Chapter 7 of 23 · 2059 words · ~10 min read

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una dramma (attica) ch’era moneta di argento, del valor di circa 90 centesimi italiani o poco più.

Variano molto i còmputi degli scrittori circa il ragguaglio delle monete ateniesi. Valutando col Boeckh, ch’è fra i più attendibili, la lira ateniese, ossia la _dramma_ attica, 92 centesimi di franco, offro qui, a schiarimento del lettore, alcune indicazioni:

Un _obolo_ valeva 15 centesimi e 33 millesimi.

L’obolo dividevasi in 8 calchi: ossia il _calco_ valeva qualcosa meno di due centesimi; e tre calchi formavano il _tricalco_, ch’era piccola moneta equivalente al nostro cinque centesimi, o poco più. Dividevasi anche l’obolo in sei denari: ossia il _denaro_ valeva qualche cosa più di due centesimi e mezzo; e ogni denaro in sette _terunzj_ o _minuti_: cioè ogni terunzio valeva poco più di un terzo di centesimo.

Due oboli formavano il _simbolo_ o _diòbolo_, la mercede degli spettacoli. Tre oboli erano il famoso _triòbolo_, la mercede del foro e degli eliasti = L. 0,46. Due trioboli, ossia sei oboli, formavano la dramma = L. 0,92. Quattro dramme formavano la _tetradramma_ = L. 3,68, tipo di monete d’argento, delle quali un buon numero è pervenuto sino a noi. Le tetradramme, di cui le più antiche furono battute al tempo di Pericle, hanno, negli esemplari che ancor ce ne restano, la forma solita quadrata delle monete antiche, e recano da un lato la impronta di Minerva, dall’altra quella di una civetta.

Cento dramme formavano una _mina_ = L. 92. Sessanta mine, ossiano seimila dramme, formavano un _talento_ (attico) — moneta nominale — il quale valeva quindi = L. 5520. E così le entrate di Atene che nel nono anno della guerra peloponnesiaca salivano alla cifra di 2000 talenti, volevano dire la somma di L. 11,040,000. Somma ragguardevole se si ha presente il prezzo altissimo del denaro a quell’epoca in cui il triobolo, ossia i 46 centesimi degli eliasti, rappresentavano una mercede sufficientissima al vitto quotidiano di un cittadino, e in cui i provveditori generali della repubblica erano pagati con due, tre o quattro dramme al giorno (da meno di due a meno di quattro lire).

Oltre le monete attiche, molte altre greche ed asiatiche avean corso sul mercato di Atene. Così la _dramma di Corinto_ e la _dramma di Egina_ che valeva L. 1,53; e l’_obolo di Egina_ che valeva in proporzione la sesta parte, ossia centesimi 25 e mezzo.

Vi era il _bue_, così detto dall’impronta di un bue, che valeva _due dramme_, ossia un _didramma_; il _core_ che valeva _quattro dramme_, ossia una _tetradramma_.

Vi era lo _statere_, moneta d’argento, valutato dal Peyron L. 6,12. Altri fanno lo statere (d’argento) equivalente alla tetradramma.

Lo _statere darico_, ossia il _darico_, era il nostro napoleon d’oro. Valeva secondo gli uni 20 dramme = L. 18,40, secondo gli altri 25 dramme = L. 23. Il darico era moneta di conio persiano, di oro purissimo, e recava l’impronta di un saettiere.

Lo _statere d’oro_, secondo il Volaterrano, valeva quanto la mina, ossia 92 lire.

Il _talento babilonico_ infine valeva un quinto di più del talento attico, ossia invece di 60 valeva 72 mine = L. 6624.

