Chapter 10 of 23 · 6713 words · ~34 min read

parte di

quei della prima classe, per una _occupazione_ di veruna specie, e meno ancora di verun merito» (Wieland, _Aristippo_, II, lett. 28). — Figurarsi se questa non doveva essere un’arma eccellente in mano di coloro che quell’apostolato di Socrate molestava, o che la ironia sottile del _vecchio derisore_ raumiliava.

[150] Come è noto, sono questi i titoli dell’accusa promossa da Melito, Anito e Liccone, pei quali Socrate fu poi condannato. «Socrate delinque perscrutando le sotterranee e le celesti cose, e facendo dritto del torto e insegnando altrui guaste dottrine. — Socrate delinque e corrompendo i giovani e non credendo i Numi che la città crede, bensì altre nuove cose demoniache» Plat., _Apol_., III, XI. Confr. Senof., _Apologia_, — e le _Nubi_ di Aristofane, ove quelle due precise accuse (comunque si tenti scagionare Aristofane da ogni responsabilità nella morte di Socrate) si trovavano già da ventiquattr’anni prima nettamente formulate.

[151] Aristof., _Nubi_, v. 95 seg.

[152] Questa fu veramente opinion di Pitagora (Eliano, _V. St_., IV, 17), ma il popolo non si occupava di sceverare per sottile quali fossero veramente le opinioni di Socrate.

[153] Aristof., _Nubi_, v. 379 seg.; 828.

[154] Confronta in Aristofane i lamenti di una donna ateniese, venditrice di corone pei sagrificj, contro Euripide, perchè avendo persuaso gli uomini che non ci son gli Dei, le ha rovinato la sua industria (Arist., _Tesmof_., v. 450 seg.).

[155] _Pritani_: i reggenti, per turno, del _Senato_. L’assemblea del _Senato_ (βουλὴ) istituita da Solone a circoscrivere e controllare, in unione all’_assemblea del popolo_ (ἔκκλησια), l’autorità degli arconti, constò da principio di 400 cittadini che Clistene portò ai 500. Erano scelti a sorte ogni anno fra tutti i cittadini che avessero compito i 30 anni, e rappresentavano nello Stato un potere direttivo e moderatore. Il Senato preparava e dirigeva i lavori dell’assemblea del popolo, studiava in anticipazione gli affari e le leggi da sottoporre al suo voto, vegliava all’esecuzione delle sue decisioni; controllava i conti dei magistrati, compilava i bilanci, ordinava i pagamenti, accordava gli appalti delle imposte e delle opere pubbliche. Nessuna legge o misura di iniziativa privata poteva presentarsi all’assemblea, ed essere ammessa alla discussione, se prima non passava sotto l’esame del Senato. E al Senato infine si portavano le denuncie di alto tradimento, circa le quali, se n’era il caso, esso convocava l’assemblea del popolo, ed esposte le denunzie, deferiva la causa ai Tesmoteti. Uscendo di carica i Senatori dovevano poi render conto della propria condotta, e il Senato stesso puniva le colpe dei proprj membri.

Le attribuzioni del Senato non venivano però tutte esercitate da tutti i senatori insieme. I cinquecento senatori dividevansi in 10 sezioni da 50 senatori l’una, quanti cioè ne contribuiva ciascuna delle 10 tribù o _file_: e ogni tribù rappresentata dalla rispettiva sezione, si succedeva per turno, nella reggenza del Senato, durante l’anno, il quale restava così diviso in dieci periodi amministrativi di 35 a 39 giorni ciascuno. _Pritania_ dicevasi così la sezione dei 50 senatori della tribù in carica (_Pritani_) come pure il periodo di tempo entro il quale essi amministravano. E indicavasi nelle leggi, oltre la data del mese, la Pritania: _il dì ventesimo quinto di Elafebolione, pritaneggiando la tribù Eretteide_, ecc. (Dem., Corona).

I _Pritani_ presiedean le adunanze del Senato, lo rappresentavano in permanenza (gli altri senatori essendo liberi di intervenire o no) e prendevano le decisioni in suo nome: convocavano le assemblee del popolo nello Pnice, ne formulavano l’ordine del giorno, lo pubblicavano alcuni giorni prima nell’agora, e presiedevano l’adunanza: il capo dei Pritani (_epistata_) — tratto pure a sorte ogni dì — dirigeva le discussioni. Egli custodiva eziandio le chiavi dell’Acropoli, del tesoro e dell’archivio, e il sigillo di Stato.

Nel periodo dei trentacinque giorni di ciascuna pritania avevano luogo ordinariamente quattro assemblee popolari: il che dava quaranta adunanze ordinarie all’anno. I pritani però o gli strategi in casi urgenti convocavano il popolo anche in adunanza straordinaria.

[156] Alcibiade prima dell’età legale entrò nella vita pubblica (Andoc., _C. Alcib._). Notisi che ad Atene i cittadini avevano bensì a venti anni il diritto di assistere all’assemblea, come, dai diciott’anni, avevano l’obbligo di servire nella milizia: ma non potevano innanzi i trenta prender la parola nell’assemblea come oratori, come non potevano prima di quell’età seder nel Senato o nei tribunali.

Alcibiade nacque, secondo la versione più accreditata, l’anno 450 av. l’E. V., per cui nell’anno della spedizione di Sicilia (415), all’epoca cioè di questa scena, doveva avere realmente 35 anni. Ma altri autori fanno Alcibiade più giovane, attribuendogli 40 anni (Corn. Nep. in _Alcib_.) all’età della morte, avvenuta nel 404: secondo il qual cómputo all’epoca della presente scena avrebbe avuto appunto 29 anni. Una ragion drammatica mi fece preferire questa seconda versione all’altra più autentica.

[157] Era questo un tasto debole del popolo ateniese, spesso abilmente sfruttato da coloro che bramavano eccitarlo contro qualcuno. E Demostene stesso non si ristava, occorrendo, dal valersene: «_Colui, o Ateniesi, che crede di disonorarsi rispettandovi, non è degno di mille morti? Egli farsi maggior del popolo? Oh rabbia!_» (Dem., _C. Midia_).

