Chapter 16 of 30 · 2603 words · ~13 min read

CAPITOLO VI.

Duello a morte.

Morto il prete, i congiurati divennero più mansueti. Non avevano più impegni da soddisfare, nè odî da sposare per conto di terzi. Diversi avevano già ricevuto una buona lezione, come lo Zara ed il Piana, e non volevano cimentarsi meco, poichè avevano bisogno di vivere dal lavoro.

Lo Zara, per mezzo di amici intermediari, era venuto a spiegazioni, e gli promisi di non più molestarlo; e così parimenti avvenne di Giovanni Antonio Piana, il marito della serva. Costui, dopo la rottura del braccio, viveva in continua agitazione, e finì per raccomandarsi ad amici comuni perchè io non l’offendessi.

Un giorno lo fecero abboccare con me. Io gli dissi:

— Io non ho più ragione di dolermi di te. Fa il fatto tuo, e non verrai molestato. Ben so che sei lo zio di mia moglie; ma puoi vivere in pace, senza immischiarti nelle nostre questioni coniugali. Siamo intesi!

Il Piana fu assai lieto della nostra conciliazione; tanto più che il prete era nell’altro mondo, ed egli nulla aveva da guadagnare tenendomi il broncio.

Da quel giorno visse tranquillo, e sembrò un altro uomo; tuttavia non riebbe mai la mia intiera fiducia, poichè le riconciliazioni non mi andarono mai a sangue. Perdono sì — ma confidenza col vecchio nemico, mai!

Fatta la pace, un bel giorno Giovanni Antonio mi pregò di accettare un regalo. Egli mi donò una vecchia pistola ed un lunghissimo pugnale, che già appartenevano al prete Pittui. Accettai l’una e l’altro.

* * *

Il solo congiurato inconciliabile, dopo la morte del prete, era stato Francesco Rassu. Fra me e lui era un odio profondo, che ci celavamo a vicenda, in attesa di un’occasione per manifestarcelo apertamente.

Francesco mi vinceva di otto anni; era un uomo robusto, coraggioso, temerario, e fra i più forti del paese. Me ne guardavo, perchè sapevo che mi avrebbe ucciso, se gli fossi venuto a tiro. La lontana parentela, da cui eravamo vincolati, ci consigliava un po’ di ritegno; ma era un’ipocrisia reciproca.

La prima volta che mi trovai solo con lui fu nelle aie di _Corona maggiore_, territorio di Florinas. Era di settembre, ed egli dormiva saporitamente sotto ad una pianta. Lo fissai per alcuni minuti, indeciso se io dovessi cogliere l’occasione per ucciderlo. Due pensieri me ne distolsero: la raccomandazione di mio zio, e la storia dei _Reali di Francia_[29].

— Ucciderlo nel sonno — pensai — sarebbe una vigliaccheria. Ho impresse le parole che il Duca Salardo rivolse a Fioravanti dormente: «— Se lo uccido, diranno che l’ho riconosciuto più forte di me! —»

Mi chinai, e lo scossi.

— Dormi così, eh?

Francesco Rassu balzò sulle ginocchia e mi squadrò quasi atterrito.

— Sì... dormivo.

Gli porsi alcuni aranci, e mangiammo.

— Come vai? — mi disse con un certo interesse.

— Così: piano piano!

Stette un momento soprapensiero, indi soggiunse:

— Ho i saluti da darti per parte di Francesco Serra di Tiesi.

— Vieni di là?

— Sì.

Il Serra ere il famoso _commissario_ dei Carabinieri.

— Se fosse stato a Florinas — risposi con sarcasmo — non te li avrebbe dati i saluti per me! Qui però non potrebbe trovarmi... a meno che tu non mi facessi la spia!

Francesco mi guardò bieco:

— Io farti la spia... per lui?

— Guardati bene, veh? che tu non pianga i peccati di Francesco Serra!

Ci guardammo alcuni istanti in cagnesco, e lo piantai là, senz’altro dire.

Passarono alcuni mesi da quel giorno; ma quantunque odiassi a morte quell’uomo, volli rispettare la raccomandazione di mio zio, e aver riguardo al vecchio Rassu, col quale ero in buoni rapporti.

Stanco infine delle continue minaccie di Francesco, che mi venivano riferite, ero deciso di farla finita: o ammazzarlo, o farmi ammazzare.

