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libro di

viaggi in Russia, ove degli Sciti, cioè dei Moscoviti del suo tempo, era detto che conservavano l’antico culto: _Arcum et gladium ceteraque arma pro diis habent_ (Sol., _note_ a Luciano).

[509] Circa la sfida dei bicchieri e quella delle mogli — che mi fornirono l’argomento di questa scena e della precedente — mi riporto al Meissner che le accenna succintamente entrambe (tom. IV, pag. 297, 301). Pensai giovarmene, colla scorta di Senofonte (_Anab_.), di Strabone, di Eliano, ecc., per una breve pittura dei costumi traci, e quanto al carattere di Alcibiade, per la preparazione drammatica delle ultime scene del quadro.

[510] Leggo in un frammento d’una commedia di Menandro: «Tutti i Traci in generale e noi Geti in particolare non siamo gran fatto temperanti... Poichè nessuno di noi conduce in moglie meno di dieci od undici donne; e molti anche dodici. Che se dopo aver appena condotto in moglie quattro o cinque donne soltanto, muore, egli vien fra noi chiamato celibe (ἄνυμφος), infelice, ignaro d’imeneo (ἀνυμέναιος)» (Men., _Framm._, pr. Strabone, VII, 3. — fr. 8 ediz. Didot). Ed Eraclide Pontico: «Ciascuno di costoro (Traci) prende tre o quattro mogli, e ve ne ha pur che ne prendono anche trenta, e le trattano come serve. Giacciono con esse periodicamente, e la donna lava e serve il marito, e molte, dopo il congiungimento, dormono sul suolo. E se taluna ciò mal comporta, i genitori, col restituire ciò che han ricevuto, ritirano la figlia, perchè essi le maritano ricevendone il prezzo. Morto il marito, i suoi parenti ne ereditano, come le altre cose, così anche le mogli» (Eracl. Pont., _Rep_., 27). Che i Traci comperassero le mogli dai genitori, a caro prezzo, è narrato anche da Erodoto, V, 6. — E l’Aubano: «Uxorum pudicitiam solicitius custodiunt (Thraces) easque magno aere a parentibus coemunt, fronte notis quibusdam segnatis: generosum id judicatur, ignobilitatis argumentum sine his esse. Nupturae quae prae ceteris specie valeant, prius subtaxari volunt, et licentia taxaxionis admissa, non minoribus nubunt praemiis. Quas formae dedecus premit, dotibus emunt quibus conjunguntur» (I. Boem. Aub., _l. c._).

[511] Eracl., Pont., _Rep_., 27. — E Platone: «Quale maniera di convivenza cogli uomini prescriveremo alle donne? forse quella per la quale i Traci si servono delle mogli a coltivar i campi e a pascolare i buoi e le pecore e ad altri bassi ufficj in cui nulla differiscono dai servi?» (Plat., _Leg_., VII, 805). A questa condizione servile delle donne fra i Traci, lo stesso Platone paragona giustamente, nel passo citato, la condizione non molto dissimile, e di poco migliore, della donna fra gli Ateniesi, mantenuta anch’essa nella dipendenza del marito e chiusa in casa ad attendere al lanificio e alle altre faccende muliebri. — A Sparta invece la posizione della donna era precisamente il rovescio. Anche a Sparta, è vero, essa amministrava l’interno della casa, ma in una condizione ben più elevata; e mentre fra gli Joni vediamo la donna dividere col marito il letto e non la tavola, e chiamarlo _padrone_, i Dori di Sparta, all’opposto, con una galanteria affatto medioevale, chiamavano signora e _padrona_, δέσποινα, la moglie. E la parola non era già una cortesia vuota di senso o una ironia: ma rispondeva perfettamente all’influenza che avevano le donne spartane nella vita dello Stato e al loro effettivo predominio sopra i mariti, pel quale andavano proverbiali. Indi appunto dalle mogli spartane ebbe origine quel detto: che _ridurre le donne all’obbedienza era impresa in cui fallì persino il genio di Licurgo_ e a cui egli stesso dovette rinunziare. «_Le Spartane_, diceva una forestiera alla sposa del re Leonida, _sono le sole donne che esercitino padronanza sui loro uomini. — Certo_, ella rispose: _ma sono anche le sole che mettano al mondo uomini_» (Plut., _Lic_., 14, _Apof. Lac_., e in _Numa_, 3; Plat., _Leggi_, I, 637; Aristot., _Polit_., II, 6; Esich. (δέσποινα). — Cfr. Müller, _Dorier_, lib. IV, 4).

