CAPITOLO XI.
La penna vale il fucile.
Da poco tempo ero separato dal Derudas, quando egli uccise il bandito, che aveva scelto a suo nuovo compagno. Dirò brevemente il fatto.
Un ricco possidente d’Ossi si era bisticciato vivamente con un suo servo — certo Antonio Elias; e s’inasprì talmente, che lo percosse. Il servo, più robusto di lui, si avventò al suo padrone, e dopo averlo picchiato si salvò colla fuga.
Il ricco proprietario, volendo vendicarsi dell’atroce insulto, mi chiese un abboccamento in campagna. Egli mi propose una larga ricompensa, se avessi tolto dal mondo quel servo prepotente ed ingrato. Gli risposi che si fosse ad altri rivolto, poichè io non solevo uccidere chi non mi aveva offeso.
Appresi in seguito che il padrone si era rivolto a Derudas, proponendogli la stessa uccisione. Il Derudas osservò che non osava fare il colpo, perchè temeva la mia collera e la mia vendetta.
Allora il proprietario di Ossi, coll’intento d’incoraggiarlo, gli fece credere avergli anch’io promesso di sbarazzarlo dal servo audace.
— Pensaci, dunque, se vuoi guadagnare ottanta scudi!
Anche questo colloquio era venuto a mia conoscenza, per la relazione di confidenti, che a me non mancavano.
Avevo intanto saputo, che il bandito Elias, il servo prepotente, si era dato a scorrazzare la campagna insieme al Derudas, che se lo aveva associato come compagno di ribalderie.
Un giorno Derudas osò venirmi incontro. Avendolo poco prima veduto con Elias, gli dissi seccamente:
— E perchè ti presenti solo? Non è forse degno il tuo compagno d’essermi presentato? Chiamalo pure, se lo hai nascosto!
Derudas si accostò al ciglione, e lo chiamò con un lungo fischio. Quando comparve l’altro bandito, lo apostrofai:
— Perche ti accompagni con Derudas? Non hai capito ancora che egli fu pagato per ucciderti? Abbandonalo, se ti è cara la vita!
Il Derudas mi fulminò con un’occhiata, ma tacque. Senz’altro dire, fece un brusco cenno al compagno, e si allontanarono.
Ero sul punto di fargli fuoco addosso, ma poi mi contenni. Due o tre volte era venuto a tiro del mio fucile, ma sempre lo risparmiai, non volendo si dicesse che io uccidevo i miei compagni. Uccidere il proprio compagno è per i banditi la più grande delle vergogne e delle vigliaccherie; poichè darebbe a sospettare che l’uccisione sia seguita nel sonno. Aspettai un’occasione più propizia. Volevo d’altronde accertarmi, che insieme all’amica mugnaia egli mi facesse realmente la spia.
Non trascorse una settimana da quel nostro incontro, quando Derudas uccise il giovane Elias, per la cui morte gli vennero sborsati ottanta scudi dal ricco proprietario d’Ossi. Questa somma gli abbisognava per la liberazione. In noi banditi era radicata la credenza, che la giustizia avesse bisogno di soldi per chiudere gli occhi ed alleggerire la mano — e la giustizia d’allora non era quella d’oggi! I giudici erano anch’essi complicati nei partiti, e ciascuno aveva i suoi _bravi_ protetti e protettori, specialmente a Sassari.
Verso quel tempo Derudas aveva tentato di separarsi dalla vedovella; ma questa gli disse:
— Bada, Antonio Maria, a quello che fai! Ricordati che per te ho licenziato un giovane che mi voleva bene. Se persisti ad abbandonarmi perchè stanco di me, ti prevengo che mi raccomanderò a Giovanni Tolu per aggiustare la faccenda!
Questa minaccia sortì il suo effetto, poichè Derudas aveva paura di me. Egli finì per sposare la vedovella in casa del rettore, a Banari. La teneva in un molino, dove andava a trovarla di tanto in tanto, dandole appuntamenti in questo o in quel punto, come usano tutti i banditi ammogliati, che non possono avere una casa coniugale.
Non corse lungo tempo, che Derudas venne arrestato, avverandosi la mia profezia. I carabinieri lo avevano colto mentre dormiva. L’imbecille si era svegliato in carcere!
La mancanza di prove testimoniali favoriva la causa di Derudas. I processi erano per la maggior parte indiziarî; e correva la voce della probabile assoluzione del bandito mio compagno. Si accennava da taluni a persone influenti, a qualche giudice a cui si erano dati gli 80 scudi di Elias per diventare più _giusto_. Non mancò chi mi pose in avvertenza, dicendomi che la bella mugnaia era intesa col detenuto marito per ottenere l’assolutoria, facilitandola colla mia cattura.
Quest’ultima diceria — che correva da qualche tempo — mi aveva messo i brividi addosso. Sentivo di essere feroce. Ero pentito di non aver ucciso Derudas; maledicevo gli scrupoli e i riguardi ridicoli, che avevano trattenuto il mio braccio.
Quale umiliazione per me, se si fosse avverato il pronostico! Io in carcere, e Derudas in libertà? questo pensiero mi torturava.
Avevo bisogno di convincermi, che realmente Maria Grazia mi tendesse un’insidia. Non volevo prestar fede ai molti che mi assicuravano, che fra il detenuto e la moglie (annuente la polizia) correvano segreti rapporti.
Vivevo irrequieto; le mie notti erano turbate da sogni angosciosi. Avrei voluto travestirmi da guardia carceraria per uccidere il mio perfido compagno nella sua cella di San Leonardo.
S’ei fosse uscito dal carcere prima della mia cattura, sarei stato più contento, poichè avrei potuto ucciderlo al fianco della propria moglie; ma chi mi assicurava che la sua libertà non era subordinata alla mia perdizione?
