Chapter 15 of 23 · 11014 words · ~55 min read

libro d

’Omero_; e dicendogli il precettore ch’egli non avea niente di Omero, percossolo di un pugno, sen passò oltre: e dicendogli poi un altro di avere Omero corretto da lui medesimo, — _E a che_, gli rispose Alcibiade, _ti trattieni tu ad insegnare a leggere? Atto essendo ad emendare Omero, non ti dai ad erudire la gioventù?_» (Plut., _Alcib._, 7, e _Apoftegmi_; Eliano, _V. St._, XIII, 38).

[267] Omero, _Iliade_, VI, v. 482 484. Il Monti, meno letteralmente, tradusse:

«Così dicendo, in braccio alla diletta Sposa egli cesse il pargoletto; ed ella Con un misto di pianti almo sorriso Lo si raccolse all’odoroso seno —

dove, con tutto il rispetto al Monti, e a costo di passare per un grammatico anch’io, mi permetto di trovare che il _misto di pianti almo sorriso_ è un’amplificazione di gusto assai discutibile, e assai lontana dalla squisita semplicità della frase di Omero: _lagrimosamente sorridendo_, δακρυόεν γελάσασα.

[268] Per legge posta da Ipparco, figlio di Pisistrato, i poemi di Omero dovean dai rapsodi recitarsi, ogni cinque anni, in Atene, nelle grandi Panatenee (Licurg. in _Leocr._; Platone, _Ipparco_; Eliano, _V. St._, VIII, 2).

I _Panatenei_ o _feste Panatenee_, dette anche semplicemente _Atenee_ (ricorrenti nel mese di Ecatombeone, cioè nel primo mese dell’anno, al solstizio d’estate) furono istituiti ad Atene ne’ tempi più remoti, in onor di Minerva, dal re Eretteo, e ristabiliti da Teseo, in memoria, come lo accenna il nome, della riunione in un solo Stato e dentro un solo recinto di mura, dei popoli dell’Attica che vivevano prima isolati e dispersi per la campagna (Vedi Isocr., _Oraz. Paneg._, ed _Encom. d’El._; Lisia, XXI, 1; Licurgo, I, 103; _Scol._ in _Demost._, 740, 1). Erano di due specie: le _minori_ che si celebravano ogni anno; e le _maggiori_ (o _grandi Panatenee_) che ricorrevano soltanto ogni cinque anni. Celebravansi specialmente quest’ultime tra il concorso di tutti i cittadini dell’Attica con grandissimo sfarzo e solennità; con giuochi ginnastici (stadio, lotta, ecc.) e corse equestri, e pubbliche gare poetiche e musicali; e processioni di giovinette delle più cospicue case di Atene e di cittadini d’ogni classe ed età, recanti in gran pompa il peplo di Minerva al tempio della Dea. Ogni tribù dell’Attica concorreva nelle spese a rendere i giuochi più grandiosi, ogni colonia ateniese vi mandava un bue da sagrificarsi. La sera chiudeasi la festa con grandi conviti, e distribuzioni di premj, e gara delle fiaccole (lampadeforia).

Le _grandi Panatenee_, le _grandi Dionisiache_ e le _Lenee_ o _floreali_ erano le tre solennità dell’anno nelle quali soltanto avean luogo le gare teatrali delle tragedie e delle commedie (Aristof., _Nubi, Pace_, ecc.; Senof., _Simpos._; Ovid., _Metam._, II; Suida; Meurs., _Panaten._; Corsini, _Fasti attici_, ecc.).

[269] Ai vincitori nelle gare delle feste Panatenee veniva dato in segno d’onore un ramoscello dell’ulivo sacro a Minerva, che era in faccia al Partenone (Meurs., _Lect. Att._, IV, 6).

[270] «Gli Ateniesi, per suggerimento di Alcibiade, scrissero sotto alla colonna laconica che i Lacedemoni non aveano osservato i giuramenti» (Tucidide, _Guer. Pelop._, VI, 56).

[271] _Maggiordomo_: questa parola ha scandalizzato parecchi. Eppure l’ufficio precisamente rispondente a questa carica esisteva certo fin d’allora nelle case de’ ricchi ateniesi; il Settembrini usa anch’egli senza scrupolo ripetutamente questa parola nella sua versione di Luciano, I, pag. 415, 426 (_Di quei che stan coi signori_).

[272] Ad Atene quando levavasi un esercito per qualche spedizione, il capitano (_stratego_) eletto per la medesima recavasi sulla piazza pubblica accompagnato da un _tassiarca_ od intendente, tenente il registro dei cittadini adatti a portar l’armi (dai 18 anni ai 60), i quali eran tenuti a presentarsi tutti indistintamente. Chiamavansi allora uno per uno ad alta voce, e lo stratego sceglieva fra di essi i soldati della spedizione. I nomi dei chiamati a militare venivano affissi alle statue _eponime_, ossia alle statue degli eroi da cui prendevano nome le singole tribù (Aristof., _Pace, Caval._; Lisia, _C. Alcib._; Polluce, VIII, 9; Suida; Esichio, ecc.).

[273] Al Liceo, posto in vicinanza della città, avean luogo le rassegne dei soldati innanzi uscire in guerra e gli esercizii militari. «Per lungo tempo fummo rovinati e calpestati, andando e ritornando dal Liceo, coll’asta e collo scudo» (Arist., _Pace_, v. 357; Suida, alla voce Λύκειον; Paus., _Att._, 18). Il _Liceo_, aperto da Pisistrato, il _Cinosargo_ e l’_Accademia_ erano i tre ginnasj destinati alla educazione della gioventù.

[274] τανηλεγὴς θάνατος (Om., _Odiss._, III, v. 238).

[275] «_Essendo già ben avanti il convito e ormai girando assiduamente il bicchier dell’amicizia_...» (Alcifr., _Lett._, III, 55). «_Non è lecito invitare alla stessa mensa quelli che trattano queste brutte cose e bere con essi la tazza dell’amicizia e stender la mano alli stessi cibi_» (Luciano, _Conto senza l’oste_. — Cfr. Aristof., _Lisistr._, 203). κύλιξ φιλοτησία o anche semplicemente φιλοτησία, _calice dell’amicizia_, chiamavano la tazza, più ampia dell’altre, che veniva fatta girare al finir del pranzo tra i convitati e della quale tutti bevevano, facendosela passare un dopo l’altro; il che diceasi ἔν κύκλῳ πίνειν, _propinare in circolo_, e fra i latini _bibere a summo_, cioè a cominciar dal commensale che stava nel luogo più onorevole a quello che stava nell’infimo. Questa cerimonia significava che i commensali partivano dalla mensa buoni amici. Il Negri nei commenti ad Alcifrone fa di essa una propinazione separata e ben distinta dall’altre libazioni e brindisi; però sembra ch’essa dovesse precedere immediatamente o coincidere colla libazione al _buon genio_ che segnava il levar delle mense; di che si dirà più sotto.

[276] ἄκρατος (οἴνος) — Lo si beveva così puro solo appunto nella libazione del _buon genio_ e in altre libazioni sacre; fuor d’esse, nei simposj ateniesi, il vino era di rigore beverlo sempre misto coll’acqua (κεκραμένος). Beverlo puro riteneasi costume de’ barbari: e appunto _bevere all’uso degli Sciti_ dicevasi il bevere vin pretto (Plat., _Leg._, I, 637; Aten., X). Una legge di Zaleuco, fra i Locresi, puniva persino di morte chi avesse bevuto vin puro senza prescrizione del medico (Elian., _V. St._, II, 37). Del resto anche in tutta Grecia l’usanza dell’annacquare il vino era generalmente consacrata e fatta risalire sino ad Anfizione. «_Filocoro dice che Anfizione re degli Ateniesi fu il primo che imparò da Bacco a temperare mescolandolo la forza del vino_» (Aten., II, 38 c.). Più diffusamente Filonide, citato da Ateneo, così spiega l’origine mitica di questo uso: «Poichè Bacco ebbe trasportata la vite dal mar Rosso in Grecia, moltissimi si abbandonarono all’intemperanza bevendo il vino puro; per il che gli uni insanivano come presi dalle furie, gli altri istupiditi dal vino e dalla crapula cadevano come morti. Or avvenne che mentre alcuni banchettavano sulla spiaggia del mare, essendo sopraggiunta la pioggia, i commensali si disciolsero, e il cratere in fondo a cui era rimasto un po’ di vino, abbandonato lì sul luogo, si riempì d’acqua: di poi cessata la pioggia e serenatosi il cielo, i banchettanti ritornarono sullo stesso luogo, e gustando il vino diluito, ne provarono una mite e niente molesta voluttà. Per il che i Greci quando al banchetto vien portato in giro il vin puro, invocano, acclamandolo, il buon genio che lo ritrovò, e che fu Bacco. Quando poi dopo cena vien ministrato il primo bicchiere di vino diluito coll’acqua, acclamano esultanti Giove salvatore, largitor della pioggia, siccome moderatore e autore della gioconda mistura» (Aten., XV, 675 a.). Quest’uso antichissimo durò fin nei tempi più tardi, e il derogare ad esso non solo, ma il non metter nel bicchiere più acqua che vino era tenuto come segno di brutta intemperanza ed estremamente dannoso al corpo ed allo spirito. «_Se alcuno beve metà vino e metà acqua, è preso da insania; se beve vino puro, gli si sciolgono le membra del corpo_» (Aten., II, 36). E però le proporzioni della mistura variavano; ma il più ordinariamente solevasi mescolare tre parti d’acqua con due od una di vino, o due parti d’acqua con una di vino. Quando la proporzione era da tre ad una dicessi bevere alla _maniera delle rane_: ma alcuni vini erano abbastanza forti per portarla. La mistura veniva fatta già nel cratere, di dove il vino versavasi nei bicchieri. Indi, allorchè nelle descrizioni antiche dei simposj si parla di vino, οἴνος si sottintende sempre vino misto coll’acqua, a meno che non si nomini espressamente il vin puro, ἄκρατος (Plut., _Conjug. praec._ — Cfr. Becker ed Hermann, _Char._, I, p. 166; II, p. 280).

