Chapter 14 of 30 · 2638 words · ~13 min read

CAPITOLO IV.

Si apre la campagna.

Ero finalmente guarito dalle _legature_ di prete Pittui.

Cominciai dunque il mio pellegrinaggio per monti e per pianure, per boschi e per valli, recandomi da un ovile all’altro, sempre sospettoso, coll’occhio aperto, l’orecchio teso, la mano al fucile od al pugnale.

Il primo mese di banditismo mi riuscì penoso, insopportabile. Abituato com’ero ad una vita attiva, all’assiduo lavoro, quell’errare incerto da un punto all’altro, ignaro del dove avrei passato la notte, colla mente sempre intenta a sfuggire un pericolo, coll’animo deliberato a lottare disperatamente contro i nemici della mia libertà, mi rendeva irrequieto, irascibile, di cattivo umore. Le giornate mi parevano eterne, le notti interminabili.

Scorrendo le campagne da mattina a sera, io vedeva dovunque donne e uomini intenti ad arare, a seminare, a raccogliere le olive; m’imbattevo assai spesso in frotte allegre che andavano o tornavano dal lavoro chiacchierando e cantando; ed io continuava il mio eterno giro per i campi aperti e per le terre altrui: io, il grande ozioso in mezzo a tanti lavoratori!

La mamma, la mia povera mamma, a quando a quando, dietro l’ambasciata ch’io le mandava per mezzo di qualche fido parente, veniva a recarmi un po’ di provvista nei punti da me indicati; e faceva persino due ore di strada, a piedi, per portarmi un pane fresco, o la biancheria da cambiarmi. Le lagrime di quella buona vecchia, che pregava la Vergine e i Santi per la mia conservazione, erano per me stille di piombo che alimentavano l’odio verso i miei nemici.

Mi ero spinto più volte fino alle lontane terre della Nurra ed alle campagne d’Osilo, di Sorso e di Alghero; ma finivo sempre per tornare ai dintorni di Florinas, dove avevo parenti da consultare, vendette da compiere.

Per rendere meno penoso il mio ozio involontario mi procurai un sillabario. Colla paziente perseveranza del bandito, passavo due o tre ore al giorno a compitare stentatamente le sillabe, senza aiuto di alcun maestro. Rammentavo qualche lezione appresa alla scuola del villaggio, e leggevo a voce alta, con meraviglia del mio cane, che mi guardava con tanto d’occhi. Il messale della parrocchia, che avevo maneggiato per tre anni, lungo la mia carriera di sagrestano, mi era servito per apprendere le lettere maiuscole; ma le benedette minuscole mi riuscivano di difficile lettura, e mi facevano sudar freddo. Avevo pazienza. Non erano i lavori di campagna che mi toglievano il tempo!

Poco per volta, dopo il primo mese, mi ero abituato alla vita errante: l’ozio non mi tormentava più. Io pensava a’ miei nemici, al modo di assalirli, o di difendermi da essi — ed anche questa è un’occupazione come un’altra. Lavoravo colla mente, invece di lavorare col braccio — ecco tutto!

Per più di un anno non ebbi per compagno che un cane terribile, cui posi nome _Pensa pro te_! Aveva l’intelligenza di un _cristiano_. Bastava ch’io gli dicessi: — Togli il berretto a quell’uomo! — Avventati! — Sta fermo! — Oppure: Va con quell’amico e non fargli male! — perchè esso mi capisse. In sua compagnia io poteva affrontare quattro nemici; ed era capace ad un mio cenno di sbranarli tutti. Appena mi vedeva addormentato, esso si coricava vicino a me e mi poneva il muso sulla coscia. Se udiva il minimo rumore, mi svegliava con lunghi gemiti, ma senza abbaiare per non compromettermi.

Quantunque vivente nell’isolamento, ero minutamente informato delle mosse de’ miei nemici: nemici di due specie — i palesi, da cui sapevo guardarmi: e quelli che congiuravano nell’ombra, fingendo proteggermi di pieno giorno.

La mia carriera di bandito era aperta. L’uomo che si dà alla macchia non ha che tre sole preoccupazioni: vendicarsi anzitutto dei nemici a cui deve la propria disgrazia; sfuggire alle insidie della giustizia che gli manda dietro i carabinieri; e punire severamente le spie, che per danaro od altra ragione, tramano la morte o la cattura dei latitanti.

