Chapter 14 of 23 · 3019 words · ~15 min read

parte di

Prometeo, ossa coverte di grasso» (Luciano, _Di quei che stanno coi signori_).

[237] Il comico Macone, presso Ateneo così parla del parassita Cherefonte: «Chaerefon carmen emebat aliquando. Ibi cum coquus, ut narrant, ossibus admodum grave frustum illi forte praecideret; _Coque_, inquit, _ne hoc adpende mihi osseum_. Ille vero: _At suave est_, inquit; _ajunt sane, vicinam ossibus, suavem esse carnem_. Tum Chaerefon: _Utique_, inquit, _o optime: suave illud quidem; sed quod addiicis molestissimum_ (Aten., _Deipn._, VI, 243 f.).

[238] πρὸς τῶν χαρίτων — Scongiuro femminile (Aristen., _Lett._, I, 11).

[239] Modo di minaccia cui ricorreano frequentissimo gli spasimanti inesauditi (Vedi, per esempio, Alcifr., I, 35). Così Orazio invoca da Venere il castigo all’arroganza di Cloe: — _sublimi flagello-tange Chloen semel arrogantem._, lib. II, od. 26. — Intorno alle vendette di Venere, vedi anco Eurip., _Ippol._, v. 545-564; Teocr., _Idill._, I, v. 101.

[240] Cfr. Alcifr., _Lett._, I, 36, 40; Aristen., _Lett._, I, 14.

[241] Cfr. Alcifr., _Lett._, I, 36. Prima di seppellire i morti e celebrar loro le esequie usavasi in Atene tener esposto nel vestibolo della casa per un giorno (e occorrendo, per accertare il decesso, fin tre giorni) il cadavere lavato, profumato, vestito di ricchi abiti e inghirlandato di fiori. In una mano gli si poneva una focaccia per ammansar Cerbero, e nella bocca uno o due oboli per pagar il tragitto a Caronte (Eurip., _Ippol._; Aristof, _Lisistr., Rane_; Luciano, _Del Lutto, Dial. dei morti_, 11; Polluce, lib. 8). «E tu dopo d’avermi spogliato stamattina, dice Blepiro a sua moglie, te ne andasti lasciandomi come un morto, salvochè non mi inghirlandasti, nè mi ponesti vicino il vaso dei profumi» (Aristofane, _Eccles._).

[242] «È al valor dei regali che mi fanno i miei amanti che io giudico il loro amore» (Aristen., _Lett._, I, 14). Intorno ai doni alle etére, cfr. anche Alcifr., _Lett._, I; Luciano, _Dial. delle cortigiane_, 7, 8, 14; Senof., _Memor._, III, 11.

[243] Gli _Aloi_, detti anche _feste Talisie_, celebravansi ogni anno dopo il raccolto dei frutti, in onore principalmente di Cerere; e insieme anche di Bacco e dell’altre divinità, in genere, il cui favore influiva sull’abbondanza dei raccolti. Di queste feste, siccome celebrate precipuamente dalle donne, parla Alcifrone (_Lett._, I, 35; II, 3); ed anche Teocrito (_Idill._, 7); e lo scoliaste di Luciano: «Haloa festum est Athenis mysteria Cereris et Proserpinae et Bacchi complectens pro incisione vitium, et gustatione vini aliorumque fructuum. Philocorus vero ait, ita dictum quod homines tunc in areis commorarentur.» Infatti ἄλος significa _aja_.

