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CAPITOLO XV.

A «Monte Fenosu».

Era la domenica. Trovato per caso Cambilargiu, mi pregò di tenergli compagnia fino all’ovile de’ suoi cugini Migheli, posto sul _Monte fenosu_, in faccia a _Scala di Ciogga_. Messici in cammino, mi confidò di aver dato colà appuntamento ad una persona _distinta_, che desiderava conferire con lui.

Arrivati alla capanna, chiesi a Cambilargiu il nome dell’uomo che aspettava.

— È un sassarese: Carlo Tiragallo.

— Chi è costui?

— Un regio impiegato; un segretario dell’Intendenza; un signore ricco.

— Ben soventi questi signori ci fanno la spia!

— Non è di questi tali. Trattasi di persona ammodo, molto distinta.

— Caro zio Pietro; i signori si vendicano sempre, quando si presenta loro l’occasione, ed è meglio non fidarsene.

I fratelli Migheli, punti dalle mie osservazioni, soggiunsero a me rivolti:

— Tu sei un miserabile, un pusillanime, e non vali nulla!

— Basta — conchiusi con calma — ora qui siamo, e qui resteremo; però vi dichiaro, che non pranzeremo insieme. Voi starete nell’ovile colla famiglia, e noi all’aperto, in un punto vicino, dove ci porterete da mangiare, ed accompagnerete l’uomo _distinto_, che verrà per conferire con Cambilargiu.

— Si direbbe che tu hai paura!

— Amo la prudenza. Voi siete abituati a trattare coi signori di Sassari, i quali vi danno i buoni bocconi, in cambio dei magri agnelli che uccidete per loro. Ci avete il tornaconto, lo so; ma badate che i bocconi della città non vi facciano nodo alla gola!

Quantunque io avessi insistito, Cambilargiu fu di parere di far pranzo comune dentro la capanna, insieme al signore che sarebbe arrivato da Sassari.

I fratelli Migheli, colle rispettive mogli, figli e servi, abitavano in due distinte capanne vicinissime. D’ordinario le due famiglie convivevano insieme.

Mezzogiorno era appena trascorso, quando comparve Carlo Tiragallo, in compagnia del figliuolo ventenne Giuseppe. Le carni erano cotte, e ci mettemmo quasi subito a tavola, apparecchiata nella capanna più grande.

Carlo Tiragallo (come in seguito appresi dallo stesso Cambilargiu) si era recato a _Monte Fenosu_ per chiedere informazioni sull’individuo che aveva sparato suo padre (il maggiore Agostino Tiragallo) mentre si trovava in un suo predio di Sassari.

— Se lo hai sparato tu — gli aveva detto il signor Carlo — siamo disposti a perdonarti; ma se il tiro gli venne dal bandito Antonio Spano, io ne voglio vendetta, e mi affido a te per compierla.

Il maggiore Tiragallo aveva inseguito il suo aggressore, ma non potè raggiungerlo, nè riconoscerlo. L’uomo che gli aveva dato la fucilata (andata a vuoto) era realmente Antonio Spano.

Riprendo la narrazione.

Sedemmo a tavola, io, Cambilargiu, i due Tiragallo padre e figlio, e i due fratelli Migheli colle rispettive mogli e figli; una ventina in tutti, compresi i seni e le serve, e senza contare i quattro uomini posti a vedetta fuori della capanna, com’è usanza fra banditi, quando si riuniscono in un luogo chiuso.

Era la una dopo mezzogiorno.

Con sorpresa avevo notato, che Carlo Tiragallo, prima di sedere a tavola, si era tolto dalle saccoccie due pistole nuovissime; una ne aveva deposto sul letto delle donne, l’altra se l’era messa alla cintola, dopo averne montato il grilletto.

Quest’operazione mi aveva messo in diffidenza; ond’è che io, per precauzione, volli sedermi armato di pugnale e di fucile tra i due Tiragallo — deciso di pugnalarli entrambi se si fossero rivolti contro di noi, o se avessi avvertito la presenza dei carabinieri. Da questo lato, lo confesso, io era il più intransigente dei banditi.