[277] Cfr. Aristof., _Vespe_, 525: e lo scoliaste a questo verso: _era costume al levar delle mense libare al buon genio_. Questa libazione, fatta di vino puro (cioè non misto coll’acqua come usavasi durante tutto il pranzo), chiudeva difatti il banchetto propriamente detto, o mensa dei cibi (δεῖπνον), e dava il segno delle abluzioni, del cinger le corone e dello asportarsi delle mense; dopo di che succedeansi altri brindisi e il canto del peana e degli scolii, e si passava alla parte per i Greci la più importante del convito, la _mensa dei bicchier_ ossia il vero simposio (πότος, συμπόσιον), destinato al bere e spesso degenerante nell’orgia (Plut., _Disp. Conv._, 5; Senof., _Simp._, 2, 1; Plat., _Simp._, p. 176; Diod. Sic., IV, 3). Sulla libazione del _buon genio_, ἀγαθοῦ δαίμονος, scrive più diffusamente Ateneo: «Del vino puro che vien dato in fin di cena, e che chiamasi il bicchiere del buon genio, i commensali ne libano un poco, appena quanto basti per gustarne e ricordare il beneficio del dio. Lo si dà infatti dopo che già sono sazî, perchè ne beano pochissimo: e mentre lo prendono dalla mensa, adorano il dio, quasi lo preghino perchè non abbiano a commetter mai nulla di turpe, nè ad esser mai intemperanti nel bere. E Filocoro dice, esser sancito per legge, che dopo terminati tutti i cibi venga portato il vino puro, tanto appena da gustarne e significare la virtù del buon dio: perocchè si diluiva con acqua il vino che bevevasi prima: e perciò chiamarono ninfe le nutrici di Bacco. Dopo offerto il bicchier del buon genio, si usava rimovere le mense, come mostrò con un atto sacrilego Dionigi di Sicilia: il quale in Siracusa vedendo posta davanti al simulacro di Esculapio una mensa d’oro, offerse al dio la libazione del buon genio, e subito la tavola se la fece portar via» (Aten., _Deipn._, XV, 693). — In luogo della formula al _buon genio_, usavasi anche talora l’altra ad _Igea_ (υγιείας), cioè alla _dea della salute_. Il bicchiere con cui faceasi questa libazione del buon genio o d’Igea, diceasi _metaniptro_ (Cfr. Aten., 486 f. Cfr. Becker, _Char._, I, 165).

[278] _Marino_ (θαλόττιος, Arist., _Pt._, 396; αλυκός, _Lisis._, 403; αλιμὲδων, _Tesmof._, 323; Ποντοποσειδῶν, _Pl._, 1050), epiteto di Nettuno (Ποσειδῶν) specialmente come tale invocato nelle esclamazioni dagli Ateniesi (_per il marino Nettuno!_). — Dicevasi anche _equestre_ (ἵππιος, _Nub._, 83; _Caval._, 551). Però che gli Ateniesi vantassero d’aver primamente appreso da Nettuno l’arte della navigazione e dell’addestrare e guidar cavalli (Vedi Sofocle, _Edip. a Col._, v. 703 seg.).

[279] Le corone, come già si notò, venivano recate soltanto in fine del banchetto (δεῖπνον) al momento di far la libazione _al buon genio_, con cui lo si chiudeva e si dava principio al bevere (πότος), cioè alla seconda mensa, o mensa dei bicchieri. «_La distribuzione delle corone e degli unguenti serviva d’introduzione al simposio della seconda mensa_» (Aten., XVI, 685 d.). L’uso delle corone, per liberare appunto il cervello dai fumi delle libazioni del vin puro, faceasi risalire a Bacco; «il quale fu reputato buon medico non solo per aver trovato il vino, soavissimo medicamento, ma altresì per avere insegnato ai presi dal furor baccanale a coronarsi il capo con l’ellera, e per aver onorata questa pianta a cagione di sua virtù contraria al vino; spegnendo l’ellera col suo freddo l’ebbrezza» (Plut., _Disp. Conv._, l. I, 1). Ma col progredire del lusso, aggiunge Ateneo, si cercò alle corone, oltre il rimedio contro i fumi dell’ebbrezza, anche il diletto degli occhi e delle nari: e allora si introdussero le corone di mirto e le corone di rose, alle quali pure attribuivasi una virtù refrigerante (Aten., XV, 675 e). Queste eran certo le più usate: e perciò Aristofane parla del demo _incoronato di rose_ (_Caval._, 966): per contrario in Ateneo si vedono proscritte dai conviti siccome nocive le corone di alloro e di viole (Aten., _ibid._); nondimeno quest’ultime dovettero anch’elle entrar nell’uso, dacchè l’aggettivo ἱοστέᾳανοι, _coronati di viole_, ricorre frequentissimo come epiteto proverbiale degli Ateniesi (Arist., _Acarn._, 636; _Caval._, 1322; Pind., _Framm._, 45, 46). Becker cita anche il giacinto; ma questo dovette usarsi particolarmente dai Dori. Del resto Plutarco e Ateneo, nei luoghi sopra citati, discorrono diffusamente delle varie specie di corone adoperate.

[280] L’ordine di questi singoli riti è assai chiaramente e concordemente descritto in Senofonte (presso Aten., XI, 462, d, e), in Plutarco (_Conv. Sette Sap._, 5), nel comico Platone (presso Aten., XV, 665 b), in Menandro (presso Suida, voce αἴρειν) e in altri autori comici (Aten., IX, 408 e, f; XV, 685 d, e), ai quali rimandiamo per più ampj ragguagli il lettore studioso. Vedi anco più sopra la nota 23 — e cfr. i _Simposj_ di Platone e Senofonte.

[281] Il _buon genio_ o _agatodémone_ (ἀγαθὸς δαίμων, Ἀγαθοδαίμων), era il dio benefico, la cui protezione assicurava alle case, alle terre, alla città la prosperità e l’abbondanza; divinità maschia dell’ordine dei _demoni_ e dei _genj_, rispondente alla divinità femmina dello stesso ordine, onorata sotto il nome di ἀγαθὴ τύχη, la _buona fortuna_, alla quale trovasi sovente associata. Così a Lebadia chi voleva consultare l’oracolo di Trofonio, prima di scendere nel famoso antro dovea passare alcuni giorni in una cappella dedicata al Buon Genio e alla Fortuna (Pausania, _Beoz._, 39): e ad Atene le due divinità aveano pure un tempio in comune. Ai tempi di Plinio vedevansi al Campidoglio due statue di Prassitele rappresentanti l’una il _buon genio_, l’altra la _buona fortuna_ (Plinio, _Nat. hist._, 36, 4). Ad Atene era sacro al buon genio, siccome dio fecondatore dei campi, il primo giorno in cui gustavasi il vino nuovo (Plut., _Disp. Conv._, VIII, 10). Della libazione al _buon genio_ che terminava il convito si è detto più sopra. (Cfr. Becker, _Char._, II, p. 262). Il buon genio avea per simbolo un serpente e talora anche un fallo, emblemi ordinari della fecondità. Era il _Bonus Eventus_ dei Romani.

[282] _Giove salvatore_, Ζεύς Σωτὴρ — per il quale spessissimo gli Ateniesi giuravano, νὴ τὸν Δὶα τὸν σωτῆρα (Arist., _Rane_, 738; _Pl._, 877) era invocato nelle libazioni in fin di tavola insieme col buon genio: o più precisamente la libazione a Giove salvatore susseguiva a quell’altra — e facevansi entrambe colla medesima tazza (_metaniptride_). Su di che vedi sopra la nota 68 e il passo citato di Aten., XV, 675 c. E il comico Difilo nella _Saffo_: «_Archiloco, porgimi quella metaniptride colma, che libiamo a Giove salvatore ed al buon genio_» (Sulla tazza così detta di _Giove salvatore_ e sulle libazioni allo stesso, vedi pure Aten., XI, 466 e, 471 d, e; XV, 693 f, 693 a-d).

[283] Modo proverbiale esprimente longevità. Vedi Luciano, _Ermotimo_. Dicevasi anche nello stesso senso _campar gli anni di Titone_ (Luc., _Ermot._; _Dial. dei morti_, 7). Sulla longevità di Titone, sposo d’Aurora, vedi Aten., I, 6; e Orazio: _Longa Tithonum minuit senectus_.

[284] Era il più pregiato e celebrato tra i vini greci (Aten., IV, 167 e). Altri vini in pregio erano il vino prannio, il vin di Taso, il vin di Lesbo, di Rodi, di Siracusa, ecc. Sui vini greci e loro varie specie, vedi Aten., I; Elian., _V. st._, XII, 31.

[285] Di queste torte _recanti il nome del siculo Gelone_ (che fu, com’è noto, tiranno di Sicilia) parla Alcifr., _Lett._, I, 22. Doveano essere la stessa cosa che la _torta_ o _focaccia siciliana_, σικελικὸς πλακοῦς, menzionata in Ateneo, XIV. Queste torte, πλακοῦς, eran di solito un impasto di farina di segala, cacio e mele (Aten., IX, 17).

[286] Lo _stadio_ era un ottavo di miglio e più precisamente metri 184,26. Due stadj erano il _diaulo_; quattro stadj, l’_ippicon_; dodici stadj formavano il _dolico_.