[244] L’abbigliamento ordinario delle donne ateniesi consisteva, com’è noto, 1.º in una tunica (κιθῶν) o specie di camicia bianca, per lo più di lino, molto ampia, discendente in ricche pieghe fino ai piedi, congiunta sopra le spalle con bottoni a fermagli, e allacciata sotto le mammelle dallo _strofio_, ricca cintura, sovente d’oro; 2.º in una sopraveste (διπλοίδιον) che dev’essere la stessa cosa coll’ἔγκυκλον di Aristofane (_Tesmof._, 261), (mal tradotto dal Cappellina per _mantellino_) della stessa stoffa del _chiton_, ma più breve, spesso con maniche sin verso la metà delle braccia, adorna al basso di liste di vari colori; 3.º in un pallio a forma di sciarpa o manto (πέπλον); 4.º in un panno o velo in testa, all’uscire in pubblico (Poll., lib. 7, 14, 15; A. Tazio, _Clit. Leuc._, 1; Aristof., _Tesm., Lisis._ — Cfr. Becker, Winkelmann, Ferrario, ecc.). La tunica color di croco o _crocata_ (κροκωτὸς) era veste di lusso; così pure le _cimberiche_, vesti portate senza cintura (ὁρθοστὰδια) e così chiamate, secondo lo scoliaste d’Aristof., dal luogo in cui si fabbricavano. Cfr. Arist., _Lisistr._, v. 44, 45.

[245] Αφροδίτη ψιθυρς, _Venere bisbigliante_, era altro degli appellativi sotto cui Venere adoravasi in Atene, secondo la testimonianza di Suida, dal susurrare che fanno tra di loro a bassa voce gli amanti: il che appunto diceasi, con parola d’efficacia mirabile, tutta greca, ψιθυρίζειν. In Teocrito (_Idill._, 1) la voce ψιθυρίσμα è egualmente adoperata, con isquisita armonia imitativa, a significare il dolce sibilo o susurro che fa il vento soffiando tra le frondi degli alberi (Cfr. Teocr. _Idill._, 27; Mosco, _Idill._, 5). — E vedi senso tutto artistico delle imagini e della proprietà delle parole: ψιθυρίζειν, diceano i Greci, non solo il susurrio degli amanti e il dolce bisbiglio dell’aure tra le frondi, ma anche il _calunniare_: qualche secolo prima che la _calunnia-venticello_ fosse posta in musica da Rossini.

[246] Eurip., _Ippol._, v. 612: Ἤ γλῶσσ’ ὡμώμοχ’, ἤ δὲ φρὴν ἀνώμοτος. Questo verso di Euripide era divenuto, come tanti altri dello stesso, famoso e proverbiale tra i Greci. Solevasi citarlo per ischerzo, quando trattavasi di non mantenere un giuramento o una promessa. Per esempio, cfr. Aristof., _Rane_, v. 1471. Che un parassita citasse Euripide si spiegava poi tanto più facilmente, e per il posar di questa classe di persone a letterati, e per i varj passi in Euripide interpretati a favor de’ parassiti.

[247]

Ἀνὴρ γὰρ, ὄστις, εὖ βίον κεκτημένος, μὴ τουλάχιστον τρεῖς ἀσυμβόλους τρέφει, ὄλοιτο, νοστου μὴ ποτ’ εἴς πάτραν τυχών. (Ateneo, _Deipn._, VI, 247 c.)

È da una commedia di Difilo, che Ateneo riporta questi versi, siccome attribuiti in detta commedia ad Euripide. E il parassita d’Alcifrone, dopo aver fatto una citazione di poeta, soggiunge con sussiego: «_Anche noi parassiti parliamo alla foggia dei letterati_» (Alcifr., _Lett._, III, 65).

[248] _Mandare ai corvi_, ἔς κόρακας (_che tu possa andar tra i corvi! che i corvi ti piglino_, ecc.), modo proverbiale usatissimo, significante: _mandar in malora!_ (Cfr. Alcifr., _Lett._, I, 16; Aristof., _Tesmof._, v. 868; _Vespe_, v. 51; _Nubi_, v. 789; _Caval._, v. 892. — Vedi Erasm., _ad Corvos_).