Si chiacchierò allegramente durante il pranzo; e Tiragallo, colle sue barzellette, fece ridere le donne. Terminato di pranzare, Cambilargiu disse a me rivolto:

— Figliuolo mio, tu devi scusarmi se ti lascio solo un momento, per andare all’aperto a conferire col signor Tiragallo.

E i due commensali uscirono per recarsi sul promontorio ingombro di macchie, che sovrastava la seconda capanna, distante da noi una quarantina di passi. Ivi sedettero, per parlare non visti e senza testimoni.

Pochi minuti dopo si alzò da tavola anche Giuseppe Tiragallo, e con lui tutti i commensali, che uscirono all’aperto per ridere e chiacchierare. Era un giorno di festa e si era tutti allegri.

Dentro la capanna non ero rimasto che io, ed una giovinetta quindicenne, a cui avevano affidato una bambina che si teneva sulle ginocchia. Non volli uscir fuori perchè temevo d’esser veduto dalla punta di _Scala di Giocca_, dove non mancano sassaresi a passeggiare, massime nei giorni di festa.

Mentre Cambilargiu e Tiragallo discorrevano sul promontorio boscoso, e le donne e i bambini ridevano e scherzavano sul piazzale, Pietro Migheli — uno dei due proprietari dell’ovile — era rientrato nella capanna per scambiare qualche parola con me.

A un tratto si udirono abbaiare i cani, e il Migheli si fe’ all’uscio.

— Non è nulla — disse rientrando. — Lo schiamazzo dei bambini e il riso delle donne rende inquiete le bestie.

Dopo alcuni minuti i cani tornarono ad abbaiare più forte; Migheli tornò ad affacciarsi alla porta, e rientrò subito pronunciando una sola parola:

— Carabinieri!

— Va fuori! — gli gridai balzando in piedi — e lasciami solo!

La giovinetta quindicenne, che conobbe il pericolo, si diede a piangere; e volgendomi ad essa le gridai imperiosamente:

— Va fuori anche tu, e sta zitta!

Rimasi tutto solo dentro la capanna.

In un lampo, con mente serena, abbracciai la situazione. Guai al bandito che nei momenti del pericolo perde il suo sangue freddo: egli è morto!

Nove carabinieri a cavallo, guidati dal maresciallo, correvano all’impazzata dall’una all’altra capanna dei fratelli Migheli. Erano venuti dal versante di mezzogiorno, senz’essere avvertiti dalla vedetta, che imprudentemente aveva abbandonato il suo posto.

Altri venti carabinieri a piedi (come appresi più tardi) si erano appostati alle falde boscose di _Scala di Ciogga_, di fronte a _Monte Fenosu_.

Come Cambilargiu avvertì dall’altura i soldati che salivano la collina, aveva piantato Carlo Tiragallo, e se l’era svignata cacciandosi di macchia in macchia, inosservato. Affettando indifferenza, Tiragallo era venuto giù, passo passo, fino al piazzale della capanna, dov’io mi trovavo.

Il momento era solenne; ma mi erano bastati pochi secondi per prendere la decisione estrema. Assicurai con una cordicella la mia pistola al polso destro; afferrai la pistola lasciata da Tiragallo sul letto, e me la legai parimenti al polso sinistro. Mi accertai che la lama del mio pugnale uscisse liberamente dal fodero; montai i grilletti del mio fucile a due colpi, e mi cacciai in fondo alla vastissima capanna, nell’angolo più oscuro, pronto all’assalto ed alla difesa. Avevo di fronte la porta (esposta a levante) e vedevo chiaramente quanto accadeva sul piazzale. Sentivo il pianto delle donne, gli strilli dei bambini, e il rumore delle sciabole dei carabinieri, i quali correvano di qua e di là come indemoniati.

Il maresciallo, a cavallo al par degli altri, si piantò dinanzi alla porta, alla distanza di cinque o sei passi. Egli si rivolse a Carlo Tiragallo, che gli era vicino, ma ch’io non vedevo:

— C’è nessuno dentro la capanna?

— Nessuno. La capanna è vuota! — rispose deciso Tiragallo, certamente persuaso che anch’io fossi uscito all’aperto, riuscendo a mettermi in salvo prima dell’arrivo dei carabinieri.

Il maresciallo si rivolse a’ suoi dipendenti:

— Qualcuno di voi smonti da cavallo e s’introduca nella capanna.