[287] _Scolii_ diceansi le _canzoni convivali_ che usavansi cantar alla fine dei banchetti ateniesi, dopo fatta la libazione al buon genio, e al recarsi della mensa dei bicchieri. Al qual momento la cetra ed un ramo di mirto venivan fatti girar pel convito, indi porgere a quello dei convitati che meglio sapesse dilettar la brigata con una bella canzone o con una buona sentenza in lirica forma. Su di che Plutarco: «Canterà fosse alcuno le canzoni usate a cantarsi nei conviti, appellate _scolia_ (cioè oblique e torte) quando in mezzo è la mensa con sopravi la coppa da bere, e in testa le corone... Anticamente gl’invitati cantavano dapprima tutti insieme ad una voce la canzone in lode a Bacco, poi ciascuno cantava da sè in disparte prendendo un ramo di mirto: e conveniva cantasse di mano in mano ciascuno che l’avea. Dopo questo, recavasi intorno una lira, e chi sapea sonare la pigliava e vi cantava sopra: ma quelli che non intendean di musica la rifiutavano, e così questa maniera di cantare non comune, nè a tutti agevole, fu detta _scolion_. Altri dicono che il ramo di mortine non andava intorno, ma portavasi di letto in letto, e dopo che il primo del primo avea cantato lo mandava al primo del secondo letto, e questi al primo del terzo, poi il secondo a quel del secondo: e per questa varietà e torcimento di quel girare intorno fu la canzone nominata _scolion_» (Plut., _Disp. Conv._, I. 1. — Cfr. Ateneo, XV, 694 a-d; Arist., _Vespe_, 1219, dov’è pure corrispondenza fra lo scolio di chi canta primo e di chi gli tien dietro). Ma opinione molto più credibile è che nella melodia su cui cantavansi gli scolii fossero ammesse certe licenze ed irregolarità per le quali si agevolasse la recitazione improvvisa e donde _curva_ o _torta_ si chiamasse la canzone. I ritmi degli scolii rimastici mostrano grande varietà, ma in generale corrispondono a quelli della lirica eolica; solo che l’andamento della strofa è rotto e ravvivato da slanci intermittenti. Infatti, come autori di scolii andaron celebri in ispecie i poeti lesbii: Terpandro (cui Pindaro ne attribuisce la invenzione), Saffo, Alceo: più tardi si distinsero negli scolii Anacreonte e Prasilla di Sicione: e anche alcuni poeti corali come Simonide e Pindaro (Ateneo, XV, 694-696). Aristofane, Diogene Laerzio, Solone ed altri ci trasmisero un certo numero di scolii della greca antichità. La maggior parte contengono gioconde regole di vita o brevi ditirambi, invocazioni a Bacco, a Venere e ad altri numi o lodi degli eroi: ma due di maggior estensione ed importanza ci pervennero, quello dorico di Ibria cretese, «_La mia gran ricchezza è la lancia e la spada_, ecc.,» e quello ionico, in Atene fra tutti celebratissimo, di _Armodio ed Aristogitone_; canzone patriottica attribuita a Callistrato e commemorante l’eroica morte dei due giovani ateniesi che liberarono Atene dalla tirannide di Ipparco e di Ippia, secondo narra Tucidide (VI, 54-59). Su di che più innanzi. Vedi anche, intorno agli scolii, Ulrici, _Gesch. der hellen. Dichtkunst_, II, 376 seg.; C. O. Müller, _St. della letter. greca_, cap. 13.

[288] «_Poscia gli comandai che pigliato in mano il ramo del mirto, mi recitasse qualche cosa di Eschilo_» (Aristof., _Nubi_, 1364). Sull’uso del ramoscello di mirto (μυρρίνη) nel canto degli scolii, vedi la nota sopra, e la canzone di Armodio.

[289] Lo scolio d’_Armodio_, che diceasi anche semplicemente l’_Armodio_ (Ar., _Vespe_, 1225) attribuito all’ateniese Callistrato, ci fu conservato da Aten., XV, 695 b. Fu composto verisimilmente non molto dopo le guerre persiane, poichè ai tempi di Aristofane lo troviamo come una canzone popolarissima e universalmente gradita ne’ conviti ateniesi (_Vespe_, 1225; _Lisis._, 632; e in Antif. presso Ateneo: _Si invocava Armodio; si cantava il peana; veniva portata la gran tazza di Giove Salvatore_, XV, 692 f). Già prima d’altronde delle guerre persiane, Armodio ed Aristogitone erano stati come eroi liberatori d’Atene onorati di statue in Atene: era vietato ai servi portare il loro nome (Liban., _Ap. Socr._): ed era concessa ai loro discendenti l’immunità dai pubblici pesi (Demost. in _Lettine_).

Dello scolio d’Armodio ecco la versione letterale:

«Entro a ramo di mirto la spada porterò — come Armodio ed Aristogitone — quando il tiranno uccisero — e libera per uguaglianza di leggi (ἰσονόμους) resero Atene.

«Carissimo Armodio, no, non sei morto: nell’isole dei beati dicono che tu sei, — ove anche il piè-veloce Achille — e, dicono (_ci sia_) il Tidide Diomede.

«Entro a ramo di mirto la spada porterò — come Armodio ed Aristogitone — quando di Minerva fra i riti sacri (_le Panatenee_) — l’uomo despota Ipparco uccisero.

«Sempre di voi due la gloria durerà sulla terra — o carissimo Armodio e Aristogitone — poichè il tiranno uccideste — e libera (_di leggi uguali_) Atene rendeste.»

Come il lettor vede, la traduzione mia, ridotta per le esigenze della scena, comprende le prime due strofe del testo, aggiuntivi i pensieri principali delle ultime due.

Ai dilettanti di questi studj offro qui un altro tentativo di traduzione mia, completa e possibilmente letterale:

Di mirto adorno porterò il brando, D’Aristogitone, d’Armodio al par, Quando il tirannico sir trucidando, Atene a libere leggi tornàr. No, non sei morto, diletto Armodio! Ma dei beati l’isole han te: Dov’è il Tidide Diomede, dicono, Ed anche Achille celere-piè. Porterò il brando mirto-vestito, D’Aristogitone, d’Armodio al par, Quando di Pallade nel sacro rito Ipparco il despota prence svenâr. D’ambo la gloria la terra ognora, O Aristogitone, o Armodio udrà: Come il tiranno svenaste allora, E per voi libera fu la città!

Cattivi versi, d’accordo: però, se non m’illudo, più fedeli alla lettera e allo spirito del testo greco che non la notissima versione del professore Centofanti, la quale va per le scuole:

_Su, su, ricuoprasi_ di mirto il brando, _Brando_ d’Armodio, d’Aristogitone! _Per lui si sciolsero ceppi fatali_, E Atene _è_ libera con leggi uguali. Diletto Armodio, no, non se’ morto: Ma dei beati vivi nell’isole: E là _magnanimi son teco e lieti_ Diomede e l’_inclito figliuol di Teti_. _Su, su ricuoprasi_ di mirto il brando, Brando d’Armodio, d’Aristogitone! _Che_ Ipparco spensero tiranno _ardito_ Nel sacro a Pallade _solenne_ rito. Di gloria _splendidi_ sarete ognora, Tu caro Armodio, tu Aristogitone: _Per voi si fransero ceppi fatali_ E Atene _è_ libera con leggi uguali.

Nella qual versione del Centofanti, a parte le parole greche omesse e le forme cambiate, segnai in corsivo le parole aggiunte e i pleonasmi del traduttore, di cui nel greco non è traccia alcuna: e che per un componimento sì breve e caratteristico dell’antica Musa, mi paiono di là di troppi. In ispecie quel verso di stampo tutto moderno: _Per voi si fransero ceppi fatali_ — un poeta ateniese non l’avrebbe mai scritto nè pensato.

[290] Secondo Pausania (_Att._, 2) la cortigiana Leena fu propriamente l’amante di Aristogitone, ma Ateneo per l’opposto (XIII, 596 f.) la dice amante di Armodio. Comunque, è noto come ella fu coinvolta nella celebre congiura dei due amici; e, dopo il primo tentativo fallito in cui Armodio restò ucciso, fatta porre da Ippia alla tortura, sofferse con fortissimo animo lo strazio, anzichè rivelare i suoi complici, finchè per tema che il dolore potesse strapparle qualche parola, si mozzò da sè stessa coi denti la lingua e la sputò in faccia agli aguzzini. Quando gli Ateniesi ebbero infine rotto il giogo, immortalarono il nome dell’eroica cortigiana drizzandole sull’Acropoli un monumento che raffigurava una leonessa (_leaena_) senza lingua. Vedi Pausania e Ateneo, _l. c._; Beulè, _L’Acropole d’Athènes_.

[291] Stesicoro: nacque, secondo una tradizione comune, in Sicilia, ad Imera (colonia mista jonicodorica) poco dopo la fondazione di quella città, verso il 640 av. l’E. V.; visse sino al 560. Il suo primo nome era Tisia: fu, dopo Alcmano, il secondo de’ grandi poeti corali dorici: e la poesia corale, dapprima rinchiusa per lo più ne’ soggetti mitici e nella forma tranquilla dell’epopea, assunse con lui forme più schiettamente ed altamente liriche, ispirandosi al linguaggio appassionato degli affetti. Per questo usò sovente ne’ suoi canti non solo del grave metro dorico, ma anche dei ritmi patetici e profondamente appassionati dell’armonia frigia. Si avevano di lui molte poesie erotiche. In qual pregio fosse tenuto come poeta, in Atene, può desumersi dal _Fedro_ di Platone, ove Socrate pone in bocca a Stesicoro la stupenda teoria sull’amore, che fu compendiata nel discorso di Socrate dell’atto primo, scena prima. E il nome di Stesicoro si affacciava qui naturalmente non solo perchè di poeta siciliano, ma perchè l’innamoramento di Alcibiade e di Timandra in questa scena è appunto quell’_inconro subitaneo delle anime_ di cui Socrate, ispirandosi a Stesicoro, sul principio del dramma parlò.

[292] Che Alcibiade avesse già condotto, innanzi il suo richiamo, a buon punto le cose degli Ateniesi in Sicilia, colla presa di Catania, a lui massimamente dovuta, rilevasi da Plutarco in _Alcibiade_ e da Tucidide, VI, 48-51. Di un altro fatto d’armi tra Siracusani e Ateniesi, avvenuto innanzi il richiamo di Alcibiade, e nel quale egli, con una piccola parte de’ suoi, usando di un felice stratagemma, volse in fuga i nemici superiori di numero, facendone scempio, è pur cenno in Polieno (_Stratag_., I, 40. Cfr. Tucidide, VI, 52). — Indi la supposizione della battaglia, che serve di introduzione a questo quadro, non parmi una licenza storica così temeraria come a qualche critico erudito piacque di ritenere.

