introdur la moda dei calzari di lusso all’_Alcibiade_,[161] e portar la chioma lunga e cicale d’oro nei capelli come le donne[162] e indossar vesti fastose di porpora ermiónica...[163]

Dioc. Veramente... qui fra noi, diciamo fico al fico,...[164] le son tendenze da tiranno queste....[165]

CIM. E quell’altra del letto!... Cleonimo, ma sarà poi vera?

CLEON. A me l’avean contata per certa i soldati che l’hanno vista... Ma ne contan tante!...

AMIN. Che cosa? che cosa?

CARIN. Contala, contala!

CLEON. Che nell’ultima spedizione navale a Fotidea, mentre i soldati sulla sua trireme stavano a disagio, stipati come sardelle, ei s’era fatto tagliar nella nave il tavolato, ove acconciarsi il letto, per non giacere sulle nude tavole, ma su corde ivi distese, da potervi dormir più mollemente.[166]

AMIN. (_scandolezzato_) Ma è una femmina, e non un uomo costui!

CIM. Abitudini! abitudini! Per questo, dicevo, non bisogna esiger troppo... Avete sentito dei presagi?

CARIN. Che presagi?

CIM. La notizia da Delfo giunta stanotte...

CARIN. DIOC. AMIN. (_vivamente, con curiosità_) Conta, conta!

CIM. Uno stormo di corvi scese colà svolazzando nel recinto del tempio intorno alla nostra palma di bronzo, e a colpi di becco tanto vi lavorò, fin che vi fece cadere tutti i frutti dall’albero...[167]

AMIN. Davvero?...

CIM. La notizia è venuta agli Eumòlpidi.[168] E poi...

CARIN. Poi... cosa?

CIM. Che giorni son questi?

CARIN. I giorni delle Adonie.

CIM. E non ve ne siete accorti venendo qua? Non avete incontrato per via le processioni funerarie e i simulacri di cadavere esposti? Non avete udito i gemiti e i pianti delle donne d’in sui tetti?

AMIN.[169] Così scoppiassero dal piangere una volta, che stamattina m’han rotto il sonno e non m’han lasciato chiuder occhio. Mi volto sur un fianco per dormire, e mia moglie sbraita saltando ubbriaca per la stanza: _Ahi! Ahi! Adone!_ — Oh, _sta un po’ zitta_, le dico, _tu e il tuo Adone insieme!_ e mi volto sull’altro fianco; e lei colle compagne mi va a ballar sul tetto da far tremare la casa, gridando tutte a squarciagola: _Ahi! Ahi! piangete Adone! picchiatevi il petto ch’è morto Adone!_[170] C’è mancato poco non saltassi su furioso, e a picchiarle, ma proprio in regola, non ci andassi io...

CIM. (_con sussiego_) Religione! rispetto alla religione! Ma dimmi un po’: credi tu che sia casuale la ricorrenza delle Adonie proprio nel giorno della votazione dell’impresa? E...

CARIN. (_vivamente_) E se non è, che cosa fare? che cosa fare?[171]

CIM. E se non è, lo sai tu che significano questa coincidenza e il presagio dei corvi di Delfo?

AMIN. Che significano?

CARIN. Sentiamo, sentiamo!

TIM., DIOC. _e altri popolani_. (_vivissimamente_) Parla, parla, Cimoto...

CIM. (_assume un’aria grave di mistero e di importanza, mentre tutti i cittadini che son sulla scena si stringono intorno a lui_) Significa che...

SCENA IV.

Detti ed ALCIBIADE.

ALCIB. (_fermo, in sull’entrare in iscena, ancor distante dal gruppo che è intorno a Cimoto, chiama a voce forte_) Ateniesi! (_Cimoto resta interdetto e sconcertato all’udir la voce di Alcibiade_)

CARIN. _ed altri_. Alcibiade!!!

AMIN. Oh, Alcibiade! bravo! vieni a tempo! Ne abbiam sentite di belle sul tuo conto. Aspetta un momento, e dopo parlerai!...

CARIN. Sì, sì, aspetta un momento e poi... (_con accento di minaccia verso Alcibiade; indi si volge a Cimoto_) Su, su, parla, Cimoto...

ALCIB. Una parola sola, e poi taccio.

CARIN. No, no, aspetta...

AMIN. Via, dilla presto...

ALCIB. Avete visto il mio cane?

CARIN. O che! del suo cane ci domanda il temerario? Siam noi custodi del suo cane?

ALCIB. Ma la sapete la novità?

AMIN., CARIN. _ed altri_. Quale? quale?

ALCIB. Quel mio magnifico cane di Creta...[172] (_fa una pausa di sospensione_)

AMIN. Sì, sì... quel cane così alto... bianco e nero...

ALCIB. Proprio quello... che mi costava settanta mine... (_nuova pausa sospensiva_)[173]

CARIN. Ebbene?...

ALCIB. Con quella stupenda coda tutta bianca...

AMIN. (_impazientito_) Sì, sì... ebbene... ebbene...?

ALCIB. Ebbene... non l’ha più. Glie l’ho tagliata.[174]

CARIN., AMIN., DIOC. _e altri in coro_. Ah!!

AMIN. _e_ TIM. Impossibile!

CARIN. _e altri_. Dov’è? Dov’è?

ALCIB. (_additando verso l’interno della scena_) Eccolo là...

CARIN. _e gli altri in coro_. Ah! Ah![175] (_gridando ed esclamando corrono via tutti in folla precipitosamente nella direzione additata da Alcibiade, e la scena in un attimo rimane sgombra, non restandovi che Cimoto, piantato lì solo, confuso e mortificato, — e Alcibiade_).

