Chapter 8 of 23 · 2929 words · ~15 min read

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pesi. Qui appunto si citano fra i nuovi carichi la tassa del _quarantesimo_ introdotta da un Euripide fratello del tragico e menzionata in Aristof., _Eccles._; quella dell’_un per cento_ accennata in Aristof., _Vespe_: e le straordinarie ossiano le _sopradonazioni_ o _giunte_ (ἐπιδοσεῖς) che votavansi dall’assemblea, in fuori delle consuete, nelle urgenti strettezze dello erario (Teofr., _Caratt._, XXII; Demostene le chiama προσκαβλήματα, _C. Timoc._).

Mercè i nuovi carichi e l’aumento dei tributi sui confederati, le entrate complessive della Repubblica poterono salire, nel decimo anno della guerra del Peloponneso, quando Aristofane scrisse le _Vespe_ (ossia già sei anni prima dell’epoca di questa scena) alla cifra di 2000 talenti (11,040,000), di cui 800 di entrate interne, e 1200 di esterne.

Dalla spedizione di Sicilia soltanto comincia la rovina delle finanze ateniesi; oltrechè la impresa assorbì somme enormi, i disastri che seguirono, portando le defezioni dei confederati, diminuirono ogni dì più le entrate esterne: sicchè più tardi, dopo il governo dei Trenta, si trova Atene in conflitto coi Tebani, perchè non è in grado di pagar loro due talenti dovuti! Ai tempi di Demostene, perduta gran parte dei dominj del mare e perduta l’egemonia, le entrate eran scese sino ai 130 talenti: e Demostene si compiaceva che fossero risalite a 300 e 400 (Demost., _Filipp._, IV).

[120] Gli interessi dei debiti si pagavano al novilunio, cioè al 30 ed ultimo del mese, il qual tempo era detto «_vecchio e nuovo giorno_» ἔνη καὶ νέα nelle citazioni dei creditori: cioè l’ultimo di una lunazione e il precursore di un’altra. Vedi Aristof., _Nubi_.

[121] Sui lamenti dei popolani ateniesi contro le concussioni e i ladronecci dei magistrati e capitani della repubblica, vedi Aristofane nelle _Vespe_, nei _Cavalieri_, negli _Acarnesi_. A questi lamenti non v’era altro ad opporre se non che i venalissimi eliasti popolani erano intinti della stessa pece: chè del resto la corruzione e i brogli e le ruberie nel maneggio dei pubblici affari e dei pubblici denari — di cui parlasi in questa e in altre scene del dramma — e che le leggi soloniche _ab antico_ punivano di infamia e di morte — all’epoca di Alcibiade erano affatto all’ordine del giorno. Indi Isocrate si lamentava: _Noi curiam così poco le leggi, che mentre esse puniscono di morte chi fu convinto di corruzione, noi quelli che spargono palesemente il denaro, li facciam generali_ (Isocr., _De pace_). Nei _Cavalieri_ Aristofane fa dire dal demagogo Cleone al salsicciajo: _Io confesso di esser ladro e tu nol confessi_: e il coro a Cleone: _tu adocchii i nostri tributi come i pescatori dall’alto di uno scoglio adocchiano i tonni_: e poi il coro nelle strofe lamentando i tempi passati: _nessun mai de’ condottieri_ (al tempo degli avi) _chiese mai di nutrirsi come ora a spese pubbliche_. — Un po’ più tardi udrem Demostene discorrere de’ suoi tempi per nulla dissimili: «Chi più offende la patria, o il bifolco e il tapinello che per figliolanza e domestiche necessità mancarono ai tributi, o chi nelle taglie riscosse e negli averi degli alleati diede di piglio?... Perchè, o malvagio, tu che da più di trent’anni maneggi la repubblica e in questo mezzo la vedesti rubata or da molti capitani, or da molti oratori, non li accusasti?... Ne volete la ragione? perchè tutti si spartono la preda, tutti si divorano le esazioni ed insaziabili pelano e scorticano la repubblica» (Demost., _C. Androz._).

