parte di
_Cimoto_ che appariva una grossa stonatura — ed altri tagli _eccetera_, _eccetera_, — tanto che si potesse arrivare in fin di recita... Ma il calcolo a nulla approdò... conciossiafossecosachè, proprio in quel momento, a Dario Papa una magnifica spaccata a fondo con analogo colpo di punta non riuscissero sgraziatamente in tempo. E quando viceversa riuscite in tempo le cose a me e toccata a lui contraria la sorte, videro di ritorno me illeso... Giovanni Emanuel mi buttò le braccia al collo e mi promise che da quel momento si sarebbe messo a studiar con amore la sua parte. Imperocchè da quel momento parve che la mia caparbietà avesse il diavolo dalla sua — e che il contrastar oltre fosse tempo perso.
Infatti le tre che seguirono furono le sole vere prove serie. Tutti gli artisti dal primo all’ultimo ci posero un impegno, un affetto, uno zelo di cui serbo il ricordo carissimo. E la sera del 31 gennajo 1874 — dopo cinque lunghi mesi — finalmente l’_Alcibiade_ andò in iscena...
Il teatro rigurgitava.
Al prologo cominciarono gli applausi. — Alla fine del lavoro eran quaranta chiamate.
Al successo entusiastico la esecuzione di tutti concorse: e se Angelo Zoppetti fu esilarantissimo _Cimoto_ — Giovanni Emanuel del personaggio di _Alcibiade_ fece una creazione non superata nell’arte.
Trieste e Venezia, per le prime, di lì a poco, ribattezzavano il successo di Milano: e in una sera non cancellata dalla memoria, l’Atene dell’Arno conferivagli la cresima.
La Compagnia Ciotti e Marini mi ridomandava il lavoro, e questa volta pagandolo lautamente, trovò che era rappresentabilissimo.
Infine la Commissione governativa pel concorso nazionale drammatico, in Firenze residente, assegnava all’_Alcibiade_ il primo premio del concorso (2000 lire): e il decreto di conferimento del premio, con analogo mandato di pagamento, portava l’augusta firma di Sua Eccellenza il ministro... Ruggiero Bonghi!
Oh come il cuore battevami di dolce emozione nel recarmi alla regia cassa! Erano (parmi ancora vederli!) due bellissimi biglietti bianchi, da mille... quasi nuovi: e quel che agli occhi non mi sembrava vero, eran proprio denari dello Stato: così per una volta ho potuto provare anch’io la ineffabile consolazione di cibarmi alla greppia del bilancio!
Di quanti soldi per vivere l’arte mi ha fruttato poi — non ne rammento che m’andassero come quelli in tanto sangue.
Quei denari del governo mi rappresentavano il frutto delle persecuzioni governative e il frutto di cinque mesi di prove morali — cinque mesi che per amor dell’arte digerivo in silenzio — io che m’irrito d’una mosca — mortificazioni, compassioni e repulse!
* * *
Conclusione morale: pei capocomici ed artisti: ricordarsi che Ezechiele, Daniele ed Isaia, se le loro profezie fossero tutte come quelle che si fanno sui palcoscenici alle prove dei lavori nuovi, non sarebbero quei profeti così in credito che sono, anzi nessuno ai loro tempi li avrebbe presi per persone di proposito.
Per i giovani autori e miei fratelli d’arte, che sognano i successi lì a portata della mano, e si impermaliscono di ogni piccolo inciampo: ricordarsi che l’arte va per sentieri di spine, è battaglia che un dì vuole i forti ardimenti e le ire — e un altro dì vuol sagrificj di amor proprio e pazienze da certosino: e quando la meta nella mente ci ride, bisogna a tempo esser anche filosofi: viene l’ora all’artista che gli ripaga le amarezze e degli esercizj filosofici gli rifonde le spese.
FELICE CAVALLOTTI.
Meina, 1 aprile 1884.
ALLA CARA MEMORIA DI MIO PADRE CHE AMOROSAMENTE CORRESSE LE PRIME BOZZE DI QUESTO VOLUME E NON POTÈ VEDERNE LE ULTIME
8 giugno 1875.
PREFAZIONE ALL’EDIZIONE DEL 1875
«Di tutti i popoli della terra, i Greci son quelli che hanno più nobilmente sognato il sogno della vita» — _scriveva un dì Goethe. Ma oggi la vita si è ben lontani dal riguardarla come un sogno. Oggi le comunicazioni fra l’Olimpo e la terra sono rotte, gli Dei di Omero non vanno più innanzi e indietro, e la vita publica e la privata non aspettan più nulla dalle nuvole. Il secolo volge al reale e al positivo; i sognatori si chiamano matti e sono messi sotto custodia, per ragioni di sicurezza publica; ai soli poeti in via d’eccezione si permette ancora qualche volta di sognare — a patto, beninteso, che non sognino più in là del ragionevole._
_E l’arte, questa grande emanazione della vita, fu invitata anch’ella colle buone a mutar via. Le venne detto ch’era tempo di cessare dal far la visionaria e dal correre dietro alle fantasime; che la vita oramai ha scopi pratici e l’arte deve averli del paro: indi necessità di mettere la testa a partito, e attendere alle faccende di casa; indi, legge unica, il vero; e il vero è tutto quello che è, e che cade, tal qual è, sotto i sensi; ciò che fu è il nulla, cioè un sogno; ciò che è fuor dei sensi, è fuor del mondo, — e fuor del mondo non vi è che l’_ideale — _un altro sogno._
_E l’arte, docile, non se l’è fatto ripetere. Messe le anticaglie da un canto, lasciati alle lor nebbie i fantasmi, si diè a studiare il presente, a vivere del proprio tempo, a_ palpitare di realtà. _La scoltura rifiutò i profili ideali e scolpì Napoleone in veste da camera. La pittura proscrisse i soggetti eroici e mitologici, e ci regalò dei veri gatti e polli d’India contemporanei, e altre bestie contemporanee al naturale. Fu ammesso, è vero, in via di grazia, il cigno di Leda, vista la possibilità di servirsene a uso d’oca, per i quadretti di roba da cucina._
_Ma la drammatica non si fermò alla zoologia. I più delicati problemi sociali furono da lei coscienziosamente esaminati; niente le sfuggì dei varj rami dello scibile, niente dei fenomeni e dei bisogni della vita reale. La economia privata e publica, a cominciar dalla questione essenzialissima dei rapporti fra il lavoro e il capitale; la giurisprudenza sul matrimonio, sulla prole legittima e illegittima, sugli orfani, sui pupilli, sulle vedove, sui contratti e sulle donazioni fra vivi e morti; la medicina legale, la psicologia, la patologia e l’anatomia comparata hanno richiamato la sua più seria attenzione; non senza il debito riguardo alle leggi relative del Parlamento, alle sentenze dei tribunali ed ai pareri medici delle Facoltà._
_Evidentemente, siamo alla pienezza dei tempi. Aver fatto servire a scopo così concreto e così utile i diletti più puri dello spirito, è l’ultima parola del progresso._
_Questa è vita piena e vera, di cui nulla si perde nell’aria e nel vuoto, nelle caligini del passato, nelle nebbie dell’ideale: dove tutto ci interessa, perchè tutto ci parla direttamente ai sensi, tutto ci riguarda materialmente, tutto ci richiama alla realtà dell’esser nostro, delle nostre occupazioni, delle nostre passioni, delle nostre noje, delle nostre circostanze domestiche e finanziarie: dal profumo de’ gabinetti agli acri vapori delle sale da ballo, dai cicalecci eleganti ai battibecchi conjugali, dalla marsina dell’eroe al_ panier _dell’eroina._
