Chapter 9 of 23 · 1368 words · ~7 min read

parte il

suo primo bando, Socrate la sua condanna di morte. Per accuse di reato di religione (di aver profanati i misteri, o messo in dubbio l’esistenza degli Dei, ecc.) furon pure processati e condannati, com’è noto, il tragico Eschilo, e i filosofi Anassagora, Diagora di Melo, e Protagora e Prodico di Ceo. Nè dai pregiudizj religiosi andavano esenti spesso le menti più illuminate, perchè sappiamo di Senofonte che fu superstiziosissimo, e lo stesso seriissimo Tucidide accenna agli eclissi come a segni precursori di disgrazie (_Tucid._, I, 23). — Vedi ancora su questo proposito dello spirito superstizioso e delle pratiche di superstizione tra gli ateniesi, i frammenti caratteristici che ci restano di diverse commedie di Menandro, in ispecie del _Superstizioso_ (Δεισιδαίμων) presso Clem., Alex., _Strom._, VII; del _Trofonio_, presso Stob., 98; del _Misogino_, presso Strab., VII, 297; della _Sacerdotessa_ (Τέρεια) presso Giustino, _Monarch._, 29, ecc.

[138] Si accennano alcune superstizioni del volgo ateniese. Il buccinar delle orecchie, l’incontro di una donnola, di un epilettico, di un pazzo, ecc., eran tenuti per infausti presagi (Teofrasto, _Caratteri_, XVI; Aristofane, _Eccles_.; Elian., _Var. St_., IV).

[139] Sgombratori o fugatori o _scacciatori dei mali_ ἀποτροπαῖοι, ἀποπομπαῖοι, ἀλεξίκαια chiamarono i Greci Ercole, Apollo e Polluce siccome divinità incaricate di allontanar dagli uomini i mali imminenti. Erano gli _averrunci_ dei Latini. Si sagrificava loro una agnella; e specialmente ricorrevasi alla lor protezione, se appariva qualche segno o presagio infausto (Senofonte, _Simpos_., cap. III; Alcifr., _Lett_., III, 47, 53; Pausan., _Corint_., II, 11; Platone, _Leggi_, IX, 854, a.).

[140] Superstizione ateniese (Teofrasto, _Caratt._, XVI).

[141] Scosse di terremoto, e tuoni e lampi — presagi infausti (Aristof., _Eccles_.; Eschilo, Sofocle, Omero, ecc.).

[142] _Atenapólia_, o _Minerva Poliade_, altro dei soprannomi di Minerva quale protettrice della città di Atene, ove le era dedicato, in cima all’Acropoli, il tempio del Partenone. Ivi era la statua della Dea armata dell’asta e dello scudo, capolavoro di Fidia; alta ventisei cubiti, tutta d’oro e d’avorio, coperto il capo di un elmo sul quale era una sfinge (Vedine la descrizione in Pausan., _Attic_., I, 24). In faccia al tempio era un antico ulivo che la tradizione popolare voleva piantato dalla stessa Minerva: ed era tenuto per sacro: di ramoscelli di essi si premiavano i vincitori nelle feste Panatenee (Meurs., _Them. Att_., II, 36).

[143] Lampone, indovino di Turio, menzionato da Aristofane (_Uccelli_, v. 521, 988).

[144] «_Vo’ irmene ad alcun di coloro che appo il tempio di Bacco tengono esposte le tabelle e promettono di spiegare i sogni_» (Alcifr., _Lett_., III, 59). — Anche di Lisimaco, nato da una figlia di Aristide, si narra che con una certa sua tabella interpretava sogni in Atene presso il tempio di Bacco (Plutarco, _Arist_.). — È nota l’importanza grande che i Greci annettevano ai sogni; indi il gran numero di sogni famosi presso gli scrittori, come il sogno di Aristodemo, il sogno di Socrate, di Alcibiade, di Epaminonda, di Agesilao, ecc.

[145] Sono due di quelle parole magiche che i Greci solevano chiamare _lettere efesie_ — ἐφέσια γράμματα — delle quali usavano indovini e ciurmadori per prendere a gabbo la credulità delle donnicciuole e delle persone superstiziose; sulla derivazione delle quali, e sul cui significato, osserva il Wieland, sono state scritte con molta filologia molte cose vane. Diceansi _lettere efesie_ perchè la cintura e la corona della statua di Diana in Efeso eran tutte sparse di simili parole e segni cabalistici, con cui gli indovini e preti mendicanti e mercanti d’amuleti (προβασκάνια) spacciavano di allontanare i mali spiriti, scongiurar le imprecazioni dei nemici, ecc. Cfr. Platone, _Repub_., II, 364.

[146] Socrate quasi mai portava sandali (Plut., _Simp._, II; Aristof., _Nubi_); austerissimo in tutto il suo vestire. Per altro, come questo era in lui semplicità virtuosa del costume, e non ostentazione, così egli era ben lontano dalla rozzezza e dal sudiciume di Antistene e de’ Cinici: e se recavasi in una casa ammodo, vi andava senza ricercatezza, ma ben vestito — λαμπρά ἠμπίσχετο — (Diog. Laerz., _Socr_.): e così Apollodoro incontra Socrate che si reca (_Simp_., II) tutto pulito, _lavato_ e, contro il solito, _calzato di sandali_ — λελουμένον καὶ τὰς βλαύτας ὑποδεδεμένξν — al banchetto di Agatone.

