Chapter 21 of 23 · 2463 words · ~12 min read

parte d

’una coa, valeva 4 osibafi; l’_osibafo_, sesto di cotila, ossia 7 centilitri scarsi, valeva un ciato e mezzo; il _ciato_, 2 centilitri e mezzo, valeva 2 conche; la _conca_, o dodicesimo di cotila, litri 0,0225, valeva 2 mistri, ossia il _mistro_ era all’incirca il nostro centilitro (litri 0,0112).

Le misure di capacità pei solidi erano in gran parte le medesime (_ciato, osibafo, cotila, sestario_), oltre alcune speciali: il _chenice_, equivalente a 4 cotile, ossia all’incirca il nostro litro (litri 1,070); il _medimno_, equivalente 48 chenici, ossia 192 cotile, ossia litri 51,84, cioè all’incirca il nostro mezzo ettolitro. Un medimno di frutti solidi e liquidi ragguagliavasi al valore di una dramma: così una rendita di 500 medimni, ossia 500 dramme, segnava il censo dei cittadini della prima classe. Vi erano poi parecchie altre misure forestiere, come lo _stannio_, l’_idria_ (6 coe), l’_elefante_ (3 coe), l’_emitio_ (4 coe), il _cofino_, misura beota (3 coe), il _maristo_ (6 cotile, o mezza coa), l’_artaba_, misura persiana ed egizia (1 medimno e 3 chenici), l’_emiciprio_, misura di Cipro (mezzo medimno), il _dadice_ (6 chenici), la _capide_ (2 chenici), ecc.

[495] Vedi sopra, nota 16, sull’usanza dei doni. — «Mentre poi la coppa andava in giro, entrò un Trace con un cavallo bianco, e toltosi un corno pieno, disse: _Bevo, o Seute, alla tua salute e ti dono questo cavallo_. Un altro conducendo un fanciullo, lo regalò nello stesso modo, bevendo alla salute di Seute: e un altro, abiti per la moglie, ecc.» (Senof., _Anab._, VII, 3).

[496] _Cizicéno_ o _statere di Cizico_, moneta d’oro purissimo, coniata in Cizico (città sulla Propontide) e in uso fra i Traci. — Valeva 28 dramme ateniesi, ossia circa L. 25,75. Era di bellissimo conio e recava da un lato l’impronta di Cibele, dall’altra un leone. — Il re Seute nell’_Anabasi_ stipula in ciziceni il contratto con Senofonte per la paga delle sue truppe. «Promise al soldato un ciziceno (al mese), al capo di coorte il doppio, al comandante quattro» (Sen., _Anab._, VII, 2).

Sulle monete greche, particolarmente attiche, vedi i ragguagli al quadro II, nota 7. Giova qui aggiungere che le monete di bronzo arrivavano fino ai quattro oboli, ossia 64 centesimi di franco (_calco, semiobolo, obolo, diobolo, triobolo, tetrobolo_); le monete d’argento cominciavano dalla dramma, ossia 92 centesimi fino alle 5 dramme, ossia lire 4,60 (_dramma, didramma, tridramma, tetradramma, pentadramma_); le monete d’oro erano il _darico_ di 20 dramme (lire 18,40), lo statere d’oro di 25 dramme (lire 23); il _ciziceno_ di 28 dramme (lire 25,75). Altri pone fra le monete effettive la _mina_ di 100 dramme, benchè Esichio assicuri che le maggiori monete d’oro fra i Greci pesavano 2 dramme e il loro valore s’aggirava tra le 20 dramme e poco più in su. Nel qual caso la mina avrebbe già dovuto essere una moneta nominale.

[497] Seute (succeduto a Sitalce, del cui nipote Spardaco era figlio) ebbe in moglie Stratonica, sorella di Perdicca, re di Macedonia (Tucid., _G. Pel._, II, 101).

[498] _Ilìtia_ o _Lucina_ — «veneranda Ilìtia» (πτνια Εἰλείθυια — Arist., _Lisist._, 741, _Eccl._, 369) era chiamata Giunone (Ἤρα) siccome presiedente ai parti. Chiamavasi anche, come _preside delle nozze_, Giunone _gamelia_ o _telia_ (Γαμήλιος, Τελεία. — Diod. Sic., V; Arist., _Tesm._, 973). Giunone dalle _bianche braccia_ (λευκώλενος) è detta da Omero; _egofaga_ (ἀιγόφαγος), (Paus., _Lac._) o _mangiatrice di capre_ la chiamavano i Lacedemoni, perchè le erano immolate capre in sacrificio; e Giunone _Samia_ (Aten., XIV, 655) dicevasi dal suo tempio famoso nell’isola di Samo, donde volevasi fossero originarii i pavoni, gli uccelli sacri alla Dea.