[293] Delle quattro classi dei cittadini, stabilite ab antico da Solone, le tre prime in generale (_pentacosiomedimni, cavalieri, zeugìti_) fornivano all’esercito gli _opliti_ o fanti pesanti, che del proprio somministravano l’armi. La terza classe in ispecie era quasi tutta d’opliti; la seconda, poi, come lo indica il nome, forniva in particolar modo anche i _cavalieri_, somministranti del proprio, oltre l’armi, il cavallo; della prima classe, come più ricca di censo, erano per lo più i _trierarchi_ o comandanti delle triremi, somministranti del proprio la trireme o la galea. Da queste tre prime classi, infine, uscivano naturalmente gli _strategi_ e gli altri ufficiali dell’armata.

I cittadini poveri della quarta classe (thétes) servivano in piccolo numero come _arcieri regolari_ (τοξόται): tutti gli altri, cioè la massima parte, componevano la ciurma della flotta, che era il nerbo della potenza d’Atene: non ultima questa fra le cause originarie della democrazia ateniese (Cfr. _Alcibiade, la critica e il secolo di Pericle_, Opere, IV, 283).

Però i cittadini delle quattro classi non formavano essi soli le forze militari ateniesi: i _meteci_ (forestieri naturalizzati) e gli stranieri mercenarj e gli schiavi vi entravano pure in gran parte; i primi negli opliti di presidio, i secondi come formanti il grosso delle milizie leggiere irregolari (ψιλοὶ): gli ultimi, completanti i quadri delle ciurme. Laonde, nei primordj della guerra del Peloponneso, prendendo per base la enumerazione di Pericle (Tucid., II, 13), le _milizie di Atene_ si potevano così ripartire:

| d’ordinanza (cittadini delle prime | tre classi dai 20 ai 60 anni) 13,000 / | oplìti cittadini (dai _Oplìti_ \ di presidio / 18 ai 20 e sopra i 60 (fanteria pesante) | \ anni) 3,500 | | oplìti metèci 12,500

_Cavalieri_ (cittadini della seconda classe) 1,000

Arcieri a cavallo (meteci o forestieri) 200

Arcieri a piedi | ἀστικοί — cittadini dell’ultima (τοξόται) (fanteria / classe (_thétes_) 400 legg. regolare) \ ξενικοί, stranieri (Sciti, Traci, | Cretesi, ecc.) 1,200

| Piloti, ufficiali delle triremi, / remigatori per 300 triremi — tra Flotta \ cittadini dell’ultima | classe, meteci, schiavi e forestieri 48,000 —————— 79,800 Fanti irregolari (ψιλοὶ) — non contati nell’elenco di Pericle (_peliasti, frombolieri_, ecc.), tutti stranieri 10,000 —————— 89,800

Tale è la cifra più alta cui potessero calcolarsi le forze d’Atene nel fiore della sua potenza. A queste forze poi venivano ad aggiungersi tutte quelle degli alleati tributarj.

Gli _oplìti_ o fanti pesanti avean per armi difensive l’elmo, la corazza, lo scudo, e schinieri coprenti la parte inferiore delle gambe. Per armi offensive la picca e la spada.

I _cavalieri_ portavano anch’essi corazza, scudo, elmo, lancia e spada.

I _fanti leggieri_ regolari (τοξόται) portavano arco, elmo e leggiera armatura.

I fanti leggieri irregolari (ψιλοὶ) erano di quattro specie: _peltasti_, recanti una lancia corta e un piccolo scudo detto _pelta; lanciatori_, che gittavano a mano il lanciotto (ἀκόντικον); _frombolieri_ che scagliavano sassi con la fionda; e _gittatori di sassi_ a mano.

Preferendo Atene, per accorgimento politico, impiegare ed addestrare i suoi proprii cittadini nella marineria — (dacchè alla _forza marittima_ appoggiavasi la sua egemonia fra i Greci, e importava che quella fosse ateniese, nazionale, e non precaria) — e a mala pena bastando ai quadri della flotta i _thétes_ dell’ultima classe, così ella assoldava dall’estero tutte le milizie leggiere di cui abbisognava per il suo esercito. Per queste non v’erano nè ruoli, nè ordinamenti che ne prescrivessero le armi e gli esercizii: però Atene li prendeva fra i Greci od i barbari che in uno od altro esercizio si distinguessero. Ella aveva quindi peltasti traci; arcieri di Creta; lanciatori locresi e acarnani; frombolieri di Rodo, ecc. (Vedi Tucidide; Senof., _Anabasi_ e _Cose equestri_; Arriano, _Tattica_; Eliano, _Tattica_; Peyron, note al II e VIII di Tucidide; Boeckh, _Econ. pol. at._, II; Ferrario, _Cost_., I, ecc.).

[294] I soldati in guerra portavano seco i viveri per tre giorni — carne salata, cacio, ulive, cipolle, ecc. (Cfr. Arist, _Acarn_., 197; _Pace,_ 368; Plut., _Focione_). A quest’uopo ogni soldato aveva una sportella o valigietta di vimini (γυλιον) della forma di un vaso lungo, e nella estremità molto stretto (Vedi Suida, Pottero, Scol. di Aristof.).

[295] Non solo ogni comandante, ma anche ogni _oplìte_ aveva seco in guerra un servo o scudiero (ὑπασπιστὴς) che gli portava lo scudo, e alle volte lo seguiva nel folto della mischia; benchè, di solito, innanzi la battaglia, costoro fossero spediti alla custodia dei bagagli (Eliano, _V. St._, XI, 9; Senof., _Anab_., IV; Tucid., III; Polieno, _Strat_., II; Eliano, _Tatt_.).

Probabilmente molti di essi erano _meteci_, che seguivano in quella, qualità il loro _patrono_ (προστάτης): ossia il cittadino dal quale ciascun meteco (obbligato al servizio militare, ma escluso dai diritti politici) dipendeva per farsi da lui rappresentare negli atti giuridici. (De-Leva, _Somm. pop. ant._, p. 211).

[296] ὄμοιον ὀμοίῳ κατά θεῖον ἀεὶ προσπελάζει (Aristen., _Lett_., I, 10). Antico proverbio che Aristeneto ha preso da Platone (_Simpos_.) e da Aristotile (_Ethic_., VIII) e tutti da Omero: Ὼς αἰεὶ τὸν ὁμοῖον ἄγει θεὀς ὼς τὸν ὁμοῖον.

[297] _Ramiferi_, o _tallofori_ (θαλλοφόροι) erano bei vecchioni impiegati a portar i rami d’ulivo nella processione delle Panatenee; non potendo per la vecchiezza essere impiegati in altro. Indi diceasi proverbialmente _buono a fare il ramifero_ per significare _buono a nulla_. «_Saremo derisi per le vie e chiamati ramiferi_» (Aristof., _Vespe_, 542. — Cfr. Eust., _Odiss_., 17; Senof., _Simp_., III; Etym. M.; Esichio, a q. v.).

[298] Cecrope fu antichissimo re di Atene, vissuto parecchi secoli innanzi la guerra di Troja. Indi in Alcifrone una cortigiana chiama per ischerno _Cecropone_ per la sua antichità un vecchio rimbambito (Alcifr., _Lett._, I, 28). E in Aristofane il vecchio imbecille Filocleone invoca Cecrope (Arist., _Vespe_, 438).

[299] _Erme_, busti di Mercurio, di cui si parlerà più innanzi. La iscrizione sulle Erme dei nomi dei valorosi ch’eransi distinti in guerra, era ricompensa militare anticamente pregiata dagli Ateniesi. «_Al tempo degli avi fiorirono molti generosi e stette ognuno contento ad una iscrizione sulle Erme_» (Demost., _Ad Leptin_. — Cfr. Eschine in _Ctesif_.).

[300] Lo starnuto era tenuto fra gli antichi ora per buono ed ora per cattivo augurio, secondo i casi. Infausti eran quelli della mattina, fausti quelli del mezzodì. Così in Aristeneto una fanciulla, mentre scrivendo si lamenta del suo amore infelice, ad un tratto si rallegra perchè nello scrivere starnutò. «_Oh come a proposito starnutai! il mio amante penserebbe egli a me in questo momento?_» (Aristen., _Lett_., II, 5). — E in Teocrito: «_Fortunato sposo! a te starnutò qualche fausto genio, quando venisti a Sparta!_» (Teocr., _Idill_., 18). Un esempio, invece di starnuto infausto, si ha in Teocr. _Idill_., 7.

[301] _Chiechenei_, bocche aperte, spalancate, sbadiglianti; appellativo derisorio dato da Aristofane agli Ateniesi, per indicare con una sola caratteristica parola la curiosità senza senso e senza scopo, la credulità e la balordaggine della plebe; voce tolta dallo stupido spalancar di becco delle oche, e degli uccelli piccini all’appressarsi dei maggiori (Cfr. Luciano, _Scita_; Wieland, _Aristippo_).

[302] _Agora_ era la piazza maggiore di Atene, ove teneasi il mercato; la quale metteva da una parte a settentrione al Ceramico e all’Accademia, e a mezzodì ai Portici (_Pecile, Portico Regio_, ecc.).

[303] _Giove fiscio_, ossia _fuggitivo_ (φύξιος Ζεὺς), veniva invocato dai fuggenti (Vedi Licofrone, _Cassandra_, v. 288, e lo scoliaste a quel verso). A _Giove Fiscio_ sagrificò Deucalione cessato il diluvio (Apollod., _Bibl._, 1. II): e di un’ara dedicata a questo nume fa menzione Pausania (_Corint_., 4).

