CAPITOLO XX.
Ancora Antonio Spano.
Appena ucciso il negoziante sassarese Dionisio, il bandito Antonio Spano e i suoi amici si erano dati a spargere la voce che l’uccisore ero stato io.
A Sassari si trovava in quel tempo l’avvocato Todde, cagliaritano, professore all’università. Spinto dalla curiosità di vedermi da vicino, gli fui presentato in campagna, col pretesto d’una partita di caccia; ed egli si mosse a pietà delle mie sventure. Volle conferire con alcuni magistrati, e fu riconosciuta la necessità di chiamarmi con salvacondotto, per interrogarmi sull’uccisione di Dionisio, sperando di attingere nuovi schiarimenti.
Il prof. Todde, d’animo nobile e generoso, aveva preso impegno di farmi abboccare coi giudici, unicamente per mettere in chiaro la mia innocenza, smentendo le dicerie che correvano sul mio conto.
Consultatomi coll’avv. Piras, accettai il salvacondotto.
Il convegno mi fu dato in casa di Don Ignazio Piras, a Florinas, dove si recarono colla _diligenza_ il giudice istruttore Murgia, il procuratore del re Costa ed un segretario. Furono tutti trattati con vero sfarzo in casa Piras; basti il dire, che nel pranzo offerto agli ospiti vennero presentati a tavola venti _piatti caldi_.
Comparso dinanzi a questi signori, il giudice Murgia chiese a Don Ignazio un libro di Evangeli per sottopormi al giuramento.
— Non importa — dissi — ho in tasca l’ufficio della Beata Vergine, che pur contiene alcuni brani del Vangelo. D’altra parte credo inutile ogni giuramento, perchè io deporrò il vero, secondo coscienza.
— Che cosa sai dell’uccisione di Giovanni Antonio Matti, detto Dionisio?
— So abbastanza. Mi trovavo di passaggio in un ovile della Nurra, dov’era una serva sassarese. Costei, giorni prima, era stata citata a Sassari come teste nella causa Dionisio. Ritornata all’ovile, le chiesi per curiosità notizie del processo; ed ella mi disse, che le avevano imprigionato il genero, per aver prestato ad Antonio Spano le sue vesti da muratore, colle quali si era mascherato per uccidere più facilmente Gio. Antonio Dionisio...
— Ed altro non sai? — mi chiese il giudice Murgia, alquanto sorpreso.
— Non c’è da saper altro. Il bandito Spano ha ucciso il signor Dionisio, per vendicare l’insulto fatto al proprio fratello!
Mi furono fatte diverse altre domande, che forse avevano rapporto con qualche processo in corso od in vista. I giudici vanno sempre in cerca di nuovi fili, ma non sempre la loro tela è ben tessuta. Ond’è che questa (come lessi in un libro) rassomiglia ben sovente a quella dei ragni: prende i moscerini, ma lascia scappare i mosconi!
Prima di licenziarmi, il procuratore del re Costa mi chiese scherzando:
— Hai tu fiducia nei salvacondotti?
— E perchè no? Io credo che il Governo abbia il dovere di essere leale!
Confesso, nondimeno, che, prima di mettermi in viaggio per Florinas, avevo fatto vedere il salvacondotto ad una persona di fiducia — a don Luigi Nurra, fisco a Cagliari, e genero del generale Grondona di Tiesi, che si era ritirato a Cargeghe. Le precauzioni non sono mai troppe!
Fu questo il mio primo salvacondotto; in seguito n’ebbi altri, come dirò a suo tempo.
* * *
Ho già parlato di uno zio di Antonio Spano, a cui io e Cambilargiu tentammo un giorno di rubare una cavalla, in odio al nipote. Parlerò ora di un altro suo zio, Luigi Mudadu, già laborioso ed onesto, ma divenuto in seguito sicario, perchè unitosi al nipote.
Un giorno, a Tissi, era avvenuta una grassazione a danno di un certo Sebastiano Selis e di sua moglie Rosalia Figos; i quali erano stati assaliti nella propria casa, e derubati di molto danaro e di molta biancheria. Denunziati i malandrini al tribunale, nessuno venne molestato, per mancanza di prove. Non mancò tuttavia chi risentì danno da questa denunzia, e pensò alla vendetta. Il mandato di sangue fu affidato a Luigi Mudadu, il quale, per danaro, tolse dal mondo Sebastiano Selis.