Quasi ogni giorno mi si comunicava qualche notizia, attinta ai convegni segreti di casa Pittui. Era dunque cominciata la caccia feroce al sacrilego schiaffeggiatore di un prete! Le poste erano state assegnate dal capo cacciatore, e i cani venivano sguinzagliati contro il cinghiale della foresta. Ma io stava all’erta; ero tutt’occhi, tutt’orecchi, perchè disposto a vender cara la mia pelle.

I fratelli Dore avevano già ricevuto un acconto sul prezzo del tradimento a mio danno, nè più si recavano a visitare la casa del prete infermo[23].

Pochi giorni dopo l’uccisione di Pietro Rassu e del brigadiere Maronero, venni avvertito, che la notte di San Sebastiano (in gennaio) il _commissario_ Francesco Serra, in compagnia di Francesco Rassu, avevano fatto una visita a tutti gli ovili ed ai molini di Florinas e d’Ossi, con lo scopo di darmi la caccia, o di attingere indizî sui luoghi del mio rifugio. Essi operavano sotto la direzione e dietro i suggerimenti di prete Pittui, il cui odio contro di me, come il mio verso di lui, dovevano spegnersi colla morte di entrambi.

Mi trovavo un giorno insieme al bandito Antonio Rassu d’Ittiri (lontano parente dei famosi sicari). I compagni dei banditi non possono essere fior di galantuomini, ed il mio era già stato sette anni in galera, per aver ucciso un giovane a pugnalate.

Ci recammo insieme all’ovile di Antonio Luigi Carboni (in _sas coas de medallu_) dove sapevo di trovare l’osilese Giuseppe Dore, uno dei famosi sicari incaricato di uccidermi, ed a cui il prete aveva già sborsato un acconto di ottanta scudi.

Come la sera c’imbattemmo nel Dore, questi esclamò vivamente, rivolto al mio compagno:

— Se tu non fossi stato in compagnia di Giovanni Tolu, ti avrei ucciso!

Gli dissi pacatamente:

— E avresti fatto male.

— Avrei fatto bene, poichè costui è un mio nemico!

— Non ti è nemico — soggiunsi con sussiego — Quando fosti aggredito dentro casa a Florinas, Antonio non faceva parte della combricola degli assalitori. Ci saranno stati i Rassu, suoi parenti, ma non lui. Tu ben lo sai quali siano i tuoi veri nemici!

Le gesta di Dore mi erano tutte note. Due giorni addietro, in compagnia d’altri, aveva dato l’assalto ad un ovile d’Ossi, maltrattando un povero servo, a cui rubò quattro pecore.

Scambiate con lui poche altre parole, salutai Dore dicendogli, ch’eravamo diretti ad Ittiri.

— Non vi lascio andar via! — esclamò Dore con affettuosa premura — Stanotte mangieremo un boccone insieme. Ci ho carne grassa da far cuocere!

Era quella delle pecore rubate.

Venne messa intanto la carne al fuoco, ed entrammo nell’ovile. Ero in casa del sicario del prete, e dovevo stare ad occhi aperti.

Avevo meco _Pensa pro te_, il fido cane, che conducevo a mano con una catena. Anche Dore era seguito da una buona cagna, che mi sbirciava cogli occhi iniettati di sangue.

Si era nel mese di maggio, e verso le nove sedemmo a tavola per mangiare — coi fucili fra le ginocchia, s’intende!

Non avevamo ancora terminato il pasto, quando udimmo i cani abbaiare.

Balzammo in piedi di scatto, e uscimmo tutti e quattro all’aria aperta: io, Rassu, un giovane pastore e Giuseppe Dore. Quest’ultimo si era armato in un attimo di fucile, di pistola e di daga, poichè si considerava come un mezzo bandito.

— Se sono carabinieri — esclamò con spavalderia — li farò saltare in aria!

Io sorrisi. Coll’occhio intento ad ogni sua mossa, gli stavo alle costole, temendo qualche brutto tiro.

Uscimmo fuori per esplorare i dintorni.

La notte era chiara, serena. Non spirava un filo d’aria.

L’uno dietro l’altro c’inoltrammo per un tratto di terreno, tutto coperto di cardi selvatici.

Io osservai:

— Parmi non sia prudenza andare così uniti. Sarà meglio sbandarci alquanto, per metterci al sicuro da qualche agguato.

Rompemmo infatti l’allineamento, e prendemmo diverse direzioni, l’uno discosto dall’altro.

Siccome non perdevo d’occhio Giuseppe, mi avvidi che due volte mi aveva sbirciato. Egli pensava, forse, di saldare il suo debito col prete!