SCENA V.

ALCIBIADE e CIMOTO.

ALCIB. (_seguendo dello sguardo i cittadini che son corsi dietro il cane, esclama forte_) Ecco i vincitori di Maratona!![176] (_prosegue a voce più bassa, con inflessione di mestizia_) Povero popolo! come t’han cambiato! (_si avanza sorridente e calmo verso Cimoto, il quale, confuso, tien gli occhi a terra_) Ebbene, o Cimoto, par che la coda del mio cane sia più eloquente della tua lingua!... Però non giudicarli severamente... Non han tutti i torti costoro... Per che cosa mai le imposture ridicole di quei che lo ingannano, e i tuoi discorsi e i tuoi presagi dovrebbero aver più importanza della coda del mio cane?... (_d’improvviso mutando accento, a voce fredda e calma_) Quanto ti han dato per recitar questa parte?

CIM. (_confuso, cercando balbettare scuse_) Ma... io...

ALCIB. (_secco e minaccioso_) Quanto t’han dato?

CIM. (_intimidito_) Cento dramme.

ALCIB. (_ritornato calmo_) E la sai la legge?

CIM. Che legge?

ALCIB. Chiunque piglia danaro per far danno a un cittadino, infame egli e i suoi figli...[177] Pena la morte.

CIM. (_spaventato_) Ohimè!

ALCIB. Sei onesto tu?

CIM. Per Ercole! se lo sono. Mi offendi a domandarmelo...

ALCIB. (_pacatissimo_) Ebbene... poichè sei onesto — e la legge tu la rispetti — e non hai preso che cento dramme — di duecento ti contenterai... Eccole... (_gli dà una borsa che l’altro prende, dopo qualche esitanza_) Ma li spiegherò io, a costoro, i tuoi presagi... Intendi?

CIM. Ho inteso.

ALCIB. (_imperioso_) E starai zitto...

CIM. Più zitto di un Areopagìta...[178]

SCENA VI.

ALCIBIADE, CIMOTO: e tutti gli altri che ritornano in frotta. Indi, in disparte, TESSALO.

CARIN. (_mentre rientra correndo cogli altri_) Che cattiveria! povero cane!

DIOC. Vergogna!

AMIN. Povero cane! Una così bella coda!

TIM. Vergogna Alcibiade! Così rispetti le leggi?[179] Che cosa dire di te?

ALCIB. Ah tu ameresti meglio si dicesse di me che ho rubato, come Cleone, i danari del popolo?

AMIN. Oh, no, no!

CARIN. Ben risposto, per Giove!

ALCIB. (_arringando_) Ateniesi! Glorioso,[180] bellissimo popolo del magnanimo Erettèo!...[181]

CARIN. (_ad Aminia_) Costui sì, parla bene. Quel villan di Cleone ci diceva invece: Infingardi! mangia-oboli! mangia-fave![182]

ALCIB. (_arringando a voce alta e forte_) Eucrate,[183] il mercante di stoppe, governando, lasciò sconfiggere i nostri nella Calcidica[184] e coi tributi del popolo si arricchì...

AMIN. È vero, è vero!

ALCIB. Governando Callia, il pecorajo, noi perdemmo Platea, vedemmo posti i nostri alleati a fil di spada,[185] e Callia, da povero che era, lasciò un patrimonio...

CARIN. Verissimo!...

ALCIB. Governando Cleone, il conciapelli, fummo sconfitti dai Beoti a Tanágra,[186] dagli Spartani ad Amfipoli,[187] e Cleone intascando i danari degli alleati, rubando cinquanta talenti allo Stato,[188] si avanzò di che andar in cocchio a tiro due...

AMIN. Ah sì, quel ladro di Cleone!

ALCIB. Queste belle cose ricordiamo di loro; prego (_con voce solenne_) gli Dei e le Dee dell’Attica abitatrici[189] e il Pizio Apollo[190] protettor della città, che di me non si possa giammai ricordar nulla di più biasimevole di questo: — che ho tagliato la coda ad un cane — e il cane era _mio!_

AMIN. Bene!

CARIN. Bravo![191]

DIOC. _e altri in coro_. Viva Alcibiade!

ALCIB. Ed ora sapete, che cosa testè mi diceva Cimoto qui presente, il quale lo seppe dai sacerdoti, intorno ai presagi della spedizione?

AMIN. _e_ TIM. Che cosa?

ALCIB. Che i Numi manifestamente ci sorridono; perchè la palma di Delfo, simbolo della potenza e della gloria onde Atene sovrasta a tutti i Greci[192] (_segni di approvazione fra i popolani_) è rimasta dritta ed illesa dai corvi: ma i frutti, che ricordano le nostre vittorie antiche, son caduti, perchè la fama di quelle sta per essere cancellata da vittorie ben maggiori che ci aspettano laggiù.

TESS. (_entrato in iscena da qualche momento, si avvicina di soppiatto a Cimoto, parlandogli sottovoce_) Tu hai detto questo, furfante?

CIM. (_guardandolo con disinvoltura_) Sì, sì...

AMIN. Han detto questo i sacerdoti? È vero, Cimoto?

CIM. Verissimo.

TESS. (_minacciando, a Cimoto sottovoce_) Ti pagherò...

CIM. (_mostrandogli la borsa_) Tralascia. Son già pagato.

TESS. (_ad Aminia, accostandosegli, sottovoce_) Ma non è ancora una ragione per eleggere capitano un che sempre si ubbriaca...