Un altro giorno Antonio Spano, insieme a Cambilargiu e ad altri quattro compagni, si recarono alla _Nurra_ per dar l’assalto al noto sicario Francesco S*, nell’ovile di _Rumanedda_. Quantunque colpito da molte palle, il Francesco fu trasportato ad Ossi, e non tardò a guarire.
Non passò gran tempo, che Antonio Spano, col concorso di altri sei complici, ritentò il colpo su Francesco S*, assalendolo nella propria abitazione, ad Ossi. Le grida della sorella di costui diedero l’allarme, e gli assalitori dovettero rinunziare all’impresa.
Ai menzionati delitti, col braccio o col consiglio, non fu estraneo Luigi Mudadu.
I due ribaldi, zio e nipote, continuarono senza tregua nella via del misfatto, eccitati più dall’ingordigia del danaro, che dalla voce dell’odio e della vendetta. Non li seguirò nelle loro scorrerie. Dirò solo, che l’ora della condanna era suonata per entrambi.
Antonio Spano, imprudentemente, aveva minacciato un giovane d’Ossi, prevenendolo che lo avrebbe ucciso. Costui andò a consultarsi con altro bandito compaesano, certo Andrea Sanna, che gli era amico.
Fu concertato, che entrambi si sarebbero appostati sotto una roccia, per spiare lo Spano, che con frequenza soleva recarsi a Muros.
— Se ci verrà incontro in campagna, noi lo uccideremo — aveva detto Sanna — se invece entrerà nel villaggio, lo faremo arrestare, perchè ci è nota la casa del suo rifugio.
Sull’imbrunire, non visti, essi scorsero Antonio Spano che prendeva il cammino di Muros.
Il bandito Sanna si fermò in campagna per assicurarsi che lo Spano non uscisse dal paese; il giovane invece andò di corsa a Sassari per dare avviso all’arma dei carabinieri.
Verso l’alba alcuni carabinieri giunsero a Muros travestiti da _stacciai_, e si aggirarono per il paese, fingendo vendere la loro mercanzia.
Si presentarono alla casa, in cui si supponeva fosse nascosto il bandito Antonio Spano, e si trattennero a lungo dinanzi alla porta, contrattando colle donne la vendita degli stacci, in attesa di altri sei carabinieri a cavallo, partiti da Sassari un’ora dopo, come d’intelligenza.
Come si accorsero che i compagni entravano in paese, i due stacciai si slanciarono di scatto nella stanza vicina, puntando le pistole al petto del bandito, che non ebbe il tempo di mettersi in guardia.
— Siamo carabinieri! Ti arrendi, o Antonio Spano?
Colto all’improvviso, quell’imbecille fissò come istupidito i due armati, e non ebbe il coraggio di far resistenza. Le due bocche delle pistole, rivolte contro al suo petto, lo impressionarono. Ebbe paura... e fu vile! Al suo posto io avrei lottato fino a farmi uccidere. Una palla di piombo è sempre la benvenuta, quando ci salva dalla forca!
Antonio Spano cedette le armi ai due stacciai, ed abbassò il capo con rassegnazione, mormorando a fior di labbro:
— Mi arrendo!
Fu ammanettato e tradotto alle carceri di Sassari.
Poco tempo dopo venne pur tratto in arresto lo zio, Luigi Mudadu, l’uccisore di Sebastiano Selis.
Il dibattimento dei due banditi ebbe luogo a Cagliari, e furono entrambi condannati alla morte.
Ordinata la traduzione a Sassari per esservi impiccati, i due prigionieri si posero in cammino a piedi, scortati da molti carabinieri a cavallo.
Strada facendo essi si misero d’accordo; e riuscirono a comprare alcune scatole di zolfanelli, che tennero per più ore in infusione in un fiaschetto d’acqua. Approfittando di una sosta lungo il cammino, i due congiunti trangugiarono arditamente la bevanda, e si avvelenarono. Il nipote, di complessione piuttosto delicata, morì lo stesso giorno; lo zio, più robusto, sorvisse ancora tre giorni.
Ed ecco la fine di Pietro Cambilargiu e di Antonio Spano, i due più efferati banditi del Logudoro, ch’ebbi a compagni per un po’ di tempo. Il primo morì assassinato da un parente traditore; il secondo si salvò dalla forca col veleno!
FINE DEL PRIMO VOLUME
INDICE
DEL PRIMO VOLUME
AI LETTORI (_Storia della Storia_) Pag. 5 Sui banditi del Logudoro (_Pagine storiche_) » 11
PARTE PRIMA
PRIMA DELLA COLPA.