[158] «_Noi non contiam nulla come se fossimo di quelli da Megara_» (Alcifr., _Lett_., III, 44; Teocr., _Idill_., XIV). Modo proverbiale originato dalla risposta che diede ai Megaresi l’oracolo di Delfo, il quale, da essi interrogato con doni qual popolo fra i Greci sovrastasse in bravura, rispose qualificandoli come gli ultimi fra i Greci — ὑμεῖς δέ ὦ Μεγαρεῖς οὔτε τρίτοι οὔτε τέταρτοι, ecc., ecc. — «_Megarenses neque tertii neque quarti, neque duodecimi, neque in ratione, neque in numero_.» Vedi Erasmo a questo proverbio. — «_Badate, non è sopra Carii che voi fate i vostri esperimenti_» (Platone, _Lachete_). I Carii erano mercenarj che si esponevano senza scrupolo alla guerra. D’essi parla Strabone, lib. XIV.

[159] Plut. in _Alcib_. E Ateneo, _Deipnos_., XII, 534: «_Jam dux quum esset exercitus, adhuc formosus esse volebat: itaque scutum habuit ex auro et ebore confectum, in quo pro insigni erat Amor fulmen vibrans_.»

[160] Plut. in _Alcib_.

[161] Ateneo, _Deipnos_., XII, 543 d., Plut., _Alcib_.; Tucidide, VI, 16. Vedi la nota 74 dell’atto primo.

[162] Aristof., _Nubi_, v. 980; Tucidide, I, 6. Portavano le donne ateniesi cicale d’oro appuntate nei capelli, a significare il solito antico vanto delle origini, siccome di vera stirpe autoctona, nate anch’esse dal suolo, al par delle cicale. I giovani più ricchi ed eleganti imitavano la moda femminile.

[163] _Porpora ermiònica_, ricordata da Alcifr., _Lett_., III, 46. Ermione fu città del Peloponneso. La porpora che vi si tingeva era celeberrima e vendevasi a enorme prezzo.

[164] _Chiamar fichi i fichi, come dice il proverbio_ — τά σῦκα σῦκα — Dir pane al pane (Demetr., _Della elocuzione_, 7; Luciano, _Modo di scriver la storia_). — La quantità dei fichi, onde l’Attica era proverbiale, forniva al proverbio greco l’imagine più comune.

[165] Sui sospetti contro Alcibiade e sulla tendenza e facilità estrema degli Ateniesi della sua epoca a sospettar disegni di tirannide, in ogni minima cosa, vedi Tucid., VI, 15, 28; Aristofane, _Lisistrata, Vespe_.

[166] Plutarco in _Alcib_.

[167] Plutarco in _Nicia_; Pausania, _Focid_., X, 15.

[168] _Eumòlpidi_, ministri del culto di Cerere (_Demeter_) e di Proserpina nel tempio di Eleusi. Erano in Atene — al pari degli _Eteobutadi_, che erano i sacerdoti di Minerva — una famiglia sacerdotale antichissima, derivante il nome da Eumolpo di Tracia, che fondò i misteri eleusini: o più propriamente da εὔ μελπέσθαι, _cantar bene_, per il loro ufficio originario di cantar gli inni sacri: onde il loro antenato Eumolpo fu detto di Tracia, ossia di Pieria, siccome della patria del canto. Gli Eumolpidi costituivano anche un foro sacerdotale privilegiato (_gerofanti_): in quanto era ad essi deferita l’accusa e il giudizio dei delitti di profanazione dei misteri; contro i quali delitti procedevano col massimo rigore, suggellando la condanna con terribili maledizioni. Fu dagli Eumolpidi che venne maledetto, come profanatore dei misteri, Alcibiade (Lisia in _Andoc._; Esichio, a q. v. Cfr. C. O. Müller, _St. della letter. gr._, cap. 3).

[169] «_Essendo tutti pronti per navigare, non si vedevano già cose di buon augurio, specialmente nella sacra solennità che allora correva. Imperocchè correvano appunto in quei giorni le feste di Adone_, ecc.» (Plutarco, _Alcib._). — Intorno alle feste delle Adonie, la cui coincidenza coi giorni prefissi alla partenza per la Sicilia, era tenuta d’infausto augurio, vedi al quadro primo la nota 30.

[170] Aristof., _Lisistrata_, v. 393 seg. Cfr. Teocr., _Idill._, XV; Alcmano, _Framm. ap. Hephaest._ — Cfr. Menandro, il _Misogino_, pr. Strab., VII, 297; la _Sacerdotessa_, pr. Giustin. Monarch., 29.

[171] «E poi che avete l’abitudine di chiedere ogni volta all’oratore: _Che s’ha a fare?_ — τὶ οὔν χρὴ ποιεῖν; — io domanderò: Che s’ha a dire?» (Demost., _Cherson._) «Sogliono certi, prima ancora di sentir l’oratore, subito domandargli: _Che cosa fare?_» (Demost., _Filipp._, IV).

[172] I cani dell’isola di Creta, e specialmente quei di Gnosso, città cretese, eran famosi e pregiatissimi per grandezza, ardire e vigoria. Di essi è menzione in Oppiano, _Cyneg_., I; Polluce, V; Alcifr., _Lett_., III, 47; Teofilatto, _Lett._, 58. Egualmente reputatissimi nell’antichità erano i cani di Laconia.

[173] Alcibiade aveva l’abitudine nel discorrere, specialmente in pubblico, di interrompersi tratto tratto, e far pause improvvise, il più delle volte a bella posta e per artifizio, come gli venisse mancando la parola (Plut. in _Alcib_.).

[174] «Avendo egli un cane di meravigliosa grandezza ed avvenenza, il quale gli costava settanta mine, gli troncò la coda che bella era oltremodo, e riprendendolo i di lui famigliari e dicendogli come tutti aspramente il vituperavano per aver fatto ciò, egli ridendo: «_La cosa va dunque_ — rispose — _come voglio io, perciocchè voglio appunto che gli Ateniesi parlino di questo, acciò non si mettano a parlar contro di me di cose peggiori_» (Plutarco in _Alcib_.).

[175] Lo stesso Plutarco in _Alcibiade_ narra di lui che «un giorno, facendogli il popolo applauso, egli per la gioja si dimenticò di una quaglia che aveva nella veste; onde quella spaventata volò fuori, e in vederla il popolo si pose a gridare e inseguirla per prenderla.» Mi sono valso a mio modo dei due incidenti del cane e dell’uccello, fondendone insieme e modificandone le circostanze, colla libertà concessami dalla ragion drammatica.

[176] _I nepoti dei vincitori di Maratona_ — avrei dovuto dire: la frase sarebbe stata più esatta: ma anche più lunga e meno drammatica.

[177] Il testo preciso e completo della legge, di cui Alcibiade, per le sue buone ragioni, non dice a Cimoto che una parte sola, e a modo suo, era questo: «Se alcuno degli Ateniesi riceverà (doni o danaro) o ad altri ne darà o con promesse si farà corruttore per far danno al popolo o ad un privato cittadino, qualunque modo o artificio egli tenga, sia infame egli e i suoi figli e tutto che è suo» (Demost., _Contro Midia_).