[512] Cfr. l’Aubano, ove parla delle donzelle di Tracia: «Thraces... nec virgines a parentibus et propinquis adservari, _sed quibus libuit cum viris concumbere sinunt_» (B. Aub., _l. c_.).

[513] _Andar in Tracia a cambiar fortuna_ (come noi diremmo: _andar in America_). — Maniera proverbiale; ossia citazione dei due versi greci

ἔγνωκε πλεῖν εἴς τἀπί Θρᾴκης χωρία, ἐχεῖ διαλλαγησόμενος πρὸς τὴν τύχην.

(_Per far pace colla sorte — Verso Tracia navigò_) che si applicavano proverbialmente a coloro i quali, perseguitati dalla miseria in patria o malcontenti della loro condizione, viaggiavano il mondo per cercar fortuna. Vedine un esempio in Sinesio, _Lettere,_ 43. La scelta della Tracia, paese povero e senza risorse (tanto che forniva alla Grecia le fantesche e i mercenari), caratterizzava argutamente la vanità delle speranze di quei cacciatori della fortuna, non mai contenti del proprio stato.

[514] «Ad hunc (Zamolxin) mittunt assidue adhuc cum navi quinque remigum nuncium quempiam ex seipsis sorte delectum, praecipientes ea quibus semper indigent: eumque ita mittunt. Quibusdam eorum datur negotium: ut tria jacula teneant; aliis, ut comprehensis ejus, qui ad Zamolxin mittitur, manibus, pedibusque hominem agitantes in sublime jactent ad jacula: qui si in praesentiarum exstinguitur propitium sibi Deum arbitrantur, sin minus, ipsum nuncium insimulant, asseverantes malum illum esse virum, hoc insimulato alium mittunt, dantes adhuc viventi mandata» — (B. Aub., _l. c._).

[515] Uso degli Sciti coi quali i Traci confinanti avevano, come si disse, e come attestano gli scrittori greci, affinità d’indole, di abitudini e gran parte delle costumanze comuni. Aristeneto lo accenna in una sua lettera, I, 12. Filarco narra che gli Sciti ogni giorno innanzi coricarsi si faceano recare la loro faretra e in essa gettavano una marca bianca o nera, secondo che avean passato una giornata felice o rattristata da disgrazie. Quando poi uno Scita moriva, si prendeva la sua faretra e si contavan le marche bianche e nere: e se il numero delle bianche era maggior delle nere, lo si giudicava beato. Indi passò la cosa in proverbio (Cfr. Mercerus, _Comm._ in _Aristen._).

[516] Per la lor maniera comoda di interpretare e mantener i patti e le promesse, venivano i Traci citati dai Greci in proverbio. Eforo narra che pattuitosi una volta, fra Traci e Beoti guerreggianti, un armistizio di più giorni, i Traci, malgrado la tregua, di notte assalirono per sorpresa i Beoti: respinti e rimproverati per aver violata la fede, risposero di non averla violata affatto, perch’essi avevano pattuito la tregua per i giorni e non per le notti. Indi venne fra i Greci il proverbio: _interpretazione_ o _commento da Trace_, θρακια παρεύρεσις (Strabone, IX, 2). La stessa risposta diede più tardi il re spartano Cleomene agli Argivi, da lui assaliti nottetempo, durante una tregua d’armi (Plut., _Apof. Lac._).

[517] _Giove ospitale_ (ξένιος — Esch., Agam., 355) era altro degli attributi di Giove, siccome punitore di chi violasse i diritti e i doveri della ospitalità (νὴ τὸν ξένιον, _per l’Ospitale!_ — cioè, per Giove protettor degli ospiti! — Plat., _Leg._, XII, 965). Siccome in Giove, del resto, raffigurarono gli antichi lo spirito unico, universale, motore e produttore di tutte le cose, _et qui cuncta Creat intelligendo_ (Porfirio) — così a seconda delle varie funzioni attribuite alla sua potenza fu egli chiamato con varj nomi: _tot monstra, quot Jovis nomina_ (Arnobio, VII): a tal che v’ebbero non meno di trecento Giovi. Così, dalla sua influenza sulle azioni umane, vennero a Giove i soprannomi di _protettor dell’amicizia_ (φιλιος), di _protettor dei supplicanti_ (ἱκέσιος), di _onniveggente_ (διόπτης καὶ κατόπτης), di _onnipossente_ (παγκράτης), di _salvatore_ (σωτὴρ), di _Ellanio_ o protettor della Grecia (Ελλάνιος), di Giove _re_, ecc. Dalla influenza, invece, sugli elementi gli venivano i soprannomi di _pluvio_ o _piovoso_ (ὄμβιος, ὔετιος), di _aduna-nubi_ (νεφεληγερέτης), di _aduna-fulmini_, o _tuonante_, o _fulminante_, o _signor del fulmine_ (ἀστερόπτης, κεραύνιος, βρονταῖος, τερπικέραυνος, κεραυνοβρόντης, ecc.). Altri nomi gli venivan dai luoghi ov’eran suoi templi famosi, come Giove _Idèo, Tesprozio, Nemèo, Dodonèo_, ecc.