[249] Dell’odio delle donne ateniesi contro Euripide, perchè sparlatore e denigratore di esse nelle sue tragedie, fa menzione ripetutamente Aristofane nella _Lisistrata_, nelle _Rane_ e altrove. Anzi la maldicenza di Euripide contro il sesso femminile e la vendetta di queste contro di lui formano l’argomento dell’altra commedia di Aristofane, le _Tesmoforeggianti_. Difilo poi, presso Ateneo, riportando i versi citati sopra alla nota 38, intorno ai parassiti, mette appunto a riscontro la benevolenza di Euripide verso costoro, colla sua maldicenza contro le donne: «_E non vedi quanto egli_ — Euripide — _nelle sue tragedie odii le donne, ed ami per contrario i parassiti?_» (Aten., VI, 247 b).

[250] _Per le Tesmofore! Per le dee Tesmofore!_ — Cerere e Proserpina — (Arist., _Tesmof._, v. 282, 1156); lo stesso che l’esclamazione femminile: _per le due Dee!_ (Arist., _Lisis._, 51), e altre equivalenti: _Per le Dee venerande! Per Cerere! Così Cerere m’ami!_ (μὰ τὴν Δὴμετρα, Arist., _Acarn._, v. 708); _per le deità eleusine e pei loro misterj! pei sacri misterj!_ (Alcifr., _Lett._, II, 2, 3). Cerere e Proserpina avean culto, com’è noto, in Eleusi; e ai loro riti assistean solo le donne; chiamavansi anche _dee sotterranee_. — Θεσμοφόρη, ossia _legislatrice_, era propriamente lo speciale attributo di Cerere, in memoria delle prime leggi e delle prime nozioni agronomiche date agli Ateniesi da questa Dea.

[251] Eurip., _Ippol._, 616 seg.; _Androm._, v. 943 seg.; Cfr. Aristof., _Tesmof._, v. 389 seg.; dove egli fa ricordare da una donna tutte le ingiurie scagliate da Euripide contro il di lei sesso.

[252] Eurip., _Androm._, v. 950. — Aristof., _Tesmof._, v. 415-416.

[253] Così è chiamato Euripide dalle donne, a cagione della professione di sua madre, nelle _Tesmof._, v. 387; titolo spregiativo che troviamo affibbiato di frequente a quel tragico anche nei _Cavalieri_, nelle _Rane_ e altrove.

[254] Le libazioni alle _Furie_ od _Eumenidi_ od _Erinni_ erano fatte senza vino — con acqua e mele soltanto; per il che dicevansi in greco ἀοίνοί, (lat. _inviniae_): come vedesi in Eschilo, _Eumen._, v. 112. Il Bellotti tradusse: _libagioni astemie_.

[255] _Venere aurea_ (χρυσὴ Αφροδίτη — Om., _Odiss._, IX, 14), _ornata d’oro_ (πολυχρύσος, χρυσῷ κοσμηθεῖσα, Om., _Inn. a Ven._), _dall’aurea corona_, dal _trono d’oro_, ecc. — appellativi usatissimi della Dea. E Luciano: «Omero in tutto il suo poema da capo a fondo dice ch’io son _l’aurea Venere_» (Luc., _Giove Tragedo_).

[256] Le _Nubi_ fatte in Atene rappresentar da Aristofane nell’anno 424 av. l’E. V. (ventiquattro anni prima della morte di Socrate) fecero fiasco. Di che lo stesso Aristofane si lamenta nella parabasi della seconda edizione di quella commedia, ch’egli tornò a dare l’anno dopo, collo stesso esito; e nella parabasi delle _Vespe_.

Wieland nell’_Aristippo_ (I, lett. 9) fa attribuire da Aristofane il fiasco delle _Nubi_ alla influenza di Alcibiade, di cui eran noti l’affetto e la devozione per Socrate suo maestro acremente deriso in quella commedia, e al timore che Alcibiade stesso seppe incutere in teatro col suo partito. Certo Alcibiade si trovava un po’ interessato in causa, per i frizzi frequenti al suo proprio indirizzo nelle commedie di Aristofane (Cfr. _Vespe_, 44; _Acarnesi_, 716; _Rane_, 1422), e per credersi forse satireggiato egli medesimo nel personaggio di Fidippide delle _Nubi_: e la popolarità e l’influenza del giovine _lion_ ateniese assai probabilmente poterono nuocere al successo della commedia.