[104] Perchè la povertà non togliesse i proletarj che esercitavano un mestiere e del lavoro di esso campavano, dal frequentar le assemblee del foro e i tribunali; e per servire insieme alle proprie mire di dominio assicurandosi così contro la fazione che lo osteggiava l’appoggio delle classi popolari, Pericle assegnò agli intervenienti alle assemblee la mercede di un _triobolo_ (46 centesimi) per ogni seduta (μισθὸς ἐκκλησιαστικὸς) e così pure stabilì la mercede di un obolo, che venne poi anch’essa elevata a tre, per ogni tornata (μισθὸς δικαστικὸς) a coloro che sedevano giudici nei tribunali o _dicasteri_ della Eliea. In appresso Pericle completò questo suo sistema di largizioni che asciugavan l’erario, ma gli cattivavano il favor popolare, coll’aggiungere anco la mercede di _due oboli_ per li spettacoli (θεωρικὸν) e il soldo militare. — E la smania di passar il tempo nei tribunali e nelle assemblee, non tardò a divenire una caratteristica delle classi povere in Atene, acremente satireggiata da Aristofane nelle sue commedie e specialmente nelle _Vespe_. In quella de’ _Cavalieri_ Aristofane chiama il popolo _confraternita di triobolisti_. Indi Senofonte scriveva: «la _plebe ambir soltanto quelle magistrature che fruttavanle qualche obolo_,» e Aristotile: «_Mercedi, ozio e desiderio di assembrarsi esser cose connesse fra di loro_» (Senof., _Rep. Aten._, I, 3; Aristof., _Polit._, IV, VI): e Socrate infine chiamar, come vedemmo, il popolo, _chiacchierone ed ingordo di salarj_ (Plat., _Gorgia_).

[105] _Eliasti_ o _dicasti_ erano i _giudici_ cittadini, ovvero i nostri _giurati_: e giudicavano così delle cause criminali come delle civili. Traevano il nome ἠλιασθαί da ἠλιος _cielo_, perchè giudicavano a cielo aperto. Si sceglievano ogni anno a sorte in numero di _seimila_, (ossia in ragione di 600 per ciascuna delle dieci tribù) fra i cittadini di tutte le classi, che avessero raggiunta l’età di trent’anni. Di questi seimila, che formavano complessivamente la Eliea, cinquemila venivano, pure a sorte, ripartiti in _dieci dicasteri_ o _corti di giustizia_ di 500 eliasti ciascuna: gli altri 1000 funzionavano da _giurati supplenti_ pei casi di assenza, morte, malattia, ecc., durante l’anno. Nei dì di seduta, tutti gli eliasti convenivano in piazza, ossia nell’_agora_, e là il tesmoteta indicava a quale dicastéro o corte era assegnata la tal causa, sicchè alla vigilia del processo gli accusati interessati ignoravano da quali giudici sarebbero giudicati. Le sedute delle corti di giustizia si tenevano sotto la presidenza di uno dei tre primi arconti o di uno dei tesmoteti, secondo la rispettiva sfera di competenza di quei magistrati; per gli affari militari si tenevano sotto la presidenza degli strategi. I magistrati presidenti avevano il carico dell’istruttoria delle cause, su cui il voto dei 500 eliasti, udite le parti e le difese, decideva (Meyer e Schömann, _Der attische Prozess_).

[106] _Nottole del Laurio, civette del Laurio_ (γλαῦκες λαυριοτικαὶ, Aristof., _Uccelli_), chiamavan gli Ateniesi, con frase scherzevole, le monete di argento che recavan l’impronta di una nottola, ed erano coniate coll’argento delle miniere del Laurion. Negli _Acarnesi_ Aristofane chiama anche _tre cuculi_, κοκκυγές τε τρεῖς, i tre oboli della paga del foro.

[107] Modo greco proverbiale nato dall’apparir delle rondini come nunzie della fine dell’inverno e portatrici della bella stagione: con che significavasi il voto di un mutarsi in meglio della sorte. Così Mnesiloco invoca l’apparir della rondinella nelle _Tesmoforie_ di Aristofane.