[499] Che Alcibiade portasse moltissimo il vino, rilevasi da Platone nel _Simposio_, dove Alcibiade, dopo aver già bevuto molto, si fa dare e beve d’un fiato un vaso di vino «_che poteva contenere più di otto cotile_» (πλέον ἤ ὄκτω’ κοτύλας), vale a dire un paio di litri abbondanti; il che non gli impedisce di tener poi il suo magnifico e lucidissimo discorso, così da far dire, quando ha finito di parlare, a Socrate: «_Io sospetto, Alcibiade, che tu oggi sei stato sobrio: senza di che non avresti mai parlato così abilmente_...» (Plat., _Simp._, cap. 31, 38). — Vero è che in questa scena Cimoto si scandalizza non di otto, ma di quattro cotile sole (1 litro e 8 centilitri): cosa naturale, perchè qui fra i Traci si tratta di vin puro, e non, come nei simposj di Atene, di vino misto coll’acqua.

[500] Vivevano i Traci in piccole e povere abitazioni, o più propriamente capanne, pochissimo elevate dal suolo (_aedificia modice ab humo elevata_, B. Aub., III, 5) e cinte all’intorno di grandi palizzate a custodia delle greggie (Senof., _Anab._, VII, 4). Senofonte stesso non chiama altrimenti che _villaggi_ i paesi traci, ch’eran formati dei piccoli gruppi di quelle capanne, e chiamavansi dai Traci col nome di _bria_ (Strab., VII, 6); onde la desinenza dei nomi di parecchie borgate, _Mesembria, Selimbria_, ecc. Demostene li chiama addirittura _catapecchie_ o cascinali: «Nessuno sarà così ingenuo da credere che Filippo sia smanioso delle catapecchie della Tracia (τῶν ἔν Θάρκῃ κακῶν) — e come si potrebbero altrimenti chiamare Drongilo, Cabile, Mastira e l’altre terricciuole? — e per conquistarle soffra freddi, fatiche e pericoli: e non pretenda nè i porti di Atene, nè gli arsenali, nè le miniere, ecc., ma solo per un po’ di panico e di veccia serbata nelle spelonche (ἔν τοῖς οἰῥῥοῖς) di Tracia, si accontenti di svernare in un baratro» (ἔν τῷ βαράθρῳ) — (Demost., _Filipp._, IV, _Cose del Chers._). — E allo stesso modo ne parla Giuliano: «O Giove, che gusto vivere nel cuor della Tracia e passar l’inverno nelle sue spelonche!» (σιροῖς) — (Giul., _Lett., a Jamblico_, 52).

[501] «_Levatosi Seute bevve insieme con lui, poi vuotò il corno sopra il suo vicino_» (Senof., _Anab._, VII, 3). Suida parla esplicitamente di questa usanza dei Traci, poco conforme al moderno Galateo, di versare sulle vesti dei commensali il vino rimasto nella tazza (τὸ λοιπόν τοῦ οἴνου καταχέουσι κατὰ τῶν ἰματίων τῶν συμποτῶν). Usanza d’altronde attestata non solo da Senofonte, ma anche da Platone, ove dice che gli Sciti e i Traci fanno uso del vino puro, e ritengono bella e beata consuetudine il _versarlo sopra gli abiti_, κατὰ τῶν ἰματίων καταχεόμενοι — (Plat., _Leg._, I, 637 e).

[502] Le idee degli antichissimi _Orfici_ sulla vita avvenire, e sui destini futuri delle anime, coltivate fra i Traci di Pieria e simboleggiate nei misteri di Samotracia, dovettero precedere di molto lo sviluppo delle dottrine pitagoriche, sulla metempsicosi, ecc., colle quali più tardi si mescolarono e si confusero. Su questa unione degli Orfici coi Pitagorici, che il Müller vorrebbe fissare all’epoca della caduta della lega pitagorica nella Magna Grecia (504 av. l’E. V.) e sopra le idee generali della poesia orfica, vedi lo stesso Müller (_St. della lett. greca_, cap. XVI. — Cfr. l’autore del _Viaggio d’Antenore_, cap. 92).