[304] Le _triremi_, ch’eran le navi da guerra ateniesi (comandate ciascuna da un _trierarca_) secondo i calcoli del Boeckh (_Econ. pol. At._, II, 22), portavano ordinariamente da 200 uomini ciascuna. E cioè: 10 soldati di fanteria navale (ἐπιβάται) destinati alla difesa della nave; 40 opliti (truppe di sbarco o combattenti sopra coperta); e 150 tra uffiziali della nave, marinaj e rematori. Questi ultimi erano oltre a cento, ripartiti in tre ordini (indi il nome di _trireme_). Nel primo ordine, il più alto sopra il livello dell’acqua, erano i _traniti_, con lunghi remi: nel secondo di mezzo gli _zigiti_, nel terzo e più basso i _talamj_, i quali ultimi remando poco più su del livello dell’acqua, avean remi assai corti e sceglievansi quindi fra i più deboli di forza; questi erano spregiati (Ar., _Rane_, 1106) e non adoperavansi in alcuna fazione. — Questi tre ordini di rematori eran diretti da un _regolatore_ (κελευστὴς), ch’era sulla nave il primo in dignità, dopo il trierarca ed il piloto (κυβερνήτης), (Tucid.; Senof., _Rep. At._, I, 2; Peyron, _Note_ a Tucid.).

[305] Circa l’ambizione di Alcibiade e la sua sete di gloria, vedi massimamente il _Primo Alcibiade_ di Platone già citato: «La gloria, che tu Alcibiade — gli dice Socrate — desideri più ardentemente di quello che uomo giammai abbia desiderato alcuna cosa» (_Pr. Alcib._, 124).

[306] I _Misteri di Eleusi_ (o _Eleusinie_): celebri nella antica Grecia. Potevano dirsi una imitazione de’ misteri di Samotracia, salva la sostituzione del mito di Cerere e Proserpina alla favola e ai riti dei Cabiri. Più in su risalendo, può ritrovarsene l’origine nelle antiche dottrine orfiche dell’immortalità dell’anima e della metempsicosi, raccolte più tardi e sviluppate dalla filosofia pitagorica; colle quali dottrine dovettero avere qualche relazione i riti simbolici egiziani d’Iside e di Osiride, introdotti probabilmente nell’Attica dall’egiziano Cecrope. E però Cecrope potrebbe riguardarsi il vero istitutore de’ misteri eleusini: lo stesso Trittolemo, infatti, a cui Eusebio e Giustino attribuiscono, insieme colla prima seminagione nell’Attica, l’istituzione dei misteri di Eleusi, sembra vissuto poco dopo Cecrope, al tempo di Cranao suo successore.

Diodoro Siculo fa invece istitutore de’ misteri Eretteo, quinto successore di Cecrope, e come lui egizio di nazione: il quale avendo dall’Egitto portato nell’Attica, afflitta da carestia, gran copia di granaglie, gli Ateniesi per gratitudine il fecero loro re; indi dissero Cerere essere venuta nell’Attica con lui; e aver egli perciò portati seco _dall’Egitto_ i riti della Dea (τὰ μυστήρια ποιῆσαι, μετενεγκοντα τὸ περὶ τούτων νὸμινον ἐξ Αἰγύπτου.) e instituiti ad essa in Eleusi i misteri. Ma Pausania negli _Attici_, parlando della guerra tra Eretteo e gli Eleusini d’Eumolpo riguarda i misteri come già esistenti a quel tempo; e solo è a notarsi nella versione di Diodoro la conferma dell’origine egizia od orientale di quei riti, contemporanea alla venuta delle colonie nell’Attica. Prima d’allora la religione fra’ Greci consisteva, più che altro, in un superstizioso timore delle forze della natura: tutt’al più, se anche prima di Cecrope e di Cadmo gli _Dei tutelari_ di ciascun popolo, i _lari_ e i _penati_ protettori delle famiglie avean vittime e voti, era per assicurarsene la protezione e calmarne lo sdegno, da cui faceansi provenire tutti i mali fisici e morali della vita privata e pubblica. La credenza che Giove fosse il custode dei diritti dell’ospitalità e il punitore degli spergiuri, e che qualunque omicidio anche involontario fosse senza tregua perseguitato dalle Eumenidi, era al più tutto quello che la religione contribuiva di suo allo svolgersi della vita sociale fra quelle orde elleniche primitive. Ma i nuovi colonizzatori e legislatori, venendo in Grecia dai paesi orientali, già mansuefatti alle idee dei governi teocratrici e alla venerazione e al timore delle caste sacerdotali, non tardarono a sentire il bisogno di puntellare con quelle idee l’edificio sociale di quelle loro nuove colonie fra popolazioni indomite e semiselvaggie. Bisognò rinvigorire la fiacca autorità delle leggi col sostegno della fede, diffondendo la credenza che gli Dei prendessero immediata cognizione delle azioni degli uomini; che essi non solo presiedessero alle prosperità e ai mali fisici presenti, ma che non contenti di punire il malvagio e premiare il giusto _in questa vita_, citassero anche le anime dei trapassati ad un tribunale inesorabile, per essere da questo serbate secondo i meriti o i demeriti ad una nuova vita di delizie o di orribili tormenti. Questa dottrina, inculcata al popolo con la sola esposizione orale, non poteva impressionarlo gran che: ma simboleggiata nei _misteri_ e proposta fra una quantità di apparati incutenti immediato terrore ai sensi, doveva di necessità agire potentemente sullo spirito di uomini eccessivamente sensuali e superstiziosi, che nei sotterranei di Eleusi si trovavano portati, per via di artificiose illusioni, prima nel Tartaro, poi negli ameni boschetti dello Eliso. — Indi colla venuta dell’egizio Cecrope e colla instaurazione dei _misteri_ noi vediam prodursi il contatto più importante e caratteristico fra la _deisidemonia_, ossia il politeismo materiale, fisiocratico, degli antichi Elleni e lo spiritualismo delle religioni orientali, egizia, israelitica, ecc. E come in queste, così pure nei _misteri Eleusini_ il filosofo scopre, allato ad un intento presunto spirituale e morale, rivolto alla pratica del vero e del giusto, un intento più materiale e più concreto: la brama di dominio e di potenza della casta sacerdotale, volta colle arti dell’impostura ad impadronirsi dell’uomo nella persona, nell’anima e negli averi. Le ricchezze prodigiose accumulate dai sacerdoti del tempio di Eleusi provano come l’intento fosse abbastanza riuscito.

I _misteri Eleusini_ erano di due sorta: i _grandi_, τά μεγάλα ossiano i veri misteri (μυστήρια) consacrati a Cerere; i _piccoli_, τά μικρά, ossia _inizj_ dei misteri (τελεταὶ) consacrati a Proserpina. I piccoli celebravansi nel mese di Antesterione, ed erano propriamente una preparazione ai grandi misteri. Durante i medesimi, i candidati alla iniziazione, o iniziati di _primo grado_ (detti _misti_, μύστης) si purificavano nell’Ilisso, si preparavano con digiuni, preghiere, sacrificj, e sopratutto con offerte alla Dea. Più queste eran ricche e più probabilità si aveva di essere iniziati, e meno terribili eran le prove da subirsi.

Questi _misti_, ossia iniziati ai _piccoli_ misteri, dopo cinque anni, e per somma grazia dopo un anno, potevano essere ammessi ai _grandi_ — e allora prendevano il nome di _epopti_ (ἐπὸπτης), ossia _ispettori_, ossia iniziati di secondo grado. La quale iniziazione ai grandi misteri celebravasi ogni tre anni, d’autunno, poco prima delle Tesmoforie, nel mese di Boedromione. Durava nove giorni, dal 15 del mese in poi: le cerimonie avean luogo la notte: e giammai festa sacra fu tanto solennizzata nella Grecia come questa. Tutto che la scienza e l’arte avevan potuto scoprire di più meraviglioso era posto in opera per colpire la fantasia del candidato, già estenuato anticipatamente dai digiuni, dalle macerazioni e da altre pratiche tendenti a debilitare il corpo e la ragione. I primi tre giorni, dei nove, si passavano ad Atene in sacrificj, digiuni, purificazioni, processioni in riva al mare ed altre cerimonie preparatorie. In una di queste un fanciullino di puro sangue ateniese era posto vicino alla fiamma del sacrificio e compiva i riti espiatorj, in nome dei futuri iniziati. — Il quarto giorno, danze sacre, pantomime rappresentanti il ratto di Proserpina e l’invenzione dei processi agronomici di Trittolemo. Portavasi da Eleusi ad Atene il _calato_ (κάλαθος), canestro sacro di Cerere, sopra un carro seguìto da una turba acclamante a Cerere, _dea nutrice, dea delle messi._ Seguivano vergini, con panieri o _ceste_ (κίστη) di frutta e dolci, che servivano, insieme col ciceone, a rompere il digiuno commemorativo del digiuno di Cerere, giusta la formula degli iniziati: «_ho digiunato, ho bevuto il ciceone; ho preso dalla cesta e dopo aver gustato ho deposto nel calato; ho ripreso dal calato e riposto nella cesta_.» — Il quinto giorno, cerimonia delle fiaccole, altra imitazione del rito egizio di Sais. Gli invitati sfilano a due a due in gran silenzio, con in mano torcie accese, poi scambiano e si ripassano le torcie di mano in mano. — Il sesto giorno, la statua di Iacco (figlio di Cerere) inghirlandata di mirto, veniva portata con gran pompa in processione, dall’Eleusinio in Atene, per la via sacra, sino all’Anattorio o tempio di Eleusi. Il calato, il rombo, il fallo, seguono la processione, mentre i sacerdoti cantano gl’inni a Iacco e la turba acclama: _Iacche! evoè! Iacche!_ — Il settimo, ottavo e nono giorno, detti _mistici_, impiegavansi nella cerimonia della iniziazione degli aspiranti o iniziati di primo grado (_misti_). Gli iniziati indossano lunghe tuniche di lino, colle quali devono essere iniziati. Essi attendono la notte nel Pronao, o vestibolo, che le porte del tempio si aprano: ed ecco, ad un tratto, là, in mezzo alla più profonda oscurità, scoppiar tuoni e folgori, tremar la terra e il tempio tutto, come scrollato dalle fondamenta. Romori spaventevoli e sibili di serpenti e muggiti s’alzano dagli abissi; fantasmi e spettri ributtanti e cadaveri insanguinati sfilano alla luce sinistra dei lampi. Più in là appare Ecate tricipite, circondata da orrendi mostri. Poi tutto ritorna silenzio e buio; poi lo squarciarsi come d’una cortina metallica annunzia nuove apparizioni. È il Tartaro co’ suoi fiumi di fiamma, e i suoi odori sulfurei, i suoi tormenti e tormentati, Sisifo, Tantalo, Issione, le Danaidi, ecc. Ma il Tartaro scompare, e alle scene spaventose succedono le scene gioconde: sono i campi Elisj coi prati smaltati di fiori e il dolce mormorio degli uccelletti e i boschetti profumati, e le ombre amene, rallegrate dai cori e dalle danze delle coppie dei beati, dai banchetti di nettare e di ambrosia, dalle mistiche melodie. Dagli Elisj ecco i novizi passare ad un sotterraneo illuminato da torcie, ove si svolgono ai loro occhi le vicende di Cerere, di Proserpina e di Iacco, più o meno lubricamente, più o meno oscenamente rappresentate. Il novizio là vede dove Iside nascondesse suo figlio Oro dall’ira di Tifone; e quello che mostrasse a Cerere la vecchietta Baubo per far che la dea nel colmo della mestizia si scompisciasse dalle risa; e quel che contenessero i canestri chiusi delle figlie di Cecrope, ecc., ecc. Terminato lo spettacolo, i novizj son condotti nel recinto sacro fuori del tempio: e là trovansi ancora nel buio: quand’ecco ad un tratto le porte del tempio spalancarsi con fracasso; e nella gran navata, immenso spazio capace di cinquemila persone, in mezzo ad un mare di luce e di torcie scintillanti, apparire la statua di Cerere tutta oro e gemme, circondata da’ suoi ministri in ricchissimi paludamenti. È il _gerofante_ (ἱεροφάντης) supremo pontefice di Cerere, ed in pari tempo il gran sacerdote dell’Attica, assistito dal _fiaccolifero_ (δᾳδοῦχος), dall’_araldo_, o _cerice_ (κήρυξ) recante il caduceo, e dagli altri sacerdoti. All’entrar degli iniziati nel tempio, l’araldo grida: _lungi i profani, gli empj e tutti quelli di cui l’anima è macchiata di delitti_: e commina pena di morte a chi non iniziato sarà sorpreso nel tempio. Poi ad un segnale dell’jerofante gli Dei olimpici appariscono nel santuario (_teofanìa_) e da quel punto comincia l’iniziazione, e gli iniziati son proclamati _epopti_, siccome ammessi alla visione della divinità. Il gerofante li arringa, promettendo loro, dopo morte, le voluttà degli Elisi, negate ai profani e invitandoli a giurare per la triplice Ecate il silenzio più assoluto su tutto ciò che hanno udito ed inteso, sotto minaccie terribili di morte a chi commettesse la menoma indiscrezione. Tutti gli iniziati prestano il giuramento, ed escono dal tempio in gran raccoglimento, per recarsi in processione all’Eleusinio. Il giorno dopo gli iniziati fan festa e si ricreano dalle fatiche dell’iniziazione nelle braccia delle cortigiane; il nono ed ultimo giorno infine si rimandano i pusillanimi che non superarono le prove, e gli epopti celebrano la iniziazione con ricchissime offerte al tempio di Eleusi — magnifica gazzarra pei sacerdoti.