Del resto, nell’opuscolo — _Alcibiade, la critica e il secolo di Pericle_, — spiegai di già (e la osservazione vale così per questa che per altre leggi menzionate in quest’atto) come le leggi soloniche, ai tempi di Alcibiade, benchè vigenti tuttora in diritto, fossero per la maggior parte cadute, praticamente, in dissuetudine.

[178] Ἀρεοπαγίτου στεγανοίτερος (Alcifrone, _Lett._, I, 13). Modo proverbiale. — Nel piano legislativo di Solone l’_Aeropago_ era il sostegno e il conservatore della costituzione dello Stato. Composto degli arconti usciti di carica, e di condotta irreprensibile, rotti ai pubblici affari per l’esperienza degli ufficj esercitati, l’Areopago non soltanto funzionava da supremo tribunale nelle più gravi cause capitali, ma era anche rivestito di amplissimi poteri censorj e amministrativi. Vegliava sull’amministrazione dei magistrati, sulle decisioni delle assemblee, perchè nulla si facesse o decretasse contro le leggi; soprintendeva alla pubblica disciplina, ai costumi, alla religione, all’educazione de’ giovani. Puniva i cittadini oziosi, i dilapidatori, i viziosi, indicava ai giovani le carriere da percorrere, ricompensava gli esempj di virtù, ecc. Era in breve il rappresentante degli interessi permanenti, e delle tradizioni politiche, legislative e morali della repubblica.

Ma Pericle, mirando ad abbattere la fazione aristocratica che dall’Areopago traeva forza e prestigio, mutilò d’assai i poteri di questo tribunale. Egli fece passare la legge che toglieva all’Areopago la cognizione di quasi tutte le cause, deferendole invece ai seimila giudici della Eliea. La giurisdizione degli Areopagiti rimase circoscritta alle cause di omicidio premeditato, di incendio, veneficio, empietà, e qualche altro delitto minore: però gli Areopagiti continuarono a essere circondati di quel rispetto e di quella venerazione che incutevano la loro vita austera, l’autorità morale delle loro persone, e la solennità dei loro riti. Nelle cause di omicidio l’Areopago si radunava a giudicare di notte, sul campo di Marte — Ἄρεος πάγος, collina di Marte. — Le due parti, collocate fra le viscere fumanti delle vittime, prestavan prima il giuramento, accompagnato da terribili imprecazioni. Agli avvocati era proibito ogni esordio, ogni digressione dall’argomento, ogni artificio di retorica. Gli Areopagiti ascoltavano silenziosi, e, istrutta la causa, silenziosi deponevano i voti in due urne, una di bronzo, detta della morte, l’altra di legno, della misericordia. A voti pari, l’accusato era assolto, reputandosi aggiunto in suo favore il suffragio di Minerva. Dal silenzio e dal mistero con cui gli Areopagiti giudicavano, venne il proverbio che li riguardava (Meursius, _Areopago_; Schömann, _Antiq. jur. pub_., p. 298 seg.; Potterus; O. Müller, ecc.).

[179] Porfirio ricorda delle leggi date agli Ateniesi da Trittolemo, antichissimo tra i legislatori Ateniesi, essersi conservate ad Eleusi queste tre sole: γονεῖς τιμᾶν. θεούς καρποῖς ἀγάλλειν. ζῶα μή σίνεσθαι. _Onorare i parenti, offerir frutta agli Dei, non far male agli animali_ (Porph., _De abst_., IV; Meursius, _Them. Att_., I). I popolani ateniesi, fanatici delle quisquiglie forensi e dei battibecchi giuridici dell’Eliea, era naturale avessero le leggi a ogni momento in bocca — salvo sempre infischiarsene, per loro conto, nella pratica.

[180] «_Nelle adunanze vi sono grate le lusinghe_, dice Demostene agli Ateniesi» (Demost, _Filipp_., III). «_I vostri demagoghi vi inebbriano di tante lodi, che ne’ parlamenti vi gustano le adulazioni, e la repubblica lasciate alle sue estreme miserie_» (Demost., _Cherson_.). E le adulazioni e le lusinghe erano un tasto di effetto così sicuro sui vanagloriosi Cecropidi, che Demostene medesimo, il quale lo rinfacciava, più d’una volta per ispronare il popolo all’opera, era costretto a ricorrervi.

Però questa piaga popolare era assai più antica di Demostene: già da un pezzo le lodi smaccate e le carezze colle quali i demagoghi trascinavano il popolo ateniese a loro posta, avean fornito il soggetto alla satira sanguinosa del _Demo_ nei _Cavalieri_ di Aristofane: poichè, per una contraddizione curiosa, questo popolo così tenero del sentirsi lodare ed adulare, era poi il medesimo che si lasciava dir sulla faccia improperj d’ogni sorta. E vedi, ad esempio, le orazioni di Demostene.

[181] Εὔπρόσωπος γὰρ ὄ τοῦ μεγαλήτορος Ἐρεχθῆος δῆμος — _è bello il popolo del magnanimo Eretteo_ — (Platone, _Primo Alcib_.).

Δῆμον Ἐρεχθῆος μεγαλήτορος, ὄν ποτ’ Ἀθήνη θρέψε, Διος θυγάτηρ, τέκε δὲ ζεἴδωρος ἂρουρα.

_Popolo del magnanimo Eretteo, cui Minerva figlia di Giove un giorno nutrì, e l’alma terra generò_ (Omer., _Il_., II). — Eretteo o Erittonio, figlio di Minerva Betonica e di Vulcano, fu il quarto dei re antichissimi di Atene (dopo Cecrope, Cranao ed Anfizione): nato, secondo la leggenda, dal seme di Vulcano sparso sulla terra (Lucian., _Filops_.). Per il primo dedicò a Minerva, sulla rocca, sagrificj, e tempio e simulacro: e istituì in suo onore le feste Panatenee, ove fu il primo che corresse sul carro e aggiogasse al carro i cavalli (_Si dice che Erittonio figlio della Dea primo degli uomini unisse i cavalli al carro_, Aristid., _Or. in Minerv._; Virgil., _Georg_., III). Si volle anche che fosse stato il primo ad introdurre in Atene le monete (Polluce, IX, 6; Plin., VII, 56): e che al suo tempo nascessero le prime api famose sull’Imetto. Regnò cinquant’anni sugli Ateniesi, che da lui furon detti _Erettidi_, _o figli di Eretteo, o popolo Erittonio_ (Demost., _C. Mid_. negli oracoli; Eurip., _Medea_, v. 824; Properz., II, eleg. 6): come _Cecropidi_ diceansi da Cecrope; e anche _Cranai_, e _città di Cranao, città Pandionia_, dal re Cranao, e da Pandione, che fu il figlio e successor di Eretteo. Con questo Eretteo od Erittonio non va confuso l’altro Eretteo, suo successore e nipote — figlio cioè di Pandione — che istituì in onor di Cerere i misteri eleusini, e diede il nome alla tribù _Eretteide_; e sotto il regno del quale i cittadini mutarono l’antico nome di _Cecropidi_ in quello di _Ateniesi_ (Erod., VIII).