Un carabiniere smontò di sella, e cacciò più volte la testa dentro la capanna, senza però varcarne la soglia. Era titubante ed aveva paura.

L’oscurità in cui mi trovavo gli impediva di vedermi.

La situazione diventava più critica. Se i carabinieri si fossero assembrati dinanzi alla porta, la mia uscita sarebbe stata impossibile.

Feci due passi in avanti, risoluto di slanciarmi con impeto all’aperto, dando uno spintone al carabiniere che stava sulla porta. La mia sorte era decisa: o salvarmi per miracolo coll’audacia, o cader fulminato dalle palle di venti carabine.

Il carabiniere che con titubanza cacciava la testa nella capanna, senza decidersi ad entrare, si era alquanto scostato, lasciando libera la porta.

Il maresciallo allora, o che avesse avvertito la mia presenza, o che volesse sgomentare un bandito nascosto, puntò il fucile verso l’interno della capanna e fece fuoco. La palla andò a conficcarsi nello stipite, ed una scaglia colpì al labbro il carabiniere vicino.

Costui, sentendosi ferito, indietreggiò, dicendo che gli avevano fatto fuoco dall’interno della capanna.

Gli altri carabinieri smontarono allora da cavallo, e si fecero alla porta, gridando:

— Compagni, coraggio!

Colla furia di un gatto selvatico mi slanciai fuori all’aperto, col fucile in faccia. Scaricai una delle canne a destra, e l’altra a sinistra, e vidi un carabiniere stramazzare. I compagni, da una parte e dall’altra, fecero un movimento istintivo, come per scansare il colpo — ed io ne approffittai per saltare come un capriolo in mezzo ai miei aggressori. Svoltai a sinistra, in faccia a _Scala di Ciogga_; gettato a terra il fucile scarico, impugnai le due pistole, e giù a capofitto, fra gli armati, a raggiungere il ciglione del monte.

Oltrepassata di una diecina di metri la capanna, dietro un piccolo promontorio coperto di macchie, mi trovai a sinistra dinanzi a quattro carabinieri in agguato. Con un coraggio disperato mossi loro incontro, puntando le due pistole; essi abbassarono la testa per schivare il colpo; ma io, colla rapidità del lampo, mi voltai di scatto, raggiunsi il ciglione della roccia a picco, tesi in alto le braccia stringendo in pugno le pistole, spiccai un leggero salto, e mi lasciai cadere nel vuoto, per un’altezza di oltre venti metri.

La falda della montagna era tutta roccie e bosco, con piante altissime di elci.

[Illustrazione: Il salto dalla roccia di _Monte Fenosu_]

Caddi in piedi, senza urtare per miracolo in alcun ramo; battei leggermente la schiena contro un sasso, ma arrivai a terra illeso. Ero salvo. Non avevo perduto che il berretto ed il fucile. Pensai allora che i carabinieri sovrastanti mi avrebbero fatto fuoco dal ciglione, dandomi la caccia. Strisciai come un serpe fra macchie, roccie e grossi sassi lungo il dorso del monte, fino a che giunsi ad un tratto nudo e roccioso, che io non poteva attraversare senza sfuggire all’occhio vigile de’ miei cacciatori. Camminai carponi, mi aggrappai alle roccie e alle macchie, strisciai tra i lentischi e gli elci, mi lasciai rotolare dove il passo era impossibile, e mi trovai alfine alla base del monte. Lamentai allora la perdita del fucile, perchè sentivo di essere un uomo nullo.

Continuai a camminar carponi, finchè m’internai nel bosco un’altra volta, dove i carabinieri non mi potevano scorgere, nè inseguire.

Sedetti alcuni minuti, perchè avevo bisogno di riposo; indi mi diedi a contemplare l’alto monte, compiacendomi dell’avventura toccatami.

Trenta carabinieri si erano recati lassù per arrestare il terribile Cambilargiu, ed invece era stato io l’eroe della giornata. Circondare un bandito dentro il suo covo, e lasciarselo scappare, non era certo un’impresa degna di encomio per l’arma benemerita!

