Chapter 26 of 30 · 769 words · ~4 min read

CAPITOLO XVI.

Questua per un fucile.

Dalla punta di _Scala Ruja_ mi recai all’ovile di mio cognato (in _su Crastu mal’a servire_) nel territorio di Codrongianus e di Cargeghe.

Colà appresi, dal mio congiunto, essersi già divulgata la voce, ch’io fossi rimasto ucciso, od arso vivo, nell’assalto di _Monte Fenosu_.

Arrivati insieme nelle vicinanze di Florinas, dissi a mio cognato:

— Dammi il fucile ed il berretto, e precedimi nel paese. Io resterò qui, fino al tuo ritorno.

Mio cognato trovò molta gente che faceva ressa dinanzi alla porta della nostra casa. La mamma, le sorelle, i miei fratelli piangevano la mia morte. I signori di Florinas si fingevano addolorati per la disgrazia toccatami, e cercavano di consolare i miei congiunti; ma in fondo erano contenti di essersi liberati di me.

Mio cognato entrò in casa tutto allegro, e rivolto ai signori e a’ miei parenti, esclamò:

— Cessate il pianto e consolatevi! Nulla di grave è avvenuto. È appena una mezz’ora che ho lasciato Giovanni, sano e salvo come siamo noi!

La mamma e le mie sorelle, pazze dalla contentezza, ringraziarono Dio; ma non so davvero se i signori florinesi abbiano fatto altrettanto!

Mi fu subito mandato da casa un berretto nuovo; e pregai mio cognato che mi lasciasse per un po’ di tempo il suo fucile.

Una settimana dopo venne a trovarmi Pietro Cambilargiu, per informarsi s’ero stato ferito, e se avessi riportata qualche contusione nella caduta.

Narratogli il mio caso, lo esortai ad unirsi a me per raggranellare dagli amici la somma necessaria per l’acquisto di un nuovo fucile.

Si andò insieme a trovare Salvatore Pinna, il capitano dei barracelli di Florinas; il quale, a nome di tutta la compagnia barracellare, mi sborsò dieci scudi, prelevati dalla cassa sociale. Si mandò in seguito un’ambasciata anche a Gianuario Masia e a certo Marongiu, capitano e tenente dei barracelli d’Ossi.

Essi risposero, di lasciarci vedere nell’ovile dello stesso Masia, nella Nurra, dove si sarebbe stabilita la somma da consegnarsi.

Pietro Cambilargiu, sempre diffidente ed ombroso, mi disse con certo risentimento:

— Mi avvedo oramai che gli abitanti d’Ossi sono tutti d’accordo per farmi arrestare, collo scopo di procurare la impunità al loro compaesano Antonio Spano. È un complotto fatto!

— Hai torto a parlare così! Essi pensano solamente a soccorrermi, non a tendere un’insidia al mio compagno.

Pochi giorni dopo Cambilargiu volle farmi una confidenza:

— Senti, figlio mio. Ti avverto che, a tua insaputa, ho fatto scrivere a mio nome una lettera a Monsignor Varesini. Gli ho chiesto cento lire, dicendogli che ti abbisognavano per comprare un fucile, avendo perduto il tuo nello scontro di _Monte Fenosu_. L’arcivescovo di Sassari mi fece avere la somma... ed io me ne sono servito. Aggiusteremo i conti un’altra volta[44].

A Cambilargiu erano abituali queste truffe, che io detestava. Un giorno gli consegnai una somma, pregandolo di acquistare ad Osilo l’orbace necessario, per farmi fare una giacca dalla moglie, molto abile in simili lavori. Non vidi più denaro, nè giacca!

Una sera, finalmente, il capitano dei barracelli d’Osilo mi avvertì, che un mercante di panno, certo Vigliano Altea, aveva un buon fucile da vendere. L’arma mi piacque, e il capitano l’acquistò per cento lire, che prelevò dalla cassa sociale del barracellato.

Quel giorno Cambilargiu mi disse:

— Ed ora siamo in pace; tu possiedi il fucile, ed io mi tengo le cento lire dell’Arcivescovo di Sassari!

Non fiatai; ma il mio compagno non era contento. Parecchie settimane dopo mi fece una nuova proposta:

— Senti, figlio mio. Giacchè il capitano dei barracelli d’Ossi non si è ancora degnato di sborsarti la somma promessa per l’acquisto del fucile, andiamo a rubargli un cavallo; e poi gli diremo che se vuol riscattarlo ci dia qualche soldo.

Secondai questa volta l’amico per un doppio scopo. Ci recammo insieme ad un’aia, dove sapevamo essere un buon cavallo, appartenente ad uno zio di Antonio Spano, l’antico nostro compagno, col quale eravamo in rottura, ed a cui volevamo fare un dispetto.

Il cavallo era stato ritirato dal padrone pochi giorni prima; ed allora portammo via un’altra buona cavalla, del valore d’una trentina di scudi. Allo stesso tempo mandammo a dire al capitano dei barracelli d’Ossi, che la bestia era in nostro potere, e che lui poteva da noi ritirarla mediante lo sborso di soli sei scudi.

Il capitano Masia ci mandò subito 35 lire, che Cambilargiu intascò avidamente.

— No — diss’io — bisogna essere di parola. Ho detto sei scudi, e non devono essere sette!

Ed imposi al mio compagno di rimandare al capitano uno scudo e la cavalla.

Anche estorcendo l’altrui danaro, bisognava essere onesti e galantuomini!