[182] Aristofane nei _Cavalieri_, v. 41, chiama con questo titolo _mangiator di fave_, κυσμοτρὼξ il popolo ateniese. Intorno all’arroganza del demagogo Cleone, vedi Tucidide; e Aristofane nei _Cavalieri_.

[183] Volendo annoverare i demagoghi, ossia gli oratori del popolo che si succedettero, dopo Pericle, nel maneggio delle cose della repubblica, gli Ateniesi nominavano in ordine di tempo primo Eucrate negoziante di stoppe, secondo Callia, venditore di pecore, terzo Cleone conciatore (_il cuojajo Paflagone_ dei _Cavalieri_), al quale Aristofane nella sua commedia, fa succedere Agoracrito, il salsicciajo, ma nella storia succedettero Cleofonte, il formaggiajo, e Iperbolo, fabbricante di lucerne secondo gli uni, vasajo secondo gli altri; il qual ultimo fu fatto cacciare coll’ostracismo da Alcibiade.

[184] Tucidide, _Guerra Pelop_., II, 79.

[185] Tucidide, III, 52, 68.

[186] Tucidide, IV, 96.

[187] Tucidide, V, 10. Fu nella battaglia di Amfipoli che morì il demagogo Cleone, comandante degli Ateniesi, e morì anche il comandante degli Spartani, il prode Brasida.

[188] Aristof., _Tesmof. Cavalieri_.

[189] καλῶ δε ἑναντίον ὑμῶν, ὤ ἄνδρες αθηναῖοι, τοὺς θεοὺς ἄπαντας, καί πάσας, ὄσοι τὴν χώραν ἔχουσι τὴν ἀττικὴν, καί τὸν Ἀπόλλω τὸν πὺθιον, ὄς πατρῶός ἔστι πόλει...» (Demost., _Corona_).

[190] Apollo _Pizio_ — πύθιος — altro dei soprannomi dati a questo Iddio poichè uccise a frecciate il serpente Pitone, nato dal putrefarsi — πύθεσθαι — della terra dopo il diluvio di Deucalione; in memoria di che furono istituiti i giuochi sacri nazionali detti Pizj, celebrantisi ogni quattr’anni, sul luogo della uccisione, nella pianura tra Delfi e Cirra:

_Instituit sacros celebri certamine ludos_ _Pythia de domitae serpentis nomine dictos_. (Ovid., _Metamorph_., I, v. 446)

Questo mito di Apollo Pitio e dei serpente da lui ucciso, appare una imagine poetica e tutta greca del prosciugarsi della terra, dopo un grande cataclisma, sotto la sferza dei raggi del sole, che ne disperdono le putride esalazioni. E non per nulla gli antichi, come osserva l’Ampère, aveano collocato il tempio di Apollo Pitio a Delfo, al piè delle rupi dette _phedriades_ (_sfavillanti_), che ancora oggi ripercuotono con tutta forza i raggi solari — ossia le _frecce del Nume_, che uccisero il mostro.

[191] «_La città lo sta ad ascoltare ammirata, a bocca aperta, come dicesi che interveniva agli Ateniesi pel figliuolo di Clinia_» (Luciano, _Scita_).

[192] «_Ad Atene è patrio vanto primeggiar tra i Greci nè soffrir eguali_ — ἤ (πόλει) προεστάναι τῶν Ελλήνων πάτριον, καὶ μηδὲν τοιοῦτον περιορᾶν γεγνόμενον» (Demost., _Parapresb_.). «_Agli Ateniesi è patrio orgoglio non obbedire a nessuno ma prostrar tutti nelle battaglie_ — Ἀθηναιοις πάτριον ἔστι μηδενός ὑπακούειν, ἄ πάντον δὲ κρατεῖν τοῖς πολέμοις» (Demost., _Sulla lettera di Filippo_). — Vedi in proposito più sopra la nota 84. Cfr. _Meissner_, II, 35.

[193] νὴ τόν Δία καὶ πάντας τοὺς θεοὺς (Demost., _Cherson_.) μὰ τον δία καὶ πάντας τοὺς θεοὺς (Demost., _Filipp_., IV).

[194] Plutarco, _Disp. Conviv_., I, 1. — Il Dio Tebano, Bacco.

[195] La viltà di Cleonimo che gettò via lo scudo, è frequentissime volte ricordata da Aristofane, nelle _Nubi_, nei _Cavalieri_, nella _Pace_ e altrove.

[196] Le leggi antiche ateniesi (sebbene ai tempi di Alcibiade i rilassati costumi le avesser rese gran parte lettera morta) erano severissime contro i vili. Punito di _infamia_ — e quindi escluso dall’assemblea e dall’esercizio degli altri diritti del cittadino — chi avesse in battaglia cedute l’armi. Καὶ νὸμος τὸν αποδόμενον τὰ ὄπλα, ἄτιμος εἴναι (Syrianus, comm. in _Hermog_.). Punito di carcere il disertore che usurpasse ufficj di cittadini onorati. Κᾶν ἀστρατεὶας τίς ὄφλῃ, καὶ τι τῶν αὐτῶν τοῖς ἐπιτίμοις ποιῇ, καὶ τοῦτον δέδεσθαι (Demost., _C. Timocr_.). «Comanda la legge, scrive Aristotile, fare opera d’uom valoroso: cioè _non disertar l’ordinanza, non fuggire, non gittar via l’armi_.» Προστάττει δὲ ὄ νόμος καὶ τα τοῦ ἀνδρειοῦ ἕργα ποιεῖν, οἴον μὴ λείπειν τὴν τάξιν, μηδὲ φεύγειν, μηδὲ ρίπνειν τὰ ὄπλα (Aristot., _Ethic. Nicom_., V, 1). E a chi disertasse le schiere, o fuggisse, o gittasse l’armi, era comminata _la morte_. Νόμος τὸν λιπόντα τὴν τάξιν ἀναιρεῖσθαι (Syrian. in _Hermog_.; Auct., _Problem. Rhet_., XL). Νόμος τὸν καταστείχοντα φυγάδα θανάτῳ ζημιοῦσθαι (Marcell. in _Hermog_.). Νόμος τὸν ῥίψασπιν θανάτῳ ζημιοῦσθαι (Sopater in _Hermog_.) — Chi anche soltanto per trascuraggine avesse perduto lo scudo, era multato di cinquanta dramme: ε’ ὰν τις ε’ ὶπη, ἀποβεβληκέναι τὴν ἀσπὶδα, πεντακοσίας δρακμὰς ὀφείλειν κελεύει (Lisia in _Theomnest._). Altre leggi punivano severissimamente oppignorare o vender l’armi o cederle ad altri (Suida alla voce ἐνέχυρον; Sopater, Syrianus in _Hermog._, ecc.). — E ai tempi di Alcibiade le risate del popolo e i frizzi di Aristofane erano la sola punizione di Cleonimo!