Un giorno, che mi trovavo nell’ovile di mio zio, esclamai con amarezza:

— Io vivo da qualche tempo in angustie per il contegno di quel perfido; non mi trattiene che il tuo consiglio. Temo, però, che qualche giorno io debba pagar cara la mia ubbidienza!

Lo zio quel giorno si strinse nelle spalle, e mi rispose, senza guardarmi:

— Fa come vuoi!

Non disse altro; e poco dopo mi allontanai dal suo ovile.

Mi diedi a girovagare per la campagna, pregando la mia buona stella che mettesse Francesco a tiro del mio fucile. Ben sapevo che da qualche tempo andava vantandosi, che non avrei potuto sfuggire all’odio suo.

Il giorno seguente — vera fatalità — mentre stavo sdraiato a ridosso d’una roccia, vidi passare nella strada sottostante Francesco Rassu, a cavallo.

Balzai in piedi di scatto, spianai il fucile, e feci fuoco, quasi senza prenderlo di mira.

— Misericordia, son morto! — gridò Francesco, e precipitò di sella.

Una paesana, che veniva dietro a lui, m’impedì di constatare la sua morte. Temendo d’essere riconosciuto, mi cacciai prestamente nelle macchie, e presi il largo senz’essere avvertito.

Errai di qua e di là tutta la notte, contento del colpo fatto. Verso l’alba capitai in un ovile, ed ivi appresi che Francesco era stato trasportato a Florinas, ferito alla milza, e non mortalmente.

Mi morsi le dita per dispetto; e tanta fu la mia stizza per il colpo mancato, che decisi di recarmi la stessa sera a Florinas, per uccidere il mio nemico dentro casa.

E così feci. Approfittando delle tenebre, giunsi fin sulla soglia dell’abitazione di Francesco Rassu, risoluto di fucilarlo sul suo letto; ma, per mia sfortuna, il medico, il pretore, e il cancelliere avevano fatto trasportare il ferito nella camera che dava al cortile, nè mi fu possibile tradurre in atto il mio proposito. Rimandai il colpo a un’altra volta, facendo voti che il mio nemico guarisse presto!

Un mese dopo, completamente guarito, Francesco si era alzato da letto per accudire alle sue faccende.

Quantunque non mi avesse veduto, egli era certo che il colpo non poteva essergli venuto che da me. Seppe però abilmente dissimulare, nè con alcuno mosse lagnanza dell’accaduto. Era scaltro e sapeva il fatto suo!

Un giorno chiamò a sè i miei fratelli Peppe e Giomaria, e disse loro che aveva bisogno di parlarmi.

Quando mi comunicarono il desiderio di Francesco, risposi a’ miei fratelli:

— Datemi prima da mangiare, e poi conducetemelo. Mi troverete alla _Serra_, vicino al villaggio.

In compagnia de’ miei fratelli e di un suo cognato, Francesco Rassu venne sul tardi all’appuntamento.

— Buona notte! — disse con tono secco.

— Buona notte! — risposi — Come vai?

— Coi piedi! — esclamò bruscamente.

— Non ti chiedo notizie dei piedi, ma della tua ferita!

Francesco capì che bisognava cambiar tono.

— Non vedi — disse — che mi hanno bucato le costole? Sono qui venuto per parlarti a quattr’occhi!

— Perchè a quattr’occhi? Qui non vedo che tuo cognato e i miei fratelli. Siamo dunque in famiglia, e puoi parlare in faccia a tutti. Nessuno dei presenti ti vuol male, poichè ci unisce un vincolo di parentela.

Francesco, com’era venuto, si era messo al mio fianco; ed avevo notato che teneva le mani sotto al cappotto, carezzando forse la sua pistola. Io stava ad occhi aperti, colla destra sul pugnale, risoluto a freddarlo al minimo movimento. Per fortuna non si mosse, perchè i miei fratelli gli piantavano gli occhi addosso.

— Che vuoi dunque? — gli chiesi, vedendo che esitava a parlare.

— Mi hanno bucato le costole! — ripetè con amaro sorriso — ed io vengo per chiederti aiuto nella vendetta. Sarai compensato con danaro, o con pari aiuto se ne avrai bisogno.

Sogghignai amaramente, e gli risposi con calma glaciale:

— Te ne sei accorto troppo tardi! Tu ben lo sai, che non son buono a nulla! — Quando hai tentato di uccidere Pietro Pintus, ti sei rivolto ad altri, e non a me; e ciò sa tutto il mondo!

