CAPITOLO X.
Giusta pena e pena ingiusta.
Farò un passo indietro per narrare due casi avvenutimi, durante il tempo ch’ebbi a compagno il bandito Derudas.
Antonio Maria Cosseddu, di Banari, da qualche tempo cercava di farmi la spia. Era stato tre volte in carcere, ed uscitone, volle seco in compagnia due pastori banaresi (certi fratelli Antonio Maria e Salvatore Carta) perchè non venisse molestato dai nemici. I due fratelli erano ricchi, onesti, e molto stimati nel paese.
Il Cosseddu aveva in custodia molti porci e capre, a lui affidati da un agiato proprietario di Banari.
Incorsi in una contravvenzione, i fratelli Carta erano stati condannati a un mese di carcere. Poco dopo pubblicata la sentenza, fui invitato a pranzo nel loro ovile, dove mi trovai in compagnia di Derudas, di Gio. Antonio Nuvoli, e del prete florinese Massidda. Appresa la recente condanna, tutti d’accordo consigliammo i due fratelli a costituirsi in carcere l’uno alla volta, perchè così potessero sorvegliare il proprio bestiame. Promisi, da mia parte, che avrei tenuto d’occhio la loro proprietà, durante il tempo della prigionia dell’uno e dell’altro.
E così, infatti, essi fecero.
Durante il tempo che Gio. Maria scontava il suo mese di carcere, la spia Cosseddu ebbe un vivo diverbio coll’altro fratello Salvatore, e fu sul punto di ucciderlo, facendo accorrere sul luogo i carabinieri. Quest’intervento dell’arma benemerita era stato forse concertato con la spia, allo scopo di farmi sorprendere nella capanna insieme al mio compagno Derudas. Scampai al pericolo — ma giurai di vendicarmene.
Costituitosi in carcere Salvatore (dopo uscitone il fratello Gio. Maria) quest’ultimo si mostrò molto risentito del perfido contegno del Cosseddu, e mi pregò di ucciderlo.
Io gli risposi:
— La vendetta sarebbe giusta; ma che avverrà in seguito? Tutti ormai sanno che siete nemici del Cosseddu; e se io l’uccidessi, voi sareste arrestati come esecutori o mandanti. Anch’io avrei bisogno di punirlo, ma questa volta la mia vendetta non tornerebbe che a danno vostro.......
— Che fare, dunque?
— Cercare il mezzo di ottenere lo scopo senza compromettere la vostra libertà.
— E questo mezzo? Consigliami tu!
— Rispondi. È egli vero che Antonio Maria Cosseddu è un volgare sicario, che ha sulla coscienza molte pelli?
— È ben noto al paese!
— Tu e gli amici tuoi, siete in grado di conoscere i delitti da costui commessi?
— Li conosciamo.
— Puoi tu mettere insieme otto testimoni delle scelleraggini di quel cattivo soggetto?
— Anche venti!
— Mi bastano otto. Quando li avrai riuniti, dammene avviso, ed io ti dirò quanto devono fare.
Radunate le otto persone in campagna, col pretesto d’una partita di caccia, Gio. Maria Carta mi diede l’appuntamento.
Salutata la comitiva, presi la parola, e dissi loro:
— Siete voi tutti consapevoli degli assassinî commessi da Antonio Maria Cosseddu?
— Sì.
— Proprio in coscienza?
— Ognuno di noi può asserirlo con prove di fatto.
— Or bene, allora fate così. Quattro di voi si presentino al procuratore del re di Sassari, denunziandogli i fatti che si conoscono. Ritornati questi, partiranno gli altri quattro, per fare altrettanto. Raccolte dal fisco le denunzie in iscritto, egli ha il dovere di spiccare il mandato di cattura, e istruirà il processo.
Il mio consiglio fu seguito scrupolosamente; e il Cosseddu venne arrestato, processato, condannato a morte, e impiccato a Sassari.
Dopo la condanna, dissi al pastore Gio. Maria:
— Vedi tu come si fanno le cose? Tu non sei rovinato nella persona e nella roba; io non ho la pelle di un sicario sulle spalle; il nostro nemico è punito; e la giustizia può andar lieta di aver tolto dal mondo un miserabile assassino!
Il Cosseddu aveva a Banari un cognato prete; e il paese diceva che costui era riuscito a strapparlo tre volte alle carceri, per mezzo delle fattucchierie. Dopo la condanna a morte, una mattina, il prete fu trovato svenuto sul pavimento della sacristia; e fu detto che il diavolo lo avesse abbandonato, perchè non era riuscito a strappare il cognato al carnefice. Il povero prete, dopo l’impiccagione del Cosseddu, si chiuse in casa per sei anni, e non volle più vedere anima viva[34].
