Chapter 6 of 23 · 9602 words · ~48 min read

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uno dei volumi successivi della raccolta.

[3] Risposta dell’autore ad un indirizzo della colonia greca di Trieste, che accompagnavagli, dopo la recita dell’_Alcibiade_ in quella città, il ricordo affettuoso di una corona di alloro, recante le parole: τῷ ποιητῇ τοῦ Ἀλκιβιάδου — θαυμασταὶ Ἒλληνης — ἔν Τηργεστῃ, Μαρτιου, 1874.

[4] L’autore ha supposto la casa di Alcibiade nella parte occidentale e più amena di Atene, tra i boschetti ombrosi ed olezzanti delle sponde del Cefiso, presso la via delle _Lunghe Mura_ che conduce dal Pireo alla città e in vicinanza dello _Pnice_, il luogo delle Assemblee popolari.

[5] All’epoca in cui è supposta questa scena, era Aspasia — bellezza matura in sul tramonto, sebbene ancor lottante contro gli insulti dell’età — da quattordici anni già vedova di Pericle; il quale, come parente ad Alcibiade dal lato della madre Dinomache, gli fu anche tutore, dopo che questi a tre anni restò orfano del padre Clinia, morto alla battaglia di Coronea; e nella casa del quale Alcibiade era cresciuto, sotto gli occhi e le cure di lui e della sua celebre e vezzosa compagna. La vita politica e privata del figliuolo di Clinia provò più tardi che non per nulla egli aveva avuto di tali maestri.

Di Aspasia, che nacque a Mileto, e che tanto affascinò il dominatore di Atene, da indurlo a ripudiare per lei la prima moglie e da averlo, fin ch’ei visse, amante e marito — e della sua vita, delle sue grazie, del suo spirito e della sua dottrina — narra Plutarco nelle vite di Pericle e di Alcibiade, a cui rimandiamo il lettore. I comici del tempo la attaccarono: Platone nel _Menesseno_ la collocò sì alto nella estimazione de’ filosofi, da far porre da Socrate in bocca di lei uno de’ più stupendi squarci di eloquenza che ci abbia tramandato l’antica età. Le proporzioni del dramma e le ragioni del protagonismo non consentirono all’autore che di sbozzare in iscorcio, e in semplici e fugaci contorni, questa eccezionale figura: quanto appena bastasse a compiere il quadro storico e a dare ad Alcibiade, maestro in astuzie d’amore, un avversario degno di lui.

[6] Intorno ai costumi, al vestiario, alle acconciature, ecc., delle donne ateniesi, rimandiamo lo studioso alle opere moderne più note che diffusamente ne trattano (Winkelmann, _Opere_; Ferrario, _Cost. Antico e Mod_.; Becker ed Hermann, _Bild. des Griech. Privatlebens_; Willemin, _Costumes_; Barthelemy, _Anacarsi_; Guhl e Körner, _Leben der Griechen_, ecc.) Qui basti accennare, riguardo al lusso speciale che costumavan le etére, un passo caratteristico di Luciano: «A donna onesta è sufficiente, per rilevar sua bellezza, o una sottile collana intorno al collo, o in dito un anello portabile, o ciondolini agli orecchi, o una fibbia, o un nastro che raccolga la sparsa chioma, e tanto di ornamento aggiunge alla sua leggiadria quanto di porpora alla veste; ma le cortigiane la veste tutta di porpora ed il collo fanno tutto d’oro, cercando di attirare con lo sfoggio e i fregi esterni; perchè credono che il braccio pare più pulito se vi risplende l’oro; che il piede se non è ben fatto si nasconde nel sandalo d’oro, e che la faccia stessa pare più amabile fra tanto splendere d’oro» (Luciano, _Di una sala_. — Cfr. i dialoghi delle _Cortigiane_ e degli _Amori_).

E in una lettera di Aristeneto, il galante Ippia canzona Filocoro, perchè vedendo una bella cortigiana riccamente vestita di una tunica di porpora, la scambia per una matrona e non osa avvicinarla. «Per Apollo, sei ben ignorante in cose d’amore! Non senti da lontano l’olezzo degli unguenti ond’è profumata? Nè udisti il suono aggradevole dei braccialetti dolcemente agitati, come soglion fare queste donne?» (Aristen., _Lett_., I, 4).

[7] Sul conversar frequente di Socrate colle etére, vedi i passi da me citati (nella nota sulle _etére_, all’elenco de’ personaggi) di Senof., _Memorab_. III, (colloquio con Teodota) e di Platone, _Simposio_, nel discorso di Socrate con Diotima: nonchè Ateneo, _Deipnos_., V, 218, ecc., XIII. Traendo del resto, non senza trepidanza, alle scene il meraviglioso filosofo, l’autore non potea trascurare nè le idee di lui quali ci sono tramandate da’ maggiori fra’ suoi discepoli, Senofonte e Platone: nè la forma ed il metodo del suo dialogare divenuti proverbiali. Ben inteso, che delle idee scelse quelle le quali più pareano convenirgli al quadro; e che le esigenze della scena non poteano conciliarsi collo sviluppo della forma di dialogo socratica in tutta la minuzia, spesso nojosa, de’ suoi avvolgimenti, e delle sue gradazioni e ripetizioni.

Il principio della scena è ispirato da un passo di Senofonte, _Simpos_., cap. IV; più innanzi il discorso si aggira sopra idee del _Fedro_ di Platone.

[8] Era uno degli appellativi dati ad Aspasia (Plut. in _Pericle_).

[9] Di Aspasia abbiamo nell’_Iconografia_ del Visconti l’effigie sola a noi pervenuta e ritratta da un’erma dissotterrata sulla spiaggia di Civitavecchia, nel posto dell’antico _Castrum Novum_ e collocata nel Museo Vaticano (_Icon. gr_., I, tav. XV a.). Essa reca sulla base il nome ACHACIA: ha la testa coperta di un velo, alla foggia di matrona greca, e forse è questo abbigliamento che la fece dare il nome di Giunone: capelli inanellati sul davanti della fronte, in ricci paralleli e verticali: viso ovale; linee stupende. Cfr. Becq de Fonquières, _Aspasie_.

[10] Οφθαλμοί ἐπιπόλαιοι. Così traduce anche il Ciampi e l’autore delle spiegazioni del Museo Capitolino, inducendone che Socrate era losco. Occhi sporgenti, e naso camuso colle narici larghe, aperte all’insù (Senof., _Simpos_. IV). Aggiungansi grosse labbra, fronte sporgente e calvizie in cima della fronte, capelli corti arricciati di dietro, e barba arricciata scendente, non molto lunga, sul petto, e si ha l’effigie di Socrate, descritta negli antichi scrittori e pervenuta sino a noi. Un’erma rappresentante Socrate, del Museo Napoleone, è citata e descritta dall’Ennio Quir. Visconti nella _Iconografia greca_ (I, pag. 200; tav. XVIII), siccome l’imagine più autentica del grande filosofo. Vi traspira dagli occhi arguti la finezza dello spirito e dalla fronte serena l’imperturbabilità del carattere: il movimento stesso delle labbra sembra avere qualcosa della sottile ironia de’ suoi discorsi.

Il Visconti nega per altro che Socrate fosse losco: e traduce l’ὀφθαλμοί ἐπιπόλαιοι per _occhi a fior di testa_.

[11] Socrate veniva spesso paragonato ai Satiri e ai Sileni per la sua figura (Plat., _Simpos_.; Senof., _Simpos_., III, e altrove).

[12] Modo proverbiale (Alcifr., _Lett_. III, 69). Forse le stoviglie di Tenedo, spiega traducendo il Negri, avean grido di essere sottili per modo che i lor frantumi riuscissero taglienti al par di un coltello. Ma più probabilmente la frase non è che una variante dell’altro proverbio, _esser mozzato con una scure di Tenedo_, derivato dalla favola di Cicno e di Tenne (Vedi Conome, _Narr_., XXVIII; Eracl., Pont., _Repub_., VII; Pausan., _Focid_., lib. X).

[13] _Propilei_: famosi tra’ monumenti maggiori di Atene e dell’arte greca e del mondo. Erano i vestiboli (προπύλαια) della cittadella a cui mettevano per cinque grandi porte e per vaste gradinate. Pericle li fe’ costruire sotto la direzione di Mausicle architetto, spendendovi intorno da 2200 talenti (quasi 12 milioni di lire). Vedi Pausania; Plutarco in _Pericle_; Meursius, ecc. Tra i quadri di insigni artisti che li adornavano, questo di Polignoto è ricordato in Pausania, _Attic_., 22.

[14] νὴ τοὺς ἔρωτας — esclamazione femminile (Aristen., _Lett._ I, 27).