Quando hai ucciso Giomaria Ledda, fosti pagato dal signor Antonio Luigi; ma non avesti bisogno del mio braccio. — Quando hai freddato l’uccisore di tuo fratello Paolo (ch’era in tresca con una sua sorella) non chiedesti il mio aiuto, nè compenso in danaro; e con ragione, perchè la tua vendetta era santa. — Quando vilmente hai assassinato l’eremitano di Santa Maria d’Ese per rubargli i porcellini, non è a Giovanni Tolu che hai chiesto mano forte. — Quando a Tissi hai commesso la grassazione in casa del signor Sercis e della sua signora, non hai avuto bisogno dell’opera mia. — Quando, infine, dentro Florinas, hai derubato la casa di Salvatore Piras, non è a me che ti sei rivolto per tenerti il sacco. Te lo ripeto: io non son buono a nulla; e con ragione non mi hai cercato!

— Hai finito?

— Non ancora. Devo dirti una sola cosa, che terrai a mente: — se tu verrai ucciso facendo il fatto tuo, puoi star sicuro che ne proverò dispiacere; ma se mai ti uccideranno facendo il fatto altrui, ti prevengo che godrò della tua morte. Bada, dunque, a’ tuoi affari, Francesco, se vuoi vivere tranquillo! Ricordati, che a Florinas non sono pochi quelli ch’ebbero la disgrazia di essere, come te, feriti; eppure, ravveduti dei loro errori, non hanno più ricevuto alcuna molestia dai nemici. Così pure potrà avvenire di te... se metterai giudizio.

Francesco, a capo chino, ascoltò fino in fondo la mia tirata, senza un atto di dispetto nè d’impazienza.

— Ho capito, e sta bene! — borbottò; e senz’altro fece cenno a suo cognato d’incamminarsi, e si mosse lentamente verso Florinas — seguito dai due miei fratelli; i quali avevano il dovere di scortarlo fino alla sua abitazione, come si usa in simili convegni.

* * *

Una settimana dopo venni avvertito, che Francesco si era scatenato contro di me senza alcun ritegno — non curandosi di celare la sua ferma intenzione di uccidermi, dovunque mi avesse trovato. Egli si recava sfacciatamente a far visita di casa in casa in Florinas, e d’ovile in ovile in campagna, col proposito di farmi la spia.

I barracelli — quasi tutti in mio favore — mi tenevano informato d’ogni sua mossa, e mi avvertivano di stare in guardia e di non fidarmi.

Infastidito di questi continui rapporti, capitai una sera nell’ovile dello zio Rassu, col quale mi tenevo in buoni accordi. Lo trovai sulle furie contro il suo nipote Francesco, col quale la mattina si era bisticciato, a causa del passaggio di un branco di pecore sul fiume vicino.

Approfittando del suo stato d’animo, gli dissi con risentimento:

— Zio Giovanni Andrea; devo dirvi che più non riesco ad aver pace per colpa di Francesco. Non siete dunque più buono a correggere vostro nipote?

— La sola palla riuscirà a correggerlo — lasciò scapparsi il vecchio, ancora sdegnato per il diverbio avuto col nipote.

— Dunque...?

— Dunque, se hai conti da liquidare con Francesco, sei matto se non ti aggiusti!

Il vecchio non disse altro, nè d’altro gli parlai, per paura di fargli cambiar idea. Mi allontanai dicendogli:

— Buona sera... e a rivederci!

— Buona sera!

Per tre giorni consecutivi diedi a Francesco una caccia senza tregua. Arrivai persino ad impostarlo, dopo l’imbrunire, a pochi passi dalla sua abitazione, dentro Florinas; ma non mi venne fatto d’imbattermi in lui. La gente era per le vie, lungo le viottole, ed io non volevo troppo espormi.

Non è facile nei nostri villaggi tendere l’agguato ad un uomo; poichè colui che crede di aver nemici non batte mai la stessa strada, sì nell’uscire, come nell’entrare in paese.

Dopo la terza notte ch’io tentavo Francesco, mi venne l’idea di fargli la posta in un punto non troppo lontano dal paese, per dove speravo potesse ei passare per recarsi in campagna. Il mio nemico cambiava cento volte di strada, ed io doveva affidarmi al solo caso.

L’inferno questa volta volle favorirmi.

