CAPITOLO XIX.
Ancora Cambilargiu.
Dopo la nostra nomina a barracelli di Florinas, non tardai ad accorgermi che Cambilargiu mi guardava in cagnesco, e non era con me leale, come prima. Egli forse pensava, ch’era impossibile un’illimitata confidenza fra un giovane trentenne ed un uomo grave di mezzo secolo. Era invidioso della benevolenza che mi dimostravano i Florinesi: indizio questo, che il mio paese non mi considerava come un tristo, ma bensì come un disgraziato; e se avevo nemici a cui la mia esistenza dava cruccio, avevo pure amici che mi volevano bene.
Un solo fatto basterà a provare che la mia famiglia era ritenuta onesta e di buon conto in paese. Io avevo imposto ai miei parenti di non mai immischiarsi nelle mie vendette. Bastavo io solo per compierle: essi non dovevano compromettersi. Con orgoglio posso dunque affermare, che mentre i congiunti degli altri banditi vennero uccisi, molestati, o tratti in prigione, a nessuno de’ miei parenti fu recato alcun danno, nè da’ miei nemici, nè dalla giustizia. Io solo fui il disgraziato e il perseguitato, e ciò torna ad onore della mia famiglia!
Continuai ad accompagnarmi con Cambilargiu, ma l’uno ormai era di peso all’altro. In lui l’invidia e il rancore per l’affetto che mi addimostravano i Florinesi; in me il disgusto delle sue triste azioni, che mi ripugnavano.
Ogniqualvolta si andava insieme ad Osilo, fermandoci negli ovili, Cambilargiu domandava con insistenza una pecora od un capretto ai poveri pastori; i quali glieli davano subito, perchè avevano di lui una paura maledetta. Ma non basta: egli portava quel capretto o quella pecora nelle aie dei ricchi possidenti, e là si mangiava tutti insieme, me compreso.
Eseguita diverse volte questa vergognosa estorsione, un bel giorno io dissi a Cambilargiu in uno di questi pranzi:
— Zio Pietro, vuoi che ti parli chiaro? Non mi piace questo tuo sistema. Tu strappi con violenza un agnello ai poveri pastori che hanno i figli scalzi, per darlo a mangiare ai ricchi che possiedono pecore ed agnelli in abbondanza. Non trovo troppo lodevole le azioni tue!
Queste mie parole, pronunciate a tavola, alla presenza di tutti, inasprirono Cambilargiu e i benestanti commensali. Essi me ne mossero acerba lagnanza, ma io feci il sordo e non risposi.
Un altro giorno ci trovammo insieme nelle vicinanze di Osilo, dove la sua burbanza raggiungeva il colmo. Mentre si chiacchierava in un’aia, scappò di là la famosa cavalla che avevano preso ad Ossi, per far dispetto al capitano dei barracelli. Cambilargiu pretendeva che andassi io a rintracciarla.
— No, zio Pietro. Qui siamo nel territorio del tuo paese, e spetta a tuo cognato riportare la cavalla. Io non manco di dartela insellata, quando ti accompagno nelle terre di Florinas. Se tuo cognato non farà il dover suo, aggiusterò io la faccenda!
E qui un altro vivo diverbio, che per fortuna fu sedato dai parenti, i quali mi diedero ragione. Il cognato di Cambilargiu riportò la cavalla, e la cosa passò liscia.
Poco tempo dopo, vennero rubate due bellissime cavalle dal villaggio di Santo Lussurgiu: l’una appartenente a Francesco Beccu, l’altra di proprietà di Andrea Sanna. Si sparse la voce che fossero in potere di Cambilargiu e di Antonio Spano — ed era vero.
La cavalla del Sanna, posseduta dallo Spano, era morta; l’altra del Beccu era quella che montava Cambilargiu, quando l’ebbi a compagno.
Non c’era verso ch’ei volesse restituirla; ed un bel giorno gli dissi a denti stretti:
— Senti: qui si tratta della roba d’altri, nè io voglio essere complice di furti, che detesto. Se tu non restituirai la cavalla al padrone, io rinunzio al piacere d’esserti compagno. Separiamoci!