CAP. I. Infanzia e prima giovinezza » 59 » II. In cerca d’una moglie » 71 » III. Alla festa di Mara » 78 » IV. Ritorno dalla festa » 89 » V. Fattucchierie » 96 » VI. Convegni amorosi » 101 » VII. Sponsali e luna di miele » 108 » VIII. Prime nubi » 116 » IX. Tentativi di pace » 127 » X. L’attentato » 138
PARTE SECONDA
IL BANDITO DI FLORINAS.
Cap. I. Si torna agli esorcismi » 147 » II. In casa di prete Pittui » 158 » III. La famiglia Rassu » 167 » IV. Si apre la campagna » 179 » V. Chi nasce e chi muore » 193 » VI. Duello a morte » 203 » VII. Gli ultimi Rassu » 217 » VIII. Agostino Alvau » 224 » IX. Il bandito Derudas » 235 » X. Giusta pena e pena ingiusta » 243 » XI. La penna vale il fucile » 251 » XII. Cambilargiu, Spano, Fresu » 260 » XIII. I quattro banditi » 274 » XIV. In bocca al lupo » 286 » XV. A Monte Fenosu » 299 » XVI. Questua per un fucile » 312 » XVII. Ricettatori » 317 » XVIII. Barracellato di Florinas » 323 » XIX. Ancora Cambilargiu » 334 » XX. Ancora Antonio Spano » 344
INDICE DELLE VIGNETTE
VOLUME PRIMO
RITRATTO DI GIOVANNI TOLU (frontispizio). Lettera iniziale allegorica _al banditismo_ Pag. 13 Testata allegorica sui personaggi della storia » 59 147 Moglie tentatrice, e il villaggio di Florinas » 69 Gli sposi uscenti dalla chiesa » 109 Attentato contro il prete Pittui » 140 Il bandito dal Rettore di Dualchi » 155 Uccisione di Francesco Rassu » 215 Il salto dalla roccia di _Monte Fenosu_ » 307
NOTE:
[1] Giovanni Tolu, fatalmente, morì a Portotorres, di carbonchio, nel pomeriggio dei 4 luglio 1896 — circa un mese dopo che avevo consegnato il mio manoscritto all’Editore Dessì. A proposito della sua morte il lettore troverà un’appendice in fondo a questo libro.
[2] È ancor viva nel popolo la famosa carestia nel 1780, che provocò da per tutto disordini, specialmente a Sassari.
[3] Nella famiglia di Giovanni Tolu furono comunissimi i parti doppi. Anche la figlia del bandito n’ebbe parecchi.
[4] Florinas, a 15 Chilometri da Sassari, è un ameno paesello di circa 2200 abitanti. Dicesi costrutto sulle rovine di _Figulina_, oppido romano. Posto in altura, sopra un gruppo di pittoresche colline, vi si gode di un orizzonte vastissimo. Gli abitanti, industriosi, attivi, intelligenti, sono per la maggior parte dediti all’agricoltura. Questo comune, uno dei più lindi dell’isola, ha fatto notevoli progressi in questi ultimi tempi. Dal 1849 ed oggi il suo piano topografico si è quasi trasformato, poichè molte case furono demolite per la sistemazione delle vie e delle piazzette, che vi sono spaziose, arieggiate, pulitissime.
[5] Non so a quali malifizî qui accenni il Tolu. Certo è, che prima del 1848 (ed anche dopo!) il volgo si lasciava trascinare a superstiziose credenze, alimentate dall’ignoranza o dalla furberia di chi aveva il dovere di combatterle.
[6] Giovanni Tolu mi citava assai spesso i personaggi della Storia sacra e quelli dei _Reali di Francia_ — letture sue predilette, dopo che fu bandito, come vedremo in seguito.
[7] Era questa l’abituale espressione dell’ex bandito. Per _mia opinione_ egli intendeva dir tutto: il _mio parere_, il _mio desiderio_, la _mia volontà_, il _mio intendimento_, la _mia decisione_, ecc. ecc.
[8] La chiesa di _Bonuighinu_ (Buon vicino) è sacra alla Vergine addolorata. Ha un bell’atrio quadrato, ed è costrutta su di un monte conico di difficile accesso, circondato da foreste, con ruderi di mura antiche, di una torre, e di due cisterne appartenenti al famoso castello omonimo, pur detto di _Bonvhei_. Questo castello, eretto dai Doria, fu da questi venduto a Mariano di Arborea; il quale, dopo averlo ceduto nel 1355 al re di Aragona, lo riebbe nel 1364. Tornò in seguito, nel 1388, agli aragonesi, e poi di nuovo ai Doria nel 1436.
