CAPITOLO II.
In casa di prete Pittui.
Dopo il terzo giorno — come già dissi — il medico del villaggio aveva dichiarato che prete Pittui era fuori di pericolo; però gli ordinava di stare a letto e di non muoversi.
Durante quel tempo la casa del sacerdote era assediata dalle visite. I fedeli parrocchiani ed i famigliari più intimi correvano al letto del proprio pastore per prendere informazioni sullo stato di sua salute; e, imprecando all’assassino sacrilego, facevano voti all’Eterno per una pronta guarigione.
Se il prete fosse morto in seguito alle mie percosse, nessuno certamente lo avrebbe compianto; anzi si sarebbe ringraziato Iddio per aver liberato il paese da un cattivo soggetto di quella fatta. Sapendolo però vivo, ognuno si studiava di entrare nelle sue grazie con una pietà falsa, che avrebbe potuto più tardi fruttare qualche favore, o almeno una maggior dolcezza di trattamento.
Sebbene ancora indolenzito per le percosse ricevute, e accasciato per le lunghe sofferenze, appena il prete si accorse di essere scampato alla morte, non pensò che allo sfregio ricevuto, e si die’ a escogitare tutti i mezzi possibili per vendicarsi di me: cosa che gli sarebbe riuscita assai facile, avendo al suo comando molti cagnotti, e potendo esercitare la sua influenza presso le autorità di Sassari, colle quali si manteneva in stretta relazione.
Se il corpo del prete era inchiodato al letto, la sua mente era libera e ruminava a mio danno. La casa Pittui era diventata il luogo dei convegni misteriosi, dove si tramava la mia perdizione.
Io stava in guardia, poichè avevo molti parenti ed amici che mi tenevano informato di quanto accadeva in paese.
Fra i più assidui visitatori di casa Pittui (durante il periodo della malattia) erano il Piana, lo Zara, il Serra, Peppe _il sorsinco_, i fratelli Dore d’Osilo, ed i fratelli Rassu di Tiesi, domiciliati a Florinas.
Darò di essi alcuni brevi cenni[21].
Giovanni Antonio Piana, mio coetaneo, era da poco tempo marito della matura serva di prete Pittui, la quale poteva essergli madre. Cugino del prete e zio di mia moglie, quel gradasso si dichiarava capace di darmi la caccia.
Sebastiano Zara, pur parente di mia moglie e del prete, era il millantatore che per il primo avevo incontrato uscendo dal villaggio, il giorno dell’attentato. Egli aveva pronosticato la mia futura morte per opera sua.
Il terzo visitatore assiduo, Francesco Serra, aveva la debolezza di credersi un potente, solo perchè si era dato a fare il _commissario_ dei carabinieri. Io però sapevo, che costui, insieme a Paolo ed a Francesco Rassu, nonchè ad altri due ittiresi, aveva preso parte come mandante all’assassinio di don Peppe Serafino di Tiesi. Uno però della combricola (che poi finì sulla forca) era stato in seguito arrestato alla festa di S. Paolo in Monti, per un orologio d’oro colle iniziali dell’ucciso, da lui venduto al parroco del detto paese.
Riservandomi a parlare a lungo della famiglia Rassu (ch’ebbe larga parte nei casi della mia vita) mi fermerò per ora sui due fratelli osilesi.
I fratelli Giuseppe e Giomaria Dore, osilesi, quantunque notissimi ladri e sicari, erano sempre riusciti a sfuggire alla giustizia, mercè l’astuzia e l’intrigo.
Giuseppe era compare di battesimo di prete Pittui; dal quale, aveva preso un _salto_ in affitto, in società col fratello Giomaria e con un tal _Peppe di Sorso_.
I due fratelli erano veduti di mal occhio a Florinas, e già da tempo si pensava al modo di sbarazzarne il paese.
Ho già detto che a Florinas, nel pomeriggio dei giorni festivi, si soleva andare fuori dal paese, per la gara del tiro a segno. Come premio al vincitore, si metteva per bersaglio una gallina viva, un coltello, una berretta, od altro oggetto.
