Chapter 13 of 23 · 1463 words · ~7 min read

libro XIII

, 574 f., Ateneo la chiama _Damasandra_ — ma è evidentemente la stessa persona.

[231] Ετησίαι, venti settentrionali spiranti regolarmente ogni anno, d’estate, nell’Arcipelago, per un determinato numero di giorni. — Appunto venendo dal settentrione, eran favorevoli alle navi che uscendo dal Pireo veleggiassero a mezzodì per la Sicilia (Cfr. Demostene, _Filipp._, I; _Cose del Cherson._) — E Plinio, _Nat. Hist._: «_Caniculae exortum diebus octo ferme aquilones antecedunt, quos prodromos vocant. Post biduum autem exortus, iidem aquilones constantius perfiant, diebus quadraginta, quos Etesias vocant._»

[232] Nei tempi eroici più remoti, secondo vediamo in Omero, usavano porsi a tavola, come ai dì nostri, seduti: ma all’epoca del dramma nostro e, in generale, nei tempi storici, dalle guerre persiane in poi, troviamo ormai dappertutto sottentrata fra’ Greci l’usanza di coricarsi sdrajati sui letti. Solo faceano eccezione, insiem coi ragazzi, le matrone e le fanciulle, e in genere le donne di famiglia (ἔλευθεραι), le quali sedevano a tavola sopra sedie a spalliera (Welcker, _alte Denkm._, II, 240) e per lo più lontane dai mariti; invece le _etére_ e le cortigiane in genere, che rallegravano i simposj maschili, usavano coricarsi anch’esse sui letti a fianco degli uomini (Winckelmann, _Monum. ined._, 200. Cfr. Alcifr., I, 39).

La forma e disposizione dei letti concordava in complesso coll’uso dei Latini: soltanto, a differenza di questi, — e contro l’opinione comunemente invalsa — pare che i letti delle mense, ad Atene, fossero ordinariamente di soli _due_ posti e non di _tre_. Così opina anche l’Hermann, arguendolo dal convito platonico, ove Agatone invita Socrate per suo compagno di letto, dà Aristodemo per compagno di letto ad Erisimaco, e solo in via di eccezione chiama Alcibiade a seder terzo fra Socrate e lui. A due a due siedon pure i convitati Greci e Persiani (ὁμόκινοι) al banchetto di Attagino in Erod., IX, 16: e anche nelle pitture di vasi antichi questa appare la disposizione numerica più comune: solo più di rado occorre nelle pitture il caso di letti occupati da tre e talora anche da un numero maggiore di convitati, fino a cinque: _Graeci quini stipati in lectulis_ (Cic., _Pison._, 1040): ciò che per altro l’Hermann attribuisce anche all’angustia dello spazio offerto dai vasi alle figure.

I letti poteano essere anche più di tre: la cena del re Cleomene era detta _laconica_ perchè non vi erano che tre letti.

I letti (κλίνη), nelle case agiate in ispecie, riccamente lavorati e listati di porpora, eran fatti più comodi da tappeti e cuscini. I convitati vi si poneano a giacere appoggiati sul gomito sinistro (ἐπαγκῶονος δειπνεν, Luciano, _Lessifane_) a cuscini, per lo più rotondi, che sostenevano il dorso (προς κεφάλαιον), avendo così libero il braccio destro e la parte inferiore del corpo stesa in lungo e leggiermente piegata. Per tal guisa trovandosi varj convitati sullo stesso letto, il primo giaceva sporgendo le gambe lungo il dorso del secondo, o meglio lungo il cuscino su cui il secondo si appoggiava (Millin, _Peint. des Vases_; Tischbein, _Recueil_; Ferrario, II, pag. 1041, tav. 144).

Se i cibi venissero come tra i Latini portati in giro e deposti sopra un’unica tavola nel mezzo dei letti, o se ciascun letto avesse il suo proprio tavolo, non è ben definito; però questa seconda maniera è, secondo l’Hermann, più verisimile; e infatti nelle antiche pitture di simposj vediam posti uno o più piccoli tavoli (_tripodes, trapezai_) dinanzi a ciascun letto: i quali tavoli (su cui deponeansi quei piatti che non recavansi in giro) al finir dei cibi venivano dai servi portati via (αφαιρεῖν τὰς τραπέζας).

Ai convitati — che interveniano al banchetto vestiti in bianco — ordinariamente era il padrone di casa che assegnava i posti; fra i quali vi era, come tra noi, distinzione d’onore; «_il posto più onorifico_, dice Plutarco, _è fra i Persiani quel di mezzo ove siede il re, fra i Greci il primo_» (in capo dei letti): e il padrone facea seder presso di sè l’ospite che volea maggiormente onorare (Cfr. Plat., _Simp._; Plut., _Disp. Conv._, I, 2, 3).

Prima di porsi a giacer sui letti, i servi toglievan le calzature e lavavano i piedi ai convitati (Plat., _Simp._, p. 175, 213): al che, nelle case dei ricchi scialacquatori, invece d’acqua, facevasi uso di vino e di essenze odorose (Plutarco, _Focione_). — L’ordine del banchetto ci vien quindi così riassunto da Aristofane nelle _Vespe_ (v. 1210 seg.): «_Fil._ Come debbo coricarmi? — _Bdelic._ Con decoro. — _Fil._ Come dunque? — _Bdelic._ Stendi le ginocchia e mollemente come si usa nelle palestre ti adagia sui tappeti. Piglia quindi a lodare alcuno dei vasi di bronzo che ti son posti dinanzi. Si dà l’acqua alle mani. Si portano le tavole. Ceniamo. Ci laviamo. Si fanno le libazioni.»