Ero stato colà tutta la notte, intirizzito dal freddo. Mancavano ancora due ore all’alba, ed eravamo ai primi di gennaio.

Mi ero dato a percorrere per lungo e per largo la regione di _Badu ludrosu_, quando vidi un individuo a cavallo che percorreva una viottola, seguito da un braco.

Non ne feci caso, perchè avevo notato che quell’uomo aveva le brache di lino, e non i calzoni neri che soleva portar Francesco. Tuttavia volli tenergli dietro per curiosità, perchè mi parve di riconoscere il suo cane.

Rifeci un lungo giro per le tanche, fino a trovare una posta comoda e sicura.

Era proprio lui: Francesco Rassu, armato, e a cavallo. Io era a piedi.

Mi fermai al punto di _Pedru majolu_; montai il grilletto del fucile, e, quando Francesco mi venne a tiro, gli sparai.

Il colpo non partì; ed egli continuò la sua strada senz’alcun sospetto.

Gli tenni sempre dietro saltando siepi e scavalcando muri, e tornai a montare il grilletto, dopo aver rinnovato il fulminante.

Mancatomi il colpo anche questa volta, mi venne in mente una rivelazione fattami parecchie settimane addietro. Francesco Rassu, dopo esser stato da me ferito, era andato a consultarsi da un suo zio frate; il quale lo aveva esorcizzato, assicurandogli che di piombo non sarebbe più morto.

Per alcuni sassi da me smossi saltando un muro, Francesco si accorse finalmente d’essere pedinato; e allo sbocco d’una stretta gola smontò da cavallo, con animo deliberato di affrontare l’avversario. Era un uomo coraggioso ed audace, e faceva assegnamento sulla propria forza.

Senza più esitare gli andai arditamente incontro; spianai il fucile, e feci scattare il grilletto.

Neanco questa volta l’arma prese fuoco.

Il Rassu, colto all’improvviso, fece un brusco movimento, come per scansare il colpo; ma io, vedendomi ormai perduto, colla sveltezza di un gatto selvatico, gettai a terra il fucile, spiccai un salto, e mi riuscì di afferrare la canna della sua pistola, nel momento che egli me la scaricava quasi a bruciapelo. Era un pistolone antico, a piastra; la pietra focaia aveva acceso la polvere nella cassetta, ma il colpo non era partito.

Io stringeva colla destra il suo pugno, e colla sinistra giunsi ad afferrarlo per i lunghi capelli, che gli scendevano sulle spalle. Francesco, alla sua volta, mi teneva per la barba, e cercava di colpirmi alla testa colla canna della pistola.

Restammo alcuni minuti in piedi, lottando corpo a corpo con tutte le forze, per disvincolarci. Era questione di vita o di morte: uno di noi quel mattino doveva scomparire dal mondo.

I nostri due cani abbaiavano, ma non osavano avventarsi, poichè nessuno di noi si curò di aizzarli.

Finalmente il mio avversario vacillò, perdette l’equilibrio, e stramazzò supino, dando fortemente della testa sopra una grossa pietra, ch’era in mezzo alla strada. Il sangue gli colava dalla nuca.

Continuammo la lotta disperata. Nel silenzio di quel mattino tenebroso non si udivano che i latrati dei due cani, e il rantolo affannoso che usciva dalle nostre strozze.

[Illustrazione: Uccisione di Francesco Rassu]

Francesco riuscì a rizzarsi sulle ginocchia e continuava a percuotermi colla canna del pistolone. Ricadde.

Finalmente mi venne fatto di portare la mano all’elsa del mio pugnale; lo tolsi dal fodero, e glie lo immersi nel petto.

Egli allora gridò con quanto fiato aveva in gola:

— Perchè mi uccidi, Giovanni Tolu?!

— Oggi le paghi tutte! — gridai inferocito e ansante; e continuai a ferirlo a più riprese, passandolo parte a parte, fino a che dal suo labbro non uscì neppur l’alito[30].

Chi lo avrebbe mai detto? La lama di prete Pittui, lunga due palmi, mi era servita a liberarmi dal più odiato de’ suoi sicari!

Ricacciato il pugnale nel fodero, continuai soddisfatto la mia strada, seguito dal mio fido _Pensa pro te_.

L’altro cane era rimasto vicino al cadavere del suo padrone, poco distante dal cavallo, il quale rosicchiava tranquillamente qualche ramo verde che usciva da un cespuglio.