[15] Questo vezzo di porre in bocca altrui le proprie idee, riscontrasi frequentissimo nei discorsi di Socrate in Platone, e caratterizza l’arguta artificiosa umiltà del suo processo dimostrativo. Così nel _Simposio_ Socrate declina modesto le lodi di Agatone a’ suoi ragionamenti persuasivi e per ispiegarli viemeglio «_riferirà il discorso che ha udito da Diotima, una donna di Mantinea, erudita in amore e in molte altre cose_.» Nel _Fedro_ Socrate espone al suo giovine alunno, seduto al rezzo dell’acero famoso, la teoria del bello e dell’amore: e comincia: «_Il discorso che sto per pronunciare è di Stesicoro, figlio di Eufemo, nato ad Imera_...»

[16] Platone, _Fedro_. Vedi quivi la dottrina socratica che tentai compendiare nel presente discorso.

[17] È in bocca di Omero che Platone mette questi due versi da lui fatti dire a Socrate: «I mortali lo chiamano amore (ἔρως) che ha ali; ma gli Dei lo chiamano _pteros_ (πτέρος) perchè ha la virtù di darne» (Plat., _Fedro_).

[18] Platone, _Simposio_. Vedi quivi nel discorso di Aristofane la comica teoria degli _androgini_ (maschi-femmine), qui da me alquanto semplificata pei limiti imposti dalla scena.

[19] Eran le feste _Ascolie_; celebrate in onor di Bacco tra i villani dell’Attica, e così dette appunto da un _otre_ (ἀσκός) che empivasi di vino e fuori ungevasi d’olio, e sul quale i giovani a gara provavansi a saltare con un sol piede, dando frequenti stramazzate in terra, di che nasceva gran riso fra gli spettatori. Chi riusciva a rimanere col piè fermo sull’otre, guadagnava l’otre e il vino. — Questa usanza ricordata da Platone, _Simpos_., da Alcifrone _Lett_., III, 61, e dallo Scoliasta del _Pluto_, lo è anche dai Latini: _atque inter pocula aeti — Mollibus in pratis unctos saliere per utres_. Virgil., _Georg_., II v. 380.

[20] Cfr. in Platone nel _Simposio_ l’arrivo di Alcibiade. — L’Ennio Quirino Visconti nell’_Iconog. grec_. (I, tav. XVI) riporta diverse effigie d’Alcibiade, delle poche pervenute sino a noi: tutte assomiglianti nelle linee principali benchè ritraenti pallidamente, e in grado diverso, quella bellezza per la quale Alcibiade andò fra i Greci famoso e che lo fece chiamar da Platone _il più bello di tutti gli uomini_ (Plat., _Prim. Alc_.). La prima (XVI, 1 e 2) è una _erma_, la cui autenticità è attestata dalle prime lettere del nome ΑΛΚΙΒ: fu scavata sul monte Celio e posta nel Museo Vaticano. Raffigura Alcibiade adulto: fronte bassa, naso diritto, lineamenti pronunciati, espressione energica, baffi unentisi alla barba corta e inanellata, e capelli arricciati. Pare opera di artista volgare: il Visconti la crede una copia di quella che l’imperatore Adriano aveva fatto porre a Melissa in Frigia sulla tomba di Alcibiade. — Un’altra testa (XVI, n. 3) è copiata da una pietra antica del gabinetto di Fulvio Ursino: e riprodotta da Faber (_Imag. ex bib. F. Urs. n_. 4). È Alcibiade assai più giovane e bello: baffi leggieri staccati dalla barba nascente, capelli arricciati. Ha rassomiglianza con una effigie di Mercurio in alcune medaglie romane e spiegherebbe l’asserto di Clemente Alessandrino, che molte imagini di Mercurio avessero avuto Alcibiade per modello (_Admon. ad Gen_., 31): asserto confermato anche da Aristeneto, _Lett._ I, 11. Un’altra effigie nel Visconti (tav. XVI a. 1 e 2) è presa da un’erma appena sbozzata, dal Museo Napoleone. Alcibiade vi ha baffi leggieri e barba arricciata. E un critico si scandalizzò per aver visto sulla scena Alcibiade coi baffi!

[21] Proverbio greco. Applicavasi alle persone prive di gusto e di ingegno, insensibili al bello come il somaro all’armonia di uno stromento. «E non poneva più attenzione a me di quel che l’asino al suono della lira» (Aristen., _Lett_. I, 17). «La sapienza a lui importa poco: che ha che far l’asino con la lira?» (Luciano, _Di quei che stan co’ signori_). «E vedendo un asino trattar la cetra, come dice il proverbio, scoppia in una risata» (Luc., _Del giorno infausto_).

[22] I Libetrj — scrive Mercero — erano un popolo che non avea gusto alcuno nè per la musica, nè per la poesia, nè per la scienza: a tal che ascoltarono senza esserne punto commossi i divini canti d’Orfeo, che morì nel loro paese. Indi la loro ignoranza diventò famosa e proverbiale: e diceasi in proverbio: _più ignorante o più rozzo dei Libetrj_, ἀμουσότερος Λειβεθρίων — (Aristen., _Lett_., I, 27; Mercerus, nei _Commenti_).

[23] Metafora tutta greca. «_Quante Sirene erano nelle sue parole!_» ὄσαι ταῖς ὁμιλίαις ᾳὺτῆς σειρῆνες ἐνί δρύντο (Alcifr., _Lett_., I, 38). «Tu mi rapivi _colla sirena dolcissima de’ tuoi discorsi_, τῇ γλυκείᾳ Σειρῆνι τῶν λόγων. (Sinesio, _Lett_., 139. E così Aristen., _Lett_., II, 19; Procop. Sof., _Lett_., 21).

[24] Plat., _Simpos_. Vedi quivi nel discorso di Alcibiade (la pittura più artistica e vera che di Alcibiade ci abbia tramandato l’antichità) ciò che Alcibiade dice del suo affetto per Socrate, e delle virtù di quest’ultimo, paragonandolo a Marsia per il fascino della parola.

[25] La similitudine è in Platone. _Coribanti_ chiamavansi, com’è noto, _ab origine_ i sacerdoti di Cibele, che invasati da furor sacro, su pei monti di Frigia saltavano agitando il capo e percotendo ne’ cimbali, e comunicavano agli altri la loro mania. Indi usavasi proverbialmente il verbo κορυβαντιᾶν. — Però che da questi sacerdoti di Cibele proveniva tutta una casta di frati mendicanti (sul genere di quelli del Cattolicesimo) che sotto il nome di _questuanti della madre degli Dei_, Μητραγύρτης, giravano per Grecia, trafficando di oracoli e di sortilegi, e di porta in porta limosinando per le libazioni a Ecate e a Cibele, e iniziando alle orgie e ai lùbrici misteri di queste dee. Cfr. Plat., _Repub_., II, p. 364; Menandro, Ἱέρεια.

[26] Le corone (di viole, o di rose, o di mirto) si recavano nei conviti solo al levar delle mense, quando stavasi per propinare al _buon genio_, dopo di che seguivano il peàna e gli scolii (cantati dai convitati con un ramoscello di mirto in mano) — e le libazioni copiose (Senof., _Simpos_., II, 1; Ateneo, XV, 685; Plutarco, _Disp. Conv_., 5; Becker ed Hermann, _Bild. Griech. Privatleb_., I, 181; II, 263).

[27] Tre erano di regola, nel giorno, i pasti degli Ateniesi, il primo — ἀκράτισμα (detto da Plutarco anche πρόπομα) — cioè l’_asciolvere_, di buon’ora, al levarsi dal letto: il secondo — ἄριστον — verso il mezzogiorno; il terzo infine — δεῖπνον (l’Omerico δόρπος) — verso sera, corrispondeva alla _coena_ dei Romani ed era il pasto principale. Ma i Greci non usavano mangiare e bere promiscuamente; durante il pasto, non si beveva vino, e perciò alla cena — δεῖπνον — tenea dietro la mensa dei bicchieri, cioè il _simposio_ — σιμπόσιον, πότος — destinato alle libazioni e che appunto cominciava, al levar della mensa dei cibi, colla libazion del _buon genio_. Sovente questa seconda parte del banchetto risolvevasi in una vera orgia (κῶμος); soventissimo ancora il _simposio_ era dato non come una vera e propria continuazione del banchetto, ma come una riunione a parte, affatto indipendente dal δεῖπνον, di persone convenute insieme al solo scopo di bere e discorrere e divertirsi tra i bicchieri. Ravvivati da concenti musicali, da auletridi e ballerine e saltimbanchi, e da giuochi e passatempi svariati; spessissimo anche fatti pretesto di amene discussioni di filosofia e d’arte, ecc., questi simposj offrivano la pittura più caratteristica e gaja dei piacevoli costumi del tempo. Senofonte, così vero nella sua semplicità, e il fantasioso Platone, coi lussureggianti colori della sua tavolozza di poeta, ci lasciarono dei simposj greci descrizioni che vanno tra i più bei monumenti dell’antica letteratura. Una pittura abbastanza viva ne fece anche Alcifrone in qualcuna delle sue lettere, e Luciano ne’ suoi _Lapiti_ una spiritosissima caricatura. Quanto ai pesanti eruditissimi _Simposj_ di Plutarco e di Ateneo, è necessaria la pazienza di un erudito per affrontarne la lettura.

