CAPITOLO I.
Si torna agli esorcismi.
Percorso un buon tratto di strada, sempre al trotto, prima di arrivare allo stradone m’imbattei in Sebastiano Zara (un cugino del prete Pittui) il quale mi fe’ cenno colla mano di fermarmi.
— Perchè corri così a precipizio? C’è forse niente di nuovo a Florinas?
— Vanne, e lo saprai! — gli risposi di mala grazia, e continuai la mia strada.
Seppi più tardi dagli amici, che quando costui apprese l’accaduto, minacciò l’aria col pugno, gridando:
— Eh, se lo avessi saputo! Avrei arrestato Giovanni Tolu sulla strada!
Stupida millanteria, poichè lui era inerme ed io armato, e sapevo di vincerlo in forza ed in destrezza!
Per oltre una mezz’ora mantenni alla corsa il mio cavallo, non scostandomi mai dalla strada reale. Dal _Prato_ a _Badu ludrosu_, e da _Pedru Majolu_ alla _Punta Dunossi_ non mi fermai un minuto. Qui mi diedi a saltare un muro, ma urtando col piede in un grosso sasso mi feci male.
Smontai da cavallo, e impiegai un’altra ora a piedi nel far la salita di _Giunchi_, fino alla _Rocca bianca_, territorio di Florinas, tra Banari ed Ittiri.
Colassù rimasi tutta la giornata senza prender cibo. La lunga corsa a cavallo, a dorso nudo, mi aveva pesto orribilmente; dippiù il mio piede si andava gonfiando per l’urto ricevuto a _Punta Dunossi_. Ero impensierito, perchè non mi trovavo in condizione di battere i boschi in campagna aperta, senza pericolo d’una sgradita sorpresa.
Venuta la sera deliberai di far ritorno segretamente a Florinas. Avevo bisogno di mettermi sotto cura in luogo sicuro.
Abbandonai il mio cavallo (a cui avrebbero pensato i barracelli o i miei parenti) e, favorito dalle tenebre, rientrai sul tardi nel mio paese. Corsi non visto a casa di Chiara, la mia sorella maritata, la quale mi custodì gelosamente.
Colà rimasi una diecina di giorni, medicando la mia storta e le mie piaghe con incenso sbattuto nel bianco d’uovo, bagni d’acquavite, e polvere di carbone impastata con sevo: tutti medicinali, di cui noi, agricoltori, facciamo uso con ottimo risultato.
Ogni notte mi s’improvvisava un letto; ma di giorno io stavo dentro ad una _luscia_[16], prestando orecchio alle chiacchiere che sul mio conto facevano le comari, quando venivano a condolersi con mia sorella.
La notte stessa del mio arrivo, appresi da Chiara, che il prete Pittui era stato trasportato a casa sopra una sedia, malconcio in modo che dava a temere per i suoi giorni. Era sempre a letto, in preda a dolori atrocissimi, e parlava a stento. Al terzo giorno il medico lo dichiarò fuori di pericolo, ma gli raccomandò di non fare alcun movimento, poichè la cura sarebbe stata piuttosto lunga. La notizia non mi fece certo piacere!
Durante il tempo della mia convalescenza, i carabinieri, guidati da spie, erano venuti più volte a Florinas per perlustrare le case sospette, dove si sperava di potermi sorprendere. Nessuno immaginò di certo, che la prima settimana della mia latitanza io la passassi dentro Florinas, in casa di mia sorella. Non si pensò neppure a visitare l’abitazione di Chiara, nè quella di mia madre, poichè non era possibile ch’io fossi stato così gonzo da cacciarmi in bocca al lupo.
* * *
Guarito completamente della storta e delle piaghe, mercè le affettuose cure di mia sorella, abbandonai sul tardi il villaggio e mi recai a piedi fino alla cantoniera di _Scala di Ciogga_, dove giunsi verso mezzanotte. Riposavo in un macchione, dietro la casa, quando dodici carabinieri si fermarono dinanzi la porta, e obbligarono il cantoniere ad alzarsi per dar loro da bere. Ripresero quindi la strada di Florinas, forse alla mia ricerca, poichè l’attentato sacrilego contro un prete aveva suscitato molto rumore, e la Giustizia si dava attorno per impadronirsi del reo.