[122] A Minerva i capitani eran tenuti ad offerire — e deponeasi nel tesoro della Dea sopra l’Acropoli, — la decima parte delle spoglie prese ai nemici. — «E non son ladri costoro che diedero di piglio nello erario sacro, nelle decime di Minerva, nelle cinquantesime degli altri Iddii? Anzi il lor sagrificio è di tutti più orribile, chè non deposero nell’Acropoli il dovuto denaro» (Demost., _C. Timocr._).

[123] «Era il _Pritaneo_ un luogo sacro nella rocca di Vesta, dove era perpetuamente acceso il fuoco. Ivi si conservavano le leggi di Solone, e si forniva vitto quotidiano a coloro i quali avessero ottimamente meritato della repubblica, o che la città volesse onorare, onore giudicato grandissimo tra i Greci» (Ast., _Note al Protagora_ di Platone). Era presso i Greci quello che Tito Livio chiamava il _penetrale urbis_ (XLI, 40), e che noi chiameremmo la _casa del Comune_, il palazzo municipale. Nel Pritaneo stava l’altare degli Dei patrono della città e il fuoco appunto vi ardeva perpetuamente ad imagine del fuoco acceso nelle case private sul domestico altare agli Dei penati. Oltre alimentarvi coloro ch’eran nudriti a spese pubbliche, nel Pritaneo la città esercitava l’ospitalità verso i forestieri illustri, ed ivi pure radunavansi i Pritani, i magistrati, gli amministratori del Comune. Il Pritaneo insomma era il simbolo esterno della grande aggregazione, della grande famiglia dei cittadini, e significava che una città aveva amministrazione propria e indipendente.

Son note le parole con cui Socrate inviperì i suoi giudici, allorchè, sentenziato colpevole e invitato, a tenor di legge, a dichiarare qual pena ei credesse applicabile a sè, rispose: _quella di essere nutrito a spese pubbliche nel Pritaneo_ (Plat., _Apol._, 26).

[124] γηγενέις, αὐτόχθονες, _autóctoni, indigeni, aborigeni, generati dalla terra_: epiteto quasi di nobiltà che davano a sè stessi gli Ateniesi.

Sull’orgoglio degli Ateniesi per la loro origine dal suolo, della quale frequente si vantavano, vedi Platone, _Menesseno_: «Questa disposizione generosa che vuol la libertà e la giustizia, quest’odio innato dei barbari è inalterabile e radicato fra noi Ateniesi, perchè noi siamo di origine puramente greca, e senza mistura coi barbari. Da noi nessun Pelope, nè Cadmo, nè Egitto, nè Danao, nè tanti altri veri barbari di origine, greci soltanto per la legge. Il puro sangue greco scorre nelle nostre vene, senza mistura di sangue barbaro; da qui nelle viscere stesse della repubblica scorre l’odio incorruttibile a tutto ciò che è straniero» (_Ibid._); e Aristofane nelle _Vespe_: «_Attici siamo_ noi, dalle aguzze diretane parti, _di vera nobiltà noi soli ornati, di questo suolo antichi figli_» Cfr. Luciano, _Anacarsi_, — dove Anacarsi dà cortesemente la baja a Solone e agli Ateniesi per questo vanto che si attribuivano di _autóctoni_, ossia _indigeni_. — Platone, nel _Crizia_, narra, che nella spartizione delle terre che fecero gli Dei tra di loro, l’Attica, _siccome terra per natura adatta alla virtù e alla sapienza_, toccò in sorte a Minerva e a Vulcano, i quali _ingenerarono in essa dei buoni uomini autóctoni_. — Così un oratore ateniese diceva con boria a Gelone di Siracusa: _Noi siamo il più antico popolo di Grecia, e soli fra i Greci non mutammo mai patria_ (Erod., VII, 161). — Pericle, nell’orazione funebre, vanta come prima lode di Atene l’aver sempre avuto gli stessi abitatori (Tucid., II, 36). — E un Ateniese, in Euripide (citato da Plutarco, _De exilio_, III): _Noi non siamo già un popolo qua trasportato da straniero paese, ma vi nascemmo autóctoni_. — L’origine vera poi di questo nome può ritrovarsi nella sottile osservazione di Tucidide, che cioè, mentre le altre contrade della Grecia, come la Tessaglia, la Beozia, l’Argolide, per la ricchezza e fertilità del loro terreno, furono continuo oggetto di contese fra le antiche stirpi guerresche, e quindi più di frequente soggette al variar degli abitanti, l’Attica invece, il cui terreno infecondo non destava la gola a nessuno, fu lasciata in pace; e così «_siccome quella che per la sua sterilità andò lungamente immune da rivoluzioni, ebbe mai sempre gli stessi abitatori_» (Tucidide, I, 2. Cfr. Pausan., _Attic._, I, 14).

