Chapter 15 of 30 · 1939 words · ~10 min read

CAPITOLO V.

Chi nasce, e chi muore.

Alzatosi da letto, guarito dalle contusioni, il prete Pittui si mostrò più feroce che mai contro di me. Da lungo tempo la sua casa era stata il convegno de’ più tristi del paese. Fu là che i fratelli Rassu, i fratelli Dore, il _commissario_ Serra, Giovanni Maria Piana avevano congiurato la mia cattura. Ma non erano ancora riusciti nell’intento, e parecchi di essi erano stati puniti per mano mia, o per mano del destino.

Il sacrilegio da me commesso mi aveva attirato addosso le ire di molti compaesani; il cui scopo, d’altra parte, non era stato che quello d’ingraziarsi l’influente prete, intimo amico dei principali giudici ed avvocati di Sassari

Si conoscevano da lungo tempo, in paese, le tresche, i raggiri, le prepotenze, e sovratutto i _ricorsi_ che il buon ministro di Dio soleva mandare alle autorità di Sassari, contro gli sconsigliati che cadevano in sua disgrazia.

Dopo essere stato un mesetto in casa, il prete tornò a dir messa all’Oratorio di Santa Croce; nè aveva voluto rinunziare alle sue gite a Sassari, dove si recava ogni tanto, sempre scortato da tre o quattro carabinieri, che richiedeva alle autorità per la propria sicurezza.

Trascorso qualche mese, e sbollite le ire, non mancarono in paese le persone che deploravano la non riuscita del mio attentato; perocchè il prete continuava ad inasprire gli animi colle prepotenze, creando i malcontenti.

Certo Pietro Sanna, bosano, e certo Antonio Maria Deiana, vennero un giorno da me, in campagna, offrendosi a facilitarmi il mezzo d’introdurmi in casa di prete Pittui per ucciderlo. Costoro appartenevano ad una combricola di ladruncoli, i quali si vantavano possessori di grimaldelli, che aprivano qualunque porta. Li ringraziai, ma non volli accettare la loro offerta, perchè diffidavo di essi: temevo qualche perfidia da parte del sacerdote, capace di ogni tranello, pur di avermi nelle mani.

Delle congiure che si facevano in casa del prete — come dissi altra volta — io veniva informato da persona intima della famiglia; e posso aggiungere (non lo rivelai finora a nessuno!) che la stessa serva del prete, la zia di mia moglie, mi aveva più volte fatto avvertire, che mi guardassi dai Rassu, dai Dore, e da altri. Non seppi mai spiegarmi tanta tenerezza da sua parte. Temeva forse per suo marito? aveva paura della disperazione di un bandito? sentiva forse rimorso e compassione per la disgrazia toccatami? od era forse qualche recente rancore col suo padrone che la spingeva a sventargli le trame? Non son riuscito a spiegarmelo. Certo è, che dovetti alle sue avvertenze l’essere scampato a molti agguati; e potei, mercè sua, conoscere la perfidia di certi parenti ed amici, che mi tradivano in segreto. Non bisogna negare che la paura di un bandito desta in tutti una viva apprensione, e tutti fanno a gara per offrirgli protezione ed aiuto, per riceverne in cambio aiuto e misericordia — salvo più tardi a tradirlo quando capita il destro.

Una sera stavo seduto a ridosso d’un’alta roccia, a poca distanza dal paese. Vidi ad un tratto sullo stradone due preti che venivano verso Florinas dalla parte di Sassari. Mi parve di riconoscere in uno di essi Giovanni Masala Pittui, e decisi di farla finita con una buona fucilata.

Montai il grilletto, spianai l’arma, e aspettai che i due transitanti mi venissero a tiro.

Come si avvicinarono, mi avvidi di aver preso abbaglio. Erano due preti che venivano da Sassari con la solita provvista dell’olio santo per la parrocchia di Florinas.

Rimisi il fucile in spalla, e mi allontanai dal paese, sperando di essere più fortunato un’altra volta. L’assassino della mia pace domestica, il perfido istigatore di mia moglie, non doveva morire che per le mie mani. Lo avevo giurato!

* * *

E Maria Francesca?