In preda a questi tormenti non pensai che a procurarmi le prove del tradimento a mio danno.
Aggirandomi un giorno nelle vicinanze del molino della moglie di Derudas, mi cacciai nel vicino bosco, dove vidi la sua bella servetta, che andava in traccia d’un maiale sbandato. Siccome in altri tempi le avevo fatto un po’ di corte, me le avvicinai sorridendo:
— Buon giorno, Catterina. Come stai?
— Oh! beato chi ti vede! È un bel pezzo che non vieni a trovarci nel nostro molino!
— Dacchè hanno arrestato il tuo padrone ho sospeso le visite al molino per non dar pasto alla maldicenza.
— Che scrupoli! E perciò hai avuto paura di rivedermi? Ben gentile!
— Riparerò al mio torto fra breve. Verrò a salutare Maria Grazia... e te più di lei.
— Possibile! e quando? La mia padrona sarà tanto contenta di rivederti. Mi parla sempre di te.
— Verrò... Tra due giorni; venerdì, o sabato... dopo l’imbrunire.
— Davvero?
— Bada di non dirlo a nessuno, Catterina! Addio, belloccia!...
— Tieni le mani a posto!
— Sei proprio adirata con me?
— Te lo dirò quando verrai al molino.
E la servetta, si allontanò, saltellando come una capriola.
Nè il venerdì, nè il sabato mi mossi per andare al molino; ma la sera stessa pregai un mio parente, perchè si appiattasse per tre giorni in un punto lontano, per sapermi riferire le persone che sarebbero andate a far visita alla mugnaia.
— È questione forse di gelosia?
— No: è un mio capriccio. Bada di non farti vedere!
La domenica mattina il mio congiunto tornò a me. Era alquanto turbato.
— Ebbene? — gli chiesi — Hai scoperto il misterioso visitatore?
— Altro che visitatore! Venerdì sull’imbrunire mi sono imbattuto in sei carabinieri sulla strada di Codrongianus. Erano diretti al molino, e li ho visti sparire nel vicino boschetto. Certo si trattava di un appiattamento, perchè vi sono rimasti due notti. Erano guidati dal maresciallo, il quale entrò due volte nel molino, dopo le dieci.
La trama era scoperta, ed io non potevo più dubitare della perfidia di Maria Grazia, che cercava di vendere la mia pelle per salvare quella di suo marito.
Dovevo dunque pensare alla vendetta: punire il marito dentro carcere, e strapparlo per sempre alla moglie; e tutto ciò senza far uso del mio fucile.
Il tempo stringeva. Il dibattimento di Derudas era incominciato, ed ogni ritardo poteva pregiudicare il mio disegno.
Mi ricordai della confidenza fattami un anno addietro da Derudas, dinanzi alla cantoniera di Campomela.
Senza frapporre indugio mi recai al villaggio di Mores, per abboccarmi con Antonio Masala di Cargeghe. Era costui il fratello di Angelo — dell’uomo assassinato da Derudas e da Puzzone per incarico e col concorso di Manconi.
Trovato il Masala gli dissi:
— È una vergogna, o Antonio! Com’è ch’hai fatto sì poco conto di tuo fratello assassinato?
— E che doveva io fare, quando mi sono ignoti gli uccisori? o per dir meglio, quando mi mancano le prove?
— Le prove si trovano sempre, quando si cercano!
— Così fosse! Che cosa mi consigli di fare?
— Fidarti di me. Hai tu avvocato a Sassari?
— Sì. Il dibattimento credo sia già incominciato.
— Chi è il tuo avvocato?
— Cossu, _il grande_.
— Ebbene, bisogna scrivere al tuo avvocato.
— Scrivere che cosa?
— Presso a poco nei termini che io ti suggerirò.
— Sentiamo.
Ed io dettai, accentuando le parole:
_Illustrissimo Signor avvocato_,
«Le do alcuni ragguagli, che Ella si affretterà a comunicare al procuratore del re. I testimoni Ignazio Tolu e Giovanni Manconi, già esaminati dal giudice istruttore subito dopo l’assassinio di Angelo Masala, tacquero quanto sapevano perchè i banditi Derudas e Puzzone battevano allora la campagna, e li avrebbero uccisi se avessero deposto il vero. Ora però, che l’uno è morto, e l’altro è in carcere, essi possono parlare. Oso sperare, che l’eccellentissimo Tribunale vorrà perdonare ai due disgraziati testimoni, i quali deposero il falso, solamente per timore di perdere la vita. Angelo Masala disparve, nè si ebbero le prove della sua morte per malefizio. Il suo cadavere fu sotterrato dagli assassini nel tenimento di Don Battista Solinas nel sito _sa funtana de sa piarosa_, in faccia alla cantoniera di Campomela. Si mandi a dissotterrare il cadavere, seguendo le traccia che a calce della presente verranno indicate.» (E qui diedi i più minuti schiarimenti sulla località da me conosciuta).
Questa lettera fu distesa e mandata all’avvocato Cossu.
Il dibattimento, che era in corso, venne sospeso e rinviato. Si esumò il cadavere; si fece la perizia; furono uditi i testimoni indicati — e il risultato del nuovo giudizio fu la condanna di Antonio Maria Derudas ai lavori forzati a vita. Egli morì in galera dopo quattro anni di pena.
Il mio procedimento ebbe il risultato propostomi. Mi ero vendicato di un compagno traditore e di una moglie spia. La società venne liberata da un malfattore volgare; ma ben pochi seppero che la giustizia era stata illuminata dal bandito Giovanni Tolu![36]