Vero è che questo vanto di _aborigeni_ attribuitosi dagli Ateniesi sembra singolarmente guastato dalla opinione che _Cecrope_, il loro primo re e fondatore, fosse uno straniero venuto nell’Attica con una colonia dall’Egitto: per cui il vanto di _Cecròpidi_ che Carinade accoppia all’altro di _autóctoni_, potrebbe a questo posto parere in bocca sua imprudente od illogico o fuori di luogo. Su di ciò osservo: che l’antica leggenda attica — _all’epoca del dramma_ — considerava tuttora anche Cecrope precisamente come un re indigeno od autoctono (Κέκρωψ αὐτόχθων, Apollod., lib. III), per lo che si favoleggiò di lui che fosse mezzo uomo e mezzo serpente (simbolo della terra). — Viceversa, l’opinione che Cecrope fosse egizio (registrata da Suida, dallo scoliaste di Aristofane, da Tzetzes, da Cedreno), non sorse che assai più tardi dell’epoca di Alcibiade; e cioè non prima del IV secolo av. l’E. V., quando si notarono alcuni caratteri di somiglianza tra la dea Athene e l’egizio Neith e quando i sacerdoti egiziani ebbero accreditata l’opinione che la Grecia andasse all’Egitto debitrice della sua civiltà religiosa e politica. (Cfr. Müller, _Orcomenos_, pag. 106; Vos., _Antisymbolica_, II, p. 415; e Meursius, _Reg. Athen._ Sugli altri nomi di discendenza con cui gli Ateniesi si chiamavano, vedi più innanzi la nota 85 su Eretteo).

[125] «_È legge che chi si mostrò valoroso consacri tutte l’armi nel tempio_», νόμος τὸν ἀριστα είς ἱερὸν πανοπλὶαν ἀνατιθέναι (Syrianus, _Comm. in Hermog. — Consecrata jam dudum arma deposui_, Calpurn. Flacc., _Decl._, XV). Altra legge prescriveva che chi avesse per tre volte dato prova di valoroso in campo, avesse diritto entro trenta giorni a chiedere quel premio che volesse; e non tanto per cagion d’onore quanto per aver di che vivere, dispensato dal servizio militare. _Ter vir fortis militia vacet_ (Calp. Fl., _l. c._). Indi la frase del _consacrar l’armi_.

[126] Aristof., _Cavalieri_, v. 792.

[127] I Greci s’aiutavano nel far conti, or colle dita, or con pietruzze o sassolini (ψῆφος) detti _calculi_ dai Latini, che distribuiti variamente sul tavoliere rappresentavano le unità, le decine, le centinaia (Teofrasto, _Carat._, XIV; Alcifrone, _Lett._, I, 26).

[128] Il calcolo è di Aristof., _Vespe_, v. 660, e si riferisce all’anno 10.º della guerra del Peloponneso. Cfr. più sopra la nota 23.

[129] Aristof., _Nubi_, v. 859.

[130] Le vesti che si avevano indosso quando si era iniziati ai misteri, dopochè si erano abbastanza usate, fatte logore ed inservibili, si consacravano agli Dei. — Aristofane accenna a questa usanza nel _Pluto_, v. 844.