AMIN. (_a Tessalo_) Ah, sicuro! (_a voce forte, ad Alcibiade_) Ebbene, Alcibiade, poichè i presagi son buoni, noi andremo in Sicilia... ma non ti farem capitano... perchè tu ti ubbriachi troppo...

CLEON. (_accostandosi a Diocare, sottovoce_) E l’affar del letto?

DIOC. (_forte, ad Alcibiade_) E sei troppo effeminato! Ti fai fare il letto di corde apposta per dormir comodo sulle triremi!

TESS. (_continuando ad aggirarsi di soppiatto tra la folla, egli e Cleonimo, e parlando all’orecchio or dell’uno or dell’altro, sempre cercando non lasciarsi scorgere: s’appressa a Carinade, sottovoce_) E l’affar dello scudo...

CARIN. (_a voce forte ad Alcibiade_) E pensi troppo agli amori delle donne! porti fin l’insegna di un amorino nello scudo!...

ALCIB. (_che in questo frattempo non ha perduto d’occhio Tessalo e Cleonimo_) E null’altro? E null’altro? (_con forza_) Oh, per Giove e per gli Dei![193] o Ateniesi, eleggetemi subito allora!...

CARIN. (_con compiacenza, ad Aminia_) Eh, com’è franco! Mi piace!...

ALCIB. (_proseguendo_) ... e cingetemi le corone che il Dio Tebano ci presenta in segno di libertà![194] Che importa a voi ch’io mi ubbriachi alle mense, se i miei consigli nell’assemblea, per confession vostra, furon sempre da savio? Vada pei tanti savii che vi danno consigli da ubbriaco!

CARIN. _ed altri_. Bravo!

ALCIB. Purchè le mie opere siano da uomo, che importa a voi s’io frequento le donne? Furono da donna forse le mie opere a Delio e a Potidea?

AMIN. _e_ CARIN. No, no!

TIM. _e_ DIOC. No, no, Alcibiade!

ALCIB. (_rincalzando_) A voi che importa del sapere come io dorma i miei sonni, quando queste cicatrici vi rispondono delle mie veglie?

AMIN. È giusto. È giusto.

ALCIB. Ebbene, sì, sacrifico al figlio di Venere, e porto un amorino nel mio scudo! Voi però, o Ateniesi, mi siete testimonî che il mio scudo nessun nemico me lo ha preso, e l’ho sempre riportato dalle battaglie...

TIM. _e_ CARIN. Sì, sì...

ALCIB. Invece, il prode Cleonimo, che qui vedo, nel suo scudo effigiò il terribile Teseo colla mazza, ed Ercole furibondo colla clava... (_Cleonimo cerca nascondersi tra la folla; Alcibiade lo apostrofa con voce dolce, ironica_) O buon Cleonimo... dov’è il tuo scudo?

AMIN., CARIN. _e_ DIOC. (_ridendo cogli altri e gridando_) Ah! ah! l’ha gettato via per iscappare![195] ah! ah! l’ha gettato via! Via, via dall’assemblea![196] (_Cleonimo confuso si dilegua tra le risa e le fischiate_)

AMIN. _e_ TIM. Viva Alcibiade capitano!

DIOC., CARIN. _ed altri_. Sì, sì, Alcibiade capitano! Viva Alcibiade! (_Tessalo, in disparte sulla scena, fa gesti di rabbia repressa; mentre le acclamazioni continuano clamorose, entra Timone_)

SCENA VII.

TIMONE il misantropo, e detti.

TIMON. (_entra vestito di luridi cenci, con una zappa in ispalla, e fermo in sull’entrare, posata la zappa a terra e su di essa poggiandosi colle due mani, grida con voce più forte, così da coprir quella degli altri_) Viva Alcibiade!

CARIN. Timone il misantropo!

ALCIB. Timone!

DIOC. Ora ne sentirem di belle!

TIMON. Bravo, Alcibiade![197] Coraggio! fatti grande, e cammina sulle schiene di questa torma di schiavi! fatti grande, perchè tu possa diventare la peste ed il flagello di costoro, di Atene e della Grecia!

AMIN. Dalli all’insolente!

DIOC. Addosso al temerario!

TIM. _ed altri_. Addosso!

ALCIB. (_con voce tuonante, imperiosa_) Silenzio! E che nessuno lo tocchi! Lasciatelo parlare! (_tutti ammutiscono_)

TIMON. Vedi, come già ben ti obbediscono! Non così docili obbediscon le pecore alla verga del mandriano! Possa essere tu sempre ascoltato così, finchè abbi tratto Atene alla rovina, e la terra, coperta di cadaveri, si penta — ma sia troppo tardi — di averti portato!

TIM. _e_ DIOC. Ma è troppo! è troppo!

ALCIB. Silenzio! (_Alcibiade si è fatto scuro in volto e pensieroso: ha gli occhi a terra_)

TIMON. Lascia ch’io ti abbracci, Alcibiade! Alla folgore di Giove si son rotti i raggi, ed essa non fa più paura ai tristi ed ai bugiardi pari tuoi, che non ne faccia il moccolo d’una lucerna mattutina. Giove, il tonante Giove, ha preso il decotto di mandragora[198] e dorme; qui s’inganna, si corrompe, si spergiura, ed egli non sente; si fan scelleraggini, ed ei non le vede; povero bietolone, è diventato cieco, sordo e barbogio![199] e già in Creta gli preparan la tomba.[200] Su allegro! una buona notizia ti do. La virtù, la fede, il valore, l’onore, l’amicizia, il pudor delle vergini sono scomparsi dalla terra; le donne negano il latte del seno ai loro pargoli,[201] e perfin le lupe hanno abbandonato nella tana i lupicini. Perciò tu sarai grande, o Alcibiade! tu che porti nelle tue vene il latte di Sparta![202] Lascia ch’io t’abbracci! Cresci ed abbindola colle ciance questa turba di cianciatori! rompi la fede a questo popolo di frodolenti e di spergiuri!...