I fratelli Carta erano buona gente, ed io volevo, ad ogni costo, toglierli alle seccature. Costava poco, a un bandito, uccidere un uomo come Cosseddu; ma non volevo compromettere i due amici, dai quali avevo sempre ricevuto gentilezze. Ero certo che su loro sarebbero caduti i sospetti dell’uccisione della spia, per gli screzi e le minaccie che in precedenza si erano verificati. La spia Cosseddu aveva scontato le sue perfidie e i suoi delitti — e la mia coscienza era tranquilla.
* * *
Mi trovavo ancora a Banali, quando, un giorno, m’imbattei nel bandito Derudas, prima della nostra rottura. Egli mi confidò che due ladri d’Ittiri avevano derubato un suo fratello, togliendogli persino i sacchi, che teneva sotto il basto del cavallo che montava. Quest’audacia lo inasprì talmente, che mi dichiarò di odiare tutti gli ittiresi.
In compagnia di diversi amici ci trovammo l’indomani a _Badu Sinaghe_, dove si mangiò allegramente, e si bevette non poco. In sul finire del pranzo, mentre si chiacchierava col padrone del luogo, venne un pastore ad avvertirlo, che quattro ittiresi erano entrati nel tenimento per tagliar legna.
Il padrone, indignato, ordinò al servo di mandarli via.
— Perchè non andiamo noi a trovarli? — esclamò vivamente Derudas, alzandosi. — Non posso dimenticare che hanno derubato mio fratello.
— Non saranno certo gli stessi! — osservai scherzando.
— Che importa? sono ittiresi, e basta!
Così dicendo il mio compagno si mosse, e noi gli tenemmo dietro.
Il padrone sgridò quei ladri sfacciati, ed io tolsi loro i picchi e le ronche, dicendo che li avrebbero ripresi un’altra volta.
Uno dei ladruncoli — che certamente non ci conosceva — si fece innanzi con baldanza, e venendomi incontro mi gridò con disprezzo:
— Tu fai il gradasso perchè sei armato di fucile!
Il sangue mi fe’ velo agli occhi, e gli saltai addosso, strappandogli di mano la scure.
L’ittirese mi afferrò allora per la barba; ed io, cieco, lo percossi colla scure, ferendolo gravemente al braccio.
Mi accorsi, lo confesso, d’essere stato troppo focoso, e di aver commesso una brutta azione. Sebbene l’afferrare un sardo per la barba sia l’insulto più atroce che si possa fare, pure riconobbi che il torto era mio, ed ebbi vergogna di me stesso. Debbo dichiarare, che di questo eccesso ebbi ad arrossire per tutta la vita. In quel momento non avevo pensato che a vendicare il mio compagno Derudas, senza badare quanto sia ingiusto e ridicolo bisticciarsi per conto di un terzo.
Pochi giorni dopo ricevetti una lettera dal cav. Suzzarello, colla quale mi esortava a restituire i ferri ai quattro ittiresi, uno dei quali era un suo servo. Meno male che il Suzzarello non mi tenne rancore; egli, più tardi, mi raccomandò di procurargli un buon mastino per caccia grossa, avendogli un robusto cinghiale sbranato nove cani, in una partita di caccia a _Giunchi_. Lo compiacqui, e se ne mostrò soddisfatto.
L’ittirese da me ferito non tardò a guarire, e ne fui lieto.
Racconto questi episodi per darvi un’idea della vita di noi banditi. Ne taccio molti altri insignificanti, per non tediare chi leggerà la mia storia.
* * *
A Banari, come in tutti i paesi del circondario, destavo sempre una curiosità singolare. Quando passavo in quella regione, il medico Peppe Canu avvertiva i cavalieri, i quali colle loro famiglie si recavano a far pranzo in campagna, per il solo gusto di conoscermi da vicino.
Quei cavalieri m’invitarono molte volte a prender parte ai loro pranzi; e per consueto mi s’incaricava di fare le porzioni a tavola, meravigliati, i commensali, della mia abilità nel tagliare le carni, che distribuivo in un momento, con equa misura. Si era talvolta in venticinque o trenta individui in campagna, e tutti si mostravano avidi di conoscere qualche episodio della mia vita di bandito, ch’io raccontavo loro con piacere.
Un giorno, nel salto di _Badu Sinaghe_, in Giunchi, dovendosi preparare i soliti regali a Monsignore e a diversi signori di Sassari, venni incaricato dell’uccisione del bestiame; e uccisi ben quattordici porci e troie a palla, dando spettacolo di valentìa col colpirli tutti nell’occhio, per non far loro perdere il sangue[35].
Ho antecipato un po’ gli avvenimenti; ed ora ritorno al mio compagno Derudas, prima di abbandonarlo al suo triste destino.