_E a questo patto, e quando da questo ambiente così vero non si esca, vada pure per qualche onesta licenza. Perchè anche là dentro in quelle sale la finzione, dicono, qualche volta è di moda, lo spirito non sempre è di rigore, e il buon senso non sempre è di prammatica. Purchè, se si manca alla verità, se si manca di spirito, se si manca di buon senso, gli addobbi e le decorazioni delle scene avvertano sempre che son mancanze contemporanee. In fondo, la questione così detta del_ realismo _riguarda molto l’attrezzista e il guardaroba. Quando i personaggi siano vestiti, ed è ciò che importa, alla maniera del mondo nostro, nulla osta che si facciano dir loro anche delle cose dell’altro mondo._
_Così il teatro ha progredito, come tutto il resto, in arte. C’è stata, è vero, qualche protesta nei dietro-bottega dei rigattieri. Le durlindane di Roncisvalle, gli elmi delle crociate e le mandóle dei trovatori, raccoltevi a parlamento, protestarono contro l’ostracismo loro inflitto in nome della verità, e dichiararono formalmente che ai loro tempi si amava e si odiava come al tempo nostro, e si moriva per amore e si accoppava per odio come ai dì nostri; soltanto si amava e si odiava meglio, si moriva con più poesia e si accoppava con più cavalleria. — Le clamidi e le toghe, intervenute all’adunanza, hanno energicamente soggiunto che ai loro bei giorni ci erano poltroni ed eroi come adesso, e tipi drammatici, quali adesso, di furbi e di ingenui, di magnanimi e di furfanti, di tormentatori e di tormentati, e nel dramma umano si rideva e si piangeva come adesso — colla medesima verità — ma più artisticamente di adesso._
_Tutte chiacchiere inutili. La sentenza era segnata. Cilindri e cravatte fecero l’ingresso trionfale con accompagnamento di pianoforte — in luogo del romantico liuto — per la festa da ballo dell’atto terzo, e di colpi d’arma da fuoco — in luogo degli esercizi d’arma bianca — per la catastrofe dell’atto ultimo. Tutto fu raggiustato, rimodernato, rimesso a nuovo. L’amore come il delitto assunsero forme meno fantastiche e maniere più incivilite. Il dolore rispettò le convenienze: non imprecò più come Prometeo, non pianse più come Ecuba. Una prosa graziosa, piena di arguzie, di riflessioni filosofiche e di ammonizioni morali, sostituì i lamenti di Edipo come le invettive di Ernani, i delirj di Aristodemo come le bestemmie di Francesco Moor._
_Soltanto, in mezzo al nuovo concerto di voci e di suoni moderni, di amori e di delitti moderni, tra il frastuono delle prediche che riformano la società e dei colpi di pistola che ne risolvono i problemi, — tra gli applausi dei buongustai che assaporano le finezze dell’arte nuova e le beffe dei critici irridenti alle scolastiche pedanterie dell’antica, — s’ode levarsi tratto tratto qualche eco di voce solitaria, bizzarra, come portata dal vento di lontano._
_Qua, un poeta dal ritmo strano e dal riso amaro, sardonico, scioglie un osanna ai semidei della greca letteratura e con entusiasmo li saluta_ eterni diletti dell’uman genere, — «sempiterna solatia generis humani!»
_Là, un altro poeta dalle canzoni ancor più strane, e dall’aria melanconica come le nebbie del suo paese, manda un inno agli echi ed alle balze del Liakùra: «Ellade vaga! tutto ciò che le Muse finsero, nel tuo grembo mutasi in vero! Per anni ed anni ancora i fanciulli impareranno i tuoi fasti e la tua lingua divina. Orgoglio de’ vecchi, scuola dei giovani, il savio ti onora, a te s’inchina il vate, come al tempo che Pallade ti svelava gli arcani celesti: mentre il tempo sperderà le canzoni dei cento menestrelli ond’oggi levasi il grido!»_
_Dàlli ai bestemmiatori!_
_È Heine che sta meditando il_ Ratcliff, _in attesa dell’_Intermezzo. _È Byron che canta il pellegrinaggio di_ Aroldo, _in attesa del_ Don Giovanni.
_E che!? l’arte antica, questa morta di cui assistemmo le esequie, leverebbe ancora la testa fuor della lapide del suo sepolcro, accamperebbe ancora diritti in faccia alle conquiste dei novatori? I monumenti del genio di questa sepolta, percossi da tanta ala di secoli, avrebbero ancora un linguaggio per noi, avrebbero ancora attrattive e fascini per un poeta dei nostri dì? Vi sarebbe ancora là dentro, in quelle pagine polverose, qualche cosa da cercare, qualche cosa da ammirare, qualche cosa da imparare?_
_Questo andavo fra me chiedendo un giorno che un critico dal gusto finissimo, entusiasta della_ Femme de Claude, _della_ Femme de feu _e della_ Petite marquise, _mi spiegava saviamente le ragioni per cui ai dì nostri non è più permesso, senza disonorarsi, ad una persona di spirito, di leggere Omero. E la dimostrazione mi avea convinto e mortificato: tant’è che coll’animo contrito, ricordatomi di Alcibiade, il quale le picchiava ai maestri perchè di Omero non ne sapevano, progettai di scrivere un dramma sopra il figliuolo di Clinia._
_Narro la genesi — non le ragioni del libro. Le quali sono parecchie; e perciò avevo pensato di preporre, come agli altri lavori miei, così a questo, una prefazione, lunga, lunga, coi fiocchi, dove appunto si discorresse degli intenti del lavoro, dal lato storico, drammatico e letterario, e dell’epoca storica entro cui il dramma si svolge. La benevolenza de’ critici mi costrinse a vuotare il sacco delle ragioni innanzi tempo; e tutto quello che io avevo in animo di dire a mia discolpa mi trovo averlo già detto nella lettera che mandai l’anno scorso alle stampe.[2] Lettera che, tra parentesi, per caso bizzarro, fu dai critici giudicata meno cattiva (e non ci voleva molto!) del dramma che essa studiavasi difendere: forse era più esatto il dirla più lunga che il dramma non ne valesse la pena: lunga certo abbastanza perchè io non abbia per giunta a tornarvi sopra e a ripetere le cose dette già. Tanto più poi, che in quanto la lettera era destinata a drizzar le gambe a certi critici, essa ha già avuto una efficacia superiore alle mie previsioni, ed alla quale proprio non mi aspettavo._
_Nella lettera — s’imagini! — facevo la morale agli Aristarchi che sputano sentenze sui lavori altrui, per mettere in mostra la erudizione che hanno lì per lì rubato altrove: bene, di lì a qualche tempo, una bella mattina, un critico scaraventa contro il povero_ Alcibiade _tre lunghissime appendici ove mi regala dell’ignorante a tutto pasto, e dichiara il mio dramma un aborto drammatico e storico: e per dimostrarlo alla presenza de’ suoi lettori, con mia gran mortificazione mi infigge nientemeno che una lezione completa di storia e di critica intorno a Pericle, alla sua politica ed al suo secolo: cita Senofonte, Platone, Aristofane, persino Alcifrone... soltanto la mia lettera non cita, da cui tutto quanto il materiale della sua lezione di storia — non un solo ragguaglio eccettuato — era di pianta stato preso! Anzi, per colmo d’ingratitudine e per far più effetto sui suoi lettori, dal fondo del suo pozzo di scienza quel signore con sussiego mi rimprovera di non aver ben digerito i miei studi: sarà; ma se non altro per avergli fatto tanto comodo, non toccava veramente a lui di dirne male!..._