Nella scena di questo atto trattasi di un simposio sul finire. Nell’atto terzo l’autore intese a dare un’idea complessiva del convito ateniese.

[28] Λωτὸς, chiamavano i Greci un albero di legno duro e nero, del quale faceano flauti di suono dolcissimo: indi poeticamente diceano _loto_, λωτὸς, il _flauto_. Così in Luciano: «_Com’egli cominciò a parlare, mi riempì di tanta dolcezza di parole, che mi pareva, o amico mio, di udir le Sirene, se mai ve ne furono, o i rosignuoli, o l’antico loto di Omero: sì divine cose diceva_» (Luc., _Nigrino_).

[29] Naso da delfino chiamavano gli Ateniesi quel di Socrate, perchè schiacciato e colle nari aperte all’insù. — È nota poi la credenza mitologica intorno al talento musicale dei delfini. E _amatore delle opere delle Muse_ chiama Luciano il delfino (_Dialoghi Mar_., 8): lode derivatagli dalla favola di Arione, il famoso citarista di Metimna, che, buttato in mare dai pirati, fu raccolto da un delfino accorso al suo canto, e sul dorso di esso, sonando la cetra, venne in salvo al Tenaro.

.... _tergo delphina recurvo_ _Se memorant oneri supposuisse novo_. _Ille sedens citharamque tenet pretiumque vehendi_ _Cantat et aequoreas carmine mulcet aquas_. (Ovid., _Fast_., II).

[30] νὴ τὴν πάνδροσον, esclamazione femminile ateniese (Aristof., _Lisistr_.) Pandroso, una delle figlie di Cecrope, veneravasi nella acropoli di Atene e sacrificavasi a lei nello stesso tempo che a Minerva (_Schol. ad Aeschin_., I, 20; Lycurg., _Fragm_., 34; Meursius, _Reg. Athen_., I, 11).

[31] Giove _órcio_, vindice degli spergiuri — del giuramento vindice e custode. — Era uno degli appellativi di Giove (Eurip., _Ippol_., At., IV).

[32] _Cipria Afrodite, Pafia Afrodite_ — appellativi della Venere popolare, o pandemia, spesso invocata nelle esclamazioni delle etére. Da Cipro e da Pafo ove erano templi famosi, sacri alle orgie invereconde della Dea (Aristof., _Lisistr_.).

[33] _Adonie_. Queste, di cui si riparlerà nel quadro II, eran feste celebrate con gran pompa dalle donne ateniesi, principalmente dalle etére, in memoria del pianto di Venere per la morte del suo Adone. Le statue dei due divini amanti recavansi in processione su due letti d’oro tra gemiti e grida lamentose delle donne vestite a lutto e picchiantisi il petto. In molti luoghi della città esponevasi il simulacro del cadavere di un giovinetto, raffigurante il morto Adone. Si portavano in giro vasi di terra con fiori e frutta e si adornava ogni cosa di fresche lattughe, credendosi che Venere avesse nascosto sotto quelle il suo amante. La festa poi finiva con allegria, fingendosi Adone risorto a nuova vita. Si direbbe che qualcosa di quelle feste sia rimasto nei riti della nostra settimana santa, seguìti dalla _pasqua_ di risurrezione. — Una descrizione delle feste Adónie si ha in Teocrito (_Idillio_, XV), la quale appunto ha per titolo le Ἀδονιάζουσαι: ed anche in Aristof. (_Lisistr_.); e in Plutarco (_Alcib_.). — Che le meretrici in particolare le solennizzassero si rileva da Alcifrone (_Lettere_, I, 37), e dal comico Difilo, presso Ateneo (_Deipn_. VII). — Che però vi partecipassero anche le donne di famiglia si desume dal passo citato di Aristofane nella _Lisistrata_.

[34] _Son devota di Nemesi:_ προσκυνῶ δε τὴν Νὲμεσιν (Alcifir., _Lett_., I, 33). Frase greca proverbiale, accennante a propositi vendicativi.

[35] Attesta Senofonte che le conquiste d’Alcibiade, non si limitavano alle cortigiane: ma «_per la sua bellezza anche una quantità di donne oneste davano la caccia a lui come ad una fiera_.» Ἀλκιβιάδης, δ’ αὕ διὰ μὲν κάλ. λος ὐπὸ πολλῶν καὶ σεμνῶν γυναικῶν θηρώμενος (Senof., _Memorab_., I, 2. Cfr. Pseudo Andoc., _C. Alcib_., 10; Ateneo, XIII, 4). Pittoresca e notevolissima questa imagine della caccia ad Alcibiade, quasi caccia alla fiera: imagine che ritroviamo anche in Platone: «Di dove spunti o Socrate? Dalla caccia di quella leggiadra fiera di Alcibiade?» (Platone, _Protagora_).

[36] Adrastea (soprannome di Nemesi) puniva il parlare arrogante e i falli commessi per superbia o presunzione o brame smodate. Perciò solevasi invocarla nel discorso, e chiederne il perdono, quando stavasi per esprimere qualche pensiero ambizioso, o per dire o promettere di sè alcuna cosa che sentisse di smodato elogio o di orgoglio o di temerità. — _Or dico col perdono che me ne dà Adrastea_, σὺν δ’Αδραστεὶᾳ λέγω (Eurip., _Reso_). — _Adrastea figlia di Giove, rimovi l’invidia dalle mie parole_ (Eurip., _ibid_.). — _Adoro Adrastea per quello ch’io sto per dire_ (Platone, _Repub_., V). — _Così m’ami, così mi perdoni Adrastea!_ — _Difendimi pietosa Adrastea da un pensiero troppo ambizioso_, ecc., ecc. — Usavano anche: ὢς σὺν θεῷ εἰπεῖν — _per dirla col Dio_ — cioè col perdono del Dio, intendendosi appunto Nemesi, il Dio punitore dei superbi. Vedi in Platone, in Aristeneto, in Luciano e altrove. Così l’autore della lettera ai Pisoni: _Si tamen hoc de se cuiquam promittere fas est_ — _Et Deus ultor abest_.

[37] I Cilicj andavano famosi tra’ Greci per falsità: antico proverbio li chiamava bugiardi. Λόγος ἐστί παλαίος μὴ ῤαδίως Κίλικας ἀληθεύειν — (Dionys. Antioch., _Epist_., XLVI).

[38] _Autòlico e Critòbulo_ son nominati come bellissimi giovani ateniesi di quel tempo da Senofonte nel _Simposio; Carmide e Fedro_ da Platone, nei dialoghi che recano il loro nome. E Luciano, facendo malignamente ritrovar Socrate, nello inferno, vicino ai garzoni più belli, nomina fra questi «_Carmide, Fedro e il figliuolo di Clinia_» (Luciano, _Dial. dei Morti_, 20).

[39] Sulla ricchezza d’Alcibiade, vedi Platone (_Primo Alcib_.). Ivi Platone la fa valutare da Socrate a 300 pletri di terra. (Il pletro corrispondeva a 100 piedi greci e all’_jugero_ romano: 94 piedi e 5 pollici parigini). 300 pletri di terra potean valer circa una trentina di mila lire. Ma essa era certo maggiore, perchè Alcibiade aveva case in Atene, e imprese industriali. La sua fortuna era valutata oltre 100 talenti: ossia quasi seicentomila franchi: ricchezza enorme, se si tien conto del basso prezzo delle cose e dell’elevatissimo valore del danaro a quei tempi, in cui un ateniese potea vivere con 3 oboli (45 centesimi) ed anche con due (30 centesimi) al giorno. Qualche commentatore invece di 100 talenti attici (d’argento), intende 100 talenti babilonesi: il che porterebbe la fortuna di Alcibiade a quasi sei milioni di franchi (Lisia, _De bonis Aristoph_., 52; Elian., _Var. Hist_., IX, 29).

[40] Alcibiade, secondo narra Plutarco (_Alcib_., I), discendeva, dal lato di suo padre, da Eurisace, che gli ateniesi onorarono di onori divini, e che fu figlio di Ajace, il Telamonio, re di Salamina, l’eroe de’ Greci all’assedio di Troja. Il suo avo, Alcibiade il vecchio, avea con Clistene cacciato i tiranni da Atene e stabilitavi la democrazia; il suo padre stesso, Clinia, si era coperto di gloria comandando una trireme contro i Persiani alla battaglia navale di Artemisio, e cadendo da eroe nella infelice battaglia contro i Beoti a Coronea. Dal lato poi di sua madre Dinòmache (figlia di Megacle e cugina germana di Pericle), Alcibiade apparteneva alla famiglia degli Alcmeonidi, i discendenti di Alcmeone, che organizzò le dieci tribù d’Atene e che fu figlio dell’argonauta Anfiarao; «dei quali narra la fama che, agitatori del popolo contro i tiranni, ne avessero esilio, ma raccolto denaro in Delfo dessero libertà alla patria colla cacciata dei Pisistratidi» (Demostene, _Contro Midia_). — Demostene, all’opposto di Plutarco, ma con probabile equivoco, fa discendere Alcibiade dagli illustri Alcmeonidi per la linea paterna, e per madre «da Ipponico e da avi chiarissimi per generosi servigi alla patria» (Vedi in Plutarco, Platone, Pausania, Suida, Meursio, ecc).