La festa di N. S. di _Bonuighinu_, con fiera, ha luogo nella terza domenica di settembre, e vi accorre molta gente da ogni parte dell’isola, sebbene in minor numero e con minor entusiasmo di quella che vi accorreva prima del 1850.
[9] Noti il lettore questo curioso amor proprio rusticano. La povertà era ritenuta un’umiliazione, anche dalla classe dei contadini!
Ha dell’incredibile la felice memoria di Giovanni Tolu sui fatti accaduti da oltre quarant’anni! Egli mi narrò molti altri particolari, che ho taciuto perchè insignificanti. Ripeto che l’ex bandito fu scrupolosissimo nella sua narrazione, nè accennò mai a fatti, senza declinare nomi di persone e di località.
[10] Ricordi il lettore, che io riporto fedelmente, quasi parola per parola, la narrazione dell’ex bandito. Parrà certamente incredibile, che un uomo come Giovanni Tolu, assennato, pieno di buon senso, e d’una istruzione non comune, potesse prestar fede alle _legature_ e ad altre simili fandonie. Eppure è così! Era una sua debolezza a molti ignota, e appena sfiorata nel processo svolto nelle Assise di Frosinone. Il Tolu mi parlava delle _fattucchierie_ con profonda convinzione, e si mostrava offeso ogni qualvolta io le metteva in dubbio od in ridicolo. Rileverà il lettore, andando innanzi nella narrazione, altre stranezze dello stesso genere, ch’io riporterò fedelmente, senza commenti.
[11] Non dovremo noi scusare la superstizione di Giovanni Tolu, quando la vediamo condivisa, o alimentata da sacerdoti così credenzoni? Poveri paesi, e poveri tempi!
[12] Una volta per sempre devo dichiarare, che io riporto fedelmente la narrazione dell’ex bandito, e che non aggiungo una parola ai dialoghi, che sono tutti tuoi. Ripeto che non volli alterare l’originalità delle scene rusticane con slanci di rettorica convenzionale.
[13] Forse l’avv. Racca, reggente allora l’intendenza Generale, dopo la partenza di De Monale. Il Racca fu Intendente di Alghero nel 1855, e Vice Governatore di Sassari dal 1859 al 1862.
Erano tempi d’inimicizie e di fucilate, e le Autorità cercavano ogni mezzo per togliere il pretesto ai sanguinosi conflitti, allora frequentissimi.
[14] Specie di guardaboschi. Si era da un solo anno sotto la Costituzione, ma pare si continuasse a governare coll’autoritarismo del regime assoluto!
[15] Lungo questa scarpa fu di recente costruito un parapetto.
[16] Recipiente di forma cilindrica, intessuta di canne, per custodirvi il grano quando si ritira dall’aia.
[17] Era allora Luogotenente, non Maggiore di piazza.
[18] Pare che i preti e i frati d’allora attingessero la potenza dell’esorcismo alle illecite relazioni. È cosa che io ignoravo fino ad oggi!
[19] Giovanni Tolu chiamava _Perpetue_ tutte le serve dei preti.
[20] Lo ripeto. Dovremo noi ridere della superstizione di Tolu, quando la vediamo incoraggiata in siffatta guisa da preti così ignoranti, o così furbi? Rimando il lettore alla nota apposta appiè della pagina 99.
[21] Lascio a Giovanni Tolu tutta la responsabilità delle _biografie_ contenute nella presente storia. Per quanto scrupoloso e veritiero egli fosse, noi dobbiamo pure ammettere che qualche volta l’ex bandito avrà giudicato gli uomini attraverso la lente del propri odî o delle proprie simpatie. D’altra parte il lettore non deve mai dimenticare il tempo in cui i nostri fatti accadono!
[22] Badi il lettore che io riporto fedelmente, senza rispondere dei giudizi e delle asserzioni di Giovanni Tolu.
[23] Fra Tolu e i Dore pare vi fosse ruggine antica. Vi ha un processo contro Tolu per _insulti_ fatti a Giuseppe Dore mediante arma da fuoco, il 1. Giugno 1850 (era ammogliato da un mese e mezzo). — Gio. Tolu non me ne parlò; e forse l’accusa gli venne dal prete, indispettito per il matrimonio della sua servetta.