A un tratto il giovane pastore si fermò; e voltandosi, ci avvertì con voce sommessa di aver veduto qualche cosa muoversi lungo la costiera. Aggiunse che temeva si trattasse di gente appiattata.

Si continuò la strada guardinghi. Tanto il giovane, quanto Dore, fecero diversi spari in direzione della costiera. Io mi guardai dal far fuoco, poichè il bandito col fucile scarico è un uomo morto. I colpi non devono andar perduti!

Ci eravamo così sbandati; ma dopo una mezz’ora, per diverse parti, rientrammo nell’ovile.

Uno solo mancava di noi quattro: Giuseppe Dore; e invano lo aspettammo...

L’indomani all’alba fu rinvenuto sdraiato bocconi, sull’erba. Lo si credeva addormentato, ma invece era morto da una fucilata.

— Chi l’avrà ucciso?! — esclamò con terrore il giovane pastore.

— Lo saprà Iddio! — risposi facendomi il segno della croce. E a fior di labbro mormorai:

— Decisamente i sicari dei preti non hanno fortuna![24]

Un Dore era sparito, ma restava l’altro.

* * *

Qualche tempo dopo la morte di Giuseppe, un certo Sanna (un amico che aveva conti da aggiustare con l’altro fratello Giomaria) m’invitò a tenergli compagnia per togliere di mezzo quel cattivo soggetto. Trattandosi di un nemico che odiavo mortalmente, accettai volentieri.

Dovevamo incamminarci verso Sorso, dove allora Giomaria si trovava.

A metà strada c’imbattemmo per caso nei tre banditi Pietro Cambilargiu, Antonio Spano e Salvatore Fresi; i quali ci confidarono essere diretti a Sorso, incaricati dell’uccisione di Giomaria Dore. Ci unimmo a loro, tacendo che lo scopo della nostra gita era il medesimo.

Movemmo tutti e cinque insieme, guidati da una spia, che doveva indicare la vittima, sconosciuta ai tre sicari.

Arrivati alla punta di un ciglione, la spia si fermò; e dopo averci indicato un individuo lontano, che stava in mezzo ad un campo, proseguì tutto solo per la strada di Sorso.

Come ci appressammo all’uomo designato, io e Sanna (che conoscevamo di persona Dore) avvertimmo i compagni che non facessero fuoco, perchè non era lui.

Intanto la spia, arrivata a Sorso, si era data premura di annunziare che i cinque banditi (me compreso) avevano ucciso Giomaria Dore.

La notizia era falsa, perchè quel giorno ci fu impossibile trovare Dore. Ad altro era riserbata tanta fortuna. Giomaria fu mortalmente ferito una settimana dopo. Ebbe tre palle nella schiena e sopravvisse sette giorni.

La morte dei fratelli Dore fu accolta con viva gioia dagli abitanti di Sorso, di Florinas, d’Ossi, e d’altri villaggi circonvicini. Nessuno pianse la scomparsa dal mondo dei due ladri e sicari. E questa pubblica dimostrazione di contento valse pure a tranquillare la coscienza degli uccisori, che avevano reso un buon servizio al paese.

* * *

Avevo veduto tante volte i miei nemici in sogno — e ai sogni io credeva.

Un giorno sognai di camminare in una viottola stretta, accompagnato da _Pensa pro te_. Ad un tratto vidi venirmi incontro i due fratelli Dore e Peppe il _Sorsinco_. Spianai il fucile contro di essi, ma mi si ruppe il calcio. Diedi allora di piglio alla daga, e ne pugnalai uno. Gli altri due scomparvero nella nebbia. Ma perchè nel sogno non avevo pensato ad aizzare il mio cane contro di essi?

Mi svegliai colla fronte madida di sudore. Pochi giorni dopo, a breve distanza dall’ovile di _Sas coas de medallu_, venne ucciso Giuseppe.

Un’altra volta vidi in sogno due poliziotti. Ne uccisi uno, ma l’altro scomparve, non so come. All’indomani, a caccia, mi trovai di fronte a due grossi cinghiali: uno ne atterrai, l’altro mi sfuggì, senza che io lo vedessi correre.

Lo confermo: i miei sogni si avveravano sempre![25]

* * *

Nei primi mesi della mia latitanza mi aggiravo da una campagna all’altra, sempre sperando d’imbattermi in qualche mio nemico; ma debbo pur dire, che quasi tutti i misfatti che in quel tempo si commettevano, venivano a me caricati. Sotto il mio nome non pochi compivano le loro vendette, o assassinavano per furto, sfuggendo alle ricerche della giustizia. Triste condizione dei banditi! — Basti il fatto, che nel giro di poche settimane vennero istruiti tredici processi per delitti consumati nel territorio di Florinas; e in quasi tutti venni complicato per i raggiri e gli intrighi de’ miei nemici, che si raccoglievano a consiglio nella camera da letto del sacerdote Pittui.