_Da quel giorno credo di essere affatto guarito dal ticchio di difendere i lavori miei._
_Bensì mi è d’uopo il dir qualche cosa della_ forma _in cui l’_Alcibiade _esce oggi alla luce nella presente edizione, diversa in qualche parte da quella al publico già nota: m’è d’uopo, cioè, ricordare, infra i varj intendimenti del lavoro, da me accennati nella lettera, quello che in ispecie riferivasi alla publicazione del dramma per le stampe:_
«_Offrire_ agli studiosi _una pittura, dei quadri, delle_ scene, _della vita greca del secolo d’oro, colta nella sua fase più caratteristica e culminante: in quel periodo di transizione della guerra peloponnesiaca, che conservava ancora il riflesso delle grandi memorie antiche e di tutti gli splendori del secolo di Pericle e aveva già in sè sviluppati tutti i germi di corruzione, tutti i fenomeni politici che provocarono la caduta della repubblica d’Atene. Presentar quella vita studiata nel linguaggio, nelle idee, nelle leggi, nei costumi — nel_ linguaggio _sopratutto... Perchè la favella viva di un popolo è il prodotto e lo specchio fedele della sua indole, del suo genio artistico, delle sue idee — e la verità del linguaggio è necessaria a far vivere i fantasmi delle età lontane nel mondo della realtà._
_Ed è questa, anzitutto, la ragione per cui, nella edizione presente non destinata alle scene, una volta libero dalle esigenze di queste, pensai naturalmente a ristabilire quei più minuti particolari della vita greca, e tutte quelle forme e locuzioni del linguaggio greco, che per le necessità del teatro e dei publici nostri avevo dovuto, alla recita, sopprimere. Non già ch’io riuscissi a sopprimerne tanto, da risparmiare al mio dramma, quale fu rappresentato, la taccia che molti gli apposero, di essere una lezione indigesta e nojosa di lingua, mitologia e archeologia greca: ma coloro che in teatro, tra uno sbadiglio e l’altro, così lo giudicarono, sono certissimo che, a maggior ragione, per pietà delle proprie mascelle, si guarderanno con iscrupolo dal leggere questo volume. Non è dunque per essi che io lo stampo. Bensì gli studiosi probabilmente apprezzeranno le difficoltà di conciliare sempre e dovunque le ragioni sceniche colle letterarie in un tentativo di simil genere: poi che di un modesto tentativo si tratta e nulla più. E per essi non occorre ch’io mi diffonda sulle ragioni di questo studio delle forme. L’egregio Mariotti, nelle note al suo_ Demostene, _disse una cosa non nuova, ma giusta, e non abbastanza da molti avvertita, quando osservò esistere tra la lingua italiana e la greca un’affinità di linee e di genio, tutta speciale ed intima: assai più intima e spiccata che non tra l’italiano ed il latino. Potrebbesi dire, a spiegazione del fenomeno, succedere delle lingue lo stesso che della natura, nelle somiglianze ereditarie fra le generazioni alternate. In quella guisa che i monumenti di Firenze ritraggono assai più della eleganza attica, che non della maestosa grandiosità romana, così il nostro aureo trecento, nella semplicità delle sue grazie native, ricorda assai più gli scrittori del secolo di Pericle che non quelli del secolo di Augusto. Filosofia delle parole e dei modi, snodature dei periodi, pieghevolezza, grazia, armonia, tutto nella favella nostra sembra evitare la maestà asciutta della lingua del Lazio, per richiamarci «all’idioma gentil, sonante e puro» di Alcibiade, di Platone e di Demostene. E ciò spiegherebbe anche, fra parentesi, il perchè latinisti insigni — con riverenza parlando — riescano, pure a’ dì nostri, stentati e plumbei prosatori italiani, intanto che la Grecia rivelava a Foscolo e a Leopardi le bellezze più ascose e il magistero più squisito della lingua dell’Arno._
_Scrutare, qua e là, anche più in sotto della superficie, questa intima somiglianza di forme e di indole e di modi, qua e là afferrarne alcuni tratti caratteristici, fu uno naturalmente degli studi di questo lavoro. Studio uggioso ed inutile, a coloro pei quali è di moda ostentare un sovrano dispregio di tutto ciò che riguarda la forma; non inutile per me, che credo la forma essere carne e sangue dell’idea, e la ispirazione dell’artista non essere_ nulla, _finchè il magistero delle parole e delle linee non la faccia vivere nel mondo dell’arte. Oggi, per esempio, dai più si sente e si riconosce la stretta attinenza fra la questione della lingua e lo indirizzo della drammatica; intanto io mi irrito quando sento in che gergo l’arte parli sovente dalle nostre scene, e quando nulla nel suo linguaggio mi ricorda il genio artistico del mio paese, nulla mi rammenta che quella è l’arte di menti italiane. E mi domando, se non sia anche questo, per avventura, uno fra i tanti frutti della sedicente scuola_ realista; _se l’abitudine di fotografare una società che non è la nostra, e parlante un linguaggio che non è il nostro, non abbia fatto passare, a poco a poco, il forestierume dalle parole nelle idee e viceversa; se il vero ci perderebbe in faccia all’arte qualche cosa ad essere riprodotto, qui fra noi in Italia, con linee e con parvenze italiane; e se a tanta invasione di idee e di forme non nostre, non servirebbe di correttivo il contrapporre, di tanto in tanto, qualche po’ di roba_ nostra, _cioè lasciataci in legittima eredità dai nostri nonni. Sì, in una parola, io credo, come dissi altrove, che la influenza classica, associandosi ai nuovi ideali e alle nuove forme dello idioma, possa oggidì riuscire benefica anco al mutato indirizzo dell’arte. Gli è forse un pretendere che questa vada a rinchiudersi e a fossilizzarsi tra gli scaffali delle biblioteche, o faccia parlare i suoi personaggi in greco? Eh via! schiudeteli pure all’arte i suoi nuovi orizzonti; mostratele pure, come il diavolo al Cristo dalla vetta del monte, abbracciando a volo d’aquila il secolo presente e la società, tutti i novelli dominii a lei concessi, pur ch’ella adori, con Enotrio, il Satana moderno, il_ vero; _ma quando ella si sarà posta in cammino per quelle regioni del suo avvenire, non isgridatela se la si fermi tratto tratto per istrada a interrogare sommessamente il ricordo di qualche canzone antica, o a dissetarsi all’acque del rivo disceso di lontano insiem con lei dalle sorgenti della sua terra nativa; perchè il tranquillo suo corso le avrà insegnato il cammino e impeditole di smarrirsi per via; perchè anco laggiù ella avrà bisogno di qualche cosa che le parli della sua patria, di qualche lembo di cielo, fra le nebbie, che le ricordi l’azzurro del suo paese, di qualche armonia che le favelli la voce cara delle memorie e del sangue; — se pur volete che anco laggiù in quei paesi ella si rammenti pur sempre di essere e si conservi sempre_ italiana.