[24] Narro il fatto colle precise parole del bandito, che non aggiunse altro. Era facile intendere, com’egli avesse preso di mira il suo nemico, fingendo far fuoco al par degli altri in direzione della costiera. Fu questo il primo uomo ucciso da Giovanni Tolu.
Quest’omicidio fu commesso il 19 maggio 1851, come risulta dal processo indiziario, che fu istruito a carico di Tolu.
[25] La fede nei sogni era un’altra superstizione del Tolu.
[26] Il ferimento avvenne il 19 aprile 1851. I sospetti caddero su Tolu, come mi risulta da un processo; però, con ordinanza del 17 dicembre 1852 fu dichiarato _non farsi luogo a procedere_. Sapremo più tardi la verità!
[27] Pare che questa punizione fosse adottata nella sola Diocesi di Sassari.
[28] Morì a Sassari il 21 agosto 1851, in età di 56 anni.
[29] Il Tolu leggeva spesso i _Reali di Francia_, come vedremo in seguito.
[30] Francesco Rassu fu ucciso il 4 gennaio 1853. Aveva 39 anni, come rilevai dai registri parrocchiali di Florinas.
[31] Salvatore Rassu venne ucciso il 23 settembre 1854. Tolu mi fece comprendere di averlo ucciso lui, quantunque non si fosse istruito alcun processo, e molti ne dubitassero.
[32] Altri disse, che una donna, complice del progettato assassinio, a un certo punto si era alzata dal tavolo per aggiustare il lucignolo di una lucerna, impedendo così all’Alvau di vedere Antonio Sento che armava il grilletto. Credo più veridica la versione del Tolu, che l’apprese della bocca degli stessi aggressori.
[33] Il cadavere di Alvau fu portato sulle fascine a Sassari; venne subito esposto fuori Porta Sant’Antonio, e l’indomani in Piazza Castello.
[34] Non era certamente il diavolo, ma era il dolore e l’onta per la condanna infamante, che avevano fulminato quel poveretto. Valga anche questo fatto per farci deplorare le pratiche edificanti di quei tempi!
[35] Questa raffinatezza di ghiottoneria, inferocendo sulle povere bestie, farà arricciare il naso alla società protettrice degli animali, per i quali i pastori non nutrono certo la tenerezza dei cittadini civili. Questi, nondimeno, non cessano dal lagnarsi quando le carni non sono saporite!
[36] Siamo giusti. Se la denuncia all’autorità giudiziaria fosse stata fatta da altri in odio a Tolu, non so se costui l’avrebbe trovata encomiabile!
[37] _Mancamento_ dicesi in sardo il bestiame mancante, denunziato ai barracelli dai proprietari.
[38] Noti il lettore il prestigio che esercitavano i banditi sui pastori, e lo studio di questi per ingraziarseli.
[39] Avrà notato il lettore i buoni accordi che correvano fra banditi e barracelli. Gli uni servivano gli altri.
[40] Il fatto avvenne il 16 Settembre 1852. Fu ferito con arma da fuoco il brigadiere del cavalleggieri Giuseppe Andorno. Vi ha processo; ma con ordinanza del 30 dicembre si dichiarò _non farsi luogo a procedimento_.
[41] Riassumo dagli atti del processo i fatti, secondo la relazione dei carabinieri e dei due contadini presenti.
«Il maresciallo dei cavalleggieri Teodoro Prelato, della stazione di Osilo, informato che Cambilargiu vagava nei dintorni, e specialmente a Nuzzi, il 10 giugno 1853 capitò nella vigna del medico Giorgio Vacca (figlio della vedova Chessa) insieme al brigadiere Gio. Leoni ed ai cavalleggieri Angelo Coas, Paolo Achenza, Giuseppe Dasara e Giuseppe Sassu. Entrarono nella casa rustica, dove subito accorsero i contadini Antonio e Francesco Vacca (fratelli del medico) che lavoravano nella vigna.
Il cavalleggiero Dasara aveva scaricato poco prima la canna del fucile, che teneva per dubbia. (Era questo lo sparo avvertito in precedenza dai due banditi).
Il maresciallo, udendo abbaiare il cane ed aprirsi il cancello, (distante dalla casa un 27 passi) era uscito fuori, seguito da Francesco Vacca, ed aveva riconosciuto, in uno dei due che entravano, Pietro Cambilargiu.