[41] _Callia e Megacle_ erano ricchissimi ateniesi di quel tempo, che diedero fondo colle prodigalità al loro patrimonio; sono nominati da Aristof. (_Nubi_), Senof. (_Simpos_.), Plutarco (in _Alcib_.). — _Feace_ era un altro distintissimo giovine ateniese, di illustre famiglia, emulator d’Alcibiade (Plut. in _Alcib_.). — Luciano volendo nominare i più ricchi fra i giovinastri scapigliati di Atene, nomina _Callia_ e _Alcibiade_ (Luc., _Giove confutato_). Del dissoluto ricchissimo Callia, emulo d’Alcibiade negli scialacqui enormi e nella vita elegante, si parla anco in Platone (_Protagora_; Ateneo, V, p. 218, c).

[42] Anacreonte, _Ode_ 2.

[43] Anacreonte, _Ode_ 4. — È singolare come i traduttori di Anacreonte si siano per lo più divertiti ad annacquare o caricar di fronzoli l’aurea ed elegante semplicità del poeta di Teo. — A rendere, per esempio, il testo greco da me tradotto quasi letteralmente in queste due strofette, il Marchetti, che pur va fra i migliori, impiega _cinque_ strofe; il Caselli _quattro!_ — Il buon Marchetti poi s’è scandolezzato della frase di Anacreonte «_Cingimi di rose e portami una fanciulla_,» e per ingentilire (!), com’egli dice, il pensiero, facendo che Anacreonte _non parli in generale d’ogni qualunque donna di piacere_ traduce quella frase così greca, tutta greca, così:

Figlio di Venere, _Fin ch’io respiro_ Ah! tu circondami Di rose _il crin!_ _Quella poi_ recami _Per cui sospiro_, _Quella ch’è l’arbitra_ _Del mio destin!_

Di tutto il corsivo, in Anacreonte non è una parola. Questo è tradire e non tradurre.

[44] Platone, _Fedro_: «Si dice che le cicale eran uomini innanzi la nascita delle Muse. Quando il canto nacque colle Muse, parecchi uomini di quel tempo ne furono così trasportati dal piacere, che la passion del cantare li fece dimentichi del mangiare e del bevere, e morirono senza accorgersene. Da essi nacque la razza delle cicale, che ricevette dalle Muse il privilegio di non aver bisogno di alcun cibo. Dallo istante ch’elle vengono al mondo, elle cantano senza bere nè mangiare, sino al termine della loro vita; poi se ne vanno a trovare le Muse e fanno loro conoscere quelli dai quali ciascuna di esse è onorata quaggiù: a Tersicore quelli che la onorano nei cori, ad Erato quelli che la onorano coi canti amorosi, ecc., ecc.»

Eliano scrivendo contro coloro che si cibano di cicale, dice che col mangiar di questi insetti, si offendono le Muse figlie di Giove. _E venerate dai poeti, care alle Muse e al biondo Apolline_, chiama le cicale Anacreonte (_Od_. 43).

Bisogna creder, del resto, che in fatto di musica i Greci avessero dei gusti speciali, o che le loro cicale fosser diverse dalle nostre, se Anacreonte e Teocrito ne magnificavano il canto, e se per proverbio usavasi dire di un musico eccellente, _che canta meglio di una cicala_, τέττιγος εὑφωνότερος. Luciano volendo magnificare il canto melodioso di una donna, lo paragona, per dolcezza di melodia, a quello degli alcioni, delle cicale, dei cigni e degli usignuoli (Luc., _Immagini_). Anzi è scritto che mentre un poeta greco suonava in pubblico la lira, rottasegli una delle corde, fortunatamente una cicala saltò sull’istromento armonico, e occupando il luogo della corda mancante, rese compita l’armonia!

[45] Favoleggiarono i Greci che Oritìa figlia di Erettéo re d’Atene, fanciulla di leggiadrissime forme, veduta da Borea mentre stava cogliendo fiori presso il fiume Cefiso, venisse da lui via rapita per l’aria, e trasportata in Tracia. Così Apollonio Rodio (_Argon_., I), e il suo scoliaste. Un’altra tradizione più comune la dicea invece rapita da Borea, in riva all’Ilisso. — Su questa favola di Oritìa, vedi Platone (_Fedro_), Pausania (_Attica_), Erodoto (VII), Ovidio (_Metamorph_., VI), Properzio (_Eleg_., XX), ecc.

[46] «E tu recitandomi da principio l’elenco de’ tuoi amori, lungo come quello di Esiodo...» (Luciano, _Degli amori_). Suida tra le opere di Esiodo annovera anche un catalogo di donne in cinque libri γυναικῶν καταλόγος ἔν βιβλίοις ἕ.

[47] La tromba, introdotta per segnale di battaglia — in luogo dell’accendere delle faci anticamente usato, — era chiamata dai Greci _tirrena_, perchè vuolsi che gli Itali pei primi la inventassero (Eurip., _Fenicie_, At. V; _Reso_, At. V; Eschilo, _Eumen_.).

[48] Alcibiade aveva l’abitudine d’interrompersi spesso, a bella posta, nel discorrere (Plutarco, in _Alcibiade_).

[49] Intorno al poeta Agatone, vedi Platone (_Simposio_), Aristofane (_Tesmoforie_). — Alcamene fu scolaro di Fidia, ch’era già morto da molti anni all’epoca del dramma.

[50] Omero, _Odiss_., lib. X. Cfr. Procopio Sofista, _Lett_. CXVII.

[51] εὐμενεστέροις ὄμμασιν ἐκείνην αἴ χάριστες εἴδον (Aristen., _Lett_., I, 11; Alcifrone, _Lett_.).

[52] Plutarco in _Pericle_.

[53] Vedi più sopra la nota 33 intorno ad Adrastea punitrice della prosunzione; dea invocata dianzi da Aspasia ne’ suoi vanti con Glicera, e ne’ suoi rimproveri di fragilità all’altre donne, ascoltati, dietro le spalle, da Alcibiade. Al che s’attaglia singolarmente un passo di Luciano: «Ei pare che Adrastea ti stava dietro le spalle quand’eri lodato delle accuse che davi agli altri, e la rideva di te, sapendo benissimo, come Dea ch’ella è, che tu saresti caduto nella stessa fossa...» (Luciano, _Apologia di quei che stan co’ signori_).

[54] Plutarco in _Alcib_.; Tucidide, _Guer. Pelop_., VI, 24.

[55] Il diluvio d’Ogige. Ogige fu il primissimo re dell’Attica (detta dal suo nome anche Ogigia): contemporaneo di Mosè, per quanto asseriscono Giustino Martire, Eusebio, Cedreno ed altri scrittori. Sotto il di lui regno avvenne il primo diluvio ricordato dai Greci, il quale sommerse tutta l’Attica. Cedreno così ne scrive: «Ai tempi di Mosè fu un uomo grande, della prosapia di Giapeto, che tenne il regno dell’Attica per trentadue anni: chiamavasi Ogige. Al tempo di lui vi ebbe un diluvio nella sola Attica: vi perì Ogige stesso e tutta quanta la regione.» E Taziano, _contra Graecos:_ Μνημονεύεται παρ’Αθηναίοις Ὄγυγος, εφ’οὔ κατακλυσμὸς ὄ πρῶτος, _è ricordato presso gli Ateniesi Ogige, sotto il quale avvenne il primo diluvio_. — Accennano a questo diluvio Platone nel _Timeo_, Stazio nella _Tebaide_, Dionisio Alessandrino, Agostino nella _Città di Dio_, ecc. L’altro dei due diluvii ricordati dai Greci fu quello assai posteriore di Deucalione. Dopo il diluvio d’Ogige, narra Eusebio (_Chron_., I), l’Attica restò interamente desolata e devastata, e senza altri re, per cento e novant’anni, fino al tempo di Cecrope, che venne dall’Egitto e fondò Atene, di cui fu il primo re (Cfr. Meursius, _Reg. Athen_., I, 6).

[56] Tucidide, _Guer. Pelop._, VI, 24.

