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CAPITOLO II.

In cerca d’una moglie.

Raggiunta l’età di 25 anni, non tardai a sentire tutto il peso della mia vita solitaria, monotona. L’amore al lavoro ed al guadagno, la ripugnanza all’ozio ed ai compagni crapuloni, mi rendevano più penoso l’isolamento. Non bastava più mia madre, non bastavano i miei fratelli, nè le sorelle, a darmi un conforto, quando stanco rientravo in seno alla famiglia, dopo una settimana d’incessante e faticoso lavoro. Desideravo qualche cosa di più attraente che mi eccitasse ogni sera a far ritorno alla mia casetta.

Felice, il primogenito de’ miei fratelli, aveva preso moglie; gli altri pensavano a prenderla; le mie sorelle già parlavano di marito — ed io non sentiva la virtù del sagrifizio, senza uno scopo determinato. Il pensiero di abbandonare la mamma era quello che mi tormentava; ma io avrei potuto ritirare la vecchierella presso di me; avrei potuto darle una compagna, quando le sorelle e i fratelli miei si fossero allontanati dalla casa materna, per crearsi una famiglia.

Pensai dunque ad una compagna.

Avevo fermato l’attenzione sopra una bella giovinetta quindicenne, che ogni domenica io aspettava sul piazzale della chiesa, all’entrata ed all’uscita della messa. Parecchie volte ero stato ai balli con essa, e mi pareva che non gli fossi del tutto antipatico. Il contegno modesto di quella ragazza mi aveva profondamente colpito. Maria Francesca, la prediletta del mio cuore, era al servizio del prete Gio. Maria Masala Pittui, insieme ad una sua zia.

Questa zia — Giovanna Maria Meloni Ru — si trovava da molti anni in casa del prete. Tanto lei, quanto una sua sorella maggiore, si erano allontanate dal paese natio (Scano Montiferro) ferme nel proposito di collocarsi come serve in casa di qualche prete, a Florinas, o altrove. L’una di esse, infatti, riuscì ad essere accettata dal reverendo Pittui — l’altra si collocò presso un altro sacerdote, in Codrongianus.

Le due donne avevano un fratello a Florinas — Salvatore Meloni Ru — già servo del prete Pittui, che gli aveva dato in moglie certa Catterina Merella.

Da queste nozze era nata, fra gli altri figli, Maria Francesca, la ragazza che mi aveva colpito. Costei, fin da bambina, frequentava la casa del prete, dove si recava per visitarvi la zia; e quando crebbe negli anni vi fu accettata come servetta, con piena soddisfazione dei genitori; i quali ascrissero a grazia divina l’aver potuto collocare la loro bella figliuola in casa di un sacerdote benestante, influente, e temuto più che amato nel paese.

Il prete Pittui aveva fatto di tutto per dar marito all’antica sua serva Giovanna Maria, ma non vi era riuscito. In paese correvano molte dicerie sul conto di quella donna, e nessuno voleva caricarsela. Fra gli altri designati, il prete si era rivolto a due suoi nipoti, promettendo loro la protezione, e non so che altro, se avessero appagato il suo desiderio; ma i due nipoti non vollero sapere di dar la mano ad una donna attempatella, a cui si cercava un marito con tanta insistenza.

Il rifiuto dei due giovani inasprì alquanto lo zio, che tenne loro il broncio per lungo tempo, sebbene non mancasse di prenderne le difese, quando credeva compromessa la dignità del sangue di famiglia.

Il prete Pittui trovò finalmente il desiderato Cireneo della sua Giovanna Maria: un suo servo agricoltore — certo Giovanni Antonio Piana; il quale, sebbene molto giovane (eravamo coetanei) si decise a sposare quella donna, che poteva essergli madre.

Giovanni Masala Pittui era un prete, che aveva oltrepassata la cinquantina. Burbero, prepotente, di modi piuttosto aspri, si sentiva capace di affrontare venti nemici petto a petto. Possedeva una Cappellania, che dicevasi gli fruttasse da quattro a cinquemila scudi; ed aveva l’obbligo di dir la messa tutti i giorni festivi nell’Oratorio di Santa Croce — chiesetta un po’ fuori di mano, perchè posta all’estremità del villaggio.

Erano in quel tempo in Florinas altri tre preti: i due viceparroci e il rettore Gio. Angelo Dettori; ma nessuno poteva vantare l’influenza del prete Pittui, che tutti temevano. In relazione con cavalieri, avvocati, giudici, ed altre autorità di Sassari, egli dispensava promesse o minaccie a diritta ed a manca, e nessuno osava contraddirlo, poichè si sapeva che le minaccie avrebbero avuto il loro effetto.