_Punto e a capo. Lascio le metafore, e passo a dir due parole delle note._
_Le quali erano anch’esse naturalmente una necessità dell’intento propostomi in questo volume; ch’è quanto dire (e lo dico subito per risparmiare ai critici arguti e benevoli l’incomodo di malignarvi sopra) che non ve le ho poste già nella ridicola idea di illustrar me medesimo, o perchè credessi che il merito del volume valesse proprio la spesa di tante note. Pensai invece (astrazione fatta dalle note filologiche e da quelle apposte per giustificarmi da appunti critici) che valesse la pena di approfittare qua e là delle occasioni offertemi dal dramma, per guardare, insieme col lettore, un po’ più addentro nella vita privata e publica, nelle istituzioni religiose e politiche dell’antica Grecia. So gli anatemi scagliati da Alfonso Karr, in uno sfogo di santa ira agli eruditi:_ Farisei della scienza, Tartufi delle lettere: _ma non è al merito di erudito ch’io aspiro. Bensì a quello assai più modesto di avere, se non con ingegno, studiato almeno con qualche coscienza l’epoca di cui imprendevo a trattare: dacchè questo mi parea per lo artista non merito, ma obbligo: e se alla rievocazione delle età passate, malgrado certi odierni anatemi, è ancora serbato un posto nell’arte moderna, egli è a questo patto solo, che l’artista anzitutto studii di immedesimarsi con quell’età; e alla verità delle passioni — che sono in fondo le stesse in ogni tempo, com’è sempre la stessa la natura umana — ritrovi gli accenti e le corde nella verità completa dello ambiente. Allora l’illusione artistica sarà perfetta; allora le figure che l’artista evocherà saranno vere e vive, rappresenteranno_ uomini _e non_ nomi, persone _e non_ personaggi; _e il publico, trasportato con esse nei secoli remoti, s’interesserà e si commuoverà ai loro casi, nè più nè meno che a quelli della società contemporanea._
_Se avessi voluto fare dell’inutile erudizione, nulla mi sarebbe stato più facile del triplicar la mole di questo volume; come certo mi era facile anco ridur le note a proporzioni minime, se non sapessi la stizza che destano spesso ne’ libri certi schiarimenti generici, affatto vaghi e incompleti, i quali sono peggio di nulla; poi che le nozioni indeterminate generano sempre le nozioni false. Cercai stringere il molto in poco; essere breve ma possibilmente preciso; rimandare alle fonti chi volesse studiarne più in là; e sopratutto, spazzar via, dove mi si affacciavano le idee convenzionali e i pregiudizi che intorno all’epoca da me descritta ci vennero tramandati dalle scuole. Ormai la critica storica, ne’ suoi studi sull’antichità, ha fatto tali e tanti progressi, da lasciarsi ben di lunga addietro la ingenuità del giovane Anacarsi; ed è anche vero che nell’ardore delle ricerche innovatrici ella è sovente trascorsa oltre il segno; ma dal buon Barthelemy, il quale accettava tutto, a occhi chiusi, senza analisi nè discussione, sulla fede degli scrittori superficialmente esaminati, a Grote, che occorrendo sagrifica le autorità storiche alla dimostrazione di tesi ingegnose e preconcette, a Ottofredo Müller, questo martire illustre della scienza, che spinge lo scetticismo e l’acutezza dell’analisi fino a negazioni temerarie, per sostituirvi, se bisogna, ipotesi e affermazioni più temerarie ancora, — la distanza è abbastanza grande per lasciar posto ad uno spirito di esame, il quale si contenti modestamente di conciliare le autorità della storia coi risultati_ certi _e irrefragabilmente acquisiti alle moderne indagini della critica._
_Detto ciò in generale dello spirito in cui furono scritte le note del libro, mi rimane ad avvertire una cosa semplicissima, ed è che coloro ai quali elle paressero soverchie, non hanno a fare altro che saltarle di piè pari._
_Un’ultima osservazione, infine, mi resta, circa la diversità di proporzioni e divisioni fra il dramma qual esce ora alla luce, e la versione per le scene, che il publico dei teatri conosce già. Era naturale che il lavoro scritto, per la ragione stessa del suo intento, dovesse pigliarsi colla storia un po’ meno di confidenza di quello che in teatro si richiede. L’indole del lavoro, abbracciante un intero ciclo storico, e le esigenze sceniche mi obbligarono qua e là, negli ultimi quadri in ispecie, a variare e stringere l’azione, cumular date e circostanze a beneficio del dramma, lasciar nella vita del protagonista parecchie lacune, che poi, da alcuni di coloro i quali pur trovavano il dramma già troppo lungo, mi vennero benevolmente rimproverate. Nel sesto atto, per esempio, della versione scenica, sono licenze storiche e cronologiche e geografiche evidenti, eppure sfuggite per un caso curioso all’acume dei critici meticolosi, i quali me ne scopersero tante altre che non c’erano. La campagna nell’Egeo e nell’Jonia, la seconda disgrazia di Alcibiade, la sua partenza dalla flotta di Samo, vi son cumulate colla gita in Tracia, e dalla Tracia al campo di Egospotamos: due anni, quasi, in un giorno. In compenso (per quanto, beninteso, si può pretendere da un lavoro povero) l’azione ci guadagna di rapidità e di interesse, la nuova faccia del carattere di Alcibiade esce più spiccata dal contrasto immediato, e la presenza di Timandra aggiunge un elemento drammatico su cui la storia trova a ridire, ma che al dramma torna comodo ed utilissimo._
_Nel lavoro destinato alla lettura, la ragione di quelle licenze cessava. Qui perciò gli avvenimenti sono rimessi più a loro posto, il filo cronologico è più continuo, e diverse lacune son ricolmate. Il ritorno di Alcibiade ad Atene mostra qualch’altro lato della fisionomia dell’eroe. La gita in Tracia poi ne presentava ancora qualche altro, e di più offeriva una occasione opportuna di porre a riscontro dei costumi della Grecia civile qualche bozzetto di costumi di quella che potrebbe chiamarsi, per così dire, la Grecia barbara. E dalle scene di Tracia veniva più naturale e più conforme al vero la transazione alla scena di Egospotamos. Insomma, la storia è qui un po’ meno bistrattata e la figura del protagonista ne esce un po’ meno incompleta: che se il sagrificio fatto alla coscienza storica ritorna a scapito della sintesi drammatica e dello interesse complessivo del dramma, egli è che tutti in una volta non si possono contentare. Siccome però, dopo l’esito dell’_Alcibiade, _qualche compagnia mi domandò di rappresentarlo tutto completo in due sere, ed io ricisamente m’opposi; così non vorrei che la publicazione del volume suggerisse a taluno di tentar mio malgrado l’esperimento. Per risparmiargli l’incomodo ed il fiasco — ora che la legge guarentisce agli autori il diritto di disporre dei loro lavori, siano publicati o no — dichiaro qui formalmente che la presente edizione non è destinata alle scene; che assolutamente non permetto la recita di questo_ Alcibiade _in dieci quadri; che non riconosco, per versione da me autorizzata sulle scene, nessun’altra in fuori di quella che sottoposi al giudizio dei publici, dei teatri italiani e della Giunta per il concorso drammatico nazionale; e che uscirà anch’essa alle stampe fra breve, in apposito volumetto della_ Galleria teatrale _Barbini. Mi pare d’essermi spiegato chiaro._
_E qui finisco, se no a poco a poco il proemio mi piglia anch’esso le dimensioni della lettera a Yorick: e dopo che in quella rivendicai per gli autori, contro la critica prosuntuosa e brontolona, il sacrosanto diritto di non essere annojati, è di stretta giustizia riconoscere il medesimo diritto anche ai lettori._
Aprile, 1875.
F. CAVALLOTTI.
_AI GRECI DI TRIESTE_[3]
Milano, 9 giugno 1874.
«..... Fra i ricordi, non tutti lieti, della vita dell’arte, questo dei figli della Grecia terrò sempre lietissimo e caro; esso mi parla di una terra che la mia mente visita spesso, con entusiasmo di amore, ne’ poetici sogni: mi parla delle classiche memorie accarezzate negli studî della fanciullezza, assai prima che io pensassi a chieder loro i segreti della scena e le emozioni dell’arte.
«Sì, amo, e non da oggi, la Grecia: questa madre del genio e degli eroi, grande nelle memorie antiche e nelle glorie del secolo presente; un giorno a Maratona, un altro a Missolungi: — questa terra che alla moderna Europa ha dato _tutto_ — una mente e una civiltà, le linee di Fidia e le pagine d’Omero — senza averne in ricambio _nulla_; e della quale le nazioni colte e superbe, nudrite del suo genio, aspettarono ai dì nostri le ecatombi gloriose, per degnarsi di accorgersi che là, in riva all’eterno Egéo, si dibatteva ancora tra i ceppi qualche cosa di vivo, qualche cosa di somigliante all’anima di una nazione. Amo la terra che fu la patria di Botzaris dopo essere stata quella di Epaminonda.