[518] Allude alla iniqua condanna dei capitani che avevano assunto il comando della flotta ateniese di Samo in luogo di Alcibiade, dopo la sua seconda disgrazia (Protomaco, Aristogene, Pericle, figlio del gran Pericle, Diomedonte, Lisia, Archestrato, Aristocrate, Trasillo ed Erasinide), e i quali, vincitori della flotta spartana di Callicratida presso le isole Arginuse (406), furono puniti di morte (meno Protomaco e Aristogene che si salvarono colla fuga) per aver trascurato di raccogliere i cadaveri dei morti nella battaglia (Senof., _St. Ellen._, I, 7; Diod. Sic., XIII). La condanna aveva avuto luogo nel novembre del 406 e quindi pochi mesi prima dell’epoca in cui è supposta la presente scena.

[519] Narra Senofonte che essendo stato una volta il re dei Traci, Tere, progenitore di Seute, assalito alla sprovvista dai Tinii, abilissimi nelle sorprese notturne, — il re Seute, a prevenire il rinnovarsi di simili sorprese, stavasi in una torre ben custodita e avea sempre dintorno, già pronti, dei cavalli frenati (Senof., _Anab._, VII, 2).

[520] «Intanto i capitani Tideo, Menandro e Adimanto, avendo all’Egospotamo tutte le navi che rimaste erano allora agli Ateniesi, passavano l’intera giornata senza tenersi in alcun ordine o darsi veruna cura, siccome quelli che in dispregio avevano il nemico. Alcibiade però, il quale era dappresso, non si mostrò già in questa circostanza negligente e trascurato: ma montato a cavallo andò a ritrovar quei capitani e gli ammonì con far loro vedere che avevan fatto male a fermarsi in quei luoghi...» (Plutarco, _Alcib._, 36, _Lisand._, 7; Senof., _St. Ell._, II, 1; Corn. Nep., _Alcib._, 7).

[521] _Egospótamo_ (Αἰγὸς ποταμός, ossia _fiume della capra_), località sulla spiaggia del Chersoneso di Tracia, alla foce di un fiumicello dello stesso nome; e posta quasi dirimpetto a Lampsàco (sulla spiaggia asiatica dell’Ellesponto, non più largo in questo punto di due chilometri circa) ove era ancorata la flotta spartana di Lisandro. Circa una ventina di miglia (162 stadj) a mezzogiorno di Egospótamo, sulla stessa spiaggia europea, là dove l’Ellesponto si restringe viemaggiormente e non misura più che sette stadj, ossia meno di un miglio di larghezza era Sesto, una delle migliori città del Chersoneso, celebre per la torre di Ero e per il poema di Museo; e un miglio più in giù di Sesto, sulla opposta spiaggia asiatica, era Abido, la patria dell’infelice amante di Ero. Tra Abido e Sesto gettò Serse il ponte per traghettare il suo esercito dall’Asia in Europa. La flotta ateniese (comandata da Tideo, Filocle, Conone, Menandro, Adimanto e Cefisodoto) era venuta, risalendo l’Ellesponto, da Sesto ad Egospótamo, per dar battaglia a Lisandro, il quale da Abido aveva risalito anch’egli l’Ellesponto fino a Lampsaco e si era impadronito a forza di quest’ultima città (Cfr. Strabone, _Geog._, XIII, pag. 883, 884; Scilace, _Viaggio_; Senof., _St. Ellen._, II, 1; Plut., _Lisand._, 11).