Cambilargiu si rassegnò a restituire la cavalla a Francesco Beccu, ma pretese da lui dodici scudi, dicendo che ugual somma aveva egli sborsato a chi gliela cedette.
Non era ancora trascorso un mese dalle dimostrazioni popolari ricevute a Florinas, quando Cambilargiu, sempre diffidente perchè si sentiva meno agile per l’età avanzata, prese a dirmi con bontà affettata:
— Con te, che mi sei figlio, non posso aver riguardi. Devo avvicinarmi ad Osilo per affari urgenti. Quando avrai bisogno di me, fammi sapere il luogo dell’appuntamento, e sarò sempre il tuo fido compagno.
Così dicendo, ci separammo. Parecchie volte lo invitai a venirmi a trovare nell’ovile di mio cognato, ma con mia sorpresa egli non si lasciò mai vedere. Era chiaro che la diffidenza lo aveva allontanato dal territorio di Florinas, temendo che i miei compaesani gli tendessero un’insidia.
Ma neppur io mi mossi per andarlo a trovare ad Osilo — nè più lo rividi.
Intanto, scaduto l’anno del barracellato di Florinas, venne fatto il riparto della _raccolta_, e toccarono a ciascun barracello settanta scudi di benefizio.
Quando ciò seppe Cambilargiu — quantunque neanche una volta avesse prestato l’opera sua — mandò una lettera da Osilo a Don Ignazio Piras, ricordandogli che anche lui era un barracello di Florinas, e pretendeva la sua porzione. «Se non l’_intiero_ (egli scriveva). voglio almeno _una parte_, perchè sono povero.»
Erano rimasti a fondo del Bilancio sei scudi, ed io consigliai di non darglieli; ma Don Ignazio, temendo la ferocia di quell’uomo, glie li mandò fino ad Osilo.
Continuai pertanto a interessarmi della barracelleria di Florinas, sempre fiero di venir consultato dai barracelli, che in me riponevano la loro fiducia.
Il capitano non dura in carica che un solo anno, e a Don Ignazio Piras era succeduto Gavino Pintus, il padre di Maddalena Bua.
Nominato capitano dal consiglio comunale, quest’ultimo non aveva voluto accettare; ed allora fu chiamato a Sassari dall’Intendente generale per conoscere le ragioni del rifiuto.
— Non accetto la carica di capitano — rispose il Pintus — perchè per contentare il paese dovrei ricorrere ai congiunti del bandito Giovanni Tolu — e non so se vostra eccellenza vorrà autorizzarmi a simile scelta!
L’Intendente gli disse:
— Va pure in paese, e nomina i barracelli che vuoi, purchè tu faccia il capitano.
Tornato Pintus a Florinas, si affrettò a comunicarmi la risposta dell’Intendente. Io lo persuasi a fare il capitano; ed egli chiamò a far parte della compagnia i miei fratelli Peppe e Gio. Maria, nonchè Giuseppe Rassu, il più savio di quella famiglia malnata.
Quantunque io più non appartenessi alla compagnia barracellare, si volle ch’io fossi compreso nel riparto degli utili annuali. Mi si dava la porzione, senza ch’io la chiedessi.
Durante questa barracelleria erasi verificata la mancanza di due cavalle, per una delle quali fu inutile ogni ricerca. Trascorso quasi l’anno, ricevetti una lettera da un amico, il quale m’informava segretamente che la cavalla trovavasi a Mores. Egli mi sollecitava ad adoperarmi per farla restituire ai barracelli, che l’avevano già pagata al padrone.
Parlatone coll’ex capitano Pintus, questi mi consigliò di non occuparmene.
— No — gli dissi — ci va dell’onore della compagnia, e farò il mio dovere.
— Ebbene, se tu riescirai a ricuperarla, tienila per te!
Volli consultare i barracelli, i parenti e gli amici, e tutti si dichiararono contenti che la cavalla fosse mia. Ritiratala facilmente per mezzo di mio fratello, la tenni in stalla dall’ottobre al marzo, senza servirmene.
Avendo veduto la cavalla, alcuni malevoli misero in giro la voce che non era quella di Florinas, ma bensì un’altra rubata in Campidano dalla combricola del bandito Bìcchiri.