«Ed io saluto con lieto animo il rinato amore dei classici studî, che da qualche tempo riporta gli ingegni verso i capolavori dell’arte ellenica; perchè esso non può a meno di rendere alla Grecia — a questa culla delle Pierie divine — il posto e la importanza che le spettano nel movimento intellettuale dell’età nostra.
«Oggi, che il senso artistico delle moltitudini si va man mano snebbiando e liberando dalle anticaglie e dalle formule del pedantismo, dalle goffaggini del barocco, dai delirj delle nuove scuole, — oggi si comincia a riconoscere che l’arte greca, calunniata dai sedicenti novatori, è realmente qualcosa di _meglio_ e di _diverso_ da tutto ciò; che quest’arte che dicevasi invecchiata, solo perchè si amava confonderla col _convenzionalismo classico_, il quale non solo è vecchio, ma decrepito, quest’arte è giovane ancora, come al tempo che Eschilo e Fidia e Platone ne divinavano le forme e i segreti; e che le tendenze mutate del gusto, e i nuovi bisogni e le nuove idee hanno aperto altri mondi ai suoi voli, ma non hanno aggiunto una sola ruga alla freschezza delle sue linee. Ora si comincia a comprendere che essa non merita nè il disprezzo, nè i superbi anatemi dei pseudo-innovatori: perchè essa è più _nuova_ di tutti loro: essa è la imagine, fatta divina, del _vero_, che è _nuovissimo_, per la semplice ragione che è _eterno_.
«E prima dell’immenso Shakespeare, per cui il _vero_ non ebbe segreti, vi è, in ordine di data, un altro _verista_; il primo dei veristi nella storia delle lettere: il quale chiamavasi Omero.
«A questo nuovo indirizzo dell’arte tentai recare un povero, ben povero tributo, coll’_Alcibiade_ mio; valgano allo artista, se non le forze mancate, la coscienza e lo amore e i lunghi studi; ai quali la fronda dei Greci di Trieste rimarrà, fra tutte le ricompense, la più ambita.
F. CAVALLOTTI.
ALCIBIADE
PERSONAGGI
ALCIBIADE SOCRATE ASPASIA, vedova di Pericle. TIMANDRA, etéra ateniese. GLICERA, giovinetta etéra. CIMOTO, parassito. TIMONE di Colitta, misántropo. LÀMACO, stratégo comandante con Alcibiade la spedizione di Sicilia. TÉSSALO, CLEONIMO, cittadini ateniesi, nemici di Alcibiade. AMÌNIA, CARÌNADE, DIOCARE, TIMARCO, cittadini ateniesi dell’ultima classe (_thètes_). TRASILLO BACCHIDE, EUFROSINE, LAISCA, etére ateniesi. FILUMENA, CRITILLA, vecchie ateniesi del popolo. MIRRINA, giovinetta ateniese. ANTIOCO, EUFEMO, capitani ateniesi subalterni. TIDEO, CONONE, stratègi ateniesi. DUE GRAMMATICI ANDROCLE CALLIA, primo arconte (_epònimo_). GRAN SACERDOTE degli Eumòlpidi (_gerofante_). CINESIA, cittadino spartano. ENDIO, èforo di Sparta. BRÀSIDA, soldato spartano. SEUTE, re dei Traci. BERISADE, MEDOSADE, ODRISIO, traci. STRATONICA, moglie di Seute. ELPINICE, DROSO, ARGIA, donne tracie. DUE SOLDATI SIRACUSANI UN SERVO UN CUOCO UN MESSO UN BIMBO Capitani, soldati e cittadini ateniesi — Soldati siracusani Sacerdoti — Guerrieri traci.
EPOCA. — _Il secondo periodo della guerra del Peloponneso, dal 415 av. l’E. V. (spedizione di Sicilia) al 404 av. l’E. V. (caduta d’Atene)_.
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LE ETÉRE.
Quanta parte della vita ateniese, quante memorie in questa parola! In Atene, ove leggi e costumi creavano alla donna di famiglia, nel chiuso de’ ginecei, posizione poco dissimile da quella che l’Oriente le assegna ancor oggi nel fondo degli _harem_, — ove il genio del popolo e il cielo e il clima prepotenti portavano al culto del bello e della Venere sensuale, — la _cortigiana_ doveva naturalmente invadere ed occupare essa sola tutto il posto, o quasi, che nella civiltà di un popolo spetta al sesso più gentile. Un posto ben importante, perchè potesse esser degno di Aspasia! Gli affetti della famiglia, santi a Sparta (alla maniera de’ tempi), e santi a Roma, lasciano luogo, fra le tepide notti del cielo jonico, ad affetti più liberi: le Andromache, le Penelopi, le Antigoni già sono d’altri lidi e d’altre età; argomento di meraviglia ai licenziosi figli dell’Attica le mogli spartane, dominatrici dei terribili mariti, giusta il vanto della sposa di Leonida; e la storia che scrive in pagine d’oro i fasti delle madri e delle spose in riva al Tevere e all’Eurota, dimentica e sopprime, come tampoco non esistesse, la donna di famiglia nel quadro della città e del secolo di Pericle. Ella ci conserva cinti d’aureola il nome della madre dei Gracchi e della madre di Bràsida; narra ai secoli la virtù conjugale di Porzia e di Chelonida; ma non si ricorda in Atene della donna di famiglia che, tutt’al più, per tramandarci il tipo della moglie bisbetica e insopportabile, in quella Santippe che il buon Socrate si teneva per esercitarsi alla virtù della pazienza.
Storici, oratori, filosofi, poeti non ci parlan di donne che non sian cortigiane. Cortigiana Aspasia, le cui grazie per quarant’anni governano il genio d’Atene; cortigiana Laide, per cui tutta Grecia traeva a Corinto, e dalla quale, narra Ateneo, era più difficile impetrar udienza, che non dal Satrapo Farnabazo; cortigiana Taide, per cui Alessandro incendiava Persepoli e che Tolomeo re d’Egitto sposava; cortigiana Glicera, che Arpalo in Tarso fa salutar regina; cortigiana Rodope, a cui si innalzano in Grecia palazzi, in Egitto piramidi; cortigiana Frine, che s’offre a rialzare a sue spese le mura di Tebe, purchè vi si scriva: _Alessandro le distrusse: Frine le rialzò_. Il costumato Teofrasto dipinge i _caratteri_ d’Atene, e fuorchè cortigiane, altre donne non cita; l’elegante Alcifrone, il libero Aristeneto dettan le _Lettere_ e ci intrattengono di cortigiane. Alla cortigiana Glicera regala Alcifrone le grazie del suo spirito e del suo stile, domanda Menandro gli estri della sua Musa; colle cortigiane Teodota e Diotima conversa di filosofia l’austero Socrate nelle pagine di Senofonte e di Platone; colla cortigiana Leonzia vien filosofando Epicuro; e alla fortissima Leena, che coi denti si mozza fra’ tormenti la lingua perchè il dolor non la stringa a rivelare il nome dei patrioti cospiratori, a questa cortigiana drizza Atene monumenti che ne attestino la gloria e la virtù.
