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CAPITOLO VI.

Convegni amorosi.

Gironzando una sera per le vie del villaggio, in preda ai miei cupi pensieri, mi fermai dinanzi alla casa d’un amico, a breve distanza da quella dei genitori di Maria Francesca.

— Com’è che non vi maritate ancora? — mi chiese l’amico.

— Il prete non vuole! — risposi sbadatamente.

— E che c’entra il prete? Se tu ce lo consenti, noi parleremo il padre e la madre della ragazza. Sono nostri vicini, e siamo in ottimi rapporti.

— Fate come volete! — dissi, e continuai la mia strada.

All’indomani l’amico venne a dirmi, che i genitori di Maria Francesca nulla sapevano del matrimonio, ma che avrebbero scrutato l’animo della figliuola per darmi una risposta.

Ringraziai l’amico ed attesi. La risposta mi fu data tre giorni dopo, ed era consolante. Maria Francesca acconsentiva a diventare mia moglie.

Fattomi coraggio, mi presentai ai genitori della ragazza. Dopo avermi confessato che il prete contrariava questo matrimonio, essi conchiusero:

— Non devi per ciò disperare; se il prete non lo vuole, lo vogliamo noi. Siamo contenti che la nostra figliuola diventi tua moglie, e che tu diventi figlio nostro!

— Il vostro consenso mi consola; ma non mi basta. Vorrei scambiare alcune parole con Maria Francesca, qui, alla vostra presenza. Datemi un appuntamento.

Pochi giorni dopo mi ripresentai a Salvatore, il quale mandò un suo figliuoletto in casa del prete Pittui, per dire a Maria Francesca che la mamma aveva bisogno di lei.

Il cuore mi batteva forte, e i minuti mi parevano secoli.

A un tratto Maria Francesca comparve sulla soglia, e vi rimase indecisa alcuni secondi; indi si fece avanti lentamente, col capo chino e le braccia conserte. Era impacciata, commossa.

Ruppi per il primo il silenzio:

— Che dici tu, Maria Francesca, di quanto accade?

— Io non so che cosa dire. Han cominciato col farmi sapere che avevi chiesto la mia mano, e si finì coll’avvertirmi che non sarei stata più tua moglie. Le ragioni non vollero dirmele.

— Anzitutto devi manifestarmi il tuo sentimento. Se tu mi vuoi bene quanto io te ne voglio, i contrasti cesseranno subito, poichè nessuno potrà impedire la nostra unione!

A questo punto la ragazza levò la testa, ed esclamò ingenuamente:

— Quando il prete e la zia mi fecero sperare che questo matrimonio si sarebbe effettuato, io ne fui contentissima, poichè fra i giovani del paese tu eri il prescelto dal mio cuore. Aggiungo adesso, che, se tu mancherai alla parola, io uscirò dalla casa del prete per servire altro padrone... e non prenderò più marito!

— Io non ho mai mentito, e la mia parola è sacra. Mi chiamo Giovanni Tolu, sento di essere un giovane onesto e laborioso, e prometto di renderti felice. Non ti darò mai motivo a pentirti di avermi scelto per compagno!

Così dicendo mi avvicinai alla ragazza e soggiunsi:

— Qui, alla presenza del babbo e della mamma, voglio darti il primo bacio: sarà caparra solenne del sacrosanto matrimonio.

E dopo averla baciata sulla guancia, le dissi:

— Questo bacio era tuo da lungo tempo, ma non potevo mandartelo con altri. Serbalo come saldo pegno dell’amore che ti porto, e affidati a me![12]

Maria Francesca, per la prima volta, levò la testa per guardarmi negli occhi; poi arrossì, mi sorrise, e andò via quasi bruscamente, senza salutare nessuno.

Da quel giorno mi parve di star meglio e di aver lo spirito più tranquillo. Visitavo assai spesso la casa del mio futuro suocero, ed aspettavo con ansia il giorno festivo, designato per gli appuntamenti, all’insaputa del prete. Non dimenticherò mai quel tempo felice e i dolci colloqui colla cara ragazza!

Sventuratamente la mia felicità fu di breve durata, poichè alla gioia succedette l’affanno. Le punture ai ginocchi ricominciarono, e i dolori acuti mi fecero accorto, che la maledizione del prete non voleva darmi tregua.

Fuori di me per lo spasimo, mi diedi alla ricerca di nuovi esorcisti per sottrarmi alle malìe. Dove mi s’indicava un esperto in quell’arte diabolica, io correvo come pazzo senza frapporre indugio, fosse anche in capo al mondo. Montavo a cavallo, e col pretesto degli affari visitavo tutte le cascine, tutti gli ovili, tutti i paesi dei dintorni — ma sempre inutilmente. Ero disperato.