Posciachè erano riuscite vane le trattative di pace per mezzo dei missionari, venuti nel settembre a Florinas, e più ancora dopo il mio attentato, vi furono malumori e dissidi fra mia moglie e i suoi genitori. Mio suocero aveva più volte cacciato da casa la figliuola, ritenendo che il vivere insieme dopo la mia latitanza non era cosa prudente, nè per l’una nè per gli altri. Si temevano gli eccessi di un genero e di un marito datosi alla macchia.

Era stata da tutti respinta, la disgraziata; e il prete stesso, che tre mesi prima l’aveva persino costretta a recarsi ai balli pubblici per farmi dispetto, ora non la guardava in faccia. Anche nel cuore di quel cane parlava forse la paura!

Si era giunti intanto ai primi di marzo, mese in cui si aspettava il parto di Maria Francesca. I suoi parenti, con soddisfazione pietosa e maligna, dicevano:

— Se Giovanni Tolu non potrà venire per assistere al battesimo della sua creatura, poco male: — non mancherà gente in paese per accompagnare il neonato, o la neonata in chiesa!

Ciò riferitomi da alcuni miei fidi, mandai un’ambasciata ai parenti di mia moglie, assicurando loro che nessuno si sarebbe permesso di accompagnare la mia creatura al fonte battesimale.

— Se a quel tempo sarò vivo — aggiunsi — nessuno potrà vantarsi di questo accompagnamento, che costerebbe troppo caro. Il frutto di mia moglie non sarà portato in chiesa che dalla sola levatrice... come si pratica per i nati illegittimi!

Il minaccioso mio avvertimento sortì il suo effetto.

Il giorno 5 di marzo (1851) Maria Francesca partorì una bambina; e si avverò in seguito il mio pronostico. Fu portata al fonte battesimale senza che nessuno l’accompagnasse. I parenti di mia moglie, a cui avevo dato qualche lezione, si erano ben guardati di contrariare il mio desiderio. Sapevano che non scherzavo, e che avrei potuto mantenere la parola.

La scelta del nome di battesimo, da imporsi alla neonata, creò impicci ai parenti e provocò lunghe discussioni. Fu deciso infine, con molto senno, che la piccina fosse chiamata _Maria Antonia_, in ricordo delle due nonne: — della mia, Maria Antonia Scanu, e di quella di mia moglie. Maria Gàmbula.

Avvenuto il parto, i genitori di Maria Francesca si mostrarono più risoluti che mai a non volere in casa la figliuola, temendo fastidi da parte mia. Ond’è, che la disgraziata, per maggior sua punizione, fu costretta a rintanarsi in una catapecchia isolata, nel centro del villaggio, dove campava stentatamente, facendo il mestiere di cucitrice d’abiti da uomo e da donna. Da nessuno ebbe un soccorso, e cominciò a risentire gli effetti della sua caparbietà e della sua disubbidienza.

Mi era stata comunicata la nascita della figliuola con tutte le formalità più scrupolose. Poche settimane dopo, Maria Francesca mi mandò un’ambasciata per mezzo di un fido amico:

— Tua moglie — ei mi disse — è richiesta come balia a Sassari, presso una famiglia di signori ricchi ed influenti, i quali potrebbero impegnarsi per la tua liberazione.

Io gli risposi:

— Dirai a Maria Francesca, che io non voglio accettare la libertà da colei che mi ha reso schiavo. Dio le ha imposto la missione di allevare la sua creatura: — faccia dunque il suo dovere!

Trascorsi alcuni giorni Maria Francesca tornò ad inviarmi lo stesso ambasciatore, prevenendomi, che aveva deciso (col mio consenso, o senza) di recarsi a Sassari come balia, affidando la propria bambina alle cure d’altra balia, in Florinas.

Risposi minaccioso:

— Dirai a mia moglie, che si guardi bene dal mettere in azione il suo proposito. Il giorno in cui ella andrà a Sassari per far la balia, io le ucciderò il padre e la madre, perchè rei di non aver saputo correggerla. In seguito penserò anche a lei!

Dietro questa minaccia, Maria Francesca desistette dal suo proposito, e rimase a Florinas per allevare la sua creatura. Ella continuò a vivere miseramente nel suo tugurio, lontana dai genitori, che la trascurarono.