[503] Notai già altrove (_Alcibiade e la critica_, ecc.) — contrariamente a ciò che qualche critico erudito si prese il disturbo di insegnarmi — come Zamolchi fosse da’ Greci riguardato propriamente come un Dio dei Traci. «Imparai questo incantesimo all’esercito da uno di quei medici traci, settarj di Zamolchi, i quali si dice che sappiano anche rendere gli uomini immortali. E diceva quel Trace: Zamolchi re nostro, il quale è Dio, dice che non conviene curare gli occhi senza curare il capo, nè il capo senza il corpo, nè il corpo senza l’anima: ma che questa è la causa per cui ai medici greci sfuggono molte malattie, perchè ignorano ciò che bisogna curare, ecc.» (Plat., _Carmide_, 156 d.) — «E vidi (nell’Elisio) tra i semidei barbari lo scita Anacarsi, e il trace Zamolchi» (Lucian., _Storia vera_, 2). «Gli Sciti adorano la scimitarra, i _Traci Zamolchi_, un fuggitivo di Samo che si riparò tra di loro, i Frigii la luna, gli Etiopi il giorno, gli Assirj una colomba, i Persiani il fuoco, gli Egiziani l’acqua» (Luc., _Giove trag._, 42. — Cfr. Erodot., IV, 159). Fu questo Zamolchi un discepolo di Pitagora, il quale studiò fra gli Jonj la civiltà greca e i segreti della scienza di Esculapio; e tornato poscia in patria fra i Traci, rozzi ed incolti, diede loro più miti istituzioni e leggi e costumanze; a procacciar credito alle quali, secondo il solito dei legislatori, insegnò ai Traci che le anime di coloro che le avessero fedelmente osservate, sarebbero venute, dopo morte, a trovar lui in un luogo dove ogni sorta di beni le aspettavano. Per il che salito fra i Traci in grandissima venerazione, un bel giorno si sottrasse di mezzo a loro e scomparve, ritirandosi a vivere sur un monte, in una spelonca a tutti inaccessa, e lasciando di sè immenso desiderio fra quei popoli; i quali perciò lo ascrissero fra gli Dei e il monte reputarono sacro (Strabone, VII, 3; XVI, 2. — Cfr. J. Boem. Aub., _Mores_, _leges omnium gentium_, 1. III, c. 5).

[504] «La statua di Ercole ad Eritrea (Jonia) è posta sopra una specie di zattera: e quei di Eritrea narrano ch’essa venne così da Tiro in Fenicia, viaggiando per mare. Aggiungono che, entrata la zattera nel mar Jonio, si fermò al promontorio di Giunone, a mezza strada fra Eritrea e Chio. Appena da lontano quei di Eritrea e di Chio scorsero la statua del Nume, tutti si contesero l’onore di trarla a riva e vi impiegarono tutte le loro forze. Un pescatore di Eritrea, di nome Formione, che avea perduta la vista per malattia, fu avvertito in sogno che se le donne di Eritrea consentivano a tagliare i loro capelli e farne una corda, si sarebbe con essa potuto tirar la zattera a riva. Ma neppure una delle donne di Eritrea volle obbedire al sogno; indi alcune donne di Traci, che sebbene nate libere servivano in Eritrea, sacrificarono le loro capigliature: in grazia di che quei di Eritrea ebbero in loro possesso la statua di Ercole, e per ricompensare le donne tracie statuirono che avessero esse sole il diritto di entrare nel tempio del Dio. Ivi si mostra ancora la corda fatta dei loro capelli, che vien conservata gelosamente. Quanto al pescatore che ebbe il sogno, egli ricuperò la vista» (Pausan., _Acaia_, 5).

[505] Notissima la leggenda di Orfeo, poeta trace, nato fra i Libetrii, e primo istitutore fra i Greci dei riti di Bacco o Dioniso; dei cui canti la fama salì tant’alto che fu riguardato il primo cantore dell’epoca eroica e dato per compagno agli Argonauti; e il quale fu sbranato dalle Ménadi tracie perchè, infastidito delle donne, dopo la perdita di Euridice, ebbe in dispregio il loro sesso e introdusse il turpe amor dei fanciulli; o vuoi perchè attirandosi dietro col fascino del canto e della cetra gli uomini, era causa che questi trascurassero le loro mogli. — La leggenda aggiungeva che la sua testa recisa e la sua cetra, dopo l’immane eccidio, venissero gettate nell’Ebro e le onde di questo ne mandassero armonioso lamento:

.... _Medio dum labitur amne_ _Flebile nescio quid quæritur lyra, debile lingua_ _Murmurat exanimis; respondent flebile ripae_ (Ovid.)