Volevo farla finita colle fattucchierie del prete, ma prima volevo sposare Maria Francesca. L’influenza di quel sacerdote mi spaventava. Il mio malumore crebbe, quando un giorno mi rivolsi ai genitori della ragazza, dicendo loro che desideravo affrettare le nozze.

La madre tacque abbassando gli occhi; ma il padre mi disse con un certo tono fra l’agro e il dolce:

— Ti par proprio giusto, che noi dobbiamo affidare la figliuola ad un malato?

Quel tono amaro m’indispose, ed esclamai vivamente:

— Voi mi avete conosciuto sano... e ciò vuol dire che io potrò guarire. D’altronde vi comunico la mia risoluzione: — o fatemi sposare subito con Maria Francesca, o portateci entrambi dinanzi ad un parroco per scioglierci dalla promessa. Ciascuno penserà ai casi propri. Scegliete!

I genitori della ragazza si acquietarono; ed io mi diedi di nuovo attorno, in cerca di esorcisti.

Mi rivolsi nuovamente a diversi preti, i quali si dichiararono impotenti a lottare col mio jettatore.

Una sera mi recai a Tissi per consultarvi un famoso scongiuratore di _legature_. Prima di andare da lui, mi si volle far visitare un infermo _fatturato_, la cui moglie dicevasi fosse l’amica di un prete. Quel povero disgraziato, colpito da paralisi alle gambe, giaceva sulla paglia di un tugurio, in preda a spasimi atroci.

Mi tolsi raccapriciando a quella spettacolo orribile.

— Se io diventassi come costui — dissi — sarei rovinato per tutta la vita!

Non volli ritornare a Florinas. Passai la notte a Tissi, e l’indomani mi spinsi fino ad Uri per sottopormi alle cure di un maestro di esorcismi, indicatomi come valentissimo.

Ma i dolori continuavano.

Sempre alla ricerca dell’uomo che doveva guarirmi, io trottai all’impazzata da un paese all’altro, finchè mi decisi a far ritorno a Florinas, dopo un’assenza di tre giorni.

Un caso singolare, avvenutomi in quella circostanza, contribuì ad agitare nuovamente il mio spirito. Voglio narrarlo, per persuadere gli increduli, che le _legature_ non sono un parto di mente inferma.

Giammai, come in quei tre giorni, io aveva provato la smania tormentosa di rivedere Maria Francesca. Mi pareva di esserne lontano un secolo. Diedi di sprone al cavallo e trottai come un forsennato fino alla casa di mia madre. Ivi appresi che il prete, durante la mia assenza, aveva licenziato la servetta, inasprito per le nozze stabilite senza il suo consenso.

Smontato di sella, affidai il cavallo a mio fratello Peppe, e mi avviai sollecito alla casa dei genitori della ragazza.

Come posi piede sulla soglia, mi sentii avvinto da un misterioso fascino, che non seppi spiegare. La viva smania di rivedere la sposa diletta si era cambiata in un’avversione invincibile. Una forza occulta mi respingeva da lei; la sua vista mi metteva quasi ribrezzo; ond’io le volsi bruscamente le spalle, e continuai a parlare coi genitori, senza rivolgerle la parola, senza stringerle la mano, e senza baciarla sulle guancie, come al solito. Temevo persino il contatto delle sue vesti, poichè avevo la convinzione che esse mi avrebbero scottato. Rimasi là come intontito, paralizzato, subendo l’influsso malefico del prete, che si vendicava di me. Ad un tratto, non potendo più oltre resistere, mi precipitai fuori della porta, e mi diedi a correre. Mi pareva di essere inseguito da una furia infernale.

Quando rientrai in casa, mio fratello Peppe mi venne incontro agitato:

— Il tuo cavallo è tutto gonfio! — gridò pieno di spavento.

— So di che si tratta! — risposi cupo; ma non dissi che il prete n’era la causa, poichè le sue malìe si erano estese anche alla bestia che mi aveva venduto.

— Il tuo cavallo sta male... e forse muore! — ripetè mio fratello.

— Lascia ch’esso muoia, nè dartene pensiero! — esclamai con profondo dolore — Tutti moriamo, e morrò anch’io fra non molto!

La mamma e le sorelle si scambiarono un’occhiata, non riuscendo a spiegarsi lo strano senso delle mie parole.