Ancor oggi la _canzone delle rondinelle_, di cui parlan gli antichi, viene intonata il primo di marzo, scrive l’Ampère, dai fanciulli greci, e a Rodi i garzoncelli cantano ancora: «È venuta, è venuta la rondinella, che mena la bella stagione! Aprite, aprite la porta alla rondinella!» (Cfr. Ampère, _Poesia greca in Grecia_).

[108] Ossia del borgo o demo di Sunio. Vedi in proposito la nota 55 dell’atto primo.

[109] La mercede di Pericle aveva sedotto in particolar modo, come accennammo, i cittadini artigiani dell’ultima classe, i quali trovavano più comodo seder nell’assemblea che sudar nella bottega. Senofonte fa dire a Socrate nei _Memorabili_ (III, 7) che il foro riboccava di «_lavoratori, calzolaj, fabbri, agricoltori, mercanti_, ecc.» E Platone, per bocca ancora di Socrate, annovera fra coloro che dan consigli alla città nell’assemblea _architetti, fabbri ferraj, calzolaj, mercanti, nocchieri_, ecc. (_Protag._, X).

[110] Questo chiacchierio sfaccendato dei popolani sciupanti il tempo in piazza a domandarsi le notizie della giornata, dava terribilmente sui nervi al buon Demostene. «Mentre Filippo sfida armi, fatiche, cimenti, non perde occasioni nè tempi, noi Ateniesi invece _impigrire e sfaccendati per piazza domandarci l’un l’altro: che c’è di nuovo?_ ἡμεῖς δὲ... οὐδὲν ποιοῦντες... καί πυνθανόμενοι κατὰ τὴν ἀγοραν εἴ τι λέγεται νεώτερον (Dem. _Sulla lettera di Filippo_). E altrove: «_Volete forse baloccando in giro su per la piazza domandarvi: che nuova c’è?_ περιιόντες... πυνθάνεσθαι κατὰ τὴν ἀγορὰν λεγεταὶ τι καινὸν. Qual nuova più strana che un uomo macedone debelli gli Ateniesi?» (Demost., _Filipp._, I).

[111] «_Come van sempre peggio i fatti miei, alla foggia, com’è il proverbio, di Mandràbulo_» (Alcifrone, _Lett._, I, 9). Modo proverbiale originato da certo Mandrabulo, il quale avendo trovato un tesoro, offerse il primo anno a Giunone Samia una pecora d’oro, il secondo una d’argento e il terzo una di bronzo, il quarto nulla (Vedi Luciano, _De merc. conduct._, e Suida).

[112] Usavano mettere in bocca il danaro «_Quando torno a casa, la mia figliuola, chiamandomi babbo, mi trae i tre oboli di bocca_» (Aristof., _Vespe_).

[113] _Per i dodici Dei._ I dodici Dei maggiori, compresi da Ennio nel suo distico:

_Juno, Vesta, Minerva, Ceres, Diana, Venus, Mars,_ _Mercurius, Jovis, Neptunus, Vulcanus, Apollo,_

avevano nella piazza Ceramica d’Atene un’ara ad essi dedicata, perciò detta δωδεκάθεον, e invocavansi spesso nelle esclamazioni.

[114] «_Dimmi, o padre, se oggi l’Arconte non terrà giudizio, come mai ci compreremo noi da pranzare?_» (Aristof., _Vespe_).