Andati via i carabinieri, continuai la mia strada verso Sassari. Giunsi all’alba all’oliveto della signora Murro, in _Serra secca_, dove ogni giorno si recavano a zappare alcuni miei parenti. Ivi rimasi il resto della giornata. Sull’imbrunire presi una zappa sulle spalle, ed entrai in Sassari arditamente, confuso coi zappatori che a quell’ora ritornano dai lavori di campagna. Nel 1850 la città di Sassari era un luogo sicuro per i banditi, poichè scarso vi era il numero dei carabinieri, a cui piaceva viver comodi e tranquilli.
Mi recai difilato in casa di Don Antonico Berlinguer, allora Maggiore di piazza, il quale mi trattava con benevolenza, poichè mi sapeva onesto e buon lavoratore[17]. Chiesi a lui consiglio; e siccome mi sentivo minacciato dai soliti dolori per le fattucchierie del prete Pittui, lo pregai che mi raccomandasse a un certo Frate Agostino dei minori osservanti, designatomi come valentissimo negli esorcismi. Era costui un sassarese, in fama di mantener relazione colla moglie di un falegname, dal quale era stato sorpreso e bastonato[18].
Don Antonico mi tenne nascosto in casa sei giorni, dandomi da mangiare e da bere; e volle accompagnarmi in persona fino al convento di San Pietro, per presentarmi al frate.
Prima di lasciare la città volli provvedermi di polvere e di palle. Avevo lasciato il fucile nella capanna di mio cognato Bazzone, marito di mia sorella Giustina.
Uscimmo di casa dopo il meriggio. Don Antonico mi precedette facendo l’indifferente: io gli tenni dietro a una certa distanza, per non compromettere l’amico nella carica delicata di Maggiore di Piazza. Dopo un quarto d’ora eravamo dinanzi al Convento.
Frate Agostino ci accolse con molto garbo e ci offrì una tazza di buon caffè. Poco dopo Don Antonico se ne andò per i fatti suoi.
Rimasto solo col frate, questi mi ordinò d’inginocchiarmi, mi lesse la solita orazione, mi gettò addosso la solita acqua benedetta, e mi licenziò dicendomi, che sperava di avermi sciolto dalle _legature_.
Sbrigato il mio affare feci ritorno all’oliveto di _Serra secca_, e di là m’incamminai verso il _Curraltu mal’a servire_, in fondo alla valle di _Sette Chercos_, territorio di Cargeghe, dov’era l’ovile di mio cognato.
Rimasi nella capanna alcuni giorni, sempre in angustie, per timore che una grave malattia mi rovinasse.
Dissi ad un mio cugino:
— Il prete Pittui è ancora in vita, e continua a perseguitarmi colle sue maledizioni. Temo troppo che gli esorcismi di frate Agostino rimangano senza effetto!
Un mio amico, che si trovava presente — certo Pietro Rassu, già mio vicino di casa — disse a me rivolto:
— Ma perchè non ti rechi dal rettore di Dualchi, uno dei più famosi per scongiurare le _legature_?
Non volendo lasciare intentato alcun mezzo per togliermi alle malìe del prete Pittui, indussi mio fratello Peppe ad accompagnarmi a Dualchi, villaggio al di là di Macomer.
Ci recammo insieme a cavallo fino a Padria, dove fummo ospitati dall’amico Salvatore Masia, tenente dei barracelli. Di là l’indomani continuammo il viaggio, attingendo qua e là informazioni sulle scorciatoie, non essendo noi pratici dei luoghi. Dopo due ore e più di strada, c’imbattemmo in un vecchio, il quale ci avvertì ch’eravamo sulla strada che conduceva a Sindia e a Scano Montiferro. Saputo ch’eravamo diretti a Bortigali, suo paese, il vecchio si esibì a servirci di guida. Arrivati al villaggio, egli ci condusse in sua casa, dove ci rifornì di vino e di formaggio. Andammo quindi in casa di certo Pietro Maria Murgia, al quale l’amico di Padria ci aveva raccomandato. Era assente dal paese; ma la moglie e la suocera, appreso il motivo della nostra gita, ci dissero con un certo orgoglio:
— Presentatevi pure in nome nostro al rettore di Dualchi, e ditegli, che vi riceva colla stessa cortesia con cui suol ricevere Pietro Maria Murgia, che gli fu servo per ventott’anni.
Ringraziammo le due buone donne, che ci avevano offerto asilo e cena, e all’alba rimontammo a cavallo. Dopo tre ore di strada, sostammo dinanzi alla casa del rettore.
Il prete e la sua _Perpetua_[19] ci accolsero cortesemente e ci vollero ospiti.
Il rettore di Dualchi, Pietro Maria, era sopranominato _su caddu de Ottava_, perchè possessore di un famoso cavallo di corsa, ritenuto a quei tempi uno dei migliori dell’isola.