AMIN. (_a Carinade_) Lo senti? Parla con te.

CARIN. (_ad Aminia_) Sta zitto! È con te che parla.

TIMON. Spoglia a man salva questi usurai, divoratori di paghe!...[203]

TIM. (_a Diocare_) Questa poi è per te.

DIOC. (_a Timarco_) Oibò! è per te.

TIMON. (_proseguendo senza interrompersi_) Calpesta le loro libertà, porta l’infamia nelle loro famiglie, cambia in meretrici le loro spose! Trascinali alle guerre, e siano ingiuste, perchè le maledizioni li seguano: e siano disastrose, perchè nessuno ne ritorni! (_mentre Timone segue le sue invettive, moti d’ira repressa si scorgono fra i cittadini_). E quando tutto, anche qui, per opera tua, sia sterminio, ne sopravviva uno solo — e sia il più giusto — per assassinar te a tradimento, poi sprofondi maledetto nella terra anche lui! (_Alcibiade si è riscosso vivamente, ma non dice verbo. Timone, rimessa la zappa in ispalla, si allontana, traversando la scena. I popolani si agitano e danno in esclamazioni d’ira_)

CARIN. _e_ AMIN. Dalli allo sfacciato!

TIMON. Ateniesi! ho un bellissimo fico laggiù nel mio orto a Colitta:[204] vado a strapparlo per far legna da dar fuoco al Partenone.[205] Il suo tronco è alto, i suoi rami sono robusti, e le sue ombre sono amene. Chi di voi bramasse appiccarvisi, fin ch’è a tempo, s’affretti e venga con me! (_esce sghignazzando_)

CARIN. È troppo, Alcibiade! Egli ha insultato te e noi!

AMIN. È troppo! Bisogna castigarlo l’impudente! trascinarlo dal Tesmoteta![206]

TIM. _e altri_. Sì, sì, castigarlo! (_fan per inseguire Timone, già uscito di scena. Alcibiade li arresta, sbarrando loro il passo_)

ALCIB. Fermate! È già anche troppo castigato, l’infelice, perchè non sa che odiare! Se volete punirlo di più, pregate i Numi lo faccian vivere tanto da vedere in me smentite le sue profezie, e Atene vittoriosa, libera e grande! (_odesi la voce del banditore dall’interno_)

BANDIT. (_di dentro a voce lenta_) «Cittadini ateniesi, all’assemblea! I Pritani han preso posto, e i purificatori han fatto le lustrazioni. Avanti, avanti, in luogo purificato!»[207]

CARIN. (_correndo via_) All’assemblea! all’assemblea! attenti alla corda rossa!

TIM. Attenti ai tre oboli! alla voce della patria![208]

AMIN. (_correndo via_) All’assemblea! vien la corda rossa! (_I cittadini tutti corrono via, mentre nello sfondo della scena due servi pubblici si avanzano tenendo distesa una corda rossa, e mandandosi i più lenti innanzi, al modo che nelle odierne feste da ballo si usa per far posto alle coppie che succedono. — La scena rimane vuota, restandovi soltanto, fuori dello spazio percorso dai servi colla corda tesa, sul davanti della scena, Alcibiade nel mezzo, Tessalo da una parte, Cimoto dall’altra_)

SCENA VIII.

ALCIBIADE, TESSALO, CIMOTO.

ALCIB. (_avanzandosi verso Tessalo, con voce ironicamente affabile_) E tu, o Tessalo, non vieni all’assemblea? A te i tre oboli non occorrono, ma la tua parola oggi potrebbe esservi utile! Tu, che sei uno di quelli che sanno, fai male, in affari così gravi, a privare il popolo de’ tuoi consigli!... Dianzi, parlavano tutti: tu solo non hai parlato...

TESS. (_interdetto, confuso_) Io... io... ti ascoltavo...

ALCIB. (_affabilissimo, con velata ironia_) Ah!... e ti pare che io abbia detto cose giuste?...

TESS. (_sempre più confuso_) Certo... giustissime...

ALCIB. (_sempre calmo e affabile_) Anche tuo padre Cimone avrebbe detto così... Era un uomo giusto e prode tuo padre Cimone... sai... e tu... (_fa una pausa_)

TESS. (_timidamente_) E io...?

ALCIB. (_cambiando repentinamente accento, con voce fatta d’improvviso grave, concitata, severissima_)... tu non meritavi di essere suo figlio.

TESS. (_risentendosi_) Alcibiade!

ALCIB. (_rincalzando con forza_) Tu che attacchi nascosto nell’ombra e alle spalle!

TESS. Alcibiade!