Una domenica eravamo in numerosa comitiva, e ricordo fra gli altri i due fratelli Dore, Pietro Rassu, i preti Massidda e Pittui, il pretore, il cancelliere, e diversi cavalieri e giovani di distinta famiglia.
In quel tempo (verso il 1847) era stata ordita fra i signori florinesi una specie di congiura per liberare il paese dai due fratelli sicari, dei quali si aveva paura, poichè gettavano ovunque il terrore. La giustizia in quei tempi dormiva, od era cieca, ed erano le popolazioni che pensavano a liberarsi dai malfattori. Fu deciso di uccidere Giuseppe a _smarro_ (cioè a dire come per caso accidentale). Pietro Rassu si era incaricato del colpo, e per essere più sicuro nell’eseguirlo, aveva dato di piglio al fucile ad una canna del cancelliere: fucile a fulminante e non a piastra — cosa rara a quel tempo. Dopo diversi tiri al bersaglio (eseguiti fra il buonumore e gli scherzi della brigata) il Rassu, fingendo mettere la _capsula_ nel luminello, lasciò partire il colpo in direzione di Giuseppe Dore, che gli stava vicino. La palla passò tra le gambe di quest’ultimo, ma non l’offese. Vi fu scambio di parole vivaci per l’imprudenza del tiratore, ma tutto finì lì, ascrivendo il falso tiro alla imperizia del Rassu nel maneggio dell’arma nuova.
Volle il caso, che quella sera, forse per la soverchia carica di polvere, si spezzasse a Giuseppe il calcio del fucile. Nel rientrare in paese vi fu chi pensò trar partito da quell’accidente, che toglieva all’odiato sicario i mezzi di difesa. Verso la mezzanotte Giuseppe Dore venne assalito nella propria abitazione da una mezza dozzina di individui, i quali riuscirono a smantellargli il tetto della casa per fargli fuoco addosso. La moglie scappò sulla strada, in camicia; ed il marito seppe difendersi così abilmente, che rese vano l’attacco dei nemici.
Persuaso, infine, che il vivere a Florinas era per lui pericoloso, Giuseppe Dore si decise a battere la campagna insieme al fratello Giomaria, per campare dal furto e per fare il sicario: mestiere molto lucroso a quei tempi, stante le inimicizie che dividevano le famiglie.
I due fratelli osilesi avevano uno zio mugnaio (pur chiamato Dore) il quale era in urto col proprio genero Bertolo Bazzoni, agricoltore. Lo zio chiese aiuto ai nipoti per sbarazzarsene, e questi accettarono il mandato.
Ucciso Bertolo, il vecchio Dore voleva costringere la propria figlia a passare in seconde nozze con un di lui cugino mugnaio, che gli avrebbe prestato aiuto nella professione; ma la vedovella, inorridendo, si rifiutò di ubbidire ad un padre, che gli aveva ucciso il primo marito. In preda a spasimi atroci, la povera figliuola ne morì di crepacuore pochi mesi dopo.
Appena compiuto il mandato di sangue, i due fratelli sicari si erano ritirati a _Giunchi_, presso una loro sorella zitellona.
Andando a far legna sulla montagna, capitai un giorno in quella regione, ed assistetti per caso ad un vivo diverbio tra i fratelli Dore e certo Carboni; motivo per cui mi vidi citato come testimonio.
Nel frattempo era stato arrestato lo zio Dore, uccisore del genero Bazzoni. I due nipoti, designati dalla voce pubblica come sicari, si erano dati alla latitanza durante l’istruttoria del processo.
Fattosi a Sassari il dibattimento, alcuni testimoni di _vista_ deposero essere il solo suocero l’uccisore di Bertolo; altri invece (comprati dalla ricca moglie dell’arrestato) riuscirono a provare, che nè lo zio, nè i nipoti avevano preso parte all’assassinio. La conclusione fu, che vennero tutti assolti. La voce pubblica imprecò alla corruzione di testi... ed anche di qualche giudice; ed io posso asserire in coscienza, che giammai sentenza più iniqua e più scandalosa fu pronunciata da un tribunale. Ed ora fidate nei dotti giudizi di una magistratura stipendiata, e deplorate l’istituzione dei Giurati![22]
Poichè la Giustizia era stata così cieca o così venale in quel processo, non mancò chi volle surrogarsi ad essa. Tre mesi dopo, nell’agosto, un fratello dell’ucciso sborsò una somma ai due banditi Cambilargiu e Antonio Spano, i quali freddarono con una fucilata il suocero di Bertolo Bazzoni.