[131] È superfluo avvertire come, all’epoca del dramma, i _sofisti_ avessero parte grandissima nella vita pubblica d’Atene e nella formazione del carattere ateniese. I sofisti avevano invaso, può dirsi, ogni ramo dell’educazione; alla loro scuola si formavano gli oratori e i magistrati della repubblica. Essi avevano particolarmente contribuito a sviluppare quella sterilizzante ginnastica dell’ingegno, che punto curando la sostanza delle idee, si divertiva a giuocar di destrezza sulle parole; quella smania di parlare per parlare, senz’altro scopo che di dar prova di una puerile abilità dialettica poggiata sullo scambio dei vocaboli; quel destreggiarsi pretenzioso e vuoto della mente non più intesa alla ricerca di un’utile verità morale o di uno scopo nobile e pratico della vita, ma a dar spettacolo di sè a sè medesima, in un continuo giuoco di bussolotti del discorso, in confusioni ridevolmente artificiose tra le idee e i loro segni vocali, in un fuoco di artifizio di garbugli di parole e _calembourgs_. Qui giuocar sulla ambiguità delle parole, là sulle apparenti sinonimie; estendere al senso assoluto il valore accidentale d’una voce; parole a più significati intenderle in una premessa ad un modo, nell’altra ad un altro; dare alle parole che unite hanno un senso, lo stesso disgiungendole e viceversa; tirar conclusioni essenziali dalle più superficiali analogie — e via dicendo. «E più spicca l’assurdo, — scrive lo Zeller (_Gesch. der Philos._, II) — più ridicola è la tesi, più sguaiata è la scipitaggine in che l’avversario è stato preso, tanto maggiore lo spasso e più sonoro l’applauso degli uditori.» Sicchè chi aveva in pronto parecchi di questi garbugli di parole era certo di chiamar gente a sè in piazza, come oggi farebbe un cavadenti in fiera; e Socrate non per nulla loro affibbiava appunto l’epiteto di _ciarlatano, ciurmadore_, γὸης (Plat., _Repub._, X). Naturalmente costoro trovavano spesso anche pan pei loro denti: poichè quelle abitudini ginnastiche del linguaggio generalizzandosi e addestrando insieme le menti a vederne a nudo e impararne gli artificj, era facile trovar nell’uditorio chi ritorcesse i cavilli contro il cavillatore, ripagandolo della stessa moneta.

Questi che abbiamo accennati erano i distintivi caratteristici della filosofia _eristica_, onde il nome di _sofista_ nel senso nobile e antico della parola era venuto man mano assumendo un altro significato. Filosofia della quale si ponno rintracciar le origini nelle sottigliezze e quisquiglie idealistiche della filosofia eleatica di Zenone e di Parmenide, e che ai tempi di Socrate era venuta specialmente in voga per opera di Gorgia, di Protagora, di Prodico, di Ippia, o meglio di una turba di loro colleghi di mestiere, che da essi ritrassero il cavillare sconclusionato e le ridevoli sottigliezze e la vacuità pretenziosa del metodo, senza possederne lo ingegno. È a questa filosofia, dominante nei tribunali, nel foro, nelle piazze, che Socrate opponeva gli attacchi della sua ironia finissima, del suo squisito senso pratico, di quella sua filosofia informata al culto del retto e del vero, che Platone e Senofonte ci tramandarono e che al grande filosofo procacciarono il bel compenso di essere spesso confuso, come nelle _Nubi_ di Aristofane, con quei medesimi che egli attaccava.

Il sofista da me introdotto a parlare in quest’atto appartiene a quella categoria più volgare degli _eristici_: egli porta il nome di uno dei due eristici messi alle strette da Socrate nell’_Eutidemo_; ma i suoi sofismi (qui naturalmente acconciati alla meglio per servire ad un piccolo scherzo comico) accennano alle sottigliezze e negazioni eleatiche sull’_essere_ e sul _divenire_, di cui abbiamo un saggio nel _Parmenide_ e in altri dialoghi di Platone.