ALCIB. (_beffardo_) Oh, non andare in collera! Sii prudente! Ai tuoi simili non conviene lo adirarsi! hai taciuto fin qui, taci ancora! Men codardo di te, costui (_addita Cimoto che, tra pauroso e curioso, in disparte sta osservando la scena_) che parlava in pubblico, da te pagato: egli osava almeno!... Io l’uom dissoluto... e tu... il virtuoso... l’onesto... (_con iscoppio repentino di voce accennando Tessalo e levando in alto lo sguardo_) O terra, o Dei![209] guardate come è fatta l’onestà! (_Cimoto a questo punto, alquanto impaurito, fa per allontanarsi quatto, quatto. Alcibiade lo richiama_) Cimoto! (_Cimoto ritorna, un po’ trepidante, verso Alcibiade, fermandosi a distanza. Alcibiade si avanza verso lui e lo prende per mano_) Scusa, sai, Cimoto, se dianzi ti ho chiamato onesto per burla! È sul serio (_con forza_), è sul serio che parlavo! Non vergognarti!... Su la fronte! Portala alta davanti a costui, perchè tu, nato, — senza tua colpa — dal fango, hai più coraggio di lui, che nacque eupatrìda, dal sangue di Cimone! Su la fronte! e resta con me, onesto Cimoto! poichè, per tutti gli Dei, se tu nol fossi, la infamia non avrebbe nomi per costui! (_si conduce via Cimoto, mentre getta uno sguardo fulminante di sprezzo sopra Tessalo annichilito, e si allontana ripetendo a Cimoto_) Su, su la fronte, onesto Cimoto!

CALA LA TELA.

QUADRO TERZO

_Anno 415 avanti l’Era Volgare_

ATENE

Casa d’Alcibiade. Sala da convito sfarzosamente arredata. Architettura e mobilio ricchissimi. Colonne e statue: soffitto e pareti a dipinti, portiere ad arazzi e tappeti di Persia a figure. Mobili incrostati d’oro e d’avorio. Ricche lucerne pendenti dalla vôlta. Letti coperti di porpora ed oro, già pel convito disposti.

SCENA PRIMA

ALCIBIADE e GLICERA.

(_Alcibiade in atteggiamento calmo — Glicera agitata, irritatissima_)

GLIC. Non fingere! non fingere! Risparmia almeno una nuova menzogna! È questa la tua fedeltà? Così giurasti d’amarmi?

ALCIB. E il vero giurai. O non abbandonai per te la bellissima Teódota, la affascinante Gnaténa?[210] Non mi diedi io interamente a te con tutto l’abbandono di un’anima ardente? Quei dì passati insieme non trasvolarono sulle nostre teste sereni e lieti come giorni alcionidei?[211] T’avevo promesso — a te d’ogni amore sdegnosa — insegnarti nel mondo una felicità sovrumana di cui avessero invidia gli Immortali... quella promessa, o Glicera... la trovasti bugiarda?

GLIC. Oh! così mai non ti avessi dato ascolto! E quando cessai io d’amarti?

ALCIB. Troppo, troppo mi amasti! Noi tracannammo troppo avidamente questa tazza che i Celesti ne porsero: soltanto una rugiada di cielo potea perennemente da capo ricolmarla: ma le fiamme della tua gelosia la disseccarono...

GLIC. Non la mia gelosia, la mia dabbenaggine, devi dire. Per essa or son fatta oggetto di sprezzo e di scherno a colui che diceva di adorarmi... (_piange_).

ALCIB. Scherno? Disprezzo? Oh Nemesi mi punisca se pur l’ombra di qualcosa di simile è in me! No, no! Allora ti disprezzerei ch’io cercassi fingere teco, per prolungare una illusione fugace di qualche giorno di più. Il nostro fu un sogno di due mesi, di un’ora, — ma splendido; ma degno di noi; lasciamolo là intatto, e andiamone superbi; non profaniamolo con una menzogna. Perchè, o Glicera, quando rientrata nella calma del tuo animo interrogherai te medesima — ti accorgerai che quel sogno esistette nella tua testa e non nel tuo cuore... (_gesto vivo di Glicera, di cui Alcibiade finge non accorgersi, proseguendo_) Tu credesti di amarmi, o Glicera. Consolati. La tua fantasia, non il tuo cuore fu vinto. Il tuo amor proprio, non la passione in te parla!...

GLIC. Oh, il perfido! per difender sè stesso accusa me di non averlo amato! Maledetto l’istante...

ALCIB. (_vivamente interrompendola_) No, no, non mi difendo — e tu quell’istante non maledirlo! Perchè pochi, troppo pochi sono i momenti di gioja che sulla terra ne concessero i Numi: non imprecarlo quel sogno, se ci ha fatto vivere un giorno nella vita; ciò che _non a tutti_ è dato. E poichè, restando uniti, quel giorno non lo ritroveremmo mai più, separiamoci a tempo, oggi, affinchè il ricordo di esso ci segua come una gioia tranquilla e serena; domani il ricordo potria convertirsi in incubo che ne contristi l’anima e i dì. Incerti del presente, nessuno è padron del futuro: tanto meno gli amanti: perciò sta scritto che _gli spergiuri degli amanti sono i soli che gli Dei non puniscono_.[212] Non rinunziamo ostinati, in traccia di una gioja che non ritorna a quelle che ne attendono ancora: hai provato le voluttà di una febbre della mente e dei sensi: Glicera, ti restano ancora gioje ignote, che io non posso darti: cerca chi ti dia le gioje del cuore...

GLIC. E così, Alcibiade mi lascia! e così Glicera la bella, la invidiata Glicera diverrà domani la favola delle sue compagne e di Atene!

ALCIB. Alla buon’ora, per Ercole! L’_amor proprio_ ora parla! La parola ti è sfuggita. Io ne aggiungerò un’altra. Tu eri corteggiata da Carmide, ricco e leggiadro: egli fece per te pazzie d’ogni sorta, e tu, che lo avresti amato s’ei ne avesse fatte un po’ meno, perciò lo respingesti. Ora Carmide s’è accorto dell’errore e si mostra gioviale e guarito: pure, giurerei che del tutto in fondo non l’è: e so che il tuo cuore, benchè occupato dalla gelosia a mio riguardo — il cuore di una fanciulla può abbracciar molte cose! — il tuo cuore è più sensibile alla sua finta indifferenza che non lo fosse alle sue smanie. Ieri l’altro tu gli scrivesti (_Glicera fa un gesto vivissimo negativo: Alcibiade tranquillissimo trae un rotolo di sotto la tunica_). Il tuo servo infedele credendo ingraziarmisi mi portò la lettera. Te la rendo (_altro gesto, come di protesta, di Glicera. Alcibiade la tranquillizza_). V’è il suggello ancora. Non la lessi...