[197] Plutarco in _Alcib._ e in _Antonio_. Cfr. Shakespeare, _Timone_, atto III, e Meissner, sopra l’incontro di Timone, I, 44; II, 280.

[198] «_Il vino irrorando gli spiriti assopisce gli affanni e i pensieri come la mandragora gli uomini_» (Senof., _Simp._, II). Da questa virtù di assopimento attribuita alla mandragora venne in proverbio tra gli antichi _bevere la mandragora, prendere la mandragora_, per significare dimenticanza del proprio dovere, lentezza nell’operare, letargia. Così Demostene, nella _Filippica_ V, rimproverando l’assopimento insensato degli Ateniesi in faccia al pericolo, somigliano, dice, _a chi ha bevuto la mandragora o altra simile pozione_ — μανδραγὸραν πεπωκόσιν ῇτι φὰρμκαον ἄλλο τοιοῦτον ἐοίκαμεν ἀνθρώποις.

[199] Luciano, _Timone_.

[200] Era in Creta la tomba di Minosse con sopravi la iscrizione: Μίνωος τοῦ Διὸς τάφος. Cancellata dall’ingiuria del tempo la prima parola, rimasero l’altre: sicchè la tomba di Minosse fu additata come tomba di Giove: — e la cosa passò tra i Greci in proverbio. Luciano la ricorda di frequente: «Risvegliati, o figlio di Saturno, da cotesto sonno profondo!... se non è vero quello che i Cretesi contano di te e della tua tomba» (_Timone_). «I Cretesi dicono che Giove non solo è nato ed allevato tra essi, ma ne mostrano anche la tomba» (_Dei sacrifizj_). «Quei che vengon da Creta contano che lì han veduto una tomba e sopravi una colonna con una scritta, che dice che Giove non tuona più, perchè è morto da un pezzo» (_Giove tragedo_).

[201] Le donne greche, nei tempi più antichi, ascrivevano a primo dei doveri della maternità l’allattare esse medesime i loro bambini (Omero, _Iliad._, X, v. 83; _Odissea_, XI, v. 446; Euripide, _Ion._, v. 1460). Ma in Atene ai tempi di Alcibiade questa usanza era scaduta e le poche donne che allattavano ancora, si provvedevano però anche di una nutrice (Suida alla voce τροφὸς; Aristof., _Caval._, v. 713; Plut., _Educ. dei fanciulli_). Rinomatissime erano le nutrici spartane (Plut. in _Lic._).

[202] Alcibiade ebbe per nutrice una donna spartana di nome Amicla (Plut. in _Alcib._). Gli antenati di Alcibiade erano stati in Atene _prosseni_, ossia _consoli_ di Sparta e a Sparta la famiglia dell’eforo Endio, pei vincoli di _prossenia_ che a quella di Alcibiade la legavano, alternava in ogni generazione il nome di Endio con quello di Alcibiade (Tucid., VI, 89; VIII, 6). Anzi _Alcibiade_ era esso stesso un nome laconico, come osserva lo scoliaste di Tucidide (Cfr. Meurs., _Misc. Lacon._, III, 8).

[203] Chi vuol leggere esempj d’insolenze ed invettive che il popolo ateniese si lasciava dire in faccia, persuasissimo in cuor suo di meritarsele e altrettanto deciso di infischiarsene e tirar innanzi a modo suo, non ha che a prender in mano i _Cavalieri_ o le _Vespe_ di Aristofane o qualcuna delle orazioni di Demostene. Ecco la descrizione del popolo sovrano dello _Pnice_, personificato nel vecchio _Demo_, che Aristofane nei _Cavalieri_ fa dire da Demostene a Nicia sulla faccia degli spettatori:

Un padron ci toccò rustico, strambo, Lunatico, iracondo, mangiafave: Certo Demo Pniceo zotico, sordo, Borbotton, capriccioso, e vecchio allocco

E Demostene poi, in pieno foro, ne’ suoi trasporti di virtuosa indignazione, non avea penuria di vocaboli. _Città di schiavi, non d’uomini nati a maggioranza_ (_C. Androz._); _O Ateniesi assonnati in istupidezza e codardìa_ (_Ibid._); _cianciatori, imbelli_ (_Olint._, I); _impigriti nell’ozio, per ignavia degeneri_ (_Ibid._); _popolo invilito, fiacco, spiantato, derelitto, non più altro che schiavi e avveniticcia plebaglia_ (_Olint._, III); _bellicosi ne’ consigli, vigliacchi in guerra_ (_Cherson._); _tutto è qui fra voi codardia_ (_Filipp._, IV); _voi siete, Ateniesi, un vile gentame, plebe pezzente, inerme, scompigliata, divisa di interessi e di voglie: i capitani e tutti conculcano ogni vostro decreto: muti e prostituti i vostri consiglieri: ogni patto indifferente agli affanni della patria... Voi siete bruzzaglia piena di servitù, perduta nel nulla, e d’ogni vile beneficiuolo menate gran festa_... (_Sintassi_). — E parmi che basti per provare... la discrezione di Timone.

[204] _Colitta_, uno dei borghi dell’Attica, appartenente alla tribù Egeide. Vi nacquero Timone il misantropo e Platone.

[205] _Partenone_, il tempio famoso di Minerva sull’Acropoli: prodigio dell’arte antica, il genio della Grecia di Pericle parla ancor oggi, traverso ai secoli, dalle sue rovine.

