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CAPITOLO III.

Alla festa di Mara.

Si era verso la metà di Settembre del 1848, e si avvicinava il giorno della famosa festa di _Nostra Signora di Bonuighinu_, che suol farsi presso una chiesa campestre, nelle vicinanze del villaggio di Mara. Questa festa, con annessa fiera, è una delle principali dell’isola, e chiama tuttora dal Logudoro e dalla Planargia una folla considerevole di curiosi e di devoti[8].

Essendo Mara molto distante, i florinesi hanno bisogno di quattro o cinque giorni per effettuare la gita e godere del divertimento; e forse per questo motivo l’attrattiva è maggiore, e cresce nei festaioli la smania di prender parte alla baldoria.

Già da tre anni mi ero prefisso di recarmi a _N. S. di Bonuighinu_ per sciogliere un voto fatto, e nello stesso tempo per divertirmi un poco. Lavoravo tutto l’anno con assiduità, e mi pareva di aver diritto a un po’ di svago. Circostanze impreviste avevano impedito che si effettuasse il mio disegno; ond’è che quella volta fui irremovibile nel mio proposito.

Mia madre non vide di buon occhio la mia gita, e me lo disse con una certa amarezza:

— Bada, Giovanni! A me pare, che in questa circostanza non ti convenga recarti alla festa. Non vorrei che la tua gita avesse a procurarti qualche dispiacere!

Io mi strinsi nelle spalle. Mia madre, certamente, voleva alludere alle trattative in corso per la domanda di matrimonio; ma io sentiva di aver la coscienza netta, nè dovevo temere serie conseguenze da un passatempo innocente.

Anche il nostro vicino di casa — Gavino Pintus — aveva deciso di andare alla festa insieme alla figliuola, e si era dichiarato contento di avermi a compagno di viaggio.

Questo Pintus, agricoltore benestante, era fratello dell’altro Pintus, della cui figlia mi dicevano invaghito. Le due cugine avevano lo stesso nome: Maddalena.

All’alba del giorno designato insellai il mio _Moro_; Gavino Pintus prese la figliuola in groppa, e partimmo insieme.

Svoltate appena due stradicciuole, il Pintus fermò il cavallo e mi disse:

— Aspettami qui un momento. Mi spingo fino alla casa di Pietro Paolo, per sapere se insiste nell’idea di venire alla festa.

Fu tanta la mia sorpresa, che non risposi neppure. Mi lusingavo già che si trattasse di un semplice atto di convenienza, quando vidi sboccare da una viottola i due fratelli a cavallo, colle rispettive figliuole in groppa.

Quell’incidente impreveduto mi gelò il sangue. Mi venne persino in mente di piantare la comitiva e di andarmene tutto solo alla festa; ma ebbi vergogna di una debolezza, che poteva venir interpretata paura o vigliaccheria. Ripensai allora alle parole di mia madre, la quale non s’ingannava mai ne’ suoi pronostici.

Che dovevo fare? Feci l’uomo di spirito, e mi rassegnai ad essere il compagno di viaggio dei due fratelli e delle due cugine, deciso però a mostrare il broncio alla coppia malaugurata, che aveva messo in giro la diceria de’ miei amori. Volevo che si notasse quanto poco gradita mi fosse la compagnia dei due intrusi.

La figliuola di Gavino, appena quindicenne, era di un’ingenuità infantile; la cugina, invece, a diciott’anni, rivelava una furberia singolare, ed era molto addentro negli intrighi amorosi.

Il padre di costei, povero quanto Giobbe, tirava a stento la vita, ma studiavasi di comparire agli occhi del mondo meno miserabile di quello che era.

I nostri tre cavalli trottavano di conserva sulla strada. Mi ero messo alla sinistra di Gavino per togliermi alla vista di Pietro Paolo e della figliuola. Mi divertivo invece a scherzare e a conversare colla più giovane delle Maddalene, lasciando l’altra ad annoiarsi fra il babbo e lo zio.

Arrivati dopo un’ora di strada al sito denominato _Sas funtanas_, smontammo tutti per abbeverare i cavalli.

Stando insieme sul ponte, Gavino si lamentò meco della lentezza del suo cavallo, incapace di poter portare due persone sul dorso. Io gli dissi:

— Se per quindici giornate tu mi aiuterai ad arare la terra, porterò la tua figliuola in groppa.

Il babbo mi rispose, scherzando:

— Anche per venti giorni avrai l’aiuto mio, se vorrai alleggerirmi di Maddalena!

Dopo avermi aiutato ad assicurare il sellone sul mio cavallo, Gavino sollevò da terra la figliuola e me la sedette in groppa.

Ci rimettemmo in viaggio.