[132] Una caratteristica degli _eristici_ era appunto la loro pretesa scienza _enciclopedica_. Ed era naturale: le _idee_, le _cose_, per essi non essendo _nulla_, e le _parole tutto_, niente di più ovvio dello esercitare la loro arte e i loro sproloqui su qualunque ramo dello scibile. Per essi non vi poteva essere nè scienza, nè arte difficile: tutte, per essi, si valevano a un modo, perchè erano tutte eguali davanti alla loro ciarlataneria dialettica: ed essi quindi millantavano di essere dotti in tutte. Alludendo appunto a questo ammasso sconnesso e svariato di cognizioni confuse, Socrate paragonava ironicamente l’arsenale scientifico d’un sofista — ἔμπορος (Plat., _Protag._) — ad un _emporio_. È noto di Ippia che venuto in Olimpia, oltre al vantarsi di insegnare tutto lo scibile umano, e di disputare su qualsiasi argomento, mostrava le sue vesti, l’anello, il sigillo, la profumeria, i calzari, la fascia, e perfino una stregghia, affermando _tutto quello essere lavoro delle sue mani_ (Platone., _Ipp. min._; Cicer., _de Orat._, III, 32). Nell’_Eutidemo_, Socrate, presentando a Clinia i due eristici Eutidemo e Dionisodoro, dice di loro con velata ironia che essi sono sapienti «in cose non da poco ma grandi; sanno di guerra quanto s’appartiene a un buon generale, e i modi di schierare e comandar gli eserciti; capaci anche di mettere uno in caso di aiutarsi da sè davanti ai tribunali.» — Ma i due sofisti gli dan sulla voce osservando che queste per loro le sono inezie, a cui non si applicano che per passatempo: e ch’essi sanno di meglio, e sono in grado d’insegnare anche la virtù (Plat., _Eutid._, II).

[133] Cfr. Aristof., _Nubi_; Plat., _Eutidemo_, II.

[134] Di Protagora — un de’ sofisti che andavano per la maggiore — nel dialogo di Platone che porta il suo nome, è detto ch’ei fosse il primo de’ sofisti a pigliar una mercede delle sue lezioni (Plat., _Protag._, II, III, XXIII); altrove nello stesso dialogo, Protagora medesimo dice: «Io credo poter ajutar chi si sia a diventar un valentuomo, in maniera condegna alla mercede che io esigo, anzi a molto maggiore. Per il che appunto alla riscossione della mercede ho posto questa norma. Appena uno abbia appreso da me, sborsa a un tratto, quando ei voglia, la mercede ch’io domando; altrimenti, andando a un tempio e giurando quel prezzo al quale egli stima gli insegnamenti ricevuti, quello depone.» (_Ib._, XVI). Il che rende inverisimile l’asserzione di Diogene Laerzio (IX, 52) che Protagora riscotesse da ciascun discepolo cento mine (circa 8590 franchi) come l’asserto che Protagora fosse il primo a prender salario è contraddetto dallo stesso Platone, ove narra di Zenone, il sofista eleate, che s’era fatto pagar le lezioni da Pitodoro e da Callia anche lui cento mine ciascuna (Plat., _Primo Alcib._, XIV): lezioni salate.

Comunque sia, all’epoca del nostro dramma, questa retribuzione del _salario_, era un altro dei caratteri che distinguevano la profession del _sofista_, da quella dei _filosofi_, come Socrate, Platone, Aristotile, i quali distribuivano _gratis_ la loro sapienza. _Non esigeva mercede da nessuno_, dice, di Socrate, Diogene Laerzio (_Socr._). E perciò Socrate nel _Protagora_ affibbia ai sofisti il titolo di κάπελος ed ἔμπορος, ossia _mercante al grosso ed al minuto_; Senofonte chiama i sofisti _gente che vendono la sapienza per danaro a chi la vuole_ (_Memorab._, I, 6, 13); e Platone e Aristotile accennano al _pagamento di una mercede_ come ad una specialità distintiva della professione del sofista (ἔμμισθος θηρευτής è chiamato il sofista da Platone nel _Sofista_, e χρηματιστής da Aristot., _Soph., El._, I).

[135] Via d’Atene, ricordata ripetutamente in Alcifrone, _Lett._, I, 39; III, 8. — _Agnone_ era un borgo dell’Attica, della tribù Ajantide.

[136] Dalla famosa e tenebrosa grotta ov’era l’oracolo di Trofonio (presso Lebadia in Beozia) fatta spaventevole a quei che vi entravano dalle fattucchierie dei sacerdoti, era venuto tra i Greci il proverbio che usavasi parlando di uomo scuro in faccia e che non ride mai: _Egli ritorna dell’antro di Trofonio_. Sull’oracolo di Trofonio, vedi Pausania, _Beot._, IX, 39.

[137] La superstizione e il culto dei presagi e degli augurj e la fedele osservanza delle pratiche religiose erano anch’esse qualità _caratteristiche_ del popolo ateniese, nel tempo stesso ch’ei tollerava sulla scena si deridessero — purchè non si negassero — gli Dei. Alla superstizione religiosa, Alcibiade dovette in gran