Il prete Pittui andava sempre armato, ed era ben provvisto di fucili, di pistole, di pugnali. Possedeva una quindicina di cani, fra i quali due feroci mastini, capaci di sbranare quattro nemici a un semplice cenno del padrone. Si vantava di essere un valente cacciatore (e lo era di fatto), e si dilettava parimenti della pesca nei fiumi; però, non mangiava mai pernici, nè lepri, nè anguille, che per solito regalava agli amici.

Io era in buoni rapporti coi preti di Florinas, poichè tutti mi avevano conosciuto sagrestano. Anche prete Pittui mi trattava con una certa confidenza. Non poche volte gli avevo assistito la messa, e assai spesso mi ebbe a compagno nelle solite gare al bersaglio della domenica. Guai però a contraddirlo, o a prendersi troppo confidenza con lui! Corrugava la fronte, rispondeva brusco, e voltava le spalle con aria spavalda e prepotente.

Per dare un’idea del suo carattere focoso e della fiducia che riponeva nelle autorità di Sassari, di cui si vantava amico, narrerò un episodio.

Un giorno io lavoravo in un suo tenimento, insieme ad altri compagni, fra i quali uno dei due nipoti che si era rifiutato a sposargli la serva Giovanna Maria. Avvenne che uno dei contadini che lavoravano insieme a noi, non so per qual contesa insorta, mettesse le mani addosso al nipote del prete, che per caso era presente. Io corsi in difesa dell’aggredito, e afferrato un bastone percossi senza misericordia l’aggressore.

Il prete, cieco di bile per l’insulto fatto al parente, mi si accostò inferocito, gridandomi alle spalle:

— Uccidilo! uccidilo, Giovanni! chè penserò io a strapparti alla Giustizia!

Queste parole mi fecero tornare in me, e sospesi la correzione — tanto più che l’avversario non mi aveva opposto resistenza. Il prete si limitò a licenziare il contadino audace; ma mi accorsi che non era soddisfatto della mia disubbidienza.

Riprendo la narrazione.

Colpito, dunque, dall’avvenenza e dalla modestia di Maria Francesca, e fermo nel proposito di prender moglie, mi decisi a confidare in famiglia i miei progetti, chiedendo un consiglio. Ottenni la generale approvazione per la buona scelta fatta. Lieto che tutti fossero contenti, incaricai la mamma di recarsi in casa del prete Pittui per chiedergli la mano della ragazza. Si sa che in simili casi i genitori passano in seconda linea, poichè spetta ai padroni disporre dell’avvenire delle serve.

Mia madre, dopo essersi vestita degli abiti migliori, si recò dal prete per far la domanda. Io rimasi ad aspettarla in casa, ansioso di conoscere la risposta.

Trascorsa una mezz’ora, mia madre fu di ritorno. Per quanto affettasse disinvoltura, mi accorsi subito che la sua missione non era pienamente riuscita.

— Ebbene....? — le chiesi, andandole incontro.

— Bisogna ancora aver pazienza, figlio mio!

— Un rifiuto?!

— Non rifiuto, veramente! Mi disse solo, che avessi prima pensato a maritare le tue sorelle Giustina e Maria Andriana, poichè per Maria Francesca ci sarebbe stato tempo, avendo essa di poco oltrepassato i quindici anni.

Questa risposta, che mia madre si studiava di raddolcirmi, mi tenne alquanto di malumore. Tuttavia, non disperai, deciso di tornare all’assalto in un momento più opportuno.

Lasciai trascorrere alquante settimane. Nel frattempo in paese si era fatta correre una voce, la quale in sulle prime mi fece sorridere, ma in seguito mi destò qualche inquietudine. Dicevasi dalle comari, che io mi era pazzamente invaghito di Maddalena Pintus Marongiu, figlia di Pietro Paolo, la cui fama non correva troppo buona in paese. Si era pur detto, precedentemente, che tanto la ragazza, quanto i suoi genitori, studiassero tutti i mezzi per accalappiarmi con un matrimonio.

L’origine e lo scopo della diceria erano palesi. La zia di Maria Francesca aveva confidato alle comari la mia domanda di matrimonio; e la famiglia Pintus, al cui orecchio era pervenuta la notizia, aveva messo in giro la storiella del mio amore, per dar pretesto al prete di rifiutarmi la mano della ragazza.

Un caso innocente, avvenuto poche settimane dopo, diede corpo all’ombra ed alimento ad una diceria, che servì di appiglio ai disgustosi incidenti che amareggiarono in seguito la mia esistenza.