Tradizioni di tal fatta intorno ad un tal nome di casta da sè lasciano intendere come ei dovesse suonar ben diverso alle orecchie ateniesi che non alle moderne orecchie pudiche; certamente, non titolo d’onore, ma senza confronto men vituperevole d’oggidì: la lingua stessa designava col dolce nome di _etéra_ — ἑταίρα — ossia _compagna_, _buona amica_, quelle alunne di Venere, dal nome di Venere _amica_ — (Athen., _Deipnos_., XIII, 571) — ad attestare, nella differenza del senso, la differenza della posizione sociale. Certo è ch’elle erano il perno e l’anima della giovine società elegante ateniese; e agli scapoli non solo, ma agli stessi mariti, malgrado i vincoli del matrimonio, poco o niun biasimo veniva dall’uso comunissimo del trescar pubblicamente seco loro: gran mercè se non giungevano a vantarsene, come si narra dello stesso Alcibiade, quando, sposo ad Ipparete, facea di sè esporre ritratti che il mostravano fra le braccia della meretrice Nemea (Andocide, _Contro Alcib_., 14); anzi nemmeno per le mogli era questo motivo di legge sufficiente a spor querela in giudizio e ad ottenere il divorzio, come Plauto ne fa fede (_Merc_., IV, 6, 3). «_Abbiamo le etére per il piacere dell’animo, le donne legittime per la procreazione della prole_» (Demost., C. _Neera_). Però a qual punto spingesse Atene la libertà del commercio colle meretrici, nulla meglio lo addita di quel giudizio di àrbitri, portato da Demostene in tribunale, ond’è risolta la lite tra Stefano e Frinione, disputantisi i diritti sulla meretrice Neera, col sentenziar la posseggano a vicenda due giorni per ciascuno (Demost., _Contro Neera_, 46).
Era oblio delle virtù antiche che avevan fatto grande la città? Era corruzione infiltrata col tempo ne’ costumi? Certamente da altro punto di vista avea considerato Solone il meretricio, quando per il primo pensava a regolarlo per legge, e a organizzarlo, confinato ne’ bordelli, sotto la vigilanza dello Stato. Udiam Filemone ne’ _Delfi_ in Ateneo:
«Solone, tu fosti veramente il benefattore del genere umano! poichè tu per il primo pensasti a una cosa assai vantaggiosa al popolo e alla pubblica salute. Sì, a ragione io dico questo, perchè tu considerasti la nostra città piena di giovani dal temperamento bollente, e che sarebbero quindi trascorsi ad eccessi punibili. Perciò tu comperasti delle donne, e le hai poste in luoghi ove, provviste di quanto è a lor necessario, divengono comuni a quanti le bramano. Eccole nude; perchè non ti ingannino, ispeziona ben tutto. Vieni; la porta è aperta: paga un obolo ed entra: qui non si faranno smorfie, non si farà la ritrosa. Qua, subito, se vuoi, e nel modo che vuoi» (Athen., _Deipn_., XIII, 569).
Così in Atene (vuoi che Solone ne fosse realmente il primo istitutore o ch’ei ne trapiantasse l’usanza da alcune coste del Peloponneso e dell’Africa, secondo Engel, _Kypros_., II, 373) — sorgevano i primi bordelli (πορνεί ἃ παιδισκεῖα): eretti a istituzione di Stato, dacchè sappiam da Nicandro che Solone pel primo alzò un tempio a _Venere pandemia_ o _cortigiana_ (Αφροδίτη Πάνδημος, ovvero Εταίρα) col danaro raccolto dalle donne che presiedevano a que’ luoghi (Athen., _l_. _c_., cfr. Albert, ad Hesych. I, 1477).
Pur erano i tempi di Atene austera, e il regno delle _etére_ non era ancor sorto.
Ma in fuor delle schiave ne’ bordelli serbate, per ragioni di pubblica igiene, allo ignobile traffico, e dell’altre che privati lenoni, uomini e donne (πορνοδοσκοί) comperavano e mantenevano allo stesso scopo ed uso, per trarne lucro in loro apposite case — l’ironia del linguaggio li chiamava ἐργαστήρια, _luoghi di lavoro_ — (cfr. Demostene, _C_. _Neer_. 18, 67; Athen. X, 437, f.; Eschin., _C_. _Timarc_., 138; Plauto, _Cistell_., _Asin_., ecc.) — veniva sorgendo e moltiplicandosi — da quelle assai distinta — la classe numerosa delle _affrancate_ e delle _libere_, professanti per proprio conto il culto della Venere volgare. È per queste propriamente che il popolo, con indulgente eufemismo, mutava il nome spregiativo di πόρναι, o παλλακαί, in quello carezzevole di _amiche_ od _etére_: «Dimmi, chiede Socrate a Teodota, hai tu poderi? — No. — Ma forse hai una casa che ti dà la rendita? — Non ho casa alcuna. — Ma forse hai schiavi manifattori? — Nè anche questi. — E di dove dunque ricavi le cose necessarie alla vita? — Se alcuno fattomisi _amico_ vuol farmi del bene, questo è il mio avere» (Senof., _Memor_. III, 9). E Antifone: «Avea costui per vicina una giovine cittadina: appena la vide, che la fece sua amante: cosa tanto più facile ch’ella non aveva nè tutori, nè parenti: era una ragazza dalle inclinazioni più virtuose, oneste, d’aurei costumi: insomma quel che può dirsi veramente una meretrice (_etéra_), diversa da altre che disonorano un nome _così bello_» (_Antifone_, presso Athen., XIII, 572). E l’autore di questo dramma, leggendo, pensava alla sua ingenua Glicera.
Del novero di queste cittadine ateniesi che viveano a sé, traendo frutto da’ proprj vezzi, benchè in umile grado, erano le _auletridi_, e le _citarede_, e le _ballerine_ (αὐλητρὶδες, κιθαρίστριαι, ὀρχηστριδης), le quali prestavano a prezzo, ne’ sacrificj e ne’ banchetti, l’opera de’ flauti e delle cetre e delle danze: ma associavan di regola l’una all’altra industria, vivendo da _etére_, e facendo spesso delle loro abitazioni il luogo di convegno della gioventù (Isocr., _Areop_., 48; Luciano, _Dial. delle cortigiane_, 5). Non era banchetto che non fosse rallegrato da queste leggiadre sacerdotesse di Calliope e di Tersicore: e spesso, tra i fumi del vino e le armonie de’ suoni, qualche commensale accendéasi per esse di passione violenta. (Menand., _Tesoro_, pr. Stob., LXIII, 18). E però, molte di costoro, per attrattive di mente e di beltà, dovettero emergere e salire in fortuna: ed eran di queste, parecchie fra le _etére_ più in grido, di cui si narrano i nomi e gli aneddoti in Ateneo. Suonatrice di flauto fu Lamia, la figlia dell’ateniese Cleanore, che innamorò di sè perdutmente il dominatore d’Atene Demetrio Poliorcete (Aten., XIII, 577, c.). Pure, generalmente non fu in Atene, dal grembo di queste, ma dal di fuori che vennero e sorsero quelle apparizioni veramente meravigliose, come Hermann le chiama (_Bild. des Griech. Privatleb._, II, 60), le quali, colle grazie dello spirito e coll’amabilità assai più ancora che coll’avvenenza esercitarono una influenza così strana e decisiva sulla società del loro tempo, sulle arti e sui costumi. Forestiere (ξέναι) erano Aspasia da Mileto, e Laide da Iccara e Frine. Venian per lo più fanciulle, povere e sole, nelle grandi città, a Corinto e ad Atene, per trovarvi lavoro: ivi i talenti naturali e la bellezza fermavan sovr’esse gli sguardi: e a poco a poco travolgevale il vortice. Libere e cresciute all’aperto, — a differenza delle matrone ateniesi rinchiuse da bimbe in casa, fuor degli occhi degli uomini, a imparar di conocchia e di cucina, e a vegetare più tardi ne’ talami fra la custodia di leggi pressochè claustrali, — nella libertà avean potuto coltivare i ricchi doni di natura e lo spirito; soltanto nella vita libera delle _etére_, al contatto della società, poteano omai trovarne lo sviluppo. Così circondate dal fiore di Atene, disputanti di scienze e di arti con artisti e filosofi, corteggiate dalle aristocrazie del sangue e del censo, sorgeano datrici delle leggi del buon gusto e dell’eleganza, raffinatrici di ingegni e di studii e di ogni senso del bello nelle piacevoli gare, ispiratrici care alle Muse. Aspasia apriva in Atene la prima sala di conversazione che rammentin le storie; vi cresceva alunne degne di lei; e là in quel circolo leggiadro, dove donne virtuosissime come la moglie di Senofonte non temean di compromettersi frammischiandosi alle _etére_ (Plutarco in _Pericle_; Cicerone, _De Invent._, I, 99; Quintil., _Instit. Orat._, V, 19), veniva Pericle a riposarsi dalle cure della repubblica e dalle burrasche del governo popolare.