[206] Timone ha insultato Alcibiade. Ora una legge solonica (abbastanza trascurata del resto come l’altre) vietava ingiuriar una persona in pubblico. «Proibì pure (Solone) il dir villania ad alcuno ne’ templi, ne’ luoghi dove si tien ragione, dove si trattano gli affari pubblici e dove si fanno spettacoli; e ciò sotto pena di dover pagare tre dramme a quella persona particolare che fosse svillaneggiata, e due altre all’erario pubblico» (Plutarco in _Solone_).

[207] Aristof., _Acarnesi_, v. 43-44. — Si purificava innanzi la seduta il luogo della assemblea spruzzandolo col sangue di un porcellino. Nelle _Aringatrici_, trattandosi di un’assemblea da burla, Aristofane al porcellino fa sostituire un gatto: Prassagora dice alle donne: _Il purificatore porti in giro il gatto_ (Arist., _Eccles._, v. 128).

[208] Naturalmente era in altro senso che l’austero Demostene diceva: _la voce del banditore è voce della patria_, τῆς πατρὶδος γωνὴ (Demostene, _Corona_).

[209] ῶ γῆ καὶ θνοὶ — Apostrofe usatissima (Aristen., _Lett._, II, 20; Demost., _Corona_, e altrove).

[210] Teodota e Gnatena, due delle etére più in voga ad Atene, in quei dì. Intorno a Teodota, con cui Socrate stesso amava intrattenersi, vedi Senof., _Memorab._, III, 2; Aten., _Deipn._, V, 220 e. — Ateneo cita pure Teodota e Timandra, come le due amanti più note di Alcibiade: Aten., XII, 535, c. XIII, 574, f. 588 d. — Intorno a Gnatena, vedi Aten., XIII, 558 seg.

[211] ἀλκυονίδαι ἡμέραι — modo proverbiale significante giorni placidi e sereni. _Alcionj_ o _alcionidei_ chiamavano propriamente gli antichi i quattordici giorni del solstizio d’inverno, durante i quali gli alcioni usano deporre le uova in riva al mare: onde il nome stesso di quell’uccello — παρὰ ἔν τῷ ἁλὶ κύειν — (Ovid., _Metam._, XI, v. 745; Plin., _N. Hist._, X, 47). — Consideravansi come dì fausti ai naviganti, poichè in questo tempo il mare ritrovasi in perfetta calma: indi l’uso proverbiale della frase. _Stando amici con noi, ve la godrete e passerete sempre giorni d’alcione_ (ossia giorni tranquilli) — ἁλκυονίδας τ’ ἄν ἤγεθ’ ημέρας αεί — (Aristof., _Uccelli_, v. 1594). — Luciano richiama in proposito la favola di Alcione e di Ceice: «Molto onore ebbe l’Alcione dagli Dei per l’amore che ella portò al marito: chè per farle fare il nido il mondo reca alcuni giorni detti _alcionj_, placidi e sereni in mezzo del verno: ed oggi è uno di quei giorni. Non vedi come è sereno il cielo e il mare tranquillo e cheto che pare uno specchio?» (Luc., _L’Alcione_. — Cfr. Alcifr., _Lett._, I, 1; Teocr., _Idill._, 7). E il Tasso:

«De l’alcione al desiato parto È sopito il furor d’orridi venti, Son quete l’onde tempestose, e ’ntorno Sgombre le nubi e serenato il cielo: In sì tranquillo e sì felice aspetto De’ fidi augelli alla progenie arride.» (T. TASSO, _Mondo Creato_, Giorn. V)

[212] «_Come si suol dire, ai soli spergiuri degli amanti gli Dei perdonano; perchè il giuramento venereo_ — ἀφροδίσιξς ὄρκος — _non vale_» (Plat., _Simposio_, c. 10). — «Il piacere è la più bugiarda di tutte le cose: e come va per proverbio, nei piaceri di Venere, i quali pur sembrano essere i massimi, anche allo spergiurare è accordato perdono dagli iddii, appunto come se i piaceri, a guisa di fanciulli, non avessero pur un briciolo di cervello» (Plat., _Filebo_, c. 41). — E in Aristeneto una donna così rinfaccia al suo amante la incostanza maschile: «Fintanto che siete innamorati, voi altri uomini, passate le intere notti ai nostri usci per terra e senza letto, piangendo chiamate in testimonio gli Dei, e avete i giuramenti sulla punta della lingua... Ma tosto che avete a sazietà soddisfatta la vostra libidine, e avete ridotte le amate or dianzi ad amarvi alla lor volta, allora tronfi vi ridete del rapito fiore di quelle, e prendete a ludibrio le misere ch’eran prima l’oggetto delle vostre brame: e dite _che i giuramenti non arrivano all’orecchio degli Dei_» (Aristen., _Lett._, II, 20). — E Pavillon, illustrando a sua volta un po’ crudamente la teoria greca della nullità del giuramento degli amanti:

Dès qu’un objet cesse de plaire Le commerce amoureux aussitôt doit finir, Le respect des serments n’est plus qu’une chimère La perte du plaisir qui nous les a fait faire Nous dispense de les tenir.

[213] Modo di dire omerico (ripetuto anche in Esiodo, _Teog._, 35) di uso proverbiale antichissimo fra i Greci, e più antico, sembra, di Omero. Οὔ γὰρ ἀπὸ δρυός ἔσσι παλαιφάτου, οὔδ’ ἀπὸ πέτρης. Così Platone: «_Per dirla con Omero, neppur io sono nato nè di quercia, nè di pietra, ma d’uomini_» (_Apolog._, 23). — Il Müller lo reputa un detto di antichissimi cantori pierii: nel quale la quercia e la rupe accennano alla semplice vita campestre degli autóctoni greci, che credevano di trarre la loro origine dai monti e dalle selve: e intorno a questi soli oggetti s’aggirava con innocente semplicità il loro pensiero.

[214] «Veloce è Cupido al venire e all’andarsene; se spera prende l’ale: se appena dispera, immediatamente gli cadono. Indi la grand’arte delle etére è in differir sempre il godimento e trattener gli amanti colla speranza» (Aristen., _Lett._, II, 1). — «Io credo che l’amore grande nasce quando uno si persuade che tu poco lo curi: se è sicuro di possederti egli solo, la passione si smorza» (Luciano, _Dial. delle cortigiane_, 8). — «Che crudele costui! Ma tu stessa, o Violetta, l’hai guasto col volergli troppo bene e col mostrarglielo. Dovevi non farti vedere troppo accesa di lui: egli ora lo sa, e se ne tiene» (Luc., _ibid._, 12).

