CAPITOLO III.
La famiglia Rassu.
L’essermi dato alla macchia impressionava non poco i miei nemici di Florinas. Ero per loro un bandito, un disperato che non avrebbe potuto frenarsi per alcun sentimento di riguardo personale, o di pietà. Si aveva paura di me, si temeva che una falsa informazione, un falso rapporto, un malinteso avessero apportato conseguenze fatali. Non pochi si erano messi al sicuro, per allontanare le cause che potessero destare un mio sospetto.
Gavino Pintus, per esempio, (il padre della Maddalena Bua) aveva licenziato dalla sua casa il cognato Serra, perchè bazzicava troppo coi Dore e coi Rassu ed era _commissario_ dei carabinieri.
I fratelli Rassu erano di famiglia tiesina, domiciliati a Florinas. Con costoro ero in buoni rapporti, poichè uno di essi (Giuseppe) aveva sposato una mia zia. Tuttavia li guardavo di mal occhio, sapendoli gente abituata al malfare, e capace di prestarsi a qualunque delitto, senza scrupoli di sorta.
La famiglia Rassu si componeva di quattro fratelli — Pietro, Francesco, Paolo e Giuseppe — e di uno zio attempato, Giovanni Andrea, dal quale andavo a consigliarmi spesso, perchè lo ritenevo uomo di senno.
Il giovane Paolo era stato di recente ucciso a Siligo, a causa d’una ragazza, di cui si era innamorato. L’uccisore era stato punito con una fucilata, datagli da uno dei fratelli di Paolo.
La casa di Pietro Rassu era attigua a quella di mio suocero — come attigua a questa era la casa mia, quando l’abitavo insieme a mia moglie. Vedendoci e visitandoci con frequenza, si viveva di accordo come due buoni vicini, e il paese ci considerava quali amici.
Dopo la mia latitanza si accrebbe l’odio mio verso i fratelli Rassu, poichè li sapevo d’accordo col prete per congiurare la mia rovina.
Ero appena da quindici giorni bandito, quando uno strano accidente mi liberò da uno di essi: da Pietro Rassu.
Fra i molti delitti da costui commessi impunemente, se ne annoverava uno, la cui istruttoria era in corso, e si aspettava da un giorno all’altro l’ordine di spiccare il mandato d’arresto.
Un giorno Pietro, nel suo ovile di _Corona majore_, aveva diviso il pranzo con _Monsiù_ Maronero, il brigadiere dei carabinieri, che andava in perlustrazione. Prima di separarsene, volle dare a lui due capretti, dicendogli scherzando:
— Te ne faccio un regalo, perchè tu mi usi un po’ di riguardo quando verrai per arrestarmi.
Il brigadiere aveva risposto:
— Siamo troppo amici, e farò di tutto per sottrarmi a questo doloroso incarico. Altri carabinieri ti arresteranno, non io di certo!
Pietro Rassu soggiunse, serio:
— Ed io ti prometto, dal mio canto, che in carcere non ci andrò, a costo di farmi ammazzare. Ci sono già stato quattro volte, e ormai ne sono stanco!
Fu lo stesso Pietro, che mi confidò questo incidente.
Trascorso un po’ di tempo, venne spiccato l’ordine d’arresto, e si aspettava l’occasione propizia per mettere in gabbia l’uccello.
I buoni rapporti apparenti che io manteneva con Pietro, per essere egli stato mio vicino di casa, diedero a sospettare che anche bandito io andassi qualche volta a trovarlo. Una sera sul tardi, mio suocero, origliando alla parete che lo divideva dalla stanza di Pietro Rassu, credette di riconoscere la mia voce, e si affrettò ad avvisarne il prete Pittui. Questi mandò subito un espresso a Codrongianus per far venire i carabinieri.
Il brigadiere _Monsiù_ Maronero, con altri suoi compagni, accorsero nella stessa notte a Florinas, e si portarono segretamente in casa del notaio Giovanni Antonio Fiori, che aveva la moglie agonizzante. Ivi caricarono i fucili a mitraglia.
Era il 17 gennaio 1851 — giorno di Sant’Antonio.
Da poco era trascorsa la mezzanotte, quando il brigadiere dispose l’appiattamento. Collocò un carabiniere dinanzi alla porta che dava alla strada; ed egli, a cavallo, si collocò in faccia alla finestra della camera posteriore, che dava ad un piccolo cortile, verso la campagna.
Il brigadiere bussò al finestrino, dicendo:
— Pietro, apri!
— Aspetta un momento! — rispose Pietro, che immaginò si trattasse della sua cattura; e corse ad armarsi.
Trascorsi alcuni minuti aprì la finestra, e si trovò di fronte al brigadiere a cavallo, che gli impediva l’uscita.
— Datti a una parte! — fece Pietro, come avvertendo che voleva uscir fuori; ma quegli non si mosse.
Allora Rassu, fattosi alla bassa finestra, die’ uno spintone al cavallo colla canna del fucile, e lo costrinse a indietreggiare.
_Monsiù_ Maronero, intanto, aveva puntato il fucile alla finestra, in attesa che l’uomo saltasse per fargli fuoco addosso.