Di queste _etére_ di prima classe proverbiali erano il lusso e l’orgie ed il prodigo fasto, — spesso non discompagnati da cauti risparmj e da previdenza del futuro, spesso preparanti una squallida vecchiaja. Talora se n’immischiava, col disinteresse, anco l’amore: e Meneclide allora piangea morta la bella gioconda Bacchide, che esempio di amore e di fedeltà, contenta a’ poveri cenci di lui, avea rifiutato i ricchi doni e l’oro del satrapo (Alcifr., _Lett_., I, 38): più sovente l’interesse volea la sua parte, e Filumena scriveva a Critone lettere lunghe come questa: «A che col tanto scrivere e piangere martirizzi te stesso? Cinquanta monete d’oro mi fan d’uopo, non lettere. Se è ver che mi ami, mandale: se sei un sordido, non seccarmi altro» (Alcifr., _Lett._, I, 40). — Era il tempo che Gnaténa domandava mille dramme per una notte: e Laide a Demostene chiamato a Corinto dalla fama di lei, ne domandava diecimila, per udirsi rispondere: _Non compro a sì caro prezzo una penitenza_.
Sulla fede di Suida pretesero alcuni (Petit, _Leg. Att._, p. 573-576) che le leggi stesse regolassero il lusso delle _etére_, prescrivendo loro, per distinguersi dalle matrone, date foggie di vestiario a colori. In ciò questo solo è di vero, che le leggi, rigorosissime nel frenare e punire il lusso delle matrone (Polluce, VIII, c. 9) e punirle se usciano men che modeste e decenti per via — non poneano alle _etére_ prescrizione o freno di sorta (Diod. Sic., XII, 21; Eustath. _ad Iliad._, XIX); naturalissimo poi ch’elle si valessero, quanto più bramavan piacere, tanto più ampiamente di quella libertà: e all’abbigliamento affatto modesto delle matrone sostituissero lo sfarzo delle vesti di porpora o tessute in oro, o vagamente ricamate a fiori o colori smaglianti, e gli artificj del belletto e i ricchissimi monili e le splendide ricercate acconciature (Luciano, _D’una sala_; Alessi, presso Athen., XIII, 568 a. e Clem. Al., _Paedag._, III, p. 218); salvo ai comici di ferirle in pubblico con detti ed epiteti mordaci, e alle pudiche matrone di invidiarle in segreto.
Cfr. Alcifrone; Aristeneto; Ateneo, lib. XIII; Menandro e Comici greci, _Frammenti_; Luciano, _Dialoghi delle cortigiane_; Demostene, _Contro Neera_; Becker ed Ermann, _Bild. des Griech. Privatlebens_; Cl. Bader, _La femme grécque_; Laitier, _La femme dans la fam. Athen._; Wieland, _Lettere di Aristippo_, ecc., ecc.
I PARASSITI.
Questo nome fu lontano dall’avere in origine l’ignobile significato che ebbe di poi. Fra gli antichi l’epiteto di _parassito_ significò un ufficio _sacro_ e fu sinonimo di _commensale_. Così chiamavansi (Aten., VI, 235 c.) coloro che erano nominati a soprintendere alla scelta e alla percezione del frumento sacro (οἴ δ’ἐπὶ τήν τοῦ ἵερου σίτου ἐκλογὴν αἰρούμενοι): e vi era pertanto un _collegio_ ossia _curia_ di parassiti (καὶ ἤν ἀρχεῖον τι παρασίτων). Per il che era scritto nella legge del re: «Il re avrà cura che si creino i magistrati: e dalle varie borgate (_demi_) sian scelti, a norma delle leggi, i _parassiti_: i quali dai magazzini di grano della rispettiva classe e tribù scelgano ciascuno un sestiere di orzo, affinchè gli Ateniesi se ne cibino secondo il patrio costume.»
E in Polluce si legge: «Era ad Atene una certa curia o magistratura detta _parasition_: come sta scritto nella legge del re» (_Onomasticon_, lib. VI, cap. 7). Dalla qual legge anco rilevasi che vi era una casa sacra destinata e consacrata a questa curia che i parassiti formavano.
Il _parasition_ ebbe dunque il suo nome dal grano (_para sitou_) sacro di cui vi si deponevano le primizie. E col grano intendevansi in genere anche tutte l’altre offerte fatte da cittadini al tempio ed agli Dei.
La parola _parassita_, scrive dal suo canto Clearco di Soli, discepolo di Aristotile, nelle sue _Vite_ (Athen., VI, 335), «la qual designa attualmente un uomo pronto a condursi secondo il piacere d’altrui, in altri tempi significava un uomo scelto ad essere commensale dei sacerdoti: anzi la maggior parte delle città annoveravano fra le prime dignità quella dei _parassiti_, come alcune le annoverano ancora.»
E in Atene al Cinosargo (ginnasio destinato ai poveri e ai bastardi), nel tempio di Ercole era affisso ad una colonna questo decreto di Alcibiade scritto da Stefano figlio di Tucidide: «Che il sacerdote coi _parassiti_ faccia i sagrificii di ogni mese. I parassiti prenderan seco un bastardo e un figlio di bastardo secondo l’uso della patria. Colui che rifiuterà d’essere parassito sarà tradotto ai tribunali.»
Altro decreto affisso a una colonna dell’_Anaceo_ (il tempio di Castore e Polluce): «Dei due più bei bovi che si saranno scelti, la terza parte sarà destinata alla celebrazion dei giuochi; gli altri due terzi si daranno uno al sacerdote, l’altro al parassito.»
E sotto le offerte votive consacrate a Pallene, leggevasi: «Essendo arconte Pitodoro, i magistrati e i _parassiti_, cinto il capo di corona d’oro, offersero questi doni.» E altrove: «I parassiti della sacerdotessa Filea furono Pericle di Pittea e Carino di Gargetto.» E nella legge del re: «I parassiti d’Acarne sagrificheranno ad Apollo» (Ateneo, _l_. _c_.; Meursius, _Themis Attica_, II, 35).
Fu molto più tardi che quella designazione di coadiutori e commensali dei sacerdoti, passò a significare in genere un’altra specie di commensali assai meno nobile, ma forse altrettanto antica.
Nè si potrebbe meglio spiegare la mutata fortuna del vocabolo che colle parole di un parassita stesso, in una commedia di Diodoro di Sinope: «La mia professione è sempre stata gloriosa ed onestissima. La nostra città che rende grandi onori ad Ercole, fa sagrificii in tutti i borghi, dando a questo dio dei parassiti per queste cerimonie sacre. E non li prende già fra i primi venuti; ma sceglie a ciò dodici cittadini fra i più potenti e ricchi, e di vita intemerata. In seguito di tempo, alcuni cittadini agiati, volendo imitare ciò che faceasi per Ercole, s’impegnarono reciprocamente a prendere un certo numero di parassiti per mantenerli; ma non scelsero già persone veramente ammodo; presero invece adulatori sempre pronti a colmarli di elogi; di modo che, se il padrone rutta loro sul naso dopo aver mangiato del rafano e del pesce stantio, essi lo complimentano per le rose e le violette con cui ha pranzato. O p... egli vicino all’uno o all’altro? quegli gira il naso annusando qua e là, e domanda: Dove prendi tu questo profumo squisito? — È così che i parassiti hanno fatto, di ciò che era onesto e rispettato, una professione ignobile qual è oggi» (Athen., VI, 239 d.).