[147]

Ὅτι βρενθύει τ’ἔν ταῖσιν ὀδοῖς καὶ τὼ’ φθαλμὼ παραβάλλεις Κανυπόδητος κακὰ πολλ’ ἀνὲχει κὰφ’ ἤμιν σεμνοπροσωπεῖς. (Aristof., _Nubi_, v. 362-3)

[148] Salvo l’esatto adempimento de’ suoi doveri di cittadino, Socrate astenevasi dalla vita pubblica, dai tribunali e dalle assemblee (Plat., _Apol_., I, XIX, XX). Il suo solito _demone_, egli diceva, _lo aveva sempre trattenuto dallo immischiarsi nelle brighe di Stato_: in fondo egli sentiva dentro di sè che il campo del suo grande apostolato era altrove; e che non era già tra le ciancie e i litigi dei venali Eliasti, nè tra il cozzo delle passioni meno nobili e dei bassi intrighi disputantisi il campo nell’assemblea, ch’egli poteva sperare di far udire utilmente per la repubblica i consigli della sua sapienza e delle sue virtù. — Una sola volta, com’egli potè ricordarlo con orgoglio davanti a’ suoi giudici, egli prese la parola nelle cose della repubblica: e fu per opporsi, indarno, alla iniqua condanna dei capitani vincitori alle Arginuse (_Apol_., XX).

Un’altra missione nella sua città stava innanzi alla mente di quel giusto. «In un tempo, scrive il Wieland, in cui nessuno sembrava accorgersi come la depravazione sempre crescente degli antichi costumi andava approssimando lo Stato alla sua perdizione; in un tempo in cui il troppo rapido passaggio dall’aurea mediocrità di altra volta al culmine di potenza e di ricchezza a cui Pericle avea spinta la repubblica, apriva agli invaniti Ateniesi prospettive così luminose da farli dimentichi di ogni moderazione, nè più sognar d’altro che di dominio universale, e illimitato aumento di possessioni e di tributi; in un tempo in cui un uomo di vista così lucida e di così sano giudizio, com’egli era, poteva presentir facilmente che una terribile tempesta si andava formando per piombar sopra Atene, e che ben tosto sarebbesi presentata l’occasione in cui l’universale penuria di virtù morali e politiche avrebbe dovuto farsi profondamente sentire colle più funeste conseguenze; — in siffatto tempo offrir sè medesimo, nei pensieri e nelle massime, con la voce e con le opere, qual esempio di tutte le domestiche e civili virtù, per trarre a sè con l’incentivo delle sue maniere soavi la gioventù della classe più cospicua, e formarla a poco a poco a pensamenti e principii conformi, questo innegabilmente era il servizio maggiore che un uomo prestar potesse alla patria: e l’unico uomo che il _voleva_ e lo _poteva_ era, anzi fu... Socrate» (Wiel., _Aristippo_, I, lett. 6).

[149] In tutta questa parlata di Diocare, il cointeressato de’ sacerdoti, cerca raccogliere i giudizj e le dicerie che correan per Atene sul conto di Socrate, a quest’epoca del dramma (415 av. l’E. V.), cioè nove anni dopo la rappresentazione delle _Nubi_ e quindici anni prima dell’accusa di Melito: giudizi e dicerie che, accreditate, checchè se ne dica, e sia pure involontariamente, dalla satira di Aristofane, avvalorate dalla credulità, dalla ignoranza e dalla sorda guerra dei demagoghi, dei sofisti, dei sacerdoti e di tutti coloro che la ironia di Socrate aveva irritato o pei quali la sua persona era un’accusa e un rimprovero vivente, dovevano preparar lentamente il terreno a quelle prevenzioni che alla fine presero corpo nel processo e furono le cause della condanna del grande filosofo.

Il metodo stesso di vita di Socrate, apparentemente ozioso, pareva fatto apposta per avvalorare i pregiudizi che cominciavano a circolare tra il popolo in odio suo. Le leggi antiche soloniche, severissime contro l’ozio, cui comminavan l’infamia (Plut. e Diog. Laerz. in _Solone_; Erodoto, II; Polluce, VIII, 6), obbligavano ogni cittadino del terzo e del quart’ordine a esercitare qualche utile ed onesta professione, o a servire immediatamente la repubblica. Nell’opinione degli Ateniesi, Socrate (sebben come soldato avesse fatto il suo dovere a Potidea, ad Anfipoli, a Delio) non faceva nè una cosa nè l’altra: poichè «ch’ei fosse a vedersi ed udirsi giornalmente per tutti i vicoli di Atene e per le pubbliche piazze, e ch’egli andasse da una bottega e da un’officina all’altra a molestar la gente ne’ suoi mestieri con le sue questioni e sottigliezze — come essi le nomavano — ciò non veniva riguardato dal basso popolo e neppure dalla massima