Non voglio parlare d’altri brutti fatti, avvenuti per opera dei due fratelli Dore e del loro compagno _Peppe il sorsinco_. Accennerò solamente a quello dei quattro agricoltori partiti da Sorso, e venuti a Florinas, col pretesto di andare in cerca di uomini per la messe. Essi avevano dato ad intendere, che scopo della gita era quello di voler assalire nelle proprie case diversi nemici, che avrebbe loro indicati la sorella dei Dore. Il sindaco di Florinas, prendendo sul serio la minaccia, eccitò la popolazione alla propria difesa, suscitando un baccano che rasentò il ridicolo; ma la commedia si chiuse con una scenata in piazza, dove si addivenne ad una parvenza di pace generale, giurata fra molti bicchieri di vino e le baldorie carnevalesche.
* * *
Ed erano queste le persone, a cui il prete Pittui aveva affidato le vendette, e che attorniavano il suo letto nel gennaio del 1851. Tutti si erano compromessi di mettermi le mani addosso; e i fratelli Dore e _il sorsinco_ avevano già ricevuto dal prete ottanta scudi, obbligandosi a darmi vivo o morto nelle mani della giustizia.
Ma non erano i soli. Ad uno dei soliti convegni assistevano (insieme al Piana, allo Zara ed ai Rassu) due notabili signori di Florinas, i quali si erano vantati che non avrei tardato a cader vittima dei loro agguati.
Ricordo un fatto. Poc’ora prima che mi si riferisse quest’ultima congiura, mentre me ne stavo sotto una roccia, a poca distanza dal paese, vidi passare a tiro del mio fucile i menzionati signori. Il destino ha voluto salvarli! Se di qualche ora avessero ritardato il viaggio, li avrei uccisi entrambi come due pernici. In seguito sbollì l’ira mia, e volli risparmiarli.
I miei nemici convenivano in casa di prete Pittui per deplorare l’accaduto; e imprecando al sacrilego maledetto e al vile assassino, offrivano coraggiosamente il loro braccio vendicatore per ottenere la mia morte o la mia cattura. Essi potevano millantarsi a mio riguardo, perchè ero povero, e lontano dal paese; il prete invece era ricco e potente, e dovevano ingraziarselo per procurarsene la protezione. Quasi tutti avevano la camicia sporca, e temevano i ricorsi, palesi o anonimi, alle autorità di Sassari. Il ministro di Dio era in intimi rapporti coi ministri della giustizia — e fra ministri se la intendevano!
I congiurati credevano di operare nel segreto, ma tutto io sapeva, poichè tutto mi si riferiva da persone intime della casa. Molti visitatori facevano una doppia parte, volendo allontanare da me il sospetto per sfuggire alla mia collera. Ben sapevano i furbi, che il prete poteva aggiustarli coi magistrati di Sassari, e proteggerli dentro paese; ma non così fuori di casa. Ero io il re della campagna — e alla campagna dovevano tutti venire, contadini e signori, per lavorare o sorvegliare le terre. E perciò si voleva, nel tempo stesso, lusingare il bandito ed il prete, col proposito di tradirci entrambi. Che importava loro delle persone? o cadessi io nelle mani del prete, o cadesse il prete nelle mie mani, era sempre una battaglia vinta per essi, perchè si liberavano da un nemico!
Ed io ascoltava il consiglio di tutti, ma stavo in guardia, perchè di tutti dubitavo. Quantunque giovane ed inesperto, capivo che la paura legava a me quei consiglieri, ai quali tornava ugualmente vantaggioso il perdermi, od il salvarmi.