GLIC. (_vivissimamente_) Ma potevi leggerla! Ma dovevi leggerla perchè non vi è nulla di quel che credi... e... (_esibisce la lettera_)

ALCIB. (_calmissimo_) No, no..., nulla io credo: e il ciel mi guardi dal leggere! Conosco Glicera. Oggi ciò (_additando la lettera_) non è nulla, lo so: ma domani potrebbe essere qualche cosa. Perciò questo, o non mai, è il momento opportuno per finir bene il nostro sogno, prima che il mare e le fortune della guerra ci separino. Oggi te ne duole e ci lasciamo amici. Domani potrebbe esser tardi per me...

GLIC. E l’avresti meritato...

ALCIB. Ah, per Giove! Tu ragioni! Quando si ragiona, il cuore è in calma, o comincia ad esserlo. Approfittane per dar retta ai consigli di un amico: poi che amico vero io ti sono, e vorrei lasciarti qualcosa che giovasse alla felicità del tuo avvenire. Se quella lettera (_additando la lettera che ha consegnato a Glicera e che questa ha in mano_) è un passo verso Carmide... dà retta a me: non mandarla... (_gesto negativo di Glicera. Alcibiade prosegue istessamente_) lascia che io mi allontani, e che, non chiamato, venga egli da te...

GLIC. (_vivamente_) Ma io non lo chiamo affatto!... ma io...

ALCIB. (_colla massima calma e dolcezza_) Meglio! meglio!... ma dà retta a me: _non mandarla!_ affretteresti le cose: e se brami conquista duratura, non precipitar nulla. Carmide è degno del tuo amore: è il giovine che potrà farti durevolmente felice: non abbi però premura di farglielo sapere. Verrà il giorno — e sarà giorno avventuroso — che tu cadrai: perchè anche tu, come dice Omero, non sei fatta nè di quercia, nè di rupe:[213] ma, anche allora — bada a me — calma, calma! Attenta a quel che fai!

GLIC. (_asciugandosi una lagrima_) Così con te lo fossi stata!...

ALCIB. (_calmissimo_) Ti giovi adunque l’esperienza! E amalo, sai, il tuo Carmide: amalo di un amor sincero e fervido: ma vedi di nascondergliene la metà. Tutt’al più, di tratto in tratto, lasciagliene balenare un raggio in tutta la sua vivezza, in tutto il suo ardore: ma che tosto scompaja: e sia quanto basta perchè egli si inebrii di quel che possiede, e indovini confusamente quanto più gli manca a possedere. E sia di te e de’ tuoi vezzi lo stesso che de’ tuoi baci. Lascia sempre un margine nella realtà, perchè la fantasia a sua posta vi lavori. Non occorre che egli sappia _tutti_ i segreti della tua bellezza, nè ch’ei viva sicuro di tutti i tuoi pensieri. Sii economa! sii economa! sempre gli resti da _sperar qualche cosa_, sempre _qualche cosa a temere_; perchè _timore_ e _speranza_ sono le due ali d’Amore.[214] Perfino i tuoi baci, — sono dolci i tuoi baci, o Glicera! — ma perciò appunto sian rari; e sempre chiesti; perchè il dolce soverchio sazia presto; e le cose che si hanno senza chiedere, perdono presto di valore.

GLIC. Pur troppo lo vedo!

ALCIB. (_ripetendo la frase di prima colla stessa inflessione dolce, piana e calmissima_) Ti giovi l’esperienza! E non essere sempre in pace con lui: una volta almeno la settimana cercagli querela e sta sul tuo: perchè il cuore dell’uomo ha bisogno dei contrasti, e il sole non par mai così bello, come quando ritorna dopo le nuvole della tempesta. — Poi non istargli troppo ai panni: Licurgo, che se ne intendeva, affinchè i mariti amasser le mogli, li obbligò a non trovarsi con esse che molto di rado, e molto alla sfuggita;[215] metti il tuo Carmide a mezzo regime di Licurgo. E sopratutto infine, se la gelosia ti affligge, guardati dal lasciarla apparire: essa è la scopa che spazza l’amore dal cuore dell’uomo: esso lo attira alle infedeltà più che il latte non attiri le mosche.

GLIC. Per te ora parli...

ALCIB. (_sorridendo_) Ti giovi l’es...

GLIC. (_vivissimamente interrompendolo e alzandosi_) Basta!...

ALCIB. (_alzandosi a sua volta_) E quando un giorno, mercè questi consigli, ti troverai contenta e felice dello amore del tuo Carmide, cresciuto alla prova degli anni, quel giorno ringrazierai Alcibiade di averti procacciato, tuo malgrado, quelle gioje serene e vere, invece del suo amore malfido e tempestoso; quel giorno, invece di piangere, ringrazierai la fortuna di averlo conosciuto — e riconoscerai che Alcibiade... (_fa una breve pausa, le si accosta e le dice all’orecchio con volto sorridente e voce lenta e pianissima, appoggiando sulle parole_) fu miglior maestro di Aspasia.