[57] Modo proverbiale; e usavasi di persona pronta a mutar partito e opinioni secondo i tempi e gli eventi. Indi narra Luciano che un Don Girella di que’ tempi, Teramene, fu soprannominato il _Coturno_, perchè appunto come il coturno che si calza al piè destro e al sinistro, egli adattavasi a tutti. Quei di Chio e quei di Cio guerreggiavan fra loro; ed egli con quel di Chio dicevasi di Cio, con quei di Cio si diceva di Chio. In fatto era di Cio (Luciano, _Amori_; Schol., _Del giorno infausto, contro Timarco_). _Più mutabile del coturno_, εὐμεταβολωτέρα κοθόρνου, è detto di una donna volubile in Aristeneto, (_Lett_. I, 28). E un traduttor francese tradusse: _più incostante del vento_. Oh i traduttori!...

[58] Ossia del borgo di Lacia. Il nome del borgo nativo usavasi comunemente apporre dagli Ateniesi, insiem con quello del padre, al nome proprio delle persone. Spesso aggiungevasi anco il nome della tribù a cui il borgo apparteneva.

Antichissima era la divisione dell’Attica in quattro tribù (φυλὴ). Solone la conservò; più tardi cacciati i Pisistratidi e riuscita a prevalere la parte democratica con Clistene, questi portò le tribù da quattro a dieci, assegnando a ciascuna di esse un certo numero di _borghi_ o _demi_ (δημός) sia urbani, ossia d’Atene città, che suburbani, ossia dell’Attica (Gli urbani corrispondevano ai circondarj, o quartieri, delle nostre città, i suburbani ai nostri comuni rurali. Ma _cittadini ateniesi_ eran tutti i liberi nati nell’Attica, sia nella città che nella campagna). Cento dapprima, poi crebbero sino a 174 i _borghi_ (δημοὶ) ripartiti fra le dieci tribù, ch’erano le seguenti, intitolate dai nomi di eroi e di re ateniesi: Acamantide, Ajantide, Antiochide, Cecropide, Egeide, Eretteide, Ippotoontide, Leontide, Eneide, Pandionide. Ogni tribù poi contava tre _curie_ o _confraternite_ (φρατρία); ogni confraternita, trenta _classi_ o _genee_. Ma da Clistene in poi, le _fratrie_ e le _genee_ non sussistettero che come semplici corporazioni famigliari e religiose; la tribù invece, come complesso di un certo numero di _demi_, rappresentava la vera suddivisione politica, militare e religiosa.

I cittadini dello stesso borgo chiamavansi l’un l’altro δημοτης, come noi diciam concittadini o conterrazzani quei che nacquero nel nostro Comune. (Erod., V, 69; Strabone, IX, 10; Ross, _Demen von Attica_; Schömann, _De Comitiis Athen._, Praef., p. XV e p. 363; _Antiq. Iur. pub. graec._, C. XXII, p. 360; Corsini, _Fasti attici_).

Alcibiade era del borgo di Scambonide, appartenente alla tribù Leontide (Pausania, _Attic_., 38; _Schol. ad Aeschin_., 3, 18).

[59] _Pnice_, πνὺξ, il luogo delle adunanze generali del popolo, le quali vi si tenevano ordinariamente quattro volte per Pritanìa (alli 11, 20, 50, 33): onde il popolo ateniese è detto _Pniceo_ da Aristofane, nei _Cavalieri_. Lo Pnice era uno spianato elevato e sassoso, stendentesi in semicircolo sul pendio del Licabetto, un quarto di miglio a occidente della città. In giro il semicircolo era chiuso da grosse pietre, presso alle quali stavano i seggi pel popolo; di fronte, sotto un balzo che sporgeva dal colle, era la tribuna o bigoncia degli oratori, βῆμα, alla quale salivasi per gradini dai due lati. E la tribuna, da cui dominavasi dello sguardo Atene, prospettava il mare e l’isola di Salamina; come per invitar gli oratori a più liberi e vasti pensieri, e ricordar loro continuamente che i destini di Atene la chiamavano al mare, culla della sua potenza e della sua libertà. — Sullo Pnice, vedi Suida alla voce _Pnyx_; Barthelemy, _Viag. d’Anac_., III, nota VI; Meursius, _Del Popolo d’Atene_; Wordsworth, _Athen and Attica_.

[60] «_Si tratta d’esser falso testimonio? non si ha che a dirmi una parola_,» così un parassita, in una commedia di Antifane, presso Ateneo, VI, cap. IX.

[61] Uno dei numerosi appellativi di Mercurio, col quale era spesso invocato dai parassiti e barattieri (Alcifr., _Lett_., III, 47; Luciano, _Timone_). Sui molteplici impieghi e corrispondenti nomi di Mercurio, cfr. Luciano, _Dial. degli Dei_, 24, e Aristofane in fine del _Pluto_.

[62] Sui maltrattamenti e le burle d’ogni sorta cui eran soggetti i parassiti alle mense, vedi Alcifrone, _Lett_., III, 7, 48, nonchè III, lett. 6, 45, 66, 68, 70. — Cfr. Ateneo, _Deipnos_., lib. VI.

[63] «Che voce è questa, o Socrate, che lontana ci viene dal mare? — È un uccello marino, detto Alcione, che ha questa voce di pianto e di lamento: e intorno ad esso contasi un’antica favola. Dicono che una volta egli era donna, figliuola di Eolo l’Elleno, donzelletta che si struggeva d’amore e disfacevasi in pianto perchè le morì lo sposo Ceice di Trachinia, prole dell’astro Lucifero, di bel padre bel figliuolo: e che di poi essendole spuntate le ali per volere divino, e mutata in uccello, andò scorrendo il mare in cerca del suo diletto, che ella per tutta la terra non avea potuto trovare. — E questo è l’Alcione? Io non ne aveva mai udita prima d’ora la voce. Oh mi lascia veramente un’eco di pianto nell’anima!» (Luciano, _L’Alcione_). — «L’Alcione se ne fuggì mandando un lugubre lamento» (Luciano, _Di una storia vera_). — Ed Euripide: «O augello Alcione che intorno agli scogli del mare canti il tuo aspro pietoso destino, e piangi ognora lo sposo, io non alato augello ben t’assomiglio ne’ mesti lai...» (Eurip., _Ifig. in Taur_.). Vedi ancora sulla tavola di Alcione, Ovidio (_Metamorph_., XI., 411 seg.; _Heroides_, XVIII, 81).

[64] Qualche critico credette ravvisare una contraddizione tra il carattere affatto ingenuo di Glicera e la sua condizione di _etéra_. Veda quel critico il ritratto della virtuosa giovinetta _etéra_ in Antifane (Aten., XIII, 572 a.), quello della dolcissima Bacchide in Alcifrone (Alcifr., _Lett_., I, 38) da me già citati nella nota sulle _etére_; e le lodi della leggiadra Pizia in Aristeneto: «Benchè ella sia etéra di condizione, tuttavia conserva la nativa ingenua semplicità, e l’indole irreprensibile, e i costumi assai migliori della di lei condizione: nulla tanto mi fece innamorare di lei quanto la sua innocenza» (Aristen., _Lett_., I, 12). Altrove nello stesso autore, la cortigianella Filemazio scrive ai galanti che le fan la corte: «Voi credete di agevolmente ingannarmi, perchè sono una fanciulla che non ha alcuna esperienza d’amore e non è ancora iniziata ai misteri di Venere (ὥς ἐρωτικῶν ἀγύμναστον παῖδα, καί παντελῶς ἀμύητον Αφροδίτης) e potermi accalappiar più facilmente che non possa il lupo un’agnellina dormente» (Aristen., _Lett_., I, 14). — E altri esempj, in Menandro e nei comici della commedia nuova, tralascio.

[65] «Verun altro non fuvvi nè privato, nè re, il quale sette cocchi mandasse ai giuochi olimpici, fuor che egli solo. Lo aver poi riportato quivi la prima, la seconda e la quarta vittoria, al dir di Tucidide e la terza al dire di Euripide, è cosa che supera lo splendore e la gloria di quanti si studiarono adoperarsi in siffatte contese» (Plutarco, in _Alcib_.; Andocide, _Contra Alcib_., 26; Tucid., VI, 16; Isocr., _De Big_., XIV., e Aten., I, 3).

[66] Pindaro, _Odi_. Vincitori d’Olimpia a cui il poeta Tebano dedicò parecchie delle sue odi.

[67] «_Te canterò di Clinia figlio_, ecc.» (Eurip., _Framm_.; Plut. in _Alcibiade_).

[68] Spedizione del Peloponneso dell’anno 419 av. l’E. V. Fu la terza campagna di Alcibiade e la prima in cui egli ebbe un comando di stratego, e vi acquistò fama di insigni talenti militari. Qui Alcibiade, naturalmente avveduto nello spiegare a Glicera e nello _scegliere_ le ragioni della sua modestia, non attribuisce a sè che impropriamente (come Glicera dee saperlo) il torto della sconfitta di Mantinea, toccata agli alleati ateniesi ed argivi (418 av. l’era volgare).

