CAPITOLO XVII.
Ricettatori.
I fratelli Migheli, dopo lo scontro avvenuto nei loro ovili di _Monte fenosu_, temendo giustamente d’essere presi di mira per aver dato ricetto a due famosi banditi, si erano dati alla macchia. Non tardarono a cadere nelle mani della giustizia, e furono chiusi in carcere.
Diversi signori di Sassari, amici loro, volendo mettere in libertà i due innocenti, si rivolsero a me ed a Cambilargiu, per impaurire alcune autorità colle minaccie.
Da qualche tempo, infatti, i giudici usavano un rigore eccessivo contro i nostri ricettatori; e bastava che io o Cambilargiu fossimo accolti in un ovile, perchè i poveri pastori venissero perseguitati e messi in carcere. Ai ricorsi anonimi seguiva immantinenti il processo, e la condanna.
Simile misura ingiusta ci amareggiava l’anima. Che colpa, infatti, ai poveri pastori od ai contadini, se ci davano ricetto e vitto quando ci presentavamo alle loro capanne? E come avrebbero osato negarci un soccorso, quando la nostra vendetta poteva farli pentire del rifiuto datoci?
L’ospitalità sarda è generosa, illimitata, cieca; nè vi ha capanna, nè ovile, nè casolare di campagna che abbiano mai negato rifugio e pasto ad uno straniero, che si presenta per chiederli! Non è solamente la paura di un bandito che provoca la generosità di un pastore o di un signore: nessuno nega un soccorso a chi lo chiede; ed è meglio cento volte essere tacciato di ricettatore, che macchiarsi d’infamia vendendo il proprio ospite.
L’ospitalità non si concede ai soli banditi. Cento volte io venni rifugiato, sfamato, soccorso, senza sapere ch’io mi fossi. Il pastore, infatti, si guarda bene dal chiedere il nome dell’ospite che capita nel suo ovile, poichè ben sa che nessuno ha il dovere di declinarlo.
La giustizia ha dunque torto di perseguitare e punire i ricettatori di un bandito. Quanti furti, quante grassazioni, quanti omicidi risparmiati per quell’asilo concesso, per quel tozzo di pane dato, per quel riposo consentito! Le compagnie barracellari dovevano all’amicizia dei banditi la sicurezza delle campagne; poichè senza di essi non avrebbero potuto conseguire benefizio alcuno. Il vero bandito sardo fu il terrore dei ladri di campagna; una sua minaccia li atterriva. Io ben so, che la giustizia fa il suo dovere — ma so ancora che molti giudici, diventati liberi cittadini, non si rifiutarono mai a dar ricetto ai latitanti. È rarissimo il caso di un tradimento. Quanti nomi di persone ragguardevoli potrei io qui registrare, le quali mi hanno dato asilo e soccorso, mantenendo il più scrupoloso silenzio sulla loro generosa protezione in nome dell’ospitalità, ed anche colla coscienza di aver contribuito a fare un bene e non un male alla società! — Avrei voluto vederli i signori giudici al posto dei nostri ricettatori, che vivevano solitari in aperta campagna!
La persecuzione crudele verso i ricettatori, lo ripeto, ha sempre indisposto i banditi; ond’è che io e Cambilargiu non potevamo rimanere insensibili alla dura sorte toccata ai fratelli Migheli; i quali in ogni tempo ci avevano dato ospitalità, più per bontà del loro animo, che per il vincolo di parentela che li legava a Cambilargiu.
Fra i più severi e inesorabili nemici dei ricettatori era il giudice Satta, ploaghese, stabilito da molti anni a Sassari. Costui era un vero cerbero; faceva arrestare a diritta ed a manca quanti concedevano un giaciglio o un tozzo di pane ad un bandito.
Dissi un giorno a Cambilargiu:
— Senti: bisogna che da una buona volta ci decidiamo a fare qualche cosa per giovare alla causa dei nostri amici e tuoi cugini fratelli Migheli. Ho studiato il modo di rendere mansueto e tollerante il giudice Satta.
— Che hai pensato?
— Ho una bella idea: mettere il giudice Satta nella critica condizione dei ricettatori. Vieni con me, e secondami.
Il giudice Satta possedeva a Sassari, nella regione _Eba ciara_, una piccola campagna, dove soleva passare una buona parte del maggio e dell’ottobre, insieme alla famiglia. Sapendo che il giudice trovavasi colà da qualche settimana, io mossi a quella volta in compagnia di Cambilargiu.
Era mezzogiorno, quando arrivammo sotto al colle dei Cappuccini.
Aprimmo il cancello, attraversammo il viale, e ci spingemmo fino alla modesta casetta. Dall’acciottolìo dei piatti e dal rumore delle posate ci accorgemmo ch’era l’ora del pranzo.
Fattosi alla porta il vignataro, gli dissi risoluto:
— Di’ al tuo padrone, che abbiamo urgente bisogno di conferire con lui!
Fummo fatti entrare addirittura nella sala da pranzo. Erano a tavola una diecina di persone, compresi i bambini.