Le _Nubi_, del resto, e gli _Acarnesi_, ov’è posto in canzone Lamaco, e le _Rane_ ove canzonasi Euripide, provano ch’era caduta in dissuetudine ad Atene l’antica legge che vietava di citare o attaccar alcuno per nome nelle commedie (Meurs., _Them. Att._, II, 20).

[257] Sulle percosse date da Alcibiade a Taurea, suo anticorégo, in teatro, vedi Demost., _C. Midia_; Andocide, _Contr. Alcib._, IV, 20; e Plutarco in _Alcib._ Qui se ne variarono le cause e le circostanze, collegando il fatto alla rappresentazione delle _Nubi_.

[258] Ἀνδρῶν ἀπάντων Σωκράτης σοφώτατος — _di tutti gli uomini Socrate è il più savio_ — fu la risposta che l’oracolo di Delfo diede, com’è noto, a Cherefonte, amico e discepolo di Socrate. Vedi Diog. Laerz. in _Socr._; e Platone, _Apol._, 5.

[259] Cfr. il modo vivace con cui Alcibiade prende le parti del suo maestro in Platone, nel _Protagora_, c. 23, e nel _Simposio_.

[260] _Evio, Bromio, Dionisio, guidatore de’ cori notturni, amatore delle danze_, ecc., appellativi di Bacco (Aristof., _Tesmof._, v. 990, 992; Sofocle, _Antig._, v. 1265; _Edipo Re_, ecc.).

[261] θεῶν μέγας ὄρκος (Om., _Odiss._, 11, v. 377 e altrove). Era il giuramento per la Stige, ossia per l’acqua di Stige, sacro e tremendo agli stessi Immortali. «_Siami testimonio la terra, e l’ampio cielo disopra, e la disotto scorrente acqua di Stige, ch’è il massimo e tremendissimo giuramento pegli Dei beati_» — così giura Giunone in Omero (_Iliad._, XV, v. 36-38. Cfr. _Iliad._, XIV, 271 seg.; _Odiss._, V, v. 184; Apol. Rod., _Argon._, II, v. 291; Esiod., _Teogon._, v. 400).

La favola, raccolta da Esiodo, fa di Stige una figlia dell’Oceano e sposa di Pallante, che Giove volle onorare ordinando che per lei giurassero i Celesti. Pausania ricorda con questo nome una fonte in Arcadia, non lungi dalle ruine di Nonacri; «ivi, egli dice, una parte della montagna elevasi a picco ad altezza così prodigiosa come non ho visto mai; e dal sommo di essa stilla perennemente un’acqua che i Greci chiaman l’acqua di Stige» (Paus., _Arcad._, 17): al che corrisponde la descrizione che Esiodo fa dell’abitazione della Oceanitide nell’inferno: «Abita quivi la Dea tremenda agli Immortali, la orribile Stige: sola, appartata dagli Dei, abita inclite case coperte di sopra di grandi roccie: e d’ogni intorno sono argentee colonne drizzate fino al cielo» (_Teogon._, v. 775-779).

Perchè poi la dimora di Stige fu posta nell’inferno, può spiegarsi colla osservazione di Pausania che l’acqua di quella sorgente arcadica era mortifera agli uomini e agli animali. La superstizione aggiungeva che chi fosse accusato, innocente, di qualche grande delitto, e costretto a bere di quell’acqua, poteva farlo senza averne danno, provando così la sua innocenza. Che se taluno degli Dei mentiva o mancava al giuramento dato per l’acqua di Stige, allora Giove mandava Iride a prendere dell’acqua di quella fonte, e il Nume spergiuro, costretto a beverne, preso da malore, giaceva ammutolito, senza respiro, senza poter gustare nettare nè ambrosia, appartato dal consorzio degli altri Dei per nove anni; finchè nel decimo, guarito, tornava fra i suoi compagni di Olimpo: «_tale è il grande giuramento degli Dei per quell’acqua perenne di Stige_» (Esiod., _Teog._, 783-805). Nel qual _grande giuramento_ simboleggiavano gli antichi, secondo Bacone, la _necessità_: come il solo vincolo che a preferenza di tutti gli altri, della nascita, della religione, dell’onore stesso, ecc., — lega i re e i grandi, e mantiene solo la fede dei trattati.