Ma perchè i carabinieri non mi fecero fuoco addosso? Ne suppongo la ragione: — quelli che circondavano la capanna si erano disposti in modo da impedire la mia fuga; ma non avevano pensato, che venendo io fuori, essi non avrebbero potuto spararmi senza ferirsi a vicenda. I quattro, che trovai in agguato a poca distanza dal ciglione, tacquero di avermi veduto, forse per non esser puniti.

Il carabiniere da me colpito a _Monte Fenosu_ era Ribichesu: precisamente colui che a Florinas si era vantato che mi avrebbe ucciso, se si fosse trovato dinanzi alla porta di Antonio Maria Deia. Fu il destino che me lo cacciò fra i piedi![42]

Camminai a grandi passi per una mezz’ora, finchè giunsi dinanzi all’ovile di Giovanni Mangattia. Mi accorsi che vi erano donne, e per non spaventarle finsi l’indifferente e mi accostai cantarellando.

— Non ci sono uomini, qui?

— Li abbiamo in giro. Che volete, Giovanni?

— Vorrei una cavalla. Ho saltato una roccia e mi son fatto male ad un piede. Le precauzioni non sono mai troppe!

La donna andò a slegare una cavalla, che si diede a tirar calci.

— Che vuol dir ciò? è stata sempre docile, ed ora fa la matta!

La donna non si era accorta, che la cavalla aveva sentito l’odore della polvere. Quando avviene uno scontro, c’è sempre uno spirito infernale che si mette di mezzo; e questo spirito s’era impadronito della cavalla di Mangattia. Non tutti ci credono, ma io l’affermo perchè ne ho avuto l’esperienza. Infatti, quando una cavalla (che vede più d’un uomo) adocchia sulla strada uno spirito, s’impunta; e se noi, smontando, non facciamo il segno della croce, non c’è verso che essa vada innanzi[43].

Saltai sulla cavalla, dicendole:

— Ora che ti ho sotto, sbuffa, starnuta, calcitra, o crepa: l’hai da fare con me!

E rivolto alle donne:

— Fra un’ora ve la rimanderò.

— Tienila quanto vuoi.

Attraversai a mezzo trotto _Badde Olia, Cannedda, Bunnari, Planu de murtas_. Fatta un’ora di strada giunsi ad un’alta punta, nel sito chiamato _Scala Ruja_, in territorio d’Osilo. Di là potevo scorgere chiaramente la sommità di _Monte Fenosu_, dov’era avvenuto l’attacco.

Il sole era vicino al tramonto, ed io vidi il lucicchio di un gran numero di fucili.

Seppi più tardi, che, poco prima della mia fuga dalla capanna, s’era mandato un espresso a Sassari per chiamare un aumento di forza. Fu spedita sul luogo una compagnia di soldati, guidata dallo stesso colonnello. Ma era tardi. I due uccelli avevano preso il volo.

Arrivati dinanzi alla capanna, il colonnello esternò il sospetto di qualche nascondiglio nell’interno, che servisse di rifugio a Cambilargiu; e senz’altro diede ordine di appiccarvi il fuoco, dopo averne fatto togliere le masserizie.

Si era dunque avverata la mia profezia ai fratelli Migheli: — badate che i bocconi della città non vi facciano nodo alla gola!

Carlo Tiragallo e suo figlio Giuseppe furono sospesi dall’impiego per ordine del Governo. Il primo, tradotto a Cagliari, fu condannato a diversi mesi di carcere, sotto l’accusa di favoreggiare i banditi. La presenza di Carlo Tiragallo a _Monte Fenosu_, e la sua affermazione che nella capanna non c’era nessuno, lo avevano pregiudicato. Noi credemmo, invece, ch’ei si fosse prestato a farci un po’ la spia. Quantunque punito dal Governo per la menzogna e per l’insuccesso della spedizione, ho sempre creduto che anche il suo arresto fosse una commedia, per metterlo in salvo dalle nostre vendette. Non è neppure improbabile, che lo scorno fatto subire alle armi regie nella giornata del 12 giugno 1853 avesse provocato lo sdegno del Governo. I Tiragallo erano coraggiosi ed audaci, e la loro venuta a _Monte Fenosu_ per vendicare l’insulto fatto al Maggiore Agostino, non era forse estranea al complesso degli avvenimenti.