Mi sentivo proprio contento del servizio reso a Gavino Pintus. Il mio cavallo trottava, ed era facile lasciarmi addietro gli altri compagni, la cui conversazione mi riusciva oltremodo impacciante.

Così trottando, colla donna in groppa, volli mangiare un boccone. Tolsi dalla mia bisaccia un po’ di pane e di noci, e ne offersi a Maddalena, la quale si divertiva un mondo alle mie facezie.

Arrivati dopo cinque ore di viaggio alla cantoniera di Giave, Pietro Paolo invitò tutti a smontare da cavallo, offrendoci le sue provviste per far collazione.

— Ho giù mangiato e non ne ho voglia! — risposi.

— Mangiato! e quando? — mi chiese sorpreso Pietro Paolo.

— Or ora in viaggio — risposi — ed ho anche bevuto. Anzi, se volete approfittare, ci ho ancora vino nel mio fiasco!

Mi ero proposto di nulla accettare da quella gente. Sebbene avessi giustificato il mio rifiuto, mi accorsi ch’esso spiaque ai due fratelli, i quali pertanto si guardarono dall’insistere.

Terminata la collazione continuammo il viaggio, e dopo altre due ore di strada sostammo a Padria, ospiti del comune amico Salvatore Masia, il quale volle offrirci una lauta cena.

Come più ci avvicinavamo a Mara, più numerose diventavano le comitive dei festaiuoli, accorrenti da ogni punto dell’isola a _N. S. di Bonuighinu_.

All’alba del giorno susseguente rimontammo a cavallo, e un’ora dopo entravamo nel villaggio di Mara, accolti generosamente da Antonio Francesco Peralta, che ci volle ospiti, insieme ad altri festaiuoli che ci avevano preceduto.

I miei compagni lasciarono in paese i cavalli, e si recarono a piedi alla chiesetta campestre, distante appena una mezz’ora. Io feci quel tragitto a cavallo, sempre con Maddalena in groppa.

Pietro Paolo si era rassegnato a far la strada a piedi, poichè la figliuola, sprovvista di sellone, era stata adagiata alla meglio su due cuscini. Il vero scopo della sua gita era il solito commercio d’uova; e si sentiva giustamente umiliato della propria miseria, tanto più sapendo che a me non mancavano soldi da spendere[9].

Durante la breve gita da Mara alla chiesa campestre, io continuai le facezie colla mia compagna di viaggio, quasi per far dispetto alla cugina, della quale volevo vendicarmi. Ero ancora inasprito delle dicerie messe fuori dai genitori di una ragazza, la quale pretendeva di essere corteggiata per forza. La mia natura superba rifuggiva da simili donne!

Un’immensa folla occupava i dintorni della chiesetta; e vi erano rappresentati la maggior parte dei comuni dell’isola.

Attiguo alla chiesa è un vasto cortile con un lungo loggiato per comodità dei visitatori e dei mercanti. Vi si vendeva di tutto, e si macellava all’aria aperta carne di bestiame, proprio... o rubato.

Siccome mi ero recato alla festa per sciogliere un voto, non mancai di far le mie preghiere in chiesa; dopo di che, pensai a darmi un po’ di spasso. Ho sempre mantenuto la mia parola, anche con Dio e coi santi!

Da Mara erano venuti, insieme a noi, molti curiosi e devoti; e non poche forosette, in allegra brigata, avevano voluto accompagnare le due cugine Pintus.

Eravamo arrivati alla chiesa verso il Vespro, dopo aver fatto a Mara le provviste per la cena.

Io non stavo indietro ad alcuno nello spendere; anzi mi ero proposto di fare il generoso. Avevo comprato molte libbre di pesce d’Oristano cotto, nonchè una ragguardevole quantità d’aranci, che dispensai largamente a quanti componevano la numerosa comitiva.

Cenammo in una delle loggie del vasto cortile della chiesa.

Terminata la funzione del Vespro, s’iniziarono i balli. Era un gridìo incessante di mercanti e di compratori, di giovanotti allegri e di donnette di buonumore. Al chiarore dei lampioncini, dei falò, dei razzi, si correva da un punto all’altro scherzando, ridendo, altercando. La festa era stata allietata dalla presenza dei principali cavalieri e signori di Bonnanaro, di Torralba, di Bessude, di Borutta e di Tiesi, che gironzavano di qua e di là, in compagnia delle loro donne.

Dopo aver preso parte ai balli, come attori o come spettatori, fu proposta la visita a tutti i _liquoristi_ e _torronai_; e da una baracca all’altra non si faceva che bere ed acquistare dolciumi per i bambini. Com’è usanza in simili feste, ci alternavamo nello spendere; e ciascuno cercava di distinguersi nella prodigalità.