Pietro Rassu, coll’audacia dei coraggiosi e dei disperati, montò il grilletto, e scavalcò d’un salto il davanzale della finestra, scaricando l’arma su _Monsiù_ Maronero.
In pari tempo scattò il grilletto del fucile del brigadiere. Si udirono due detonazioni, ed entrambi caddero a terra come fulminati.
Quando accorsero gli altri carabinieri non trovarono che due cadaveri boccheggianti.
Sono queste le stupide bravate di molti carabinieri; i quali, fidando unicamente nel proprio valore, non si mantengono mai sani di testa. Prima della spedizione essi hanno già in corpo Dio sa quanti bicchieri di vino e di acquavite, ed espongono ciecamente la vita, senza raggiungere l’intento.
Il brigadiere Maronero non aveva mantenuto la parola data a Pietro Rassu... ed ebbe il fatto suo!
Il caso della doppia uccisione (che aveva avuto a solo testimonio mio suocero, nella casa vicina) era stato così singolare, che per lungo tempo si tardò a prestarvi fede. La versione data fu questa: che io realmente mi trovassi in casa di Pietro Rassu; che questi, saltando dalla finestra, fosse stato ucciso dal brigadiere; che il brigadiere, alla sua volta cadesse morto per una mia fucilata; e che io, finalmente, fossi riuscito a raggiungere la campagna, prima che accorressero gli altri carabinieri.
Ed era una versione stupida. Mi si voleva dare un’audacia valorosa, che non mi spettava. Avrebbe dovuto bastare il fatto della doppia detonazione e delle due canne scariche per convincersi della verità; ma non si voleva incolpare mio suocero di una falsa denunzia!
Il prete Pittui si morse le dita per dispetto; e mio suocero fu talmente impressionato dal pensiero della mia vendetta, che da quel giorno si chiuse in casa, si ammalò, e non volle più vedere nessuno.
Quando appresi l’accaduto, esclamai con amaro sorriso:
— E _uno_! Dio ha voluto farmi risparmiare una carica di polvere.
* * *
Continuerò la storia dei Rassu.
Pietro e Francesco, sovratutti, erano in fama di ladri e di sicari; e dicevasi che il primo fosse il depositario delle ruberie che si commettevano.
Cinque mesi dopo la morte di Pietro, avvenne l’assassinio della sua vedova, Giovanna Angela Manconi, rinvenuta scannata col rosario in mano.
La voce pubblica non tardò ad affermare, che la poveretta fosse stata tolta dal mondo per mandato del proprio cognato Francesco, designato come tutore ad amministrare i beni dei nipoti minorenni.
Il giorno precedente al barbaro assassinio mi trovavo per caso a _Scala ruja_, territorio di Florinas, quando m’imbattei in Francesco Rassu, il quale, a cavallo, si diriggeva verso il paese, portando in groppa un bandito.
Come mi viddero e mi riconobbero, il bandito smontò da cavallo e mi chiamò a nome.
Io feci il sordo e continuai la mia strada, seguito da un grosso mastino.
Persistendo il bandito a darmi la voce, mi fermai.
— Che volete? — chiesi.
— Vieni con noi; abbiamo bisogno di sbrigare un affare urgente.
Mi accorsi subito che non aveano rette intenzioni a mio riguardo. Sapevo già della congiura fatta in casa del prete, e diffidavo di Francesco.
— Fate buon viaggio e andate per la vostra strada! — gridai rimettendomi in cammino, e risoluto di far fuoco su entrambi, se avessero persistito a tormentarmi col loro invito.
Capitai poco dopo nella capanna di un mio zio — Gio. Maria Giavesu — a cui narrai l’accaduto:
— Vedi? — gli dissi con amarezza — oggi ho corso il pericolo di romperla con Francesco Rassu. Mi sono contenuto per seguire il tuo consiglio!
— Ed hai fatto bene. Non voglio che tu l’uccida. Egli è nostro parente, poichè ha in moglie una tua cugina, e sarebbe un’onta se si dicesse che noi beviamo il sangue nostro!
La stessa sera sul tardi, invitato da un amico, passai la notte a Florinas. Verso l’alba del giorno seguente ci venne data la notizia dello sgozzamento della vedova di Pietro Rassu. Il cognato Francesco, forse per allontanare i sospetti, nel momento in cui veniva consumato l’assassinio, discorreva in piazza col proprietario del bestiame datogli in custodia.
Trascorso qualche giorno, si sparse ad arte la voce, che il vero uccisore dei coniugi Rassu ero io. Compresi lo scopo della diceria: si voleva aggravare il mio attentato contro la vita di prete Pittui, designandomi come sanguinario.
* * *
Il terzo fratello dei Rassu — Giuseppe — era mio parente, perchè ammogliato con Maria Rosa Bazzone, sorella di mia madre. Era costui d’animo malvagio come gli altri fratelli, ma dominato da mia zia, donna energica e di carattere forte, finì per contenersi.
— Bada Giuseppe! — gli diceva la moglie — se hai caro di non morire in galera, devi allontanarti da’ tuoi congiunti, due dei quali morirono di palla. Rimani in casa con me, e non avrai malanni!