GLIC. (_asciugando un’ultima lagrima, e traendo un sospiro; poi, riscotendosi risoluta in atto di avviarsi_) Addio! (_voci dall’interno di convitati che arrivano_)

ANT. _ed altri_ (_dall’interno_) Alcibiade! Dov’è Alcibiade?

ALCIB. Vengono i convitati. Leggiadra Glicera, vuoi restare con me, e, come due buoni amici che si lasciano, suggellar meco la pace fra i calici?

GLIC. (_vivamente_) Io?... Oh Alcibiade! tu sei maestro erudito, e dopo aver distribuito la sapienza, ti svaghi subito col bicchiere; ma io sono una povera scolara (_con accento ironico pronunciato_) e ho bisogno di raccogliermi, per meditare sui profondi insegnamenti! Vedo le ghirlande pronte: ma se sono una vittima, non è almeno in tua casa che mi lascerò incoronare di fiori!... Addio!...

ALCIB. Parti? ove vai?

GLIC. Ove Amore sia meno erudito, meno esperto; s’intenda un po’ meno di proverbj sapienti, e più si inebrj di ignoranze divine; meno precetti di Licurgo abbia in mente, e in cuore più virtù; dove Amore sia meno ambizioso di far invidia ne’ sogni agli Dei, e sia nelle veglie più umano; meno prodigo di consigli e più leale... (_gesto di Alcibiade che vorrebbe rispondere: Glicera rincalzando non glie ne dà il tempo_) meno poeta e più generoso!... (_Alcibiade rimane tra interdetto e confuso, mentre Glicera esce_).

SCENA II.

ALCIBIADE solo; poi subito ANTIOCO, TRASILLO, altri convitati, indi CIMOTO.

ALCIB. (_solo, appena uscita Glicera_) Povera fanciulla! Perchè urtar nella ruota del destin di Alcibiade? Meritavi di meglio!... (_va incontro ai convitati che entrano_)

ANT. (_entrando, ad Alcibiade_) Fummo puntuali?

ALCIB. Grazie; grazie, amici. Mi è caro rivedervi e celebrare con voi l’ultima orgia in Atene. Fra dodici giorni, ai 9 di Munichione entrante,[216] si salpa per la Sicilia. Il tempo necessario per la rassegna delle milizie e per gli ultimi preparativi della flotta. Perciò — da domani — vita nuova. Il buontempone bisogna lasci il posto al capitano. N’è vero, Antioco, mio compagno d’armi?

ANT. Certamente.

ALCIB. Sia dunque viva e romorosa di queste ore la gioja — e che Venere e Lièo le rallegrino de’ loro sorrisi, come se fosser l’ultime del viver nostro. Perchè posa il futuro sulle ginocchia dei Numi:[217] e non sappiamo se e quando ci sarà dato celebrare un’orgia simile al nostro ritorno... Ma Socrate non è con voi?

TRAS. Lo incontrammo nel Pecile,[218] mentre avviavasi a casa... E lo chiamammo che a noi s’accompagnasse... Non volle...

ALCIB. (_serio, e un po’ triste_) Socrate disapprova l’impresa... Prevedevo che non sarebbe venuto. E me ne duole...

CIM. (_entrando_) Vengo io per Socrate![219]

ANT. Oh! Cimoto il parassita! Chi t’ha invitato?

CIM. (_con sussiego_) Dice il poeta: _Vien da sè Menelao_.

ANT. Ma _non piacque ad Agamennone_.[220]

CIM. Piaccio a mia moglie — e basta. N’è vero, Alcibiade, che Socrate ed io... è lo stesso?

ALCIB. Sii il ben venuto, Cimoto, benchè non sia precisamente lo stesso...

CIM. Oh, ma tra noi filosofi ci facciam procura.

ALCIB. Tu filosofo?

CIM. Certo. E ho sciolto un gran problema: il problema della vita.

ALCIB. (_sorridendo_) Ah, intendo!

CIM. I miei complimenti, Alcibiade! Il fumo della tua cucina[221] lo si vede da porta Dipila[222] e m’ha fatto correre qui: _già il fumo cerca i più belli_.[223] Alla distanza poi di mezzo stadio manda una fragranza di anguille di Copaide, di raie arrostite e di beccaccie e di uccelli del Fasi[224] (_annasando fortemente_) che è una consolazione. C’è da far risuscitare tutti i morti gloriosi che dormono al Cerámico...[225]

ANT. (_ridendo_) Dove tu non dormirai...

CIM. Vi rinunzio!... Uh! uh! che fragranza! (_gira intorno per la stanza annasando_)

SCENA III.

Detti, BACCHIDE, LAISCA, EUFROSINE.

BACCH. (_dall’interno con voce gaja, festosa_)

«Viva Bacco, dei cori festanti «E dei balli e dei carmi l’autor!»

ANT. Oh, l’allegra Bacchide!

BACCH. (_proseguendo dall’interno e avvicinandosi_)

«Qua le tazze! di Bacco si canti, «Il compagno di Venere e Amor!»[226]

Salve Alcibiade! (_entra_)

ALCIB. (_movendole incontro_) E che Venere e Bacco dunque ti guardino! Sempre allegra la nostra Bacchide!

BACCH. Dovrei piangere? per far rider le Parche?

(_Gli altri convitati circondano Bacchide, e s’intrattengono a discorrer vivamente con lei, mentre entrano Laisca ed Eufrosine; a cui Alcibiade va incontro_)

ALCIB. Gentile Laisca, bionda Eufrosine, e a voi pure Venere arrida, poi che consentiste ad onorare quest’ultimo simposio d’Alcibiade...

LAISCA. I tuoi simposj sono una festa per noi. Atene sarà morta senza di te.

