CAPITOLO VII.
Gli ultimi Rassu.
Quando più tardi giunsi a conoscere la perizia giudiziaria sull’assassinio di Francesco Rassu, un sorriso di compassione mi venne sulle labbra. Il medico ed i periti avevano dichiarato, che la vittima era stata assalita da quattro uomini, e che la prima ferita alla nuca era stata prodotta da un colpo di bastone. Fu parimenti dichiarato, che Francesco era stato grassato, dopo aver ricevuto oltre trenta ferite. Fidatevi ora delle perizie ordinate dall’autorità giudiziaria!
Appresi in seguito, che il primo che s’imbattè nel cadavere di Francesco fu un suo zio, fratello della suocera, il quale si era impossessato del pistolone, che tempo addietro aveva regalato al nipote. Da ciò l’asserzione dei periti.
Il sole era appena spuntato, quando capitai in un podere, in cui lavoravano alcuni miei amici. Fra essi era Giovanni Antonio Piana, col quale mi ero riconciliato.
Come mi vide, costui mi venne incontro per dirmi ch’era mancato un bue, e che si sospettava lo avesse rubato Francesco Rassu. Mi raccomandava di fare indagini per rintracciarlo.
— Posso assicurarti — risposi — che il ladro non è Francesco. L’ho lasciato or ora a _Pedru majolu_, e in condizioni tali, che non potrà più rubar buoi... nè farmi la spia!
E così dicendo lanciai uno sguardo significante al marito della serva del prete, per fargli capire che avrebbe fatto la stessa fine, se non si fosse in tempo ravveduto.
La stessa mattina andai a trovare mio fratello Giomaria e un mio cognato, che zappavano in un podere vicino. Confidai loro che avevo ucciso Francesco Rassu.
Verso sera, passando dinanzi all’ovile di Giovanni Andrea (lo zio di Francesco) volli entrarvi per salutare il vecchio.
Appena egli mi vide, mi si piantò di botto dinanzi; e dopo avermi a lungo fissato cogli occhi spalancati, mandò dalla gola rantoli e sbuffi. Uscì infine in queste parole:
— Non è la morte di Francesco che mi dispiace; ma lo scempio fatto al suo cadavere! Crivellarlo con trenta pugnalate? è azione indegna, vigliacca!
Il sangue mi montò alla testa; e facendo un passo verso il vecchio gli mostrai il pugno, gridandogli minaccioso:
— Segno che tante glie ne abbisognavano!
E aspettai una seconda frase insultante, per freddare a’ miei piedi un altro Rassu.
Per fortuna egli non fiatò, nè si mosse; ed io mi allontanai voltandogli le spalle, senza neppur salutarlo.
* * *
Per distrarmi alquanto mi recai alla Nurra, dove rimasi alcune settimane.
Mi trovai colà più volte con Salvatore, il figlio di Giuseppe Rassu, che da qualche tempo era al servizio di mio cognato Ignazio Piana. Quantunque il giovane cercasse di avvicinarsi a me, io lo tenevo a debita distanza, perchè nipote de’ miei nemici.
Intanto nell’estate (tempo in cui si sogliono condurre le pecore al Fiume Santo per abbeverarle) Salvatore ebbe un diverbio con un suo compagno; e dopo avergli spezzato il cranio con un grosso sasso, si era dato alla macchia. Portatosi allora segretamente a Florinas, per chiedere alla zia ed al prete parte del danaro lasciato loro in custodia, gli fu risposto:
— I tuoi danari ci serviranno per toglierti alle mani della giustizia; e così potrai goderteli!
Essendo figlioccio del prete, col quale la zia conviveva, Salvatore si rassegnò ad aspettare; ma intanto, passando per Cargeghe, volle ivi consultarsi col bandito Antonio Maria Derudas (che in quel tempo mi era compagno, come dirò in seguito).
Poco dopo venni chiamato da zio Giovanni Antonio Rassu; il quale mi confidò, che il pretore di Ploaghe desiderava abboccarsi col giovane Salvatore, per giovargli nella causa. Egli chiedeva il mio parere.
— Se tuo nipote andrà dal pretore, te lo manderà in galera! — risposi.
Il vecchio allora mi disse con accento di preghiera:
— Perchè non lo prendi in tua compagnia per guidarlo?