(Diod. Sic., lib. I; Callimaco, _Inno a Cerere_; Platone, _Fedone, Gorgia_; Pausan., _Att_., 38; Giustino, lib II; Meursius, _Gr. fer.; Eleusinia; Reg. Ath._, lib. II; Wieland, _Aristip_., IV, 1; Maury, _Hist. des relig. de la Gr. ant._; Robinson, _Antiq. of Greece_; Barthelemy, _Anac_.; Preller, _Demeter und Persephone_; Cl. Bader, _La femme grecque_, I, cap. 6; Debay, _Nuits Corinthiennes_, ecc.).

[307] _Erme_ (V. sopra, nota 8), così dette da Ἐρμῆς, _Mercurio_, erano masse di marmo dell’altezza di un uomo, che nella parte superiore ritraevano la testa di Mercurio, e nella inferiore terminavano in colonna tetragona. Di queste Erme ve n’erano molte per le vie, nei vestiboli delle case private e nei templi, — postevi dai privati o per ordine dei magistrati. Anzi una via intera in Atene chiamavasi _delle Erme_ perchè tutta decorata di questi busti. Ipparco, figlio di Pisistrato, ne aveva fatte por molte nel mezzo delle vie tra la città e i singoli demi rurali, con suvvi iscrizioni o precetti morali, per esempio: _cura la giustizia — non ingannar l’amico_, ecc. (Platone, _Ipparco_, 228 seg.; Tucidide, VI., 27; Suida, Arpocraz. a q. v.).

Questi simulacri di Ermete eran riguardati dagli Ateniesi come custodi tutelari dei lari domestici, delle vie, della prosperità della città, della pace pubblica e delle istituzioni; e negli Ateniesi, come bene osserva l’Houssaye, l’idea religiosa associavasi siffattamente alla idea politica, che una offesa fatta ad un Dio protettore della città, come quella che poteva attirar su di essa la collera del Dio offeso, consideravasi quale un attacco contro la repubblica. — Indi il crimine di tradimento e di sacrilegio eran fatti sinonimi (Senof., _St. Ell_., I; Meurs., _Them. Att_., II, 2. — Cfr. Timeo, _Fragm. Hist. gr._; e Houssaye, _Hist. d’Alc._, II, 42).

Il guasto di queste Erme, che poco innanzi la spedizione di Sicilia furono trovate una bella mattina quasi tutte mutilate nella faccia, fu tenuto in Atene per grave sacrilegio e vi destò un’emozione indicibile, di cui si valsero i nemici d’Alcibiade, per darne la colpa a lui, collegandovi anco l’accusa di avere in un’orgia contraffatto i misteri di Eleusi. Sulla mutilazione di queste Erme, sulle accuse di Pitonico e Andromaco, Dioclide e Teucro, contro Alcibiade, sulla deposizione di Andocide e Tessalo contro il medesimo, e sul processo relativo che provocò, oltre il richiamo e la condanna di Alcibiade, molte esecuzioni capitali di presunti suoi complici, vedi Tucidide, VI, 28, 53, 60, 61; Andoc., _Or. dei misteri_; Lisia, _Contro Andoc_., 36; Ps. Andoc., _Contro Alcib_.; Isocr., _De Big._, III; Plutarco in _Nicia_, 13, in _Alcib_. 18 seg.; Corn. Nep. in _Alcib_. — Cfr. Grote, tom. XI.

Ma il racconto del coscienzioso Tucidide (VI, 60) intorno al modo con cui fu ottenuta la propalazione d’Andocide, che formò la base della accusa di Tessalo, e la accusa di Lisia contro Andocide stesso (c. 36), danno fondamento a dubitare della verità di quell’accusa riguardo ad Alcibiade. Infatti Tucidide afferma che «niuno nè allora, nè poi potè mai nulla affermare di certo sugli autori del misfatto, e gli Ateniesi medesimi non sapevano se la punizione delle vittime fosse giusta» (ib.).

[308] Tucidide avverte che gli Ateniesi diedero al fatto delle Erme _maggior importanza_ del dovere «_giudicandola opera d’una cospirazione tendente ad innovar lo Stato e ad abbattere il governo popolare_» (VI, 27). Della facilità degli Ateniesi a sospettare per ogni cosa di mene sovvertitrici contro il governo popolare accennai altrove (V. quadro II; e _Alcib. e la crit_., Op., IV, 321). A questi sospetti associavasi sempre naturalmente il sospetto di intelligenze coll’aristocratica Sparta: indi le accuse di _filolacone_ (amico degli Spartani) e di cospiratore per introdur la tirannide, dal tempo di Ippia in poi, suonavano in Atene pressochè equivalenti (Cfr. Plut. in _Cimone_, 18; _Nicia_, 10; Aristof., _Lisis_., 619 seg.; Erod., V, 91). Perciò, appena si intese, dopo il fatto delle Erme, che un piccolo corpo di Lacedemoni si era inoltrato fino all’Istmo, si sparse subito la voce per Atene che esso si avanzasse di concerto cogli autori del sacrilegio per istabilire la tirannia (Tucid., VI, 61).

[309] Ecco il testo preciso dell’accusa contro Alcibiade assente in Sicilia, quale ci fu conservato da Plutarco: «Tessalo, figliuol di Cimone Laciade, accusò Alcibiade figliuolo di Clinia Scambonide di aver commessa iniquità contro le due Dee Proserpina e Cerere, avendone contraffatti e mostrati i misteri in sua propria casa a’ compagni suoi, abbigliato con una veste simile a quella che indossa il Gerofante quando appunto mostra le cose sacre, ed avendo nominato _Gerofante_ sè stesso, e Polizione _Fiaccolifero_, e Teodoro _Banditore_, e creati gli altri compagni _Iniziati_ ed _Ispettori_, contro le leggi e gli statuti degli Eumolpidi, dei banditori e dei sacerdoti di Eleusi. — Per il qual delitto il popolo lo ha condannato a morte in contumacia, ha confiscato tutti i suoi beni, e determinato di più che tutti i sacerdoti e le sacerdotesse lo abbiano a maledire» (Plut., _Alcib_., 22. — Cfr. Tucid., 61).

Il Dacier unisce erroneamente nella sua versione il testo dell’accusa coll’esposizione della condanna, che di quel testo non fa parte. Comunque sta che Alcibiade fu doppiamente condannato, nel capo e nei beni (Cfr. anche Isocr., _De Big_., 17; Giustino, V, 1; Diod. Sic., XIII, 5; Corn. Nep., _Alcib_.; Senof., _St. Ell_., I, 4).