[215] Senof., _Repub. Laced._, 1; Plutarco in _Licurgo_ e _Apoft. Lacon._

[216] Munichione è il decimo mese dell’anno attico, secondo lo Scaligero (aprile-maggio). Qui cadono in acconcio alcuni cenni sul _Calendario Attico_.

Gli Ateniesi ebbero da principio un anno lunare di 354 giorni diviso in dodici mesi successivamente cavi e pieni, nell’ordine seguente: 1.º _Gamelion_; 2.º _Antesthesterion_; 3.º _Elaphebolion_; 4.º _Munychion_; 5.º _Targelion_; 6.º _Scirophorion_; 7.º _Hecatombeon_; 8.º _Metagitnion_; 9.º _Boedromion_; 10.º _Memacterion_; 11.º _Panepsion_; 12.º _Posideon_.

Ma col tempo risultando quest’anno lunare in arretrato sul ritorno periodico delle stagioni, si consultò l’oracolo; il quale ordinò di regolare i mesi colla luna e l’anno col sole: cioè intercalare il numero di giorni necessario perchè la durata dell’anno corrispondesse meglio all’annua rivoluzione del sole. Si stabilì quindi una intercalazione di un mese di trenta giorni, la quale intercalazione avesse luogo tre volte in otto anni, ossia per ogni due olimpiadi (quadrienni): infatti otto anni di 354 giorni con tre mesi intercalati di trenta, corrispondono appunto ad otto anni di 365 giorni e un quarto. Per tal modo riconducevasi il primo giorno, il primo mese e il primo anno di ciascuna olimpiade verso la luna nuova che veniva dopo il solstizio d’estate. L’_ottaetèride_, ossia periodo di otto anni, ricominciava infatti verso questa luna e il lunario ateniese seguiva tutte le variazioni derivanti dalla sua singolare struttura. Fu questa la riforma dell’astronomo Metone, introdotta nel calendario civile ateniese appunto all’epoca di Alcibiade e precisamente nel 432 av. l’E. V. (anno 1.º dell’Olimpiade 87.ª): e da quell’epoca il mese di ecatombeone, ch’era il settimo del primitivo ordine, e cominciava appunto col novilunio susseguente al solstizio estivo (16 luglio), diventò il primo mese del calendario olimpico, che fu adottato dalla maggior parte degli Stati greci. Indi i mesi attici, corrispondenti ciascuno (secondo i calcoli del Corsini) dal 16 luglio in avanti, alla seconda metà di un mese nostro, e alla prima metà del successivo, rimasero così distribuiti:

1.º _Ecatombeone_ (luglio-agosto), _mese della ecatombe_, ossia del sagrificio. Chiamossi in antico ecatombe un sagrificio di cento buoi, più tardi un olocausto in genere.

2.º _Metagitnione_ (agosto-settembre), _mese del tragitto_. Si celebravano in esso le feste di Apollo Metagitnio, commemorative del passaggio di un popolo dell’Attica da un comune all’altro.

3.º _Boedromione_ (settembre-ottobre), ossia _mese del soccorso_. Celebravasi in esso la festa _Boedromia_, in memoria del soccorso recato da Xuto agli Ateniesi, quando questi, al tempo di Eretteo, furono assaliti dagli Eleusini sotto la condotta di Eumolpo trace, figlio di Nettuno. Vi si onorava Apollo perciò detto anch’egli _Boedromio_; e ai 15 di questo mese stesso ricorrevano in onor di Cerere e Proserpina le feste dei misteri eleusini, la cui celebrazione durava nove dì.

4.º _Pianepsione_ (ottobre-novembre), ossia _mese delle fave cotte_. Si cuocevano queste nelle feste, perciò dette _Pianepsie_, istituite in memoria di Teseo, che tornato salvo da Creta, mangionne per allegrezza alla stessa tavola co’ suoi compagni. Ricorrevano pure in questo mese le _Tesmoforìe_, ossia le feste di Cerere tesmofora, celebrate per sette giorni dalle donne di ingenua nascita, con processioni ad Eleusi, digiuni e solennissimi riti; e le _feste Apaturie_, o feste delle frodi, commemorative del duello in cui Melanto campione degli Ateniesi vinse per inganno Xanto re dei Beoti; duravan tre giorni, nel terzo dei quali avea luogo la iscrizione dei neonati.

5.º _Memacterione_ (novembre-dicembre), ossia _mese di Giove tempestoso_ — in onor del quale si celebravano le feste _Memacterie_ per implorare il tempo sereno (Il Petavio mette questo mese in luogo del _Pianepsione_ dal quale lo fa precedere).

6.º _Posideone_ (dicembre-gennajo), ossia _mese di Nettuno_, onorato nelle feste _Posidonie_, celebrate con solenni abluzioni, specialmente in Egina. Ricorrevano pure in questo mese le _Dionisiache rurali_, ossiano i _Baccanali campestri_, celebrati nella campagna colla processione del _fallo_ ritto.

7.º _Gamelione_ (gennajo-febbrajo), ossia il _mese delle nozze_, sacro a Giunone _Gamelia_, auspice e tutrice dei vincoli conjugali.

8.º _Amtesterione_ (febbrajo-marzo), ossia _floreale_. Vi ricorrevano all’11 del mese le _feste Lenee_, dette anche _Antesterie_ o _floreali_, e dedicate a Bacco Leneo: le quali duravan tre giorni: il primo, festa delle _botti_; il secondo, festa delle _coe_ o delle libazioni funerarie; il terzo, festa dei _chitri_ o delle _pentole_, perchè in tal dì cuocevansi legumi d’ogni specie in una gran pignatta, offerta in suffragio de’ morti a Mercurio.

9.º _Elafebolione_ (marzo-aprile), ossia _mese di Diana cacciatrice dei cervi_. Le si offeriva nella sua festa una torta raffigurante quell’animale. In questo mese avean luogo le _grandi Dionisiache_, ossiano i _Baccanali della città_, celebrati in Atene colla massima pompa e processioni solenni, e gara dei componimenti teatrali.

10.º _Munichione_ (aprile-maggio), ossia _mese di Diana Munichia_, così detta dal suo tempio famoso in Munichia, borgata e porto di Atene, ove celebravansi in questo mese le sue feste.

11.º _Targelione_ (maggio-giugno), ossia _mese scaldaterra_. Vi si celebravano le feste _Targelie_, in onor del Sole e delle Ore, portandosi in giro le primizie dei prodotti. Ricorreva pure ai 25 di questo mese la _festa Plinteria_, in onor di Minerva e di Aglauro, tenuta per giorno d’infausto augurio.