Secondo Ateneo, Alessi ed Epicarmo furono i primi che introdussero nelle loro commedie il carattere del _parassito_, quello cioè che oggi da noi si intende comunemente con questo nome. Il personaggio di Epicarmo, nella commedia il _Pluto_, risponde a chi l’interroga: «Io pranzo con chi vuole: basta invitarmi. Quanto ai festini di nozze, io ci vado senz’esservi chiamato. Faccio ridere a crepapelle e non manco mai di lodare il padron di casa che dà il pranzo. Se qualcuno è di parer contrario al suo, io gli do sulla voce, e mi riscaldo. Infine, dopo aver ben bevuto e ben mangiato, me la cavo. Non ho schiavo che m’accompagni colla lanterna, ma cammino traballando e solo fra le tenebre. Se per caso incontro la ronda, le dico qualche buona parola, rendendo poi grazie agli Dei che a furia di pugni e di staffilate non m’abbia accoppato. Giunto a casa m’addormento e non penso più a quel ch’è stato, fin che il vino è padrone della mia anima» (Athen., VI, 235-6).
Altri volle scorgere il primo tipo del parassito in Omero: «Fra i Trojani era Podete, valoroso e ricco, figlio di Eezione. Ettore lo avea per amico e commensale» (_Iliad_., 71): e perciò il poeta lo fa ferire al ventre da Menelao, cioè da uno spartano, amico della frugalità.
Il caustico Luciano andò ancora più innanzi: e il parassito de’ suoi dialoghi, che la pretende a letterato, fa di Omero non soltanto lo scopritore, ma anche il primo panegirista di questa casta rispettabile. E cita l’elogio del viver parassitico _seduti in fila a convito, quando le mense traboccano di pane e di carni e il coppier versa intorno il pretto vino_; e nota che Omero non per nulla il pose in bocca ad Ulisse, cioè al più savio de’ Greci; e trova maliziosamente che parassiti di Agamennone eran nientemeno che Nestore e Idomeneo: e parassito di Achille lo stesso Patroclo (Luciano, _Parass_.): nella qual citazione è curioso lo scambio tra la classe dei parassiti e quella dei _donzelli_ o degli _amanti_, secondo il greco costume.
Checchè ne sia delle facezie di Luciano, gli antichi poeti designavano i parassiti col nome di _adulatori_ (κόλακες). In una commedia di Eupoli, che reca appunto quel nome, un coro di adulatori così parla: «Io ho due vesti abbastanza belle che indosso a vicenda, e ne faccio sempre andar l’una o l’altra al mercato; se vi scorgo qualche sciocco riccone, subito io gli sono alle coste. Se egli dice qualche parola, mi sbraccio in elogi, mostro d’andar in estasi a quel ch’egli dice; e il nostr’uomo si vede così assalito da una quantità di adulatori che vengono alla sua tavola: e noi andiamo in panciolle a spese altrui. Là ogni discorso dev’essere adulazione, menzogna: se no, addio tavola: saremmo messi alla porta» (Athen., VI, 236 f.).
Ma il nome propriamente di _parassito_, usato in questo senso, lo si incontra la prima volta nel comico Araro, da Ateneo così citato: «Mio caro, tu sei necessariamente _parassito_ (παράσιτος), poichè non è forse Iscomaco che ti mantiene alla sua tavola?»
Or ecco il carattere di un parassito, dipinto dal comico Timocle, nel suo _Draconzio_ citato da Ateneo: «E che? Lascerò che si sparli di un parassito? Mainò. È la razza d’uomini più utile. Se vi ha qualcosa d’onesto a fare che possa recar piacere agli amici, il parassito non si mette ei subito all’opera? Hai una passione? il parassito ti seconderà, pronto a tutto quel che ti occorre: e persuaso che è un giusto ricambio ch’ei ti deve per la tavola che gli fornisci. Ma ecco, per finirla, ciò che prova all’evidenza quanto caso si faccia del parassito. Si accordano al loro merito le stesse prerogative che a quelli che furono vittoriosi ad Olimpia, cioè il nutrimento a spese dello Stato: poichè qualsiasi il luogo in cui si mangia senza pagar nulla, non si deve chiamarlo il _Pritaneo_?» (Athen., VI, 237 d. e.).
E Antifane nei _Gemelli_: «Un parassita, se ben rifletti, è un uomo che divide con noi e la fortuna e la vita. Nessun parassita mai desiderò veder infelici gli amici; al contrario egli non augura che del bene a tutti. Sa sopportare un trasporto d’ira: se lo pigli a dileggio, ne ride: è propenso all’amore, burlone, gioviale» (Athen., VI, 238 a.).
Altre simili citazioni degli antichi comici greci intorno a questa classe di persone ponno riscontrarsi da chi voglia in Ateneo; il quale prosegue ricordando nomi e aneddoti de’ parassiti più conosciuti ad Atene nel V e nel IV secolo avanti l’êra volgare, cioè: Titimallo, Corido, Cherefonte, Filosseno, Ceribione, Grillione ed altri famosi chi per voracità, chi per la vena inesauribile di facezie, o anche di impertinenze con cui rallegravano i banchetti dei loro Anfitrioni.
Certo è che una tal classe rappresentava nella vita ateniese del secolo d’oro un tipo troppo interessante e caratteristico per non tentar l’estro degli scrittori che più al vivo dipinsero quell’età. Ed ecco Luciano spendervi intorno le arguzie più sottili della sua Musa; e qui far le lustre di impietosirsi sulle piccole disgrazie di quei che vivono alle spalle dei signori (Lucian., XVII), là decantarne le delizie e mostrar come e qualmente la _parassitica_ è un’arte, anzi la prima tra l’arti.
«Il primo punto — osserva il suo parassito — è cercare e discernere chi può essere atto a nutrirti, con chi acconciarti meglio a desinare, senza avere a pentirti poi. Direm noi che il cambiatore ha un’arte con cui distingue le monete false dalle buone, e che uno senz’arte conosce gli uomini quali son falsi e quali buoni? Pure gli uomini è ben più difficile scernerli che non le monete. L’arte del parassita è dunque grande, se a tanto arriva. E a saper dire acconce parolette, a far di quelle cose che ti acquistino la benevolenza di chi ti dà a mangiare, non ci vuol forse prudenza e conoscenza assai? E nei conviti, l’uscirne colla miglior porzione ed avere più carezze degli altri che non hanno quest’arte, credi tu si possa far senza sapienza? E il conoscere le virtù e vizi delle vivande e degli intingoli, ti pare che sia una curiosità da poltrone? Eppure il nobilissimo Platone dice: _Chi fa un banchetto e non si intende di cucina, non può mostrare buon giudizio_. Arrogi, la parassitica non consiste solo nelle cognizioni ma anco nella pratica. Le altre arti, anche non esercitate per anni, non periscono in chi le possiede: ma se le conoscenze del parassito non sono esercitate ogni giorno, non solo perisce l’arte, ma l’artista. Nelle altre arti il dolce viene all’ultimo, e la via n’è lunga e scabrosa: il parassita solo gode dell’arte sua mentre l’impara, e mentre comincia è già al suo fine... E qual fine utile nella vita è mai il suo! Per me non trovo nella vita niente più utile del mangiare e del bere, e non si può vivere senza di ciò» (Luciano, _Parass_.).
E questo è precisamente il parere non solo del parassito di Luciano, ma anche degli altri suoi degni predecessori, che vivono ancora nelle lettere del giocondo e pittoresco Alcifrone. E anche qui i parassiti occupano gran