ALCIB. (_galante_) Oh, no... finchè le Grazie vi abbiano dimora. (_accennando a lei e alle compagne_)

EUFR. Temevamo esser venute in ritardo.

ALCIB. Ed io temevo che l’amabile Eufrosine non venisse...

EUFR. Oh, Eufrosine non serba rancori!... Ho sentito di Glicera... l’hai già abbandonata anche lei?!

ALCIB. (E perciò non mi serba rancore. Carità femminina!)

EUFR. (_insistente_) Confessalo!... l’hai già abbandonata?...

ALCIB. Sì. Ci siamo amati troppo e troppo in fretta. Al contrario di noi mortali, l’Amore — che è un Dio — per rinforzarsi ha bisogno del digiuno. Un altro sogno che se n’è andato! La mia anima sorella non l’ho trovata ancora!...

EUFR. E vuoi durare un pezzo a trovarla, mariuolo!... Povera Glicera! glie l’avevo predetto!...

ALCIB. (_vivamente_) Oh, ma le fui fedele tutto un mese!...

EUFR. Molto infatti!

ALCIB. Eh! il giorno che gli Dei han voluto dare la fedeltà al cuor d’Alcibiade, glie l’hanno data così! (_si stringono la mano_)

BACCH. Oh, sai, Alcibiade!... A momenti verrà Timandra.

ALCIB. (_vivamente_) Verrà? verrà?

BACCH. Me lo ha promesso. Su le prime, quando le ho fatto l’invito a tuo nome, non voleva accettare.

ALCIB. Perchè?

BACCH. Perchè la ti conosce appena, non ti ha parlato che una volta o due in casa mia, e assai di rado ella accetta inviti. Non è una etéra come le altre Timandra! Ha un cuor d’oro, ma le abitudini aristocratiche. Quelle volte che vado io da lei, o vien ella da me, formiamo il pajo più bizzarro a immaginarsi. Io allegra e vispa come un cardellino sul ramo; lei pensierosa che pare mediti le dottrine di Eràclito il tenebroso;[227] io alla buona con tutti, lei contegnosa come una regina. Poi, un carattere!... di que’ caratteri risoluti con cui non si scherza! Mah, che cuore! Per questo la si fa voler bene... Oh, ma sai che sul tuo conto le debbono aver dato informazioni non troppo buone?

ALCIB. (_scherzoso_) Davvero? possibile?

BACCH. (_maliziosa_) E ci sono anche persone le quali pretendono che non le sieno tutte calunnie...

ALCIB. (_sempre scherzoso_) Calunnie! Calunnie!

BACCH. Fra le quali c’è anche una certa piccola Bacchide...

ALCIB. (_c. s._) Tu?!... ma come dunque...?...

BACCH. Ma la piccola Bacchide è buona, e senza che tu lo meriti troppo, ti ha difeso; e gliene ha dette tante e poi tante in favor tuo, che, se questa volta non l’ha fatta innamorare, giuro alla regina Venere[228] che non è sua colpa... Basta! a furia di dirne la ho indotta finalmente a venire...

ALCIB. (_complimentoso a Bacchide_) Venere forma oratori più facondi di Nestore di Pilo...[229]

BACCH. Oh, parmi aver udito la sua voce... (_guardando verso l’interno della scena, poi correndo incontro a Timand._) È lei!!! è lei! Vieni, vieni, Timandra!

SCENA IV.

Detti, e TIMANDRA.[230]

EUFR. _e convitati_. Viva Timandra!

BACCH. (_a Timand. presentandole Alcib._) Ti presento quel buon soggetto del quale abbiamo discorso.

TIMAND. (_cortese ad Alcib._) Alcibiade, tu hai degli avvocati molto eloquenti...

ALCIB. E verso i quali (_accennando Bacchide_) non potrò mai sdebitarmi quanto basti, poi che a tanta eloquenza debbo la fortuna di veder l’inclita Timandra entro le soglie dei penati miei... Alcibiade segnerà questo giorno tra i felici, e fra tutti i presagi terrà questo il più fausto alle sue armi...

TIMAND. Il tuo valore, Alcibiade, e l’amor della gloria, che solo crea le forti imprese, ti saranno il miglior de’ presagi. Quando parti?

ALCIB. Fra dodici dì, col primo soffiar delle Etesie.[231]

BACCH. Così presto?

ALCIB. (_ai servi_) Su, su, ragazzi, servite le mense! (_i servi portano le mense innanzi ai letti, una per ciascun letto, e sciolgono quindi le calzature ai convitati che sovra i letti si adagiano — circolano le vivande — Alcibiade con Timandra, seco discorrendo, va a prender posto ad uno dei letti, il primo a destra_[232])

BACCH. (_dal suo letto ad alta voce_) Per le due Dee![233] tu fai male, Alcibiade, a lasciarci! Che mai ti venne in mente di andar in Sicilia, ad una guerra così lontana?!...

TIMAND. Sarà sempre men trista delle guerre che insanguinan la Grecia. Tutti di un solo sangue, in Olimpia e a Delfo spargiamo di un solo vaso d’acqua lustrale gli altari; intanto a Delfo si ostentano i trofei de’ Greci che si scannan fra loro:[234] e i nomi delle stragi fraterne vi sono scritti col sangue di un milione di Greci: e il Dio siede in mezzo ai nostri furori. (_con voce mestissima_)[235]

ALCIB. Lode ai Numi, s’io dunque, veleggiando per la Sicilia, recherò i voti della bella Timandra con me...

CIM. (_ad uno dei servi che portano intorno le vivande_) Ehi là, amico!

SERVO. Che c’è?

CIM. Questa è la