12.º _Sciroforione_ (giugno-luglio), ossia il _mese dell’ombrella_, la quale veniva portata ai 12 del mese, nelle _feste Scire_ o _Sciroforie_, in onor di Minerva, da Atene a Sciro, borgo fra Eleusi ed Atene, ov’era il tempio di Minerva perciò detta _Scirade_, ossia _dall’ombrella_.

Il mese intercalare poi, che si aggiungeva, come abbiam detto, tre volte in otto anni, dicevasi _Posideone secondo_.

Dividevasi il mese in _tre decadi_: la _prima_ dicevasi del _mese cominciante_ o _luna crescente_, ἱσταμὲνος μηνὸς — la seconda del _mese medio_ o della _luna media_, μεσοῦντος μηνὸς — la terza del _mese_ o della _luna terminante_, φθίνοντος μηνὸς. Si designavano progressivamente dall’uno al dieci i giorni della prima decade; _primo, secondo, terzo_ del mese _entrante_ o _cominciante_ (πρώτη, δευτέρα, τρίτη ἱσταμὲνος); egualmente quei della seconda: _primo, secondo, terzo del mese medio_, oppure _primo dopo dieci, secondo dopo dieci_, ecc. (πρώτη, δευτέρα, τρίτη μεσοῦντος, ovvero πρώτη ἐπί δὲκα ecc). Giunti alla terza decade, si contava per sottrazione: ossia il 21 diceasi _decimo del mese cadente_, il 22 _nono_ del mese cadente, il 23 _ottavo_, ecc. (δεκάτη, ἐνάντη, ογδόν φθίνοντος). Però talvolta si contavano anch’essi per addizione e dicevasi _primo dopo venti, secondo dopo venti_, ecc. (πρώτη μετὰ εἴκαδα, δευτέρα μετὰ εἴκαδα, ecc.). Il 30 ed ultimo del mese chiamavasi ἐνη καὶ νέα, _vecchia e nuova luna_, ossia tra il finir di una luna e il cominciar di un’altra. Il primo del mese dicevasi pure νουμηνία, ossia _novilunio_.

Quando il mese era di 29 giorni invece di 30, il 21 invece di chiamarsi _decimo del terminante_ dicevasi _nono_, il 22 _ottavo_, ecc.

Vedi Scaligero, Petavio, Corsini, Cesarotti, Taylor; Plutarco in _Solone_, ecc.

[217] Omero, _Odissea_, e altrove.

[218] _Pecile_, ossia _istoriato_, diceasi un portico famoso di Atene, ov’erano rappresentate le gesta degli Ateniesi, dipintevi dal pennello di Polignoto. In questo portico diedero più tardi le lor lezioni i filosofi che si dissero _stoici_ (στοὰ, _portico_).

[219] Sull’uso del recarsi, specialmente i parassiti, anche non invitati, ai pranzi ed ai simposj, vedi in Ateneo, _Deipnos._, VI. Ivi Ateneo cita parecchi di simili casi. In una commedia di Apollodoro Caristio, un personaggio dice d’invitare il parassito Cherefonte, perchè _se anche non lo invitasse verrebbe ugualmente_. In un’altra commedia del medesimo, il parassito va non invitato a un banchetto nuziale col pretesto di portar degli uccelli alla sposa. Altrove Linceo di Samo narra ancora di Cherefonte che va ad un convito senz’esservi chiamato: e siccome egli vi si trova in più del numero normale dei convitati, i gineconomi lo vogliono mandar via: egli risponde: _Avrete contato male. Tornate a contare, cominciando da me._ — Pure a lungo discorre di questa usanza del presentarsi non invitati ai simposj, Plutarco nelle _Disp. Conviv._, VII, 6: ov’egli la giudica sconveniente e propria dei soli _parassiti_ od _ombre_: benchè la vediam praticata anco da filosofi cinici e cirenei (Luciano, _Lapiti_, 12; Aten., _Deipnos._, XII, 510): e benchè Plutarco stesso ami derivarla da Socrate che seco condusse Aristodemo non invitato al banchetto di Agatone; e più in su, da Menelao che nel 2.º dell’_Iliade_ si presenta non invitato al convito d’Agamennone. — Ma caratteristico fra tutti, su questo proposito, è un passo grazioso del cantore jonio Asio di Samo (citato in Ateneo), ov’egli con gravità omerica descrive, in tono di parodia, un parassita che accorre sfrontatamente ad un convito nuziale; che è zoppo, grigio il crine, adora il profumo dell’arrosto (κνισοκόλαξ), e coperto d’ignobili cicatrici, giunge non invitato e _a un tratto si pianta fra gli ospiti, siccome un eroe che sorge dal fango_, ἔν δὲ μέσοισιν — ηρως εἰστήκει. βορβόρου ἐξαναδύς (Aten., III, 125 d.; Callini, _Tyrt. As. carm._, ediz. Bachius, p. 142). — Nell’_eroe_ di Asio, il cui tipo sembra al Müller (_St. lett. gr._, X) il più antico esempio di parodia, il lettore potrà ravvisare la genesi del mio Cimoto.

[220] Il noto verso di Omero, nel 2.º dell’_Iliade_,

αὐτόματος δέ οἴ ἤλθε βοήν ἁγαθὸς Μενελαος

«_spontaneo venne_ (al banchetto d’Agamennone) _Menelao valente nella mischia_» era passato in proverbio e in barzelletta tra i Greci, applicato in ispecie per ischerzo ai parassiti che venian non chiamati alle mense. Vedine esempio in Luciano, nei _Lapiti_.

[221] Nel comico Difilo, presso Ateneo, un parassita invitato, guarda per prima cosa non gli ornamenti e l’architettura della sala, bensì il fumo della cucina; e si rallegra se lo vede uscir ben alto e ben denso: ma se lo vede uscir fioco si rattrista, siccome annunzio di un magro desinare (Aten., _Deipnos._, VI, 236 c).

[222] Porta _Dipila_ o _Triasia_, o _Ceramica_, ovvero il _Dipilon_, era la porta all’angolo nord-ovest d’Atene, conducente dal Ceramico interno al Ceramico esterno e ai giardini dell’Accademia, distante sei stadj. È la sola porta di Atene che tuttora sussista. Seguivano, dopo quella, a settentrione le porte _Ippadi_ (conducente a Colono), d’_Acarne_ e _Melitide_ (conducente a Maratona); a levante la porta _Diomeja_, conducente al Cinosargo, e la porta _Diocari_, che metteva al Liceo; più innanzi, nella