[115] A ogni novilunio, cioè al cominciar d’ogni mese, i ricchi usavano far le lustrazioni, ossia purificar le loro case: e i cibi che si trovavano avere, per non li buttar via, li esponevano nei trivj, dove Ecate adoravasi, in offerta a quella Dea; e diceansi: _cene di Ecate_, o anche appunto _cibi lustrali_. Per lo più consistevano tali offerte in uova e in cacio. Appena poi gli offerenti partivano, quelle vivande venivano dai poveri involate. «_Si può interrogar Ecate, se sia meglio arricchire od aver fame: poichè ella dice che i doviziosi debbono ogni mese venirle a imbandire la cena, e i poveri rapirla prima che sia imbandita_» (Aristof., _Pluto_, v. 594 seg. Cfr. Luciano, _Dial. dei morti_, 1, 22; e il _Tragitto_). Nelle lettere di Giuliano son chiamate _cene di Ecate_, τῆς Ἑκάλης δεῖπνον, là ove è detto che lo stesso _Teseo non disprezzò una cena di Ecale, ossia una magra cena, e contentossi del poco per necessità_ (Giul., _Epist._, 40). Ma Ecale dev’esser error di copista. — Il comico Antifane, presso Ateneo, VII, 313, chiama scherzosamente _cibi di Ecate_, Ἑκάτης βρώματα, alcuni pesciolini minutissimi, tanto minuti da non esserci niente da mangiare.

[116] _Le nove Cannelle_, ossiano l’_Enneacrùno_, erano una fontana pubblica di Atene, che dava acqua da nove bocche. Fu fatta costruire da Pisistrato e diceasi da principio _fontana di Calliroe_; sotto il qual nome è ricordata in Tucidide (III, 15). Di essa si servivano gli Ateniesi per le lustrazioni ed altri usi sacri: e i poveri v’andavano a bere. «_Se alcun non m’invita, dovrò andar cogliendo erbe ed empiere il ventre bevendo all’Enneacrùno._» — Così un parassito in Alcifr., _Lett._, III, 49. Intorno alla storia di Calliroe e all’altra fontana nell’Acaja dov’ella venne ad uccidersi e che da lei prese il nome, vedi Pausania, _Acaja_, 21.

[117] Sulla mania dei giudici ateniesi di condannare, vedi Aristofane, _Vespe_.

[118] Cfr. Aristof., _Vespe_, v. 301.

[119] Imposta principale, e pressochè unica, pei cittadini di Atene (astrazion fatta dalle _liturgie_, cioè spese dei cori, dei giuochi sacri, delle triremi, ecc., a carico dei ricchi), fu da principio quella sulla proprietà fondiaria, la quale appunto servì di base alla ripartizione solonica delle quattro classi. Era del _cinquantesimo_ sull’_estimato_, il quale però diminuiva di classe in classe, rendendo così l’imposta in parte progressiva. _Prima_ classe: proprietà fondiaria 6000 dramme (rendita netta 500 dramme, estimo 6000) imposta 120 dramme. _Seconda_ (_Cavalieri_): proprietà fondiaria 3600 (rendita netta 300 dramme, estimo 3000), imposta 60 dramme. _Terza_ (_Zeugìti_) proprietà fondiaria 1800 (rendita netta 150, estimo 1000) imposta 20 dramme. Quelli dell’ultima classe pagavano ancor meno o niente, se non possedevano terra.

Il resto delle entrate della città era formato dal tributo degli alleati, dalle rendite delle terre pubbliche date a pigione, dai pedaggi, dazi e tasse di commercio che erano per lo più a carico degli alleati e forestieri, dalle decime sui fondi sacerdotali, dati a usufrutto, dalla tassa di protezione che pagavano i meteci (12 dramme a testa), dalla tassa di tre oboli per ogni schiavo e dal ricavo delle multe giudiziarie.

Ma cresciuti i bisogni per la guerra del Peloponneso, nè i 400 talenti (L. 2,208,000) di entrata interna che davano al tempo di Pericle quelle imposte cittadine, nè gli altri 600 di entrata esterna che si ricavavano dai tributi sulle città confederate, più non bastarono ai vuoti dell’erario: e per la prima volta, nel quarto anno della guerra, i cittadini dovettero imporsi una nuova tassa di 200 talenti (Tucid., III, 19) aumentando verisimilmente insieme anche il tributo de’ confederati. Successivamente altre tasse indirette si introdussero, e così anche quelli dell’ultima classe, che l’imposta solonica non aggravava, portarono la loro