[69] Platone, _Simposio; Apologia_ XVII; Plut. in _Alcib_.; Ateneo, _Deipnosof._, V, 215 e seg. — Plutarco così narra: «Essendo ancor giovanissimo si trovò Alcibiade alla spedizione di Potidea. Egli alloggiò sempre Socrate nella sua tenda, l’ebbe compagno in tutti i combattimenti e nel giorno della grande battaglia, in cui fecero entrambi prodigi di valore. Essendo stato Alcibiade ferito e atterrato, Socrate se gli pose davanti, lo difese, e in cospetto di tutto l’esercito impedì ai nemici di prenderlo e di impadronirsi delle sue armi. Il premio del valore era dunque giustamente dovuto a Socrate; ma i capitani parendo disposti a darlo ad Alcibiade a cagion del lignaggio di lui, Socrate, il qual non cercava che di accendere in lui viemeglio il desiderio della vera gloria, fu il primo a dargli il proprio suffragio, e fu quegli che maggiormente contribuì a fargli decretar la corona e l’armatura completa, che erano il prezzo d’onore.» Ciò avveniva l’anno 431 av. l’E. V.

Più tardi, alla battaglia di Delio (423 av. l’E. V.), Alcibiade ricambiava il beneficio, e combattendo valorosamente salvava Socrate alla sua volta dai nemici, — come narra Platone nel _Lachete_.

[70] ούκ ὤν ἀνὴρ γὰρ Ἀλκιβιάδης, ὣς δοκεῖ, — ἀνὴρ ἀπασῶν τῶν γυναικῶν ἔστι νῦν. Così il comico Ferecrate (_Fragm. Comic. Graec,_ edizione Didot, pag. 114). — All’epoca dell’azione del dramma, la moglie di Alcibiade, Ipparete — (che d’altronde non ebbe nessuna parte notevole nella vita di lui, e non è ricordata dagli storici che per la scena del divorzio) — era già morta durante un viaggio fatto da Alcibiade ad Efeso, qualche anno prima della impresa di Sicilia (Plutarco, in _Alcib_., VIII. Cfr. Isocr., _De Bigis_, XVII).

[71] Massima era l’ambizione che le donne greche e le ateniesi in ispecie, riponeano nella ricchezza e nel color delle chiome, e nella eleganza delle acconciature. Le portavano per lo più bipartite sulla fronte e intrecciate e annodate dietro il capo; però i capelli crespi o ricciuti, per arte o per natura, eran tenuti in gran pregio, giovando l’increspamento ad adombrare e far piccola la fronte, la cui ampiezza, come era un pregio per gli uomini, così ascrivevasi nelle donne a difetto (Aristen., _Lett_.). Fra i colori poi pregiatissimo il biondo: _aurea_ chiamavano Venere: e quelle che bionde non erano, per lo più si tingeano. Rileviam da’ frammenti di Menandro ch’ei discacciò di sua casa una donna la quale facea pompa di chiome artificiosamente bionde (Clem. Alex., _Paedag_., III). — Eliano scrive della chioma di Atalanta, ch’ella era _bionda_ e dovea questo colore «_alla natura, non all’arte, nè alle droghe di che le femmine fan uso per procacciarselo_» (El., _Var. St_., XIII, 1). — E Luciano: «_Il più del tempo e dello studio consuman le donne in acconciar le treccie. Alcune con tinture che hanno virtù di far d’oro i capelli, al sole di mezzodì, a guisa di bioccoli di lana, li ritingono di un biondo fiorito, scontente del color naturale. Quelle poi che si contentano_ (notisi la parola) _della nera chioma, vi spendono la ricchezza de’ mariti e spirano dalle treccie tutti i profumi d’Arabia. Con istrumenti di ferro scaldati a leggier fuoco si increspano e inanellano i capelli, che scendendo in minuti ricciolini fin sopra le sopracciglia lasciano breve spazio alla fronte: di dietro cascano in grandi anella e ondeggian sugli omeri,_» (Luc., _Amori_).

[72] Cfr. Anacreonte, _Odi_, 28, 29.

[73] Siccome le greche non usavan fazzoletti (le idee d’allora intorno alla pulitezza e alla creanza vietavano ad uomini e a donne di asciugarsi il sudore e di soffiarsi il naso: la siccità del naso era riguardata uno fra i pregi principali della bellezza, comunque da un epigramma di Marziale potrebbe arguirsi che gli antichi si soffiassero colle dita), così non è strano che elle non usassero nè tasche, nè borse. Però la fascia o cintura che stringea loro la tunica sotto le mammelle (_strofio_) serviva ad esse insieme per riporvi le lor coserelle più care — danaro, biglietti, lettere degli amanti, pegni dolci e furtivi d’amore, ecc., ecc

Senofonte, nella _Ciropedia_, ricorda pur egli a titolo di lode, e in prova di moderato vivere, come anche i Persiani a’ suoi tempi tenessero per cosa sconcia sia lo sputare che il pulirsi il naso: e ne dà la ragione osservando «che col praticare un vitto temperato e col faticare, essi disseccavano gli umori del corpo così da potersi altrimenti dispergere» (Sen., _Cirop_., I, 1).

[74] Plinio (_Nat. Hist_., XIII, c. 10) fa l’invenzione della carta di papiro posteriore di un secolo circa all’epoca del nostro dramma: egli la pone cioè ai tempi di Alessandro, ossia quasi intorno all’epoca medesima che, secondo lui, fu inventata a Pergamo la pergamena pella biblioteca d’Eumene. Ma che l’invenzione del papiro sia assai più antica, e nota ai tempi di Alcibiade, si rileva da Erodoto che già parla del papiro, sotto il nome di βύβλος (lib. V, cap. 8); anzi egli aggiunge che prima che il papiro (βύβλος) fosse comune, si scriveva già sopra pelli di capra o di pecora (lib. V, cap. 58): e se ne formava una specie di libro che diceasi διφθέρα. V’eran di tali libri in pergamena legati anche alla foggia stessa dei nostri — _tabellae_ (_Pitt. Herc_., tom. II, tav.). Quanto ai manoscritti di papiro trovati ad Ercolano, sono tutti fatti a rotolo — cioè a dire di quelli che i Latini chiamavano _volumen_.

[75] _Liceo_ o _Licio_, (λυκαῖος) soprannomi, fra i tanti, di Apollo siccome nato in Licia, nell’Asia minore, o perchè autor della luce (λυκή) o perchè Latona quando lo partorì, al dir d’Eliano, trasformossi in lupa (λύκος). — _Sire della licea pendice dal bell’arco d’oro_, lo chiama Sofocle, nell’_Edipo_: — _Dio liceo fugator della notte_, nella _Elettra_. Dicevasi perciò anche _licogenete_, figlio della lupa; e _licigenete_, padre della luce: εὔχεο δ’Απόλλωνι λυκηγένει κλυτοτόξω, _prega Apollo padre della luce inclito per l’arco_ (Om., _Iliad_., 4). Ad Apollo Licio consacrò Pisistrato in Atene quel parco che più tardi divenne il celebre _Liceo_.

[76] Κωρυκαῖος δαίμον. Dicevasi proverbialmente di uomo che inosservato si insinua e ascolta e spia i discorsi e i fatti degli altri. (Vedi Alcifrone, _Lett_., III, 26). Intorno alla origine del proverbio si narra che in Córico, città marittima di Panfilia, era una razza di gente malvagia, la quale, mischiandosi ai mercatanti, spiava ciò che essi recavano sulle loro navi, per dove dicevano di voler veleggiare e quando: poi ne avvertivano i corsali, e questi, colto il momento opportuno, assaltavan le navi e le predavano. — Vedi Suida, Erasmo ed altri.

[77] Portava (Alcibiade) una foggia di calzari ricchissimi, diversi da quelli degli altri; che dal suo nome furon detti _alcibiadei_ (Ateneo, XII, 534 d. ἀλκιβιᾶδια son detti in Polluce, VII, 89).

[78] Modo proverbiale greco, equivalente al nostro — _da galeotto a marinaro_ (Wieland, _Aristip_., V, _lett_. 4). I Cretesi avevan fama di grande furberia; e quei di Egina ancora più. Diceasi anche, per proverbio, di uomo astuto, che facesse l’ingenuo e lo gnorri: _Pare un Cretese che non abbia mai visto il mare_ (Aristen., _Lett_., II, 18).

[79] Vedi il discorso di Nicia contro Alcibiade, in Tucidide, _Guerra Pelop_., VI, 12.

[80] Sui vasti ambiziosi disegni di Alcibiade, vedi Plutarco, in _Alcibiade_; Tucid., _Guer. Pelop_., VI, 90; Platone, _Primo Alcibiade_.