Uno di costoro — Giovanni Antonio Piana, marito della serva del prete e zio di mia moglie — mentre un giorno in campagna conversava con diversi suoi amici, ebbe il braccio spezzato da una fucilata, datagli da incognita mano. Trasportato all’ospedale di Sassari gli vennero estratte le palle, e guarì dopo lunga e penosa malattia.

Anche per questo colpo fu messo in campo il mio nome; ma lo stesso ferito dichiarò, che il tiro non poteva venirgli che da due ladri di buoi, che egli, come capitano dei barracelli, aveva fatto arrestare, costringendoli ad attraversare il villaggio col cuoio rubato sulle spalle. La diceria a mio carico questa volta non mi spiacque: mi spiacque solamente che la fucilata data a Giovanni Antonio gli avesse rotto il braccio, invece di troncargli la vita. Ma su questo fatto tornerò più tardi[26].

Nel medesimo tempo era stato ucciso con arma da fuoco un certo Congiatu, mentre lavorava nella vigna di suo cognato Sebastiano Zara, lo spavaldo cugino del prete. Si affermò da taluno (e diceva il vero!) che l’uccisione era stata fatta per sbaglio da un congiunto dello stesso Zara, che andava in cerai di me. Tuttavia non mancò chi mi volle colpevole, asserendo aver io tolto di mezzo il Congiatu, solo per dare _un avviso di minaccia_ al mio nemico, parente dell’ucciso. Tutte fandonie e calunnie!

La morte del cognato impressionò talmente Salvatore Zara, che egli si chiuse in casa, nè volle recarsi in campagna, temendo ch’io lo uccidessi. Alcuni miei amici e diversi signori di Florinas vennero a me per pregarmi di far grazia allo Zara, che aveva bisogno di lavorare per vivere. Cedetti infine alle preghiere, e feci dire al mio nemico, che andasse pur liberamente in campagna, ma badasse al fatto suo. Egli mi ringraziò, tornò al lavoro, e da quel giorno visse tranquillo. Io ben comprendeva che questi poveri diavoli si atteggiavano a spavaldi, solo per far piacere al prete; poichè infine non potevano odiarmi, dal momento che nessun’offesa avevano da me ricevuto.

Fui parimenti accusato in quei giorni dell’assassinio d’un contadino, che aveva rubate alcune pecore, e il cui cadavere fu rinvenuto in un salto di _Giunchi_.

L’intenzione di complicarmi in nuovi processi si era manifestata ne’ miei nemici, anche prima ch’io attentassi alla vita di prete Pittui.

Il giorno di S. Francesco (in ottobre) mentre tra la folla assisteva ai fuochi artificiali, veniva ucciso con un colpo di pistola certo Bartolo Piras. L’uccisore finì per essere scoperto e condannato alla galera in vita; eppure, non so ancora perchè, il fisco pretendeva di rendermi complice di quella morte. Mi diedi ragione dell’accusa, quando appresi che l’ucciso era fra i più intimi confidenti di prete Pittui: l’uomo, cioè, di cui egli si serviva per consegnare in mano delle autorità di Sassari i famosi _ricorsi_, a danno dei nemici che voleva ad ogni costo perdere.

Era questo il prediletto sistema di quei tempi disgraziati. Si sapeva, che una volta cacciato l’uomo in carcere, reo o innocente, esso vi marciva per mesi ed anni, in espiazione delle molestie date ai signorotti del paese, od ai ministri di Dio. Nel 1850 era questa la bella giustizia di Sardegna!

Rassegnato al mio destino, io sopportavo pazientemente le calunnie de’ miei avversari, ma non le dimenticavo. Il rettore di Dualchi aveva sciolto le mie _legature_, ed io smaniavo di vendicarmi: non solo di quanti erano stati causa della mia disgrazia, ma anche dei vigliacchi che per lucro, per millanteria, o per malvagità, si prestavano a darmi la caccia, o a farmi la spia.

Non potevo sperar tregua, finchè respiravano Francesco Rassu e il sacerdote Pittui.

Nell’ardore de’ miei vent’otto anni mi tormentava la sete della vendetta — ma avevo anche la pazienza di aspettare!