Chapter 28 of 30 · 1471 words · ~7 min read

CAPITOLO XVIII.

Barracellato di Florinas.

Faccio un passo indietro. Ho bisogno di dichiarare che io non posso seguire scrupolosamente l’ordine cronologico dei fatti avvenuti. Per essere più chiaro, intraprenderò, ramo per ramo, la storia della mia vita. Non si deve dimenticare, che io narro gli avvenimenti di quarant’anni, nè potrei interrompere un episodio per riprenderlo a salti, secondo i diversi tempi in cui si svolse.

Erano appena iniziate le prime pratiche per la liberazione dei fratelli Migheli, quando il comune di Florinas pensò alla riorganizzazione della compagnia barracellare per l’esercizio 1853-54.

Il Consiglio comunale aveva deliberato di far cadere la nomina di capitano dei barracelli su Peppe, il mio fratello gemello. Era evidente che si voleva tutelare la sicurezza della proprietà col prestigio del mio nome di bandito.

Peppe me ne aveva già parlato, e il Consiglio chiedeva il mio parere, prima di accingersi alla nomina definitiva,

— Non voglio assolutamente che tu sia il capitano! — risposi a mio fratello: — Tu devi rifiutare. Penserò io ad aggiustare le cose.

Partecipata la rinunzia al Consiglio, questo per tre volte confermò la nomina di Peppe Tolu; e quando si seppe che mio fratello rifiutava per mio suggerimento, alcuni consiglieri pregarono il sindaco di consultarsi con me per formare la compagnia barracellare di Florinas.

Il sindaco uscì un giorno dal paese, come per diporto, e venne ad abboccarsi con me in campagna.

— È egli vero che tu ti opponi perchè tuo fratello non accetti la carica di capitano, che vuole affidargli il Consiglio?

— È verissimo!

— E perchè ciò?

— Perchè mio fratello non può, nè deve accettare la carica di capitano dei barracelli!

— Lo credi forse incapace a coprirla?

— Lo credo capace, quanto abile ed onesto; ma è troppo povero, e gli mancano i mezzi per disimpegnare convenientemente simile carica. Il capitano ha bisogno di comoda stalla per custodirvi i cavalli, quando capita la ronda dei barracelli d’altro comune; ha bisogno di essere agiato per mettersi in grado di invitare a pranzo gli amici, quando l’occasione si presenta; ha bisogno di spendere del proprio, perchè non ha disponibile che la sola metà del salario anticipato dai vassalli. Di questo salario non potrebbe servirsi, poichè dev’essere ripartito alla fine della gestione fra i barracelli che rondano e lavorano lungo l’anno: — se si verificano danni dovrà pagarli subito; se c’è benefizio, dovrà fare il riparto equo. Mio fratello è troppo povero, nè potrebbe senza sagrifizi ed umiliazioni disimpegnare una carica così delicata. Credo in coscienza, che l’agiatezza e il benessere siano indispensabili a chi è chiamato ad amministrare la roba d’altri; e la miseria è sempre cattiva consigliera. Vi indicherò io la persona da presciegliere per capitano dei barracelli. Intanto vi prego di far venire qui don Ignazio Piras: ho bisogno di conferire con lui.

Venuto a me don Ignazio, prese a dirmi col sorriso bonario dei signori, che vogliono canzonare i poveri diavoli:

— Ma perchè non vuoi permettere che tuo fratello faccia il capitano? Tornerebbe ad onor tuo questa nomina; poichè quando si sapesse che il capo della barracelleria è stretto congiunto ad un famoso bandito, i ladri si guarderebbero dal recar danno all’altrui proprietà!

— Si persuada, don Ignazio; noi possiamo ancor vivere senza quest’onore. Non insista più oltre, e mi risponda!

— Sentiamo.

— Quanti agricoltori può ella contare sotto la dipendenza della sua casa?

— Una ventina; tu lo sai.

— E il dottor Andrea Serra?

— Altrettanti.

— Ciò vuol dire, che le vostre due case dispongono dell’intiera popolazione. Invece, dunque, di un capitano, vi suggerisco di nominarne due; e la scelta non dovrà ricadere che su don Ignazio Piras e sul dottor Serra. In tal modo la popolazione di Florinas dipenderà dalle vostre famiglie. Il numero dei barracelli, fissato in 15, e che potreste raddoppiare, voi non lo porterete che a soli 25; e così il barracellato, alla cui riorganizzazione è concorso tutto il paese, non sarà inviso alla popolazione, la quale vivrà tranquilla nell’unione e nella concordia. È questa la mia opinione!

Don Ignazio fece subito convocare il Consiglio comunale, e gli comunicò la mia proposta, che venne accettata dalla maggioranza con viva soddisfazione.

Formata la compagnia barracellare sulla base da me suggerita, venni invitato a recarmi segretamente a Florinas[45].

Trovandomi in quel tempo insieme a Pietro Cambilargiu, lo pregai di tenermi compagnia.

Ci presentammo in casa del capitano don Ignazio Piras, dove già trovavasi il suo collega dottor Serra, nonchè i 25 barracelli, colà attirati dalla curiosità di veder me e Cambilargiu, del quale avevo preannunziato la visita.