La pena di morte era difatti la pena inflitta tanto ai traditori o rei di lesa repubblica quanto ai sacrileghi (Licurgo in _Leocr_.; Hermog., _Partit. Sect._, V); pure il rigore di quella duplice condanna parrebbe eccedere la stessa legge ateniese, che vietava impor doppia pena: «_In qualunque giudizio una sola pena si dia: o corporale o pecuniaria: entrambe no_» (Demost. _ad Leptin_.); «_l’Etica condanni il convinto a pena corporale o pecunaria_» (Demost., _C. Timocr_.): conseguenza della qual legge era la facoltà di optare fra le pene, data ai rei convinti (Plat., _Apol_.; Eugraphius, in _Andriam_, Act. III; Meurs., _Them. Att_., II, 22). Così Socrate e Focione furono puniti di morte e non colla confisca dei beni. Vuolsi però notare che Alcibiade era stato condannato a morte dopo la sua evasione a Turio, cioè _in contumacia_, la morte essendo la pena irrogata di diritto al titolo del crimine: l’opzione poi era concessa solo agli accusati presenti al giudicio; la sola parte efficace della condanna di Alcibiade era l’esilio perpetuo, il divieto di esser seppellito nell’Attica, e la confisca dei beni — le quali appunto erano le pene stabilite pei colpevoli di sacrilegio o di tradimento, quando questi non si trovavano in mano della giustizia (Senof., _St. Ell_., I; Meurs., _Them. Att._, II, 2).

[310] _Nave Salaminia_. La _Salaminia_ e la _Pàralo_ (o il _Paralio_) erano le due principali triremi ateniesi che stavano sempre allestite e pronte a salpare per recar dovunque gli ordini e i messaggi della Repubblica (Tucid., VI, 53), accompagnare, occorrendo, per lo stesso servizio le spedizioni da guerra (Tucid., III, 77), portar le sacre ambasciate o _Teorie_ ai principali giuochi e ai templi più venerati della Grecia, come a Delo, e per tale uffizio chiamavansi anche ambedue _navi sacre_ (Plat., _Fedone_, 58; Arpocr., Suida). Non eran montate, per il loro servizio geloso di Stato, che da cittadini liberi (Tucid., VIII, 73) ed erano fra le più veloci al corso («_Le due velocissime navi_ Paralo _e_ Salaminia _stan per sciogliere dal lido come foriere portando gli inquisitori, i quali devono far noto quando s’abbia ad uscire in guerra_.» — Alcifr., _Lett_., I, 11; Scol. Aristof., _Ucc_., 1204). La nave _Paralo_ fu la prima che si salvò con Conone dalla disfatta di Egospotamo e portò ad Atene la infausta nuova (Senof., _St. Ell_., II, 1). La _Salaminia_ (così detta dal suo primo piloto che fu Nausiteo di Salamina) era la nave, in cui, secondo la tradizione popolare, Teseo erasi imbarcato per Creta alla spedizione del Minotauro (Plut., _Teseo_). Sovr’essa gli Ateniesi mandavano ogni anno la _teorìa_ a Delo a sagrificare ad Apollo, in memoria del sacrifizio fattovi da Teseo quando tornò a Creta vittorioso; e finchè questa nave non era di ritorno, non era permesso in città far giustiziare nessun condannato a morte (Plat., _Fedone_, p. 43). Perchè la _Salaminia_ cogli anni non si sfasciasse, di quando in quando rappezzavasi: sicchè coll’andar del tempo non serbò più del primo naviglio che la forma. Era una nave di trenta remi — e fu conservata dagli Ateniesi sino al tempo di Demetrio Falereo. — Fu essa che portò ad Alcibiade in Sicilia l’ordine di richiamo (Plut. in _Alcib_. e _Teseo_; Tucid., VI, 61).

[311] Intorno a Cimone, vedi Plutarco e Cornelio Nepote nella sua Vita.

[312] Questo anatema fu scolpito su una colonna eretta in una delle piazze della città (Corn. Nep., _Alcib_., 4).

[313] «Avendolo quindi condannato (Alcibiade) per contumacia e pubblicate avendone le sostanze, determinarono di più che tutti i sacerdoti e le sacerdotesse lo avessero a maledire: fra le quali raccontasi che una sola, chiamata Teano, figliuola di Menone, sacerdotessa del tempio di Agraulo, ebbe il coraggio di opporsi a quel decreto, dicendo: _di essere sacerdotessa per benedire e non per maledire_» εὐχῶν, οὐ καταρῶν ἱέρειαν γεγονέναι (Plut., _Alcib_., 22). — Sui riti delle maledizioni, vedi Lisia, _Contr. Andoc_.; Plut., _Arist_., 24, 25; Erodoto, V, 165. — Cfr. Maury, _Hist. des relig. de la Gr. ant._

[314] Agraulo, sinonimo di Aglauro. Vedi quadro III, nota 53.

[315] Che una Timandra seguisse Alcibiade allo esercito si rileva da Ateneo: «Lo stesso (Alcibiade) partito per l’esercito, conduceva seco in giro Timandra, la madre di Laide Corinzia» (Aten., _Deipn._, XII, 535).

[316] πάν διὰ πυρὸς ἤ ξιφῶν — _anche attraverso i fuochi e le spade!_ — _passar si dovesse anche tra il fuoco e le spade!_ — esclamazione proverbiale di frequente uso (Diog. Sinop., _Epist_., 30; Cratete, _Epist_., 6; Chione, _Epist. a Plat_., 17).

[317] Nicia e Lamaco furono i due capitani eletti a colleghi di Alcibiade nel comando della spedizione di Sicilia. Nicia era abile capitano, ma prudentissimo sino alla paura; Lamaco audace fino alla temerità; Alcibiade radunava in sè, da eccellente capitano ch’egli era, la prudenza del primo e il coraggio del secondo (Plut., _Nicia_; _Alcib_.; Tucid., VI).

Sul carattere focoso e impetuosissimo di Lamaco, le cui doti soldatesche appunto lo facevano miglior soldato che condottiero, e il quale del resto visse virtuoso e povero, e morì in Sicilia da prode, vedi Aristof., _Acarnesi, Pace_, 1290, seg.; _Rane_, 1039; Tucid., IV, 75; VI, 19, 101; Plut., _Alcib._, 12, 20; Nicia, 14; Elian., _V. st._, II, 43. — Aristofane stesso che lo canzonò, facendone il tipo d’un capitan Fracassa de’ suoi tempi, rende omaggio alla sua virtù e ai suoi meriti verso la patria, nelle _Tesmof._, 841.

[318] «_In prima è probabile che i Numi, fortissimi alleati e campioni, ci assisteranno_» τούς θεοὺς μεγίστους ἡμῖν ὑπάρχειν συμμάκους κα’ βοηθούς (Demost., _Sulla lettera di Filippo_).

[319] «Mandò (il popolo) ad esso (Alcibiade) la nave _Salaminia_, dando avvedutamente ordine agli inviati di non mettergli le mani addosso, nè di fargli violenza alcuna, ma di usar parole moderate, insinuandogli di venir loro spontaneamente dietro per presentarsi in giudicio, e render persuaso il popolo della propria innocenza. Usata fu tale circospezione perchè temevasi altrimenti un qualche tumulto e sedizione nell’esercito, che trovavasi in paese nemico: _cosa che Alcibiade suscitar poteva agevolmente se voluto avesse:_ imperocchè per la di lui partenza i soldati si disanimarono...» (Plut, in _Alcib_., 24). — E Tucidide: «Mandarono (gli Ateniesi) la nave _Salaminia_, ordinandole non già di arrestarlo, ma di intimargli che venisse in Atene a discolparsi. _Così vollero evitare che si eccitasse qualche moto nelle loro truppe_ di Sicilia od in quelle nemiche, e che partissero dall’esercito i Mantinei e gli Argivi, i quali, come si credeva, si erano uniti alla spedizione ad istanza di Alcibiade» (Tucid., VI, 61).

Dinanzi a questa doppia testimonianza di Plutarco e di Tucidide, ci sembra nel torto il Grote, il quale non crede che Alcibiade avrebbe potuto così facilmente suscitare una sommossa militare se avesse voluto resistere all’ordine. Oltre che Alcibiade era forte degli alleati, venuti espressamente per lui, e a lui devoti, e che formavano il maggior numero, la popolarità enorme di Alcibiade fra i suoi stessi concittadini ed il suo ascendente fra i soldati erano notissimi; e i primi fatti della guerra, sopratutto la presa di Catania a lui dovuta e la felice riuscita dello stratagemma di cui racconta Polieno (I, 40), non avevano potuto che accrescerli. — Basta del resto raffigurarsi le doti geniali del carattere di Alcibiade e la sua arte squisita di cattivarsi gli animi, per ritenere senz’altro che le simpatie dell’esercito gli erano assicurate: come lo provò chiaramente la sfiducia che subentrò alla sua partenza.

[320] _Trierarchi_, capitani di trireme (vedi sopra nota 13). Volendo alleviare i pesi dell’erario, Atene accollava ai più ricchi cittadini le spese di alcuni pubblici servizii, detti _liturgie_. Le liturgie ordinarie erano quattro: la _ginnasiarchia_, per cui il ginnasiarca provvedeva all’allestimento del luogo pei pubblici giuochi ginnastici, vitto e paghe dei ginnasiasti, ecc. La _coregia_, che imponeva al corego una parte delle spese dei cori, nelle gare teatrali. La _estiasi_: il liturgo, a ciò nominato da ogni singola tribù, ne allestiva il banchetto pubblico. Infine la _trierarchia_, ch’era la più onerosa di tutte. Il _trierarca_, che appunto sceglievasi tra i più ricchi cittadini, era obbligato a montare e corredare di tutti gli attrezzi una trireme a proprie spese e pagar di suo anche un complemento di soldo ai marinaj della stessa, oltre la paga che avevano dallo Stato. Lo Stato non forniva che il corpo della trireme e l’albero: e malcapitati i trierarchi cui toccavano delle vecchie carcasse da raggiustare ed armare. I trierarchi quindi nella repubblica eran tanti quante le triremi o navi da guerra: Senofonte ai suoi tempi faceva il novero di 400 trierarchi (Senof., _Rep. Aten._; Tucid., II, 24; VI, 31). Demostene così cita la legge: «_Nessuno sia esente dall’armar triremi, fuorchè i nove arconti._ Chi dunque è impotente al carico di trierarca, paga le taglie di guerra: gli opulenti invece danno galee e tributi» (Demost., _C. Lept_.). Dal che si rileva che i cittadini più doviziosi della prima classe (i pentacosiomedimni) avevano benissimo il modo di soddisfare all’obbligo del servizio militare — obbligo comune per tutti a cominciar appunto dai più ricchi (Aristot., _Polit_., V, 2) — anche senza servire nella cavalleria, dove per cavarsi d’imbarazzo li colloca erroneamente, insieme coi cittadini di seconda classe, l’Houssaye, a cui quel passo di Demostene sembra essere sfuggito (Vedi Houss., _Hist. d’Alcib. et de la rep. Ath._, I, pag. 8, nota 1).