* * *

Mio suocero, come ho detto, era sempre malaticcio e non usciva di casa. Dopo la morte di Pietro Rassu e del carabiniere Maronero egli temeva la mia vendetta — poichè si era venuto a sapere, che l’agguato era stato ordito dietro il suo falso rapporto a mio riguardo. Egli sperava sempre che il prete e i suoi sicari fossero riusciti ad uccidermi, o a mandarmi alla forca.

Prete Pittui, completamente ristabilito, continuava a stancare la pazienza di tutti colle sue prepotenze, i suoi ricorsi, e i malumori che suscitava dovunque. Il suo contegno bestiale, indegno di un ministro del Signore, aveva chiamato l’attenzione dell’alto clero, nè si tardò ad inoltrare reclami contro la sua condotta scandalosa.

A Cargeghe io aveva un cugino — certo Paolo Tolu — molto amico di monsignor Varesini, allora arcivescovo di Sassari. Questo Tolu era ammogliato con la nipote del canonico Scarpa rettore di Cargeghe, e più tardi canonico turritano.

Quando nel maggio monsignor Varesini, nel suo giro per la Cresima, si fermò a Cargeghe, il rettore Scarpa si affrettò ad informarlo di quanto era avvenuto fra me e il prete Pittui. Mio cugino Tolu, per le confidenze fattegli dall’amico rettore, fu in grado di fornirmi i seguenti ragguagli:

Recatosi Monsignore da Cargeghe a Florinas, volle interessarsi della mia causa. Anzitutto rampognò il prete Pittui di aver trasgredito gli ordini suoi; poichè, interdetto a dir messa per il sangue versato dietro le mie percosse, esso aveva continuato a consacrare. In seguito chiese schiarimenti ai tre preti di Florinas sulla condotta del loro compagno; ma le informazioni date non furono troppo lusinghiere.

Allora l’Arcivescovo mandò a lui il sagrestano maggiore per invitarlo a venire in chiesa: ma n’ebbe in risposta, che non poteva muoversi perchè ammalato.

Costretto finalmente a presentarsi dinanzi a Varesini, questi lo esortò severamente a smettere la superbia e la prepotenza, e a dare il buon esempio della mansuetudine cristiana, col non intromettersi nei fatti altrui.

Prima di lasciar Florinas, monsignor Varesini impose a prete Pittui di presentarsi entro la settimana alla Curia di Sassari, avendo urgente bisogno di conferire con lui.

Il Pittui — colla solita scorta di carabinieri — venne a Sassari dopo gli otto giorni. Presentatosi verso le nove all’Episcopio, monsignor Varesini gli fece dire dal suo segretario che lo avrebbe ricevuto alle dieci. Ritornato all’ora indicata, lo si pregò che tornasse alle undici. E così di seguito, tre volte alla mattina e tre volte alla sera, fu per otto giorni rimandato il ricevimento, costringendo il povero prete a tante passeggiate inutili ed umilianti. Era questa una delle punizioni ecclesiastiche, che s’infliggevano dall’Arcivescovo ai sacerdoti colpevoli[27].

Trascorsi gli otto giorni, il prete Pittui si era dato a letto, dicendosi ammalato. Egli aveva preso alloggio nella casa di una mia zia — certa Catterina Angela Cugurra, moglie ad Antonio Alivesi — abitante dietro la _Munizione vecchia_. La famiglia Alivesi era molto amica del prete; il quale, durante la malattia, ebbe da essa cure assidue ed affettuose.

La malattia fu piuttosto lunga. Per una diecina di giorni il prete fu assalito da febbri violenti, e nel delirio non faceva che contorcersi fra le coltri, gridando ogni tanto, rivolto a mia zia:

— Eccolo... È là!.... egli viene!... Giovanni Tolu mi uccide!

E col mio nome sulle labbra, in preda a fissazioni di percosse e di ferimenti, egli morì a Sassari, nella casa in cui di consueto veniva ospitato[28].

Ebbi ragguagli della sua fine dalla stessa mia zia Catterina.

Il prete Giovanni Masala Pittui scese nel sepolcro sette mesi dopo le percosse da me ricevute — nè furono esse la causa della sua morte, come alcuni osarono asserire. Forse fu Monsignore che l’uccise!

La sua scomparsa dal mondo mi allegerì di un gran peso. Avevo la convinzione che le mie _legature_ fossero finalmente sciolte, e che non tarderei a riacquistare l’intiera mia forza — quella forza, che il rettore di Dualchi diceva in me diminuita!