[522] «Gli Ateniesi, tenendo dietro a Lisandro, presero posto in Eleunte del Chersoneso con centottanta legni. Quivi, mentre erano a pranzo, ebbero avviso del successo di Lampsaco (assalita e presa da Lisandro). Onde senza alcun indugio navigano a Sesto. E indi si inviano per la dritta ad Egospótamo, borgata rimpetto a Lampsaco: e in quel luogo cenavano» (Senof., _St. Ell._, II, 1).

[523] Notissimo l’episodio omerico di Glauco, un dei duci Trojani, che in ricordo di antica ospitalità e mutua amicizia, scambiò le sue ricchissime armi d’oro con quelle del greco Diomede che le avea di rame.

Così dicendo, dai corsier discesi, Strinser le destre e si scambiar le fedi. Ma nel cambio dell’armi il senno tolse A Glauco Giove. Aveale Glauco d’oro, Diomede di bronzo; eran di quelle Cento tauri il valor, nove di queste.

(Om., _Iliad._, VI, 233).

Questo scambio, caratteristico dell’antica cavalleria, passò tra i Greci e poi tra i Latini in barzelletta; e, in tempi meno cavallereschi e più positivi, le parole d’Omero — χρύσεα χαλκείων (_aurea pro aeneis_) — erano da’ Greci adoperate, per proverbio, a significare un baratto ingenuo, da stupido, come stupido appunto è chiamato Glauco da Marziale: _Tam stupidus nunquam, nec tu puto, Glauce, fuisti_ (Mart., IX, epig. 96).

[524] «_Menelao mostrò poco senno in venire consigliere ad Agamennone senza invito, talchè se ne fece un proverbio_» (Plut., _Disp. Conviv._, I, 2. — Cfr. Omer., _Iliad._, III, v. 408).

[525] «Riposavano gli Ateniesi (_sulla spiaggia di Egospótamo_) sperando venire il dì seguente a battaglia. Ma Lisandro volgeva ben altro in mente... e al levarsi del sole inoltrandosi gli Ateniesi con tutte le loro navi a fronte distesa e provocando a battaglia, egli, quantunque tenesse già volte le prore contro di loro e in pieno assetto di combattimento, ciò nonostante non si avanzava punto; anzi mandò schifi alle navi che erano più innanzi, con ordine di non muoversi, e starsene in ordinanza. Quindi, tornati essendo indietro gli Ateniesi verso la sera, Lisandro licenziar già non volle dalle triremi i soldati se prima due o tre navi da lui stesso spedite a spiare il portamento dei nemici, non ritornarono coll’avviso sicuro, che li avevan veduti discendere sul lido. Nel giorno dopo, nel terzo, e fin nel quarto rinnovossi la stessa cosa, di modo che molto crebbe l’ardimento degli Ateniesi, che ad aver cominciarono in vilipendio i nemici, come se questi così ritirati e ristretti fra loro si stessero per la paura» (Plut., _Lisandro_, 11).

[526] «Ma Alcibiade (narra proseguendo Plutarco), che trovavasi ne’ suoi presidj del Chersoneso di Tracia, venne cavalcando al campo degli Ateniesi, e si diede ad ammonire i capitani primamente che male accampati si stessero e con pericolo in ispiaggie tutte scoperte; in secondo luogo che commesso avessero un grand’errore coll’essersi dilungati da Sesto, d’onde ricevevano le cose che erano lor necessarie: e dicea che d’uopo era che costeggiando navigasser eglino sollecitamente alla città e al porto di Sesto allontanandosi così da’ nemici, che venivano a farsi lor sopra con un esercito che retto era da un solo comandante, e tutte cose appuntino e con disciplina immediatamente eseguiva a norma del concertato. A queste di lui avvertenze i duci non restarono persuasi. Anzi Tideo ingiuriosamente gli rispose dicendo che non già egli, ma altri eran quelli che governavan l’armata. Alcibiade pertanto sospettando in essi qualche tradimento, si partì da loro» (Plutarco, _Lisandro_, 11. — Cfr. Plutarco, _Alcibiade_, 37), ove soggiunge: «... A quei suoi conoscenti che lo accompagnavano fuori del campo, egli (Alcibiade) disse che se stato non fosse così vilipeso da’ capitani, avrebbe costretto fra pochi giorni i Lacedemoni a venir loro malgrado ad una battaglia navale o a dover lasciare le navi. Ad alcuni parve ch’egli allora così parlasse per vana jattanza, e ad altri ch’ei dicesse cose assai probabili, se conducendo esso dalla