A Pietro Paolo non erano rimasti in tasca che sette soldi e mezzo, ed io non avevo cessato di superarlo negli acquisti.

Verso la mezzanotte si die’ principio alla solita gara dei poeti estemporanei, con botta e risposta. I due fratelli Pintus vollero assistere alle sfide in versi, poichè uno di essi — Gavino — si piccava d’essere poeta. Io, invece, con le due cugine Pintus, preferimmo di prender parte al ballo.

Terminate le danze la Maddalena Bua mi disse:

— Andiamo a bere alla fonte!

La fonte è lontana un quattrocento passi dalla chiesa, e la folla vi affluiva di continuo.

Volli appagare il desiderio delle donne, e le accompagnai.

La moltitudine che andava e ritornava dalla fonte rendeva penosa la nostra gita. Frotte di allegri giovinotti, un po’ brilli, davano la baja a questa o a quella forosetta, e bisognava lottare, or colle buone ed ora colle brusche, per aprirci un passaggio. Io stava attento perchè le mie donne non si sbandassero, trascinate dalla folla che ci seguiva, o da quella che ci veniva incontro.

A un certo punto Maddalena Bua (la più giovane) si fermò e mi disse ingenuamente:

— In questo modo non potremo andare avanti! Perchè non ci dai il braccio?

E senza aspettare che io l’offrissi loro, le due donne mi presero a braccetto: l’una a destra, l’altra a sinistra. Sudavo freddo, immaginando le chiacchiere dei maldicenti florinesi che assistevano alla festa.

Dopo essere stato alla fonte, ricondussi le Maddalene verso la chiesa, e le accompagnai fino alle loggie. Erano le due dopo mezzanotte, e volevano riposare.

Offersi il mio cappotto alla più giovane, perchè se ne servisse come guanciale, e tornai indietro per raggiungere i miei compagni, che erano intenti al giuoco, ai canti, ed alle gare poetiche.

Mancavano due ore all’alba quando mi diressi tutto solo alle loggie, in cerca di un cantuccio per poter dormire. Passando lungo lo scompartimento assegnato alle donne, fui colpito dalla vista di una nera sottana, che provocava le grasse risa e gli scherzi degli astanti. Era quella di un prete di Mara, venuto per le funzioni religiose. Volendo star comodo, egli si era cacciato alla chetichella nel loggiato delle donne, sordo alle chiacchiere e alle facezie di quanti lo avevano veduto. Io gli dissi, scherzando:

— Ella ha scelto un buon posto, reverendo! Fra sottane e gonnelle ci corre poco!

— Lasciatemi dormire, chè ne ho bisogno, canaglia! — brontolava il prete con stizza. — Tu per il primo, Giovanni Tolu, non vorrai rinunziare alla mia messa! Non è così?

— Sicuro, che è così! — risposi — poichè mi vanto di essere un buon cristiano. Non solamente ascolterò la vostra messa, ma vi prometto di assistervela come antico sagristano. A condizione però, che diciate una messa da cacciatore: brevissima.

— Siamo intesi, e buona notte!

— Dite meglio: buon giorno! — conchiusi.

La giornata susseguente non fu meno chiassosa del Vespro, quantunque quest’ultimo abbia sempre maggior attrattiva.

Fedele alla parola data, volli assistere il prete nella messa, e mi ci misi d’impegno. La maggior parte dei devoti l’ascoltarono all’aria aperta, poichè la chiesa non poteva capire che un duecento persone.

Terminata la funzione religiosa si ricominciarono le danze, i canti e le visite alle baracche.

Si pensò intanto alla collazione. Pietro Paolo si era incaricato di provvedere il pesce; ma siccome aveva pochi soldi da spendere, ne portò una quantità insufficiente. Allora andai io a far l’acquisto, e tornai con un grosso involto di muggini e di aranci, bastevoli per saziare dodici persone. Devo confessarlo: quel giorno volevo fare il signore.

Fu sempre mia opinione, che l’uomo non deve badare ad economie in certe circostanze; e quando non si hanno i mezzi per poter spendere, si rimane a casa per evitare una brutta figura.

Dopo la collazione si andò tutti alla messa solenne; in seguito ebbe luogo la processione, la corsa dei cavalli, e di nuovo i canti e le danze.

Verso la una dopo mezzogiorno i festaiuoli si unirono in diversi gruppi, per i preparativi della partenza.

Fin dal giorno innanzi avevo ordinato che da Mara mi si portasse il cavallo. Montai in sella, ripresi in groppa la figlia di Gavino Pintus, e feci al passo il breve tragitto, per andar di conserva co’ miei compagni di viaggio, ch’erano tutti a piedi.

L’ho detto: quel giorno volevo fare il signore.