A tavola non faceasi uso nè di forchette, nè di coltelli. Solo il cucchiajo (μυστίλη) usavasi pei cibi liquidi; pei cibi solidi adopravansi le dita; le quali i convitati si ripulivano durante il banchetto colla mollica di pane, e coll’acqua ch’era data in fin di tavola; non vi essendo del resto alcun uso nè di tovaglie, nè di tovagliuoli.

Insieme alle abluzioni alle mani (ἀπονίψασθαι) e al levar delle tavole, si lavava contemporaneamente il pavimento, spargendolo di unguenti ed essenze; si distribuivano quindi ai convitati le corone e si chiudeva colla _libazione al buon genio_ il _pranzo_ propriamente detto, ossia la mensa dei cibi (Cfr. Aten., _Deipn._, IX, 408 f.; XV, 665 b. Menandro in _Suida_, v. αἴρειν): alla quale succedeva la parte più importante del banchetto ateniese, ossia la _seconda mensa_ o mensa dei _bicchieri_. — Ma di questa più innanzi.

[233] _Per le Dee!_ o _per le due Dee!_ (Cerere e Proserpina) — μὰ τὼ θεώ — Esclamazione ateniese usatissima, propria soltanto delle donne. Cfr. Aristof., _Eccles._, v. 158; _Lisistr._, v. 111 e altrove.

[234] Cfr. il lamento sulle guerre civili de’ Greci, posto anche da Aristofane in bocca a una donna ateniese: «Io voglio imprendere a sgridarvi in comune, e giustamente, perchè voi spruzzando con un solo vaso d’acqua lustrale gli altari come uniti di parentela, in Olimpia, a Pilo, a Delfo, mentre avete nemici i barbari, coi vostri eserciti distruggete gli uomini e le città greche» (_Lisistr._, v. 1128 seg.).

In Olimpia e a Delfo convenivano, com’è noto, i Greci di tutte le città e di tutti gli Stati per la celebrazione dei giuochi olimpici e dei giuochi pizj, feste che segnavano un periodo di tregua alle guerre fra i varj popoli di Grecia. A Delfo poi conveniva la grande adunanza nazionale dei popoli greci (_Anfizionia_) per celebrar la festa dell’oracolo in comune (Mejer, _Giuochi Olimp._; Krause, _Giuochi Pizj, Nemei ed Istmici_; Grote; Meursius; Corsini, ecc.). Un pensiero simile sulle discordie fraterne de’ Greci è in Demostene: «Gli è vero che dai Lacedemoni e da noi molto soffrirono i Greci; noi però siam tutti d’un sangue, abbiam tutti una patria comune» (_Filipp._, III).

[235] Nel recinto del tempio di Delfo erano i tesori votivi dei popoli e delle città greche e i doni preziosi da esse inviati al Nume in memoria delle vittorie riportate. I trofei recavano le iscrizioni dei popoli che li offerivano e delle vittorie che rammentavano; per esempio: _Brasida e gli Acanzj, delle spoglie degli Ateniesi. — Gli Ateniesi delle spoglie de’ Corinzj_, ecc. Del numero di queste offerte votive era la palma di bronzo degli Ateniesi, ricordata nel quadro II (Vedi Plutarco, _Lisandro_, I; Pausania, _Focide_. Cfr. Barthel., _V. d’Anac._, IV, c. 22).

[236] Frase greca proverbiale, derivata dalla burla che Prometeo si permise verso Giove, secondo narrasi in Esiodo. Sagrificò Prometeo a Giove un bue, e poste dall’una parte le ossa nascoste sotto bianco adipe (ὁστέα καλύψας ἀργέτι δημῷ), dall’altra le carni e il buono e il meglio della vittima chiuso nel ventre bovino, disse a Giove di scegliere quale delle due parti volesse, lasciando agli uomini l’altra. O che Giove fosse preso alla burla, come Igino racconta e scegliesse infatti il peggio, o che se ne avvedesse, come finge Esiodo, egli ne concepì tant’odio verso Prometeo, che dimentico dell’amicizia fino allora professatagli, volle punirlo in una cogli uomini da lui protetti (Esiod., _Teogon._, v. 535 seg. Cfr. _Op. e giorni_, v. 48; Igin., _Poet. Astron._, II, 15). — E Luciano fa dire da Mercurio a Prometeo, che si lagna del supplizio: «Non hai fatto alcun male tu che quando avevi l’uffizio di spartire le carni, facesti parti ingiuste e l’inganno di serbare il meglio per te e di mettere innanzi a Giove, come disse Esiodo, _ossa nascoste sotto bianco grasso_? Di poi hai formato gli uomini, maliziosissimi animali, specialmente le donne: infine hai rubato il fuoco, ecc.» (Luc., _Prometeo_). — Indi per ischerzo dicevansi _parte di Prometeo_ le ossa. «Se a tavola si trincia porchetto lattante devi una delle due, o avere per amico lo scalco, o se no ti tocca la