[321] Uno dei tanti tribunali d’Atene, il quale adunavasi in un luogo appartato del Pireo detto Freatte (da φρέαρ, _pozzo_, perchè ivi era un pozzo vicino) lungo la spiaggia del mare; e là dinanzi ad esso potevano venire in sicurezza a discolparsi i cittadini i quali, già sbanditi per qualche fatto dalla patria, fossero stati, mentre durava ancora il bando, accusati di qualche delitto nuovo. «L’accusato facendosi presso, ma non toccando terra, dal bordo della nave si discolpa: i giudici dal lido odono e giudicano: quegli, se convinto, è sentenziato a castigo condegno; se immune, ritorna all’esilio» (Demost., _Contro Aristocr_.). Narrasi che Teucro fosse stato il primo a discolparsi in questa guisa dell’uccisione di Aiace in presenza di Telamone (Paus., _Attic._, 28; Poll., VIII, 10; Potter, _Arch_.).

[322] Imprecazione d’uso che precedeva i pubblici giudizj in Atene. Come è noto, i giudici eliasti e i senatori prestavano giuramento di esercitare secondo coscienza il loro ufficio: «or quando — prosegue Demostene — non ira, non furore, non altra rea passione detta a me giudice il suffragio, io son fedele al giuramento. Fui ingannato? è iniquo punirmi. Ho mentito a posta? Ne andrò maledetto. _E perciò l’araldo in ogni adunanza impreca non agli ingannati, ma agli ingannatori o del Senato o del popolo o dei giudici_» (Demost., _Contro Aristocr_.).

[323] Le _Eumenidi_, od _Erinni_ vendicatrici (_Furie_), avevano altari in Atene dai tempi antichissimi, ed eran chiamate per antonomasia le _Dee Venerande_ come protettrici della città (Vedi Eschilo, _Eumen_.; Tucidide, I, 125).

[324] Infausto augurio. Reputavasi invece augurio felice se, mentre faceansi i sacrificj, comparivano aquile volanti a destra (Vedi Omero; Eschilo, _Agam_.).

[325] «Il mare si va rabbuffando... i venti minacciano metter l’onde sossopra... e gli intendenti degli astri dicono che stia per nascere in cielo il Toro. Per lo che coloro che vogliono evitar i pericoli della burrasca si ritirano in salvo» (Alcifr., _Lett_., I, 10). Le sette Jadi, che fanno parte della costellazione del Toro, al loro nascere e al loro tramonto apportano piogge e tempeste.

[326] «In progresso di tempo, sentito avendo (Alcibiade) che gli Ateniesi condannato aveanlo a morte, _Ma io, disse, mostrerò ben loro che sono ancor vivo_,» ἄλλ’ ἐγώ δείξω αὐτοῖς ὄτι ζῷ (Plut., _Alcib._).

[327] _Nella recita, per l’effetto scenico, cala la tela a questo punto._

[328] _Invocar l’aiuto di Crateide_, Κράταιιν σωστρεῖν (ἐπικαλέσασθαι), starsene al primo danno, prima che non capiti di peggio (Alcifr., _Lett._, I, 18). Modo proverbiale, attinto da Omero, dove Circe ammonisce Ulisse che, invece di vendicare i compagni divoratigli da Scilla, il mostro marino, preghi Crateide madre del mostro a interporsi perchè non glie ne siano divorati degli altri (Omero, _Odiss._, lib. XII, v. 124). Superfluo notare che Lamaco parla sulla spiaggia siciliana, cioè in vicinanza di Scilla.

[329] Rozze e povere eran tutte le abitazioni spartane; poichè Licurgo «_cacciò via tutte le arti che troppo squisite erano ed inutili:_» sicchè «_soltanto_ i mobili di uso continuo e _indispensabile_, come le tavole e le sedie, erano presso gli Spartani lavorati con perfetto artificio.» E fra le leggi da Licurgo poste per bandire da Sparta la sontuosità ed il lusso, «altra ve n’era con cui ordinavasi che ogni abitazione avesse i palchi fatti colla scure, e le porte lavorate solamente colla sega, nè che adoprato vi fosse strumento veruno. Imperocchè Licurgo pensava che una sì fatta abitazione non lasciasse luogo nè a lusso, nè a magnificenza. Nè v’ha certo alcuno sì goffo e inconsiderato che in abitazione semplice e triviale portar voglia letti co’ piedi di argento e coperti di porpora e vasi d’oro ed altre sontuose suppellettili a queste corrispondenti: ma è necessario che tutto sia proporzionato e all’abitazione corrispondano gli arredi. Per una tal costumanza dicesi che Leonida il vecchio, cenando in Corinto e veggendo il tetto della casa ben laqueato e di grande spesa, interrogasse l’ospite suo _se presso di loro nascevano i legni lavorati e riquadrati_» (Plut. in _Licurgo_. — Cfr. Plut., _Reg. apof._, p. 125; _Lac. ap._, 222; Müller, _Dorier_, lib. IV, c. 1).

[330] στιβάδα chiamavano gli Spartani i giacigli di giunchi e di foglie su cui dormivano: «fatti da loro medesimi, con rompere colle mani e senza servirsi di ferro alcuno, le cime delle canne che nascono lungo le rive dell’Eurota: nel verno poi mescolavano con tali foglie quelle di una specie di cardi, chiamati licofoni, sembrando che tal materia avesse un non so che di calido» (Plut. in _Licurgo_ e _Apoft. Lac._).

[331] Il _cóton_ era il bicchiere dei guerrieri spartani: specie di ciotola di terra cotta, ad una sola ansa. «Molto celebre a Sparta era quella ciotola detta _cóton laconico_, principalmente per l’uso che, al dir di Crizia, ne facea la soldatesca: imperocchè quelle acque che per necessità si beveano, e che al solo vederle erano schifose e recavan disgusto, nascoste venivano dal color di quel vaso» (Plut. in _Licurgo_. — Cfr. Scoliaste di Aristof. nei _Caval._ e nella _Pace_; Polluce, VI, 16; Ateneo, XI, 483; Senof., _Cirop._ — Meurs., _Misc. Lac._, I, 14).

[332] Vedi quadro III, nota 39.

[333] Euribate fu ladro astutissimo: messo in prigione, insegnò a rubare perfino a’ suoi carcerieri. Indi passò tra’ Greci il suo nome in proverbio. «_Neppure Euribate, quel ladro famoso, osò tanto_» (Aristen., _Lett._, I, 20). Dicevasi anche _azione da Euribate_, Εὐρυβάτου πράγμα. «_Questo è un agire da Euribate, non da cittadini, non da gente onorata_» (Demost., _Corona_). — Ed Eschine: «_Nè Frinonda_ (altro ladro famoso), _nè Euribate, nè altri degli antichi furfanti furono prestigiatori e ciurmadori come costui_» (Esch., _C. Ctesif._) — Cfr. Platone, _Protag._, c. 16; Alcifr., _Lett._, III, 20; Lucian., _Aless._, 4; ed Erasmo, sulla frase proverbiale, εὐρυβατύεσθαι (_agire da Euribate_).

[334] _Platanisto_ (πλατανιστάς) era a Sparta il luogo di esercizio per la gioventù, derivante il nome dagli altissimi e folti platani che l’ombreggiavano. Il fiume Eurota e il ruscello Euripo vi scorrevano intorno, formandone come un’isola, alla quale mettevano, per un ponte ciascuna, due strade: nell’una era il simulacro di Ercole, nell’altra l’effigie di Licurgo. — Nel Platanisto avevano luogo le manovre e i combattimenti degli efebi (ossia dei giovani spartani dai diciotto ai venti anni) (Paus., _Lacon._; Luc., _Ginnas._; Teocr., _Idill._, 18. — Meurs., _Misc. Lac._, II, 13; IV, 15).

[335] _Silfio_, erba adoperata dai Greci e in ispecie dagli Ateniesi per condimento comunissimo e quasi indispensabile nelle vivande della loro cucina. La più credibile opinione moderna è ch’ella fosse l’_asa fetida_ dei botanici. Specialmente dal sugo condensato, estratto dai fusti e dalle radici, preparavasi quella specie di gomma resinosa dai Greci chiamata _silfio_ (σιλφιος) e dai Romani _laserpitium_. Le alture di Cirene erano coperte di questa pianta, che formava un oggetto d’esportazione lucrosissimo pei Cirenei (Vedi Ateneo, I, 28 d; IV, 170, e VII, 311 c; 322 d; XIV, 623 b).

[336] _Maza_ (μᾶζα, o in dorico μὰδδα), specie di pane o di focaccia, di color nero, fatta di farina di frumento: ch’era, insieme col famoso _brodo nero_, il cibo ordinario nazionale degli Spartani. Infatti ai banchetti pubblici (_fidizj_) non mangiavasi altro che maza e brodo nero. — La maza rimase anche nei tempi posteriori, del dominio romano, il cibo ordinario delle classi povere di Sparta (Plut. in _Agide_, in _Alcib._ e _Apoft. Lac._, 230 f; Aten., II, 60; IV, 161; III, 115 a; XIV, 636; Aristof., _Caval._, 1104, 1165; _Acarn._, 834; Lucian., _Timone, Navig., Epist. Sat._; Platone, _Repub._, II, 372).

[337] _Osservare i tonni_, θυννοσκοπεῖν, diceasi proverbialmente per _adocchiare con avidità ed intenzione molto intensa_ qualche cosa. — Su alte rupi collocavano i pescatori di tonni le lor sentinelle, a spiar di là attente giù nella marina quando e da che