— Sei barracello, forse? — gli gridò.
— E tu sei maresciallo?
— Sì, lo sono!
— Vieni, cane, che ti metto la medaglia d’oro!
La lotta si era impegnata fra i due, che si fecero fuoco a vicenda. Il maresciallo ebbe spezzato da una palla il calcio della pistola. (Nessuno conosceva Tolu di persona.)
Corso il maresciallo dietro la casa per ricaricare l’arma, aveva gridato ai compagni: — Coraggio, c’è Cambilargiu!
Fu allora che i banditi uscirono prestamente dal cancello, lo rinchiusero, e vi appoggiarono un grosso sasso. Di là fecero due spari ed uccisero il cavalleggiere Sassu (con cinque ferite).
Fatti gli spari, i cavalleggieri corsero al cancello, ma non potendolo aprire, saltarono dall’alta siepe. I banditi si erano dileguati nè poterono inseguirli, poichè dinanzi alla vigna vi erano tre viottole, nè sapevano quale avessero presa.
Uno dei contadini disse, che Tolu fu ferito ad un dito ed ebbe spezzata la bacchetta del fucile.
Tolu niega che avessero messo il sasso dinanzi al cancello.
[42] Vi ha processo per l’omicidio del carabiniere Antonio Rebichesu di Sassari, in atto di ribellione e resistenza; più per ferimento di altri due carabinieri, Antonio Contu e Francesco Sperone, mediante sparo. Si allude forse al carabiniere ferito accidentalmente al labbro dal maresciallo, ed a qualche altro colpito dal Tolu coi due spari fatti. Come mai costui, scaricando le due canne del fucile, poteva colpire tre persone in tre tempi diversi? C’è imbroglio nel processo; ed è forse perciò che si tacque di esso, mentre si portò alle Assise il solo scontro di _Nuzzi_, avvenuto due giorni prima di quello di _Monte Fenosu_.
[43] Riporto le credenze di Tolu, senza commenti.
[44] Anche gli Arcivescovi avevano paura dei banditi e cercavano di amicarseli!
[45] L’anno del barracellato comincia coll’agosto, e termina collo stesso mese dell’anno susseguente.
[46] La narrazione di Tolu, a proposito dei barracelli non deve sorprendere il lettore, poichè è un fatto che si verifica con molta frequenza. Certi latitanti (parrà strano!) erano, e sono tuttora ritenuti come una garanzia per le compagnie barracellari.
E fu così in ogni tempo. Il 6 dicembre 1730 (per citare un esempio) il Vicerè scriveva al Governatore di Sassari, autorizzandolo alla nomina di Francesco Farru a capitano della Compagnia, colla condizione imposta, di accettare i barracelli scelti da costui. Il Vicerè notava solo, che essendovi fra essi alcuni _reos de delictos_, non era bene accoglierli in un Corpo incaricato dell’estirpazione dei malandrini. — Eppure si doveva chiudere un occhio, e accettare i ladri per scongiurare i furti!
Della compagnie barracellarie si hanno nozioni fin dal tempo dei Giudici (nei secoli XII e XIII). Esse vennero stabilite in ciascun villaggio coll’obbligo di ricompensare, mediante retribuzione, qualunque danno sopportato nelle proprietà. Fu questa una delle ottime istituzioni sarde, conservate fino ad oggi, con qualche modificazione. Dopo il 1848 divennero _volontarie_, ed oggi sono rette dalla legge 22 maggio 1853.
[47] Lo scambio delle due cavalle è un fatto misterioso; ma non posso fornire maggiori schiarimenti, poichè Tolu non me ne diede. Valga questa nota per altri punti un po’ oscuri della narrazione. L’ex bandito s’imbronciava quando io l’interrompevo per chiedere spiegazioni. Egli mi diceva secco:
— Scriva quanto le dico. Gli _interessati_ mi comprenderanno!
Era un uomo singolare, un po’ testardo, e non bisognava insistere.
[48] Fu ucciso nel pomeriggio del 23 giugno 1856 (vigilia di San Giovanni). L’indomani il municipio di Sassari fece un rapporto al Ministero, annunciando la morte di Cambilargiu, (_pernicioso anche col solo prestigio del nome_) ucciso da pochi carabinieri dopo _viva resistenza_. I cinque carabinieri, oltre lo Scaniglia, furono: Usai, Vargiu, Porqueddu, Pugioni e Catte.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.