La cavalla, infatti, non era quella di Florinas; ma io feci rispondere ai maldicenti, ch’ero pronto a restituirla al padrone, se me lo avessero indicato.
Un assessore comunale osò avvertirmi:
— Bada, Giovanni; non lasciar montare la cavalla da’ tuoi fratelli, poichè verrebbero arrestati e messi in carcere.
Io risposi di mala grazia:
— Senta: la cavalla che ho in istalla non è quella di Florinas. Se conoscessi il padrone vorrei intendermela con lui, poichè l’ho ingrassata a mie spese. Io però la prevengo, che chiunque osasse toccarmela — sia sindaco, brigadiere, o demonio — ci rimetterà la vita!
Nessuno mai venne a reclamare la cavalla. La tenni per un po’ di tempo, finchè la vendetti nella Nurra, dichiarando che avrei risarcito il padrone, se si fosse a me presentato[47].
* * *
Non avevo più riveduto Pietro Cambilargiu. Un giorno Don Ignazio Piras mi disse in confidenza, che il bandito osilese gli aveva mandato una lettera, chiedendogli con minaccie danaro.
— Che debbo fare?
— Non gli dia nulla.
— Uno è dirlo, l’altro è farlo. Tu sai ch’io vado spesso in campagna...
— Si affidi a me. Ci penserò io!
E infatti mandai a dire al mio antico compagno, che si guardasse bene dall’avvicinarsi al mio paese; poichè era un’azione indegna quella di estorcere danaro a persone, che aveva conosciuto per mio mezzo. Lui era stato educato nell’ergastolo di Villafranca, e voleva fare il brigante alla continentale — io invece preferiva fare il bandito alla sarda!
Non ebbi più notizia di lui, fino al giorno della sua morte, che narrerò brevemente.
Separatosi da me, Pietro Cambilargiu sentì il bisogno di aver nuovi compagni. Egli si accorgeva di essere diventato un po’ sordo e di vista debole.
Si era prima provato ad andar solo; in seguito ebbe a compagni i banditi Depalmas e Salvatore Fresu, dai quali si separava con frequenza, essendo anch’essi di età matura e poco agili. A quel tempo Cambilargiu, quando a notte oscura usciva da un ovile, aveva bisogno di venir accompagnato fino a un luogo di rifugio da persona fida, e così pure i suoi nuovi amici Depalmas e Fresu. Condizione miseranda dei banditi, quando diventano vecchi!
Intanto il Governo, per potersi impadronire del famoso bandito osilese, aveva ricorso al maresciallo Scaniglia, il quale si era assunto l’impegno di consegnarlo, vivo o morto, e con qualunque mezzo, nelle mani della giustizia.
Lo Scaniglia, alla sua volta, aveva ricorso ad alcune spie; e, fra gli altri, era riuscito a raggirare Luigi Marceddu, lontano nipote di Cambilargiu. Costui, già proprietario pastore, era allora sotto una penale di 70 rasieri di grano, dovuto per contravvenzione nella _viddazzone_ di Sennori.
Il maresciallo Scaniglia, non solo lo fece assolvere dalla penale, ma gli donò ottanta marenghi, a condizione che si adoperasse per dargli in mano, vivo o morto, lo zio Pietro Cambilargiu.
Trovandosi Luigi Marceddu nella vallata di _Logulentu_, in compagnia di Cambilargiu (che si fidava del nipote) riuscì ad ucciderlo. Datone subito avviso al maresciallo, questi accorse sul luogo con altri cinque carabinieri — e crivellarono di palle il cadavere del bandito..... forse per allontanare i sospetti da una spia, sì abilmente guadagnata[48].
In tutta la provincia, e specialmente a Sassari, la notizia della morte di Pietro Cambilargiu fu accolta con vera gioia, e quasi con feste.
Non tardò il congiunto Marceddu a ricevere la paga del suo nero tradimento. Egli venne ucciso da un mugnaio — da certo Giomaria Ibba — ch’ebbi più tardi a compagno, e di cui parlerò a suo luogo.