— Il signor giudice Satta? — chiesi rispettosamente, ponendo la mano al berretto.
Il giudice levò gli occhi su di noi, e ci fissò sbigottito, pallido per la paura. Certamente, vedendoci armati di fucili, di pistola e di pugnale, capì subito che aveva da fare con banditi.
— Sono io! — balbettò con voce fioca e tremante — E voi... chi siete?!
— Io sono Giovanni Tolu! — risposi umilmente.
— Ed io Pietro Cambilargiu! — soggiunse il mio compagno, con bontà rispettosa.
Il giudice sbarrò tanto d’occhi. Alcuni giovanotti, udendo i nostri nomi, si erano alzati vivamente da tavola ed avevano scavalcato la bassa finestra della sala terrena.
Io mi affrettai a soggiungere:
— Non abbiano paura; non veniamo qui per far male a nessuno. Siamo banditi, e abbiamo il diritto di vivere come tutti gli altri uomini. Chiediamo ben poca cosa. Abbia la bontà, con suo comodo, di mandarci una trentina di lire per mezzo del suo vignataro. Gli indicheremo il sito, dove troverà la persona a cui consegnarle.
— Non mancherò di farlo! — rispose il giudice Satta, respirando più liberamente. — Sono spiacente di non aver la somma presso di me...
— Non si disturbi. La manderà domani, con suo comodo.
Il giudice Satta e la famiglia ci fecero allora buon viso, e ci offrirono da mangiare e da bere; ma Cambilargiu si affrettò a dire, col suo solito fare brusco ed insolente:
— No: non vogliamo bere nè mangiare, poichè potreste darci il veleno!
Ciò detto, augurammo il _buon appettito_ ed uscimmo dalla sala.
Oltrepassato il cancello dissi al mio compagno:
— Hai capito? D’ora innanzi il giudice Satta sarà più clemente coi ricettatori di banditi. Anche lui ci ha dato ricetto, ci ha offerto da bere, e ci manderà denaro! Puoi star certo che farà silenzio sulla nostra visita!
— Bravo! — mi disse Cambilargiu — hai dato prove di abilità e di furberia!
* * *
Sollecitati di nuovo ad adoperarci per la liberazione dei fratelli Migheli, io dissi a Cambilargiu:
— Che pensiamo di fare per i tuoi cugini? Non bisogna dimenticare che i due figli di Salvatore Spano, di Ploaghe, sono impiegati nella magistratura di Sassari!
— Andiamo dunque a trovare Salvatore a Ploaghe!
— No. È più prudente farlo venire in campagna; e a questo penserò io. Mettiamoci in viaggio.
Giunti nelle vicinanze di Florinas, mandai a chiamare Salvatore Pinna, ex barracello, al quale diedi incarico di recarsi a Ploaghe per far venire lo Spano al molino di _Badu-canu_, dove noi lo aspettavamo.
Raccomandai intanto a Pietro Cambilargiu che frenasse il suo carattere irritabile, mostrandosi umile e sottomesso col proprietario Salvatore Spano, uomo grave, di buon senso, e fra i più saggi del paese.
Un’ora dopo lo Spano ci stava dinanzi:
— Che si vuole di me?
— L’abbiamo qui chiamato per farci una carità.
— Dite pure.
— La preghiamo di raccomandare a’ suoi figliuoli, impiegati a Sassari, di usare un po’ di misericordia ai fratelli Migheli, d’altro non rei che di aver dato ricetto nella loro capanna a Pietro Cambilargiu ed a Giovanni Tolu.
— Non mancherò di farlo. Ricordatevi però, che i figli miei non rappresentano il governo di Sassari. Essi sono semplici impiegati, che dipendono da un’autorità superiore. Procuratevi dunque altre ingerenze, e così uniti potremo giovare alla causa dei vostri raccomandati.
Pietro Cambilargiu, con l’aria spavalda che gli era abituale, disse rivolto allo Spano:
— Badi di fare qualche cosa, chè altrimenti quei signori l’avranno da fare con noi!
Il vecchio Spano corrugò la fronte, e disse gravemente rivolto al mio compagno:
— Pietro, tu parli male! Quando si domanda una grazia, non si ricorre a minaccie nè ad insolenze, che con me sono inutili. I miei figli sono signori, vivono a Sassari, nè possono temere alcun danno da te. Se vuoi essere ascoltato, parla come uomo, non come un insensato!
Allontanatosi Salvatore Spano, ebbi un vivo diverbio col mio compagno per le sue maniere ruvide e villane.
— Hai dimenticato che siamo nelle vicinanze del mio paese! — gli dissi — Io tengo a non essere insolente, nè sgarbato colle persone dabbene!
Messici poi d’accordo, combinammo di rivolgerci ad uno studente, per scrivere alcune lettere all’indirizzo di persone autorevoli, in relazione con giudici.
Le pratiche nostre, unite a quelle dello Spano, ebbero un ottimo risultato. Poche settimane dopo i due fratelli Migheli venivano rimessi in libertà dal tribunale di Sassari.