[81] _Re_ o _gran re_ chiamavano i Greci per antonomasia il re di Persia. Vedi Senofonte, _Anabasi_; Aristofane, Plutarco, Demostene, ecc.

[82] ἐγὼ δὲ τοῦτον (Σωκράτη) μόνον αἰσχύνομαι. ξῦνοιδα γὰρ ἐμαυτῷ ἀντιλέγειν μέν οὔ δυναμένῳ, ὤς οὔ δεῖ ποιεῖν ἄ οὔτος κελεύει κ. τ. λ. — Vedi tutto il discorso di Alcibiade nel _Simposio_ di Platone (c. 32 seg.) e Plutarco in _Alcib_. Confronta Platone, _Primo Alcibiade_.

[83] βίᾳ οὔν ὤσπερ ἀπὸ τῶν Σειρήνων ἐπισχόμενος τα ωτα οἴχομαι φεύγων (Platone, _Simposio_).

[84] «Socrate era quello che aveva maggior ascendente sopra Alcibiade, e profittando della buona indole di questo giovine sapeva tenerlo in freno colla forza de’ suoi discorsi, che lo pungevano al vivo, ne mutavano il cuore e gli faceano persino versar lagrime; ma spesse volte altresì Alcibiade gli sfuggiva di mano per darsi in balìa degli adulatori: e allora Socrate a corrergli dietro... Poichè quegli che corrompeano Alcibiade si prevaleano meno della sua inclinazione ai piaceri, che non si servissero della sua ambizione e della sua sete ardente di gloria» (Plutarco in _Alcibiade_).

[85] δοκεῖς ἂν μοι ἐλέσθαι τεθνάναι (Platone, _Primo Alcibiade_, 2).

[86] Cfr. Platone, _Primo Alcib._, 2.

[87] «Sul finir della vita di Pericle, gli Ateniesi si eran posti in capo di conquistar la Sicilia: e sotto pretesto d’inviar di quando in quando soccorsi d’armi o di truppe alle città oppresse e maltrattate dai Siracusani, vi si andavan spianando la via; ma chi accese maggiormente questa brama, chi più fortemente persuase gli Ateniesi ad andare in Sicilia non alla spicciolata, ma in grosse schiere e d’un sol colpo, con una flotta poderosa ed invadere e soggiogar quell’isola, fu Alcibiade, col pascere ch’ei faceva il popolo e sè stesso di grandi speranze...» (Plutarco in _Alcibiade_).

Dallo stesso Plutarco si rileva che Socrate fu contrario alla impresa, non presagendone nulla di bene: come l’evento provò.

[88] Tucidide, _Guerra Pelop._, VI, 18. — Vedi quivi il discorso di Alcibiade agli Ateniesi.

[89] Sul valor del talento e sulle monete attiche, vedi atto secondo, nota 7.

[90] Cfr. col processo socratico di questo dialogo anche il dialogo di Socrate e Glaucone, in Senofonte (_Memorabili_, III).

[91] Questo spirito irrequieto di intraprendenza, di attività febbrile, di temerità che trascinava Atene, d’impresa in impresa, non anco uscita da una guerra in altre guerre più gravi, fu un lato caratteristico della democrazia ateniese: e il temerario intraprendente Alcibiade potè tanto sopra di Atene, perchè appunto anche in ciò fu la sintesi completa del carattere del suo popolo. Così Socrate in questa scena rimprovera ad Alcibiade di spinger Atene alla guerra di Sicilia, mentre quella del Peloponneso le sta ancor sulle spalle, — come più tardi Demostene rimproverava agli improvvidi Ateniesi di pensar a nuove guerre coi Persiani, mentre avevano il Macedone alle porte: «_Perchè imaginare nuovi nemici, mentre già li abbiamo palesi?_ τί τοὺς ὁμολογοῦντας ἔχθρους ετέρο’υς ζητοῦ μὲν; (Demost., _Sulla guerra persiana_).

[92] _Pigro, ciarliero, avaro, ingordo de’ salarj_, è chiamato il popolo ateniese in Platone, (_Gorgia_, p. 515). Vedi poi Aristofane nelle _Vespe_, commedia tutta intesa a flagellare questa brutta piaga della democrazia ateniese. E Demostene, serbato a vederne a’ suoi tempi ancor più funeste le conseguenze, sclamava: «Ormai tutto come in mercato sta a prezzo: ed è scambiato da passioni che già appestarono e sovvertirono la Grecia. E quali? avara sete di mance; riso per chi la confessa; perdono per chi è convinto, e tutte l’altre necessità di corruzione» (_Filipp_., III).

[93] Plutarco in _Pericle_, 9. — Platone, _Gorgia; Repub_., 6. — Cfr. Peyron, _La politica e l’amministrazione di Pericle_; § 8.

[94] La riduzione del soldo militare (quattro oboli al giorno per soldato) ordinata da’ demagoghi successori di Pericle per provvedere alle strettezze dello erario, — in un tempo in cui la introduzione delle mercedi del foro e dei tribunali e degli spettacoli avea già sviluppate nel popolo le abitudini dell’ozio e l’avida sete dei pigri guadagni — ebbe per effetto di disamorare a poco a poco i cittadini dall’esercizio della milizia. I popolani, certi di guadagnar tre oboli a casa loro, sedendo nello Pnice, o a teatro o nell’Eliea, meno facilmente si adattarono a scambiare, per un solo obolo di più, la vita beata della città con quella dei campi e delle triremi. Nell’impresa di Sicilia bisognò portar di nuovo il soldo ad una dramma per allettare i cittadini a pigliar l’armi: e ancora l’aumento non sedusse gli opliti agiati delle prime tre classi: ossia i veri _opliti di catalogo_ (ἔκ καταλόγου) iscritti nei ruoli; perchè soli 1500 di questi si contarono nei 5100 opliti raccolti per quella spedizione: il resto degli opliti si dovette formare, come la fanteria leggiera, di proletarj della quarta classe, e alleati mercenarj allettati dall’aumento. Terminata la spedizione di Sicilia, col disamore dell’armi più e più crebbe questa piaga de’ mercenarj: di che Isocrate scriveva: «Noi, mentre vogliamo dominare sopra tutti, ricusiamo di militare, abbiamo eserciti mercenari composti di uomini esuli disertori, malfattori, oltraggiatori de’ nostri figliuoli, che abbandonano noi, se altri dia loro un soldo maggiore. Noi che difettiamo del vitto quotidiano, prendemmo ad alimentar questi forestieri» (Isocr., _Sociale_, 16). E Demostene: «Non mi si parli di dieci e ventimila forestieri e di eserciti mercenarj; voglio milizie cittadine, voglio 2000 uomini dei quali almeno 500 sieno ateniesi, gli altri sieno pure stranieri; voglio 200 cavalieri, de’ quali almeno 50 siano cittadini» (Dem., _Filipp_., I). Se Demostene, osserva il Peyron, volendo formare un esercito di 2000 opliti si contentava di soli 500 ateniesi, che mai erano divenuti quei 13,000 opliti cittadini, che Pericle al principio della guerra si riprometteva? Erano registrati nei ruoli, ma per più ragioni si scansavano dalla milizia (Cfr. Peyron, _La politica e l’amministrazione di Pericle_, § 8).

[95] Ad Atene i popolani, per andare a teatro, ed assistere agli spettacoli, non pagavano, ma al contrario ricevevano un obolo per ciascuno. — «_Ed essendo egli incaricato di distribuire alla tribù Eretteide il denaro dello spettacolo, io andai a chiedergli la parte mia_» (Luciano, _Timone_). Indi in Demostene frequentissimi i lamenti per lo sperpero del pubblico denaro nelle feste: «_Voi_ (Ateniesi) _per le pubbliche feste ricevete danaro senza che alla repubblica ne derivi utilità_» (Dem., _Olint_., I). «Create legislatori non leggi, che n’avete già troppe: anzi sopprimetene parecchie dannose, quelle cioè che riguardano il denaro degli spettacoli» (_Olint_., III). «Voi popolo invilito, fiacco, spiantato, siete tenuti schiavi e in nessun conto, e tanto solo che vi snocciolino il denaro degli spettacoli, ne fate gran festa...» (_Ibid_). — «E d’onde, Ateniesi, che le feste Panatenee e le Dionisiache si celebrano sempre ne’ tempi prefissi, e vi si fa tanto spreco di denari che non si armò mai con altrettanto nessun naviglio e con tale apparato e moltitudine che mai la maggiore?» (_Filipp_., I. — Cfr. Demost., _Della distribuzione del danaro_). Vedi il mio opuscolo _Alcibiade, la critica e il secolo di Pericle_.