— Perchè non lo voglio! — risposi recisamente — Egli si mostrò disubbidiente col babbo, colla mamma, collo zio, e lo sarà parimenti con me. Non assumo una simile responsabilità. Se Salvatore venisse ucciso, si darebbe a me la colpa!
Così risposi, perchè non potevo fidarmi del vecchio nè del giovane Rassu, dopo quanto mi era accaduto a _Pedru majolu_. Sarebbero stati capaci di un tranello per vendicare il loro congiunto da me ucciso.
Quantunque nessuno mi avesse veduto, la voce pubblica mi accusava della morte di Francesco; ed i parenti ne erano certi, perchè io non avevo cercato di smentire la diceria. Nessuno di quelli a cui avevo confidato l’omicidio poteva parlare; poichè in quei tempi l’esser chiamato a testimonio era doppiamente pericoloso: verso la giustizia, e verso i protettori dell’ucciso.
Il giovane Salvatore, a cui era nota l’intenzione di volerlo a me affidare, aveva esclamato imprudentemente:
— Perdio! avrei vergogna di accompagnarmi coll’uccisore di mio zio Francesco, ch’io devo vendicare. Toglierò dal mondo Giovanni Tolu!
— Bambino imbecille! — esclamai, quando mi vennero riferite le sue parole.
* * *
Annoiato della mia solitudine, durata per oltre un anno, mi ero unito in quel tempo ai banditi Antonio Maria Derudas e Gio. Maria Puzzone, di Cargeghe; i quali battevano la campagna dopo l’assassinio del capitano de’ barracelli, da loro freddato nel piazzale della chiesa del paese, mentre rincasava.
Un giorno il vecchio Giovanni Andrea Rassu ebbe l’imprudenza d’invitare il Derudas ad unirsi a Salvatore per sbarazzarsi di me.
— Mio nipote è troppo giovane — gli aveva detto — e da solo non potrebbe fare il colpo.
Il Derudas tenne il segreto per alcuni giorni; ma siccome in precedenza mi aveva informato dell’abboccamento chiestogli dal vecchio Rassu, finì per tutto confessarmi.
Da quel giorno Salvatore fece il gradasso, fidando forse nell’aiuto del Derudas. Sulle prime presi le cose in scherzo; ma in seguito, persistendo egli a darmi noia, decisi di dargli una lezione.
Non tardò anche lui a seguire lo zio. Egli venne ucciso da una fucilata vicino alla _lacana_ d’Ossi, in territorio di Florinas. Il cadavere fu trasportato sulle fascine al villaggio[31].
* * *
Ed ecco quattro dei Rassu — Pietro, Paolo, Francesco e Salvatore — tolti dal mondo per mano mia, o per mano d’altri!
Ne restavano ancora due; ma di essi volle occuparsi l’Eterno, poichè io feci loro grazia.
Giuseppe Rassu, l’ultimo dei quattro fratelli, (come ho già detto) era ammogliato con una mia zia, la quale mi voleva un bene dell’anima.
Un giorno andai a trovarla, e le dissi:
— Cara zia, bada! temo molto che non tarderai a diventar vedova!
— Che intendi dire? Mio marito è sano e robusto.
— Ma io l’ucciderò, se non farà da bravo. Egli ha sinistre intenzioni a mio riguardo.
— Non temere, Giovanni. Tu sai ch’io ti voglio bene. Se io mi accorgessi che Giuseppe avesse intenzione di farti male, sarei la prima a renderti avvisato. Egli mi è marito, e tu mi sei nipote: vi ho cari entrambi. Non potrei permettere che tu l’offenda, perchè c’è di mezzo il giuramento del matrimonio; — ma parimenti vedrei di mal occhio che egli torcesse un capello a mio nipote. Va tranquillo, figliuolo mio; finchè io vivo non riceverai il minimo danno da lui!
E mantenne la parola. Donna energica e risoluta, ella seppe imporsi al marito, che mi lasciò in pace, come in pace lasciai lui.
Risparmiai parimenti il vecchio zio Giovanni Andrea Rassu, che si rassegnò alla perdita dei suoi quattro nipoti, puniti dalla giustizia di un Dio, che odia i traditori e le spie.
L’uno e l’altro morirono tranquilli sul proprio letto — quantunque non meritassero una simile fortuna!