Come ci presentammo nella sala, don Ignazio fece far silenzio, e rivolgendosi a me, prese la parola solennemente:

— Giovanni Tolu; noi abbiamo seguìto il tuo suggerimento. Devo però dirti, che il Consiglio ha deliberato di nominar te e Cambilargiu a far parte della nostra barracelleria. Non pretendiamo che voi andiate alla ronda (c’è abbastanza gente per farla!), ma desideriamo solo che esercitiate una scrupolosa sorveglianza, massime verso i ladri di bestiame. Dei guadagni della compagnia, voi sarete messi a parte al pari degli altri; quanto alle perdite, non dovete preoccupacene: pagheremo noi la vostra quota! Accettate?

Fatto un inchino rispettoso, io risposi:

— Don Ignazio, dottor Serra, amici tutti: io posso assicurarvi che la capitaneria di questo anno avrà un esito soddisfacente, e apporterà buoni frutti. Essa riuscirà più famosa di quella, che la tradizione ci dice formata un’ottantina d’anni fa, sotto il comando di Baingio Canu. Questo capitano (nominato quasi a dispetto del Consiglio comunale) non volle seco che un solo barracello: il proprio nipote Pietro Canu. Vi ricorderò il fatto, quale lo raccontano i nostri vecchi.

«Narrasi, che la notte susseguente alla costituzione della strana compagnia di due individui, si verificò il furto di due cavalli, eseguito coll’intenzione dispettosa di farli pagare al capitano ed al nipote. Avuta la relazione della mancanza del bestiame, Baingio Canu andò, sull’imbrunire, a trovare il nipote:

«— Pietro — gli disse — prendi il fucile e seguimi!

«Baingio Canu era un uomo energico e risoluto: buono o cattivo, a seconda le circostanze.

«Si recarono entrambi, a notte tarda, dinanzi alla casa di colui, che sapevano essere l’autore del furto.

«— Bada di far fuoco sul ladro, appena si presenterà alla porta! — fece Baingio al nipote.

«— Sono agli ordini del capitano! — rispose Pietro, che rappresentava l’intiera compagnia.

«Lo zio picchiò risoluto alla porta.

«— Apri Antonio, e vieni fuori: sono io!

«Il disgraziato si fece all’uscio, e cadde fulminato da una fucilata.»

— Così, o signori, finirà questa capitaneria — conchiusi, rivolto all’adunanza. — Spero, però, che non avremo bisogno di spargere sangue umano, poichè i ladri ci rispetteranno!

Gli astanti si congratularono con me, e la seduta fu levata[46].

Pietro Cambilargiu non disse una parola; egli ben sapeva, come mio compagno, che non doveva opporsi a quanto avevo stabilito.

Terminata la discussione, don Ignazio Piras ordinò ai suoi servi di andare in cantina a spillare il miglior vino. Fu dato a tutti da bere, e si chiacchierò allegramente per una mezz’ora.

Uscimmo dalla casa di don Ignazio per recarci in quella del dottor Serra, dove ci fu offerto lo stesso trattamento.

La moglie del dottore, colla quale ero in confidenza, m’abbracciò, e mi baciò sulla guancia, alla presenza di tutti.

Cambilargiu, ch’era al mio fianco, mi disse con una certa amarezza:

— Vedo che sei proprio ben voluto nel tuo paese!

Uscimmo sulla via, seguiti dai nuovi barracelli e da molti amici. Eravamo costretti a fermarci di casa in casa, poichè ognuno voleva offrirci da bere. Una folla di curiosi ci veniva dietro, e tutti parevano soddisfatti di vedere i due banditi, resi maggiormente celebri dopo i recenti attacchi di _Nuzzi_ e di _Monte Fenosu_.

A Pietro Cambilargiu davano solo il _benvenuto_; ma io ero fatto segno a dimostrazioni affettuose. Tutte le donne del mio paese, vecchie e giovani, venivano sulla porta per stringermi la mano e per baciarmi, compiangendo il mio triste destino. Ero vivamente commosso; mi pareva di sognare, in mezzo a quella gente che mi aveva veduto nascere, o colla quale avevo trascorso i più bei giorni della giovinezza.

Mi accorsi che quell’accoglienza affettuosa e spontanea era una spina al cuore di Cambilargiu. Egli mi camminava al fianco imbronciato e riflessivo. Io, che conosceva la sua natura diffidente e sospettosa, gli leggevo in fondo all’anima. Egli certamente supponeva, che i tanti amici miei non potevano essere che suoi nemici, poichè volentieri avrebbero a lui teso un’insidia per concedere a me l’impunità a prezzo della sua morte. Pensiero eterno del bandito, che lo spinge a diffidare dell’amore, che altri nutre per un compagno d’infortunio!

Finalmente ci separammo, poichè non era prudenza rimanere più a lungo in quel luogo — quantunque a Florinas non vi fossero carabinieri, e don Ignazio avesse preso le debite precauzioni, prima di chiamarmi in paese.