Quando gli esposi il motivo della mia venuta — il desiderio, cioè, di venir liberato dalle _legature_ fattemi da un prete — egli mi domandò con una certa curiosità:
— Come si chiama questo sacerdote?
— Giovanni Maria Pittui.
— Lo conosco. So che ha un eccellente cavallo di corsa.
— V’ingannate. Il possessore del buon cavallo è un altro Pittui: suo nipote.
— Ho capito, e poco importa. Posso solamente assicurarti, che il mio cavallo di corsa è migliore del suo; e questo potrebbe significare, che sarò parimenti più fortunato nella cura del tuo male. Ti applicherò una _pezza_, che nessuno riuscirà a strapparti.
Fui lieto dell’esordio. Il prete soggiunse:
— Anzitutto hai bisogno d’una bottiglia d’olio, ch’io dovrò benedire.
Mio fratello Peppe corse subito a comprarla; ma, mentre la porgeva al prete, gli sfuggì di mano e andò in frantumi.
Fui vivamente impressionato del mal augurio; ma il rettore esclamò sorridendo:
— E così? Manca forse dell’olio in casa mia?
Fatta riempire un’altra bottiglia dalla serva, il prete si adattò la stola, mi fece inginocchiare, lesse l’ufficio, mi versò sul capo l’acqua santa, e per ultimo benedisse la bottiglia dell’olio.
Nel frattempo la serva, ferma sull’uscio, assisteva all’operazione con curiosità maliziosa, come se da lungo tempo fosse abituata a simili cure, a cui non credeva.
[Illustrazione: Il bandito dal Rettore di Dualchi]
Terminata la funzione, il rettore mi fece alzare, e mi consegnò gravemente la bottiglia dell’olio ed un involto contenente quaranta pezzi d’ostia.
— Ogni giorno, a digiuno — egli mi disse — tu metterai in bocca uno di questi pezzetti, che trangugierai con una boccata d’olio. Bada di non spaventarti se i tuoi dolori aumenteranno: saranno i chiodi vecchi che ti verranno fuori dalle carni. Ti esorto parimenti a non impressionarti se ti verrà il sangue alla bocca. Prima di consumare i pezzetti d’ostia (cioè a dire, prima di quaranta giorni) ho bisogno di rivederti![20]
Albeggiava appena quando all’indomani io e Peppe ci rimettemmo in viaggio, prendendo questa volta la direzione di Borore, per misura d’abituale prudenza.
Pernottammo in quest’ultimo paese.
Riposai con animo tranquillo, ma verso l’alba, dopo ingoiata l’ostia, ebbi lo sbocco di sangue preannunziatomi dal prete. Allo stesso tempo fui colto da dolori acutissimi alle ginocchia.
Mi feci coraggio. Presi un nuovo sorso d’olio ed un pezzetto d’ostia, e sollecitai la partenza.
Rimontati a cavallo, percorremmo un lunghissimo tratto di strada. Era ancora giorno quando ci trovammo in vista del _Crastu mal’a servire_; ma aspettammo le ombre della sera prima di avvicinarci all’ovile di mio cognato: — altra precauzione di tutti i banditi.
Arrivati all’ovile, consultai Peppe e mio cognato sulla ricompensa da offrire al prete esorcista. Fu determinato d’inviare nostra madre a Sassari per fare acquisto di tre fazzoletti da due lire, di un chilogramma di caffè e di otto libbre di zucchero: regalo destinato al rettore ed alla sua Perpetua. Fu pure combinato di ripartire per Dualchi al più presto possibile, prima cioè che la voce della mia latitanza pervenisse all’orecchio di quel rettore.
Il rettore di Dualchi accettò con piacere il dono fattogli; e dopo aver rinnovato l’esorcismo e ribenedetta la mia bottiglia, mi disse con una certa confidenza:
— Mano mano che l’olio diminuirà, tu non avrai che aggiungerne dell’altro: la benedizione avrà la stessa efficacia.
Ho sofferto per parecchie settimane dolori atroci, ma debbo dichiarare, che le mie punture cessarono. Il rettore di Dualchi mi aveva radicalmente sciolto dalle _legature_ di prete Pittui.
Ricorderò quanto mi disse la prima volta:
— Tu guarirai, poichè il rimedio che ti ho dato è infallibile. Devo però prevenirti, che le potenti fattucchierie, di cui fosti vittima, ti hanno fatto perdere la metà delle forze, la metà del valore e la metà dell’astuzia!