poi dal fiume trasportate giù al mare, testa e cetra arrivarono galleggiando a Lesbo; sì che quell’isola divenne fra tutte «_la più ricca di canti_,» πασεων ἀοιδοτάτη — e in Antissa, città lesbia, ove fu sepolta la testa del poeta, gli usignuoli cantavano più armoniosamente che altrove. Elegante e poetica raffigurazione delle origini di quella poesia eolia che diede alla Grecia i carmi di Terpandro e di Saffo e di Alceo (Vedi Ovid., _Metam_., XI, 1 seg.: Pausan., _Beot._, 30; Plat., _Simp._, 179; _Repub._, X, 620; Stobeo, LXII, 399; Pindaro, _Pit._, IV; Apoll. Rod., _Argon._, ecc.). — Pausania (_l. c._) indica Dione città di Macedonia non lungi dal fiume Elicona come il luogo ove Orfeo fu fatto a pezzi dalle donne, d’accordo in ciò colle opinioni moderne che spiegano quel curioso titolo di Traci attribuito nelle leggende ai più antichi cantori della Grecia (Eumolpo, Orfeo, Museo, Tamiri). Infatti la patria di quella tracia poesia è a ricercarsi non già fra le popolazioni incolte della vera Tracia, fra i barbari Odrisj ed Odomanti; ma bensì in quella regione greca di _Pieria_ che si stende ad oriente dell’Olimpo, a settentrione della Tessaglia, e tiene il mezzodì della Macedonia. Quivi eran appunto la città di Libetra, dov’era fama che le Muse cantassero il lamento sulla tomba di Orfeo: e Omero stesso e tutti gli antichi poeti designano la Pieria, non la Tracia, come patria delle Muse. E verisimilmente questa stirpe greca de’ Pierj stendevasi anche in una parte della Beozia e della Focide, d’intorno all’Elicona beotica e alle falde del Parnasso dove era Daulia e dove troviamo con Tucidide (II, 29) la sede del tracio re Tereo: e d’onde con Tereo stesso e con Eumolpo, qualificato pur egli per _Trace_, fecero irruzione nell’Attica (Strab., VII; VIII; Apollod.; Scol. Sof., _Ed. Col._; Licurg., _C. Leocr._; Isocr., _Panaten._). Solo quando i Pierj ebbero a patir più tardi molestie e persecuzioni nella lor propria contrada dai principi macedoni, si ritirarono nella Tracia propriamente detta, al di là dello Strimone, dove Erodoto (VII, 12; cfr. Tucid., II, 99) ricorda i castelli dei Pierj; e là, confondendosi coi veri Traci, legarono a questo nome dei loro nuovi compatrioti la memoria dei loro canti e il lustro della loro tradizione poetica, che era quella nientemeno delle prime origini della poesia greca (Cfr. Strabone, VII, 7; IX, 2; X, 3).

[506] Ben diversa sembra fosse l’opinione che avevasi delle donne tracie nella Grecia: «dov’elle venivano per far le serve e qualche cosa di peggio» (La Bruyère). Così Teofrasto volendo descrivere una di quelle donne di malaffare «_che appostano i giovani sulla pubblica via_,» ne fa una donna di Tracia (Teofr., _Caratt._, 28). Si capisce quindi che il vanto di Odrisio dovesse far sorridere Alcibiade.

[507] Usanza dei Crestonesi, una delle popolazioni di Tracia. «At qui supra Crestonas incolunt ista agunt: singuli plures uxores habent, quorum ubi quis decessit, disceptatio magna fit inter uxores acri amicorum circa hanc rem judicio, quaenam dilecta fuerit a marito præcipue. Quæ talis judicata est, et hunc onorem adepta, ea a viris et mulieribus exornata, ad tumulum a suo propinquissimo mactatur, unaque cum viro humatur: cœteris uxoribus id sibi pro ingente calamitate ducentibus atque lugentibus: nam id eis summo dedecori datur» (J. Boem. Aub., _Mores, leges, etc_., III, c. 5).

[508] Μὰ τὸν Ἄνεμον καὶ τὸν Ακινάκην — (Lucian., _Tossari_, 38). Arma nazionale dei Traci e degli Sciti era la sciabola o scimitarra, ἀκινάκην (cfr. sopra, nota 3; e Ammiano, XIII; Luciano, _Giove Trag_.) — e per essa, e per il vento, ritenuti Iddii, solevano giurare; come sacro era ai Greci il giuramento _per le lancie_ (Giustin., XIII), e come vedesi in Omero giurar Giove _per lo scettro_. — Del culto degli Sciti per la scimitarra, accennano Clem. Aless., 25 C., e Ammiano XXXI. Solano cita un