[96] Ho modificato nella forma, non già, credo, di molto, nella sostanza e nel concetto, la sentenza famosa che forma la conclusione del _Primo Alcibiade_ e il fondo della morale socratica: _conosci te stesso_. Nel dialogo platonico questa sentenza non è infatti presentata da Socrate ad Alcibiade, se non come corollario della incapacità di Alcibiade a governare la cosa pubblica; incapacità di cui Socrate gli strappa a poco a poco la confessione. Perchè è incapace? Perchè parla di cose che ignora. Per governar gli altri bisogna prima governar sè medesimo. Per governar sè medesimo, bisogna prima conoscersi: γνῶθι σαυτὸν (Platone, _Primo Alcib_., cap. 18, 26; _Protag_., c. 28; _Filebo_, c. 29; _Carmide_, c. 12).

[97] Plat., _Simpos_., 1. — Quei di Falera (borgo di Atene, della tribù Antiochide) erano proverbiali per la lentezza con cui camminavano nelle cerimonie pubbliche.

[98] _E camminiam curvi per la città, come quei che portan le lampade_ (Aristof., _Lisistr_.) Della festa o gara delle lampade (_lampadeforìa_) ch’era celebre in Atene, e solennizzavasi, secondo lo scoliaste di Aristofane, ogni anno il dì 19 del terzo mese attico, così parla Pausania: «Nell’Accademia è l’altar di Prometeo. Da qui si partono le persone e van correndo verso la città con fiaccole accese in mano. La contesa consiste in portar la face così che correndo rimanga accesa. Se si spegne al primo, egli non ha più parte nella vittoria, ma gli sottentra il secondo, e se nè questi ancora la porta accesa, il terzo è vincitore, ma se a tutti si spegnessero le faci, niuno rimarrebbe vittorioso» (Paus., I, _Attic_. 30. — Cfr. Aristof., _Vespe_; Senof., _Finanze d’Atene_, IV; Eschilo, _Agam_.)

[99] Sull’ombra del gnomone, orologio solare (γνώμον, στοιχεῖον), calcolavansi l’ore. (Ateneo, _Deipn_., I, 8; VI, 42; Aristof. in _Polluce_, IX, 46; Aristof., _Eccles_., v. 652; Alcifr. III, 4).

I primi orologi solari (Erodoto, II, 109, li dice introdotti in Grecia dai Babilonesi; Diogene Laerzio invece ne fa inventore Anassimandro, e Plinio, _Hist. Nat_., 76, il discepolo di Anassimandro, Anassimene milesio, che avrebbe posto il primo gnomone a Sparta) consistevano in una colonna drizzata sopra uno spazio piano, su cui segnavansi diverse linee: e l’ombra della colonna che riflettevasi successivamente su di esse, segnava le ore. In seguito, e già all’epoca del dramma nostro, usarono per maggiore speditezza piantar un gnomone o stilo di ferro sopra una parete o una colonna; e rendea lo stesso servigio. L’ombra dello stilo accorciandosi o allungandosi col corso del sole indicava le ore col numero dei piedi di lunghezza. Indi, per chieder l’ora, usavasi dire _Che ombra fa?_ Naturalmente di buon mattino l’ombra era lunghissima (Palladio, _De re rustica_, calcola di 29 piedi l’ombra di un quadrante antico, in gennajo, al levar del sole) e più diminuiva accostandosi al meriggio, per tornare a crescer poi: sicchè l’ore di primo mattino e di sera inoltrata eran segnate dal numero di piedi maggiore. Per altro, sul numero preciso dei piedi, corrispondente fra i Greci alle singole ore, non si hanno che calcoli approssimativi e molto incerti; pare, per esempio che il quadrante di Palladio, costrutto pel clima di Bisanzio, registri la divisione dei piedi in numeri maggiori probabilmente che non si usasse ad Atene: poichè in Aristofane e in Menandro, presso Ateneo, vediam fissata di solito per ora della _cena_ in Atene l’ombra di _dieci_ o di _dodici_ piedi: e si sa che ad Atene la cena (δεῖπνον) aveva luogo ad ora assai tarda, al tramonto del sole o anche dopo. Vero è che in Eubulo, presso Aten. I, 8, troviam menzionata come ora di cena un’ombra di _venti_ piedi: che accenna probabilmente ad un gnomone diviso in 24 piedi.

L’ore poi del giorno erano di due sorta: _equinoziali_ che partivano il dì civile, come da noi, in 24 parti eguali: e _artificiali_, che dividevano sempre tanto il dì che la notte in _dodici_ parti, più lunghe o più brevi quindi, secondo la lunghezza dei giorni e delle notti nelle varie stagioni. Quest’ore artificiali si designavano sommandole a tre a tre, ossia si ripartivano in quattro divisioni eguali di tre ore ciascuna, tanto pel dì che per la notte. Di giorno, le tre prime ore dal levar del sole dicevansi la _prima_; le tre seguenti, la _terza_; poi la _sesta_ e la _nona_. Di notte, le prime tre ore del tramonto dicevansi _prima vigilia_, le tre successive _seconda vigilia_; poi _terza_ e _quarta vigilia_.

Nella tavola di Palladio sopra ricordata, l’ombra di 15 piedi, qui accennata nel dialogo, corrisponderebbe appunto alla terza ora artificiale: vale a dire siamo sul finir della _prima_: e la _terza_ di cui parla Carinade più innanzi, non cominciava che alla quarta ora dal levar del sole (Cfr. circa l’ora mattutina dell’assemblea, Aristof., _Acarn_.; Eccles.).

[100] _E dorme, come dice il proverbio, le tre notti d’Ercole_ (Alcifir., _Lett_., III, 38). È nota la favola di Giove che giacque con Alcmena, e per goderne più a lungo prolungò il corso di una notte a quello di tre: dal qual concubito nacque Ercole (vedi Plauto, _Anfitrione_).

[101] Con una corda tinta di rosso e distesa due servi pubblici spingevano alla adunanza i più lenti. Il segno rosso che rimaneva sulle loro vesti li faceva incorrere in una multa ossia nella perdita dei tre oboli, come ritardatarii. Parlando dei ritardatarii, così segnati, Aristofane fa dire a Cremete nelle _Aringatrici_: «_Ed era soggetto di molto ridere nell’assemblea la gran copia di rosso che si era sparsa all’intorno_» (Cfr. Aristofane in principio degli _Acarnesi_).

[102] _Tesmotéti_: erano gli ultimi sei de’ _nove arconti_. Quando l’autorità regia fu circoscritta in Atene dopo la morte del re Codro (1092 av. l’E. V.), i suoi eredi e successori della sua stessa dinastia continuarono a tenere sotto il nome di _arconti_ la dignità suprema dello Stato, con obbligo però di dar conto della loro amministrazione al popolo (Paus., IV, 5, 10; Elian., _Var. St_., VIII, 5): fino a che nel 752 av. l’E. V. gli Eupatrìdi, abbattuto l’arconte Alcmeone, limitarono il potere dell’arconte responsabile, rendendolo da ereditario elettivo, e da vitalizio temporaneo, circoscritto a _dieci anni_ (Dion. Alycarn., I, 72). Più tardi infine, nel 682 av. l’E. V., a prevenire possibili usurpazioni, anche l’ufficio dell’_arconte decennale_ fu abolito, e i poteri supremi dello Stato che si concentravano in lui furono ripartiti fra _nove_ magistrati _annuali_, che conservarono il titolo di _arconti_. Scelti ogni anno per suffragi tra la classe degli eupatrìdi, essi avevano la direzione generale degli affari interni ed esterni della città.

Il primo dei nove — ch’era l’arconte per antonomasia e chiamavasi _arconte epònimo_, perchè dava all’anno il proprio nome — stava a capo dell’amministrazione civile: contratti, donazioni, successioni, matrimonj, divorzj, testamenti, tutela degli orfani, ecc. Il secondo, _arconte re_ o _basileo_, era sommo sacerdote, presiedeva agli affari del culto; sagrifizi, feste, giudizj di sacrilegio, ecc. Il terzo arconte, ossia il _polemarco_, aveva il comando supremo delle forze militari e la direzione delle cose spettanti alla guerra. Gli altri sei arconti, designati insieme sotto il nome di _Tesmoteti_, istruivano i processi criminali più importanti, giudicavano in ultima istanza delle cause civili, e in generale degli affari che non erano di speciale competenza dei primi tre arconti.

Al tempo di Alcibiade però le riforme democratiche avevano diminuito di assai questo potere degli arconti. La creazione de’ dieci strategi avea tolto al _polemarco_ il comando degli eserciti, come i tribunali degli eliasti limitarono il poter giudiziario dell’eponimo e degli altri arconti, ridotto ormai a poco più che alla istruttoria e alla presidenza nei giudizi di loro giurisdizione (Corsini _Fasti attici_, I; Schömann, _Antich. greche_, I, 412; Hermann, _Antich. polit_., 138; Meursius, _Arconti_, I, 1).

[103] L’obolo (_attico_) era una piccola moneta in origine d’argento, ma più tardi di bronzo, del valore di circa 15 centesimi italiani. Formava la sesta