[262] Μὰ τὴν Ἀγλαυρον (Arist., _Tesmof._, v. 533). Esclamazione ateniese. _Aglauro, Erse_ e _Pandroso_ chiamaronsi le tre figlie di Cecrope primo re di Atene. Ad esse Minerva diede a custodire il neonato Erittonio o Eretteo (figlio di Minerva e di Vulcano) rinchiuso in una cesta di vimini insieme con un serpente postovi a guardia; sotto proibizione alle tre fanciulle di guardar ciò che nella cesta si contenesse. Pandroso obbedì al divieto della Dea, ma l’altre due sorelle, Aglauro ed Erse, prese da curiosità, non seppero resistere alla tentazione d’aprir la cesta; e alla vista di Erittonio, prese, per castigo di Minerva, da subita insania, si precipitarono dalla cima dell’Acropoli in mare. Così Pausania, _Attic._; Apollodoro, lib. III, e Igino, _Poet. Astron._ Ma Ovidio narra, diversamente, che, delle tre sorelle, Pandroso ed Erse obbedirono entrambe la Dea; Aglauro sola fu tratta dalla curiosità ad aprir la cesta — _timidas vocat una sorores — Aglaurus nodosque manu deducit_. Una cornacchia andò a riferire la sua disobbedienza a Minerva, che legossela al dito; indi a poco tempo, infatti, capitato Mercurio ad Atene mentre le vergini vi celebravano la festa di Minerva, e visto Erse tra quelle, se ne innamorò: avviossi il Dio alla casa di Cecrope per averla in isposa, e fattaglisi innanzi per la prima Aglauro, la pregò di interporre per lui buoni officj presso la sorella: ma Aglauro, per punizione della Dea, presa da amor per Mercurio, e da gelosia ed invidia della sorella Erse, negossi alle istanze del Nume e tentò precludergli l’ingresso: e allora il Dio tramutolla in sasso (Ovid., _Metam._, lib. II). Indi forse non a caso, in questo punto della nostra scena, Bacchide inquieta delle occhiate del suo compagno ad Eufrosine, invoca il nome della invidiosa figlia di Cecrope.

Secondo un’altra versione di Ulpiano (comm. a Demost., _Falsa legaz._), Agraulo era figlia dello stesso re Eretteo; e nella guerra mossa contro lui ed Atene dai Traci condotti da Eumolpo, avendo l’oracolo presagito la vittoria agli Ateniesi ove qualcuno si fosse sagrificato per la città, Agraulo risaputolo si sarebbe spontaneamente immolata alla patria gettandosi dall’Acropoli. — Il Meursius (_Reg. Athen._, I, 11) contesta questa versione: certo però essa spiega meglio il culto di cui Aglauro era onorata in Atene; ove ella aveva un tempio, e sacerdotesse dette _Aglauridi_ e misteri e feste a lei sacre — ch’eran le _feste Plinterie_ (Erod., VIII; Paus., _Attic._; Esichio, ecc.). Nel tempio e bosco sacro di Aglauro o Agraulo, la gioventù ateniese, all’atto di entrar nella milizia, si recava a dare il solenne giuramento di difendere la patria e le sue leggi (Licurg., _Leocr._, I, 77; _Schol._ in _Demost._, ediz. Didot, 438, 15, 17; Plut. in _Alcib._; Meurs., _Reg. Athen._, I, 9).

[263] Alcibiade era ammiratore appassionatissimo di Omero — ἴ σκυρῶσ Ὄμηρον ἐθαύμαζεν (Eliano, _Var. Stor._, XIII, 38): — ammirazione in cui ebbe a somigliargli più tardi un altro greco famoso, forse non più grande nè più ambizioso di Alcibiade, ma più fortunato di lui, Alessandro il Macedone: al quale le lettere andarono debitrici della famosa edizione omerica della _cassetta_.

[264] Omero, _Iliad._, lib. VIII, v. 337-341.

Ecco, di questo passo, la versione del Monti, più libera della mia:

«Iva Ettorre alla testa, e dalle truci Sue pupille mettea lampi e paura. Qual fiero alano che ne’ presti piedi Confidando un cinghial da tergo assalta, Od un Ilone, e al suo voltarsi attento, Or le cluni gli addenta, ora la coscia: Così gli Achivi insegue Ettorre, e sempre Uccidendo il postremo li disperde.»

[265] Un critico trovò ultra-inverisimile questa difficoltà per Alcibiade di procacciarsi un Omero, dei cui poemi non v’era, a suo dire, libreria di Ateniese che fosse priva. Quel critico si inganna. Sebbene di Pisistrato e di Ipparco si narri, che coll’assistenza di Solone, avessero dato opera alla riordinazione dei canti omerici e vietato ai rapsodi di invertirne l’ordine nella recitazione, tuttavia l’_edizione_ materiale, completa nel proprio senso della parola, dell’_Iliade_ e dell’_Odissea_, a Pisistrato e Solone attribuita, non è positivamente asserita da nessun antico, sino al tardo e straniero Cicerone: e v’hanno ragioni per revocarla in dubbio. Infatti, il codice ateniese da essi compilato avrebbe dovuto tenersi prezioso siccome più vicino all’origine e avente una certa autorità pubblica: e gli Ateniesi, i quali posero nei loro archivj pubblici le tragedie di Eschilo, Sofocle ed Euripide, v’avrebbero conservato gelosamente anche quelle epopee. Ora, al contrario, nè i sei codici omerici posteriori _delle città_, nè l’ultima famosa edizione della _cassetta_, ordinata da Alessandro il Grande, offrono alcuna traccia di codesta edizione ateniese o danno indizio alcuno di aver fatto appoggio su di essa. — Il vero è che fino all’epoca di quei codici, e cioè fino al quarto secolo, l’_Iliade_ e l’_Odissea_ vivevano ancora per la massima parte nella tradizione orale dei rapsodi, e neppure nelle più ricche librerie non se ne trovavano trascrizioni ordinate e complete che in un piccolissimo numero di esemplari. Tutt’al più, la maggior parte dei grammatici e dei privati possedevano trascritti soltanto alcuni frammenti o rapsodie isolate dei poemi omerici, come l’_Addio di Ettore ed Andromaca — il valor di Diomede — la morte di Ettore — la strage dei Proci_, ecc. (Vedi Pope, _Essai sur Homère_, p. 41; Wolf, _Proleg._, p. 143; Cesarotti, _Ragion. st. crit. su Omero_, I, 5; C. Cantù, _St. della lett. gr._, cap. 3; Müller, _St. lett. gr._, cap. 5, ecc.). Ciò può spiegare la risposta del grammatico, e calmar la meraviglia del mio critico, che Alcibiade non si trovasse ad avere in casa il canto che cercava: meraviglia che del resto potrebbe applicarsi anche al passo relativo di Plutarco: oltrechè non è detto che Alcibiade, padron di varie case in Atene, dovesse proprio avere sottomano, lì nella sala del convito, i suoi libri e le sue librerie.

[266] L’aneddoto da cui è tratta questa scena è riferito da Plutarco alla prima giovinezza d’Alcibiade, e da lui così narrato: «Passato ch’ebbe (Alcibiade) l’età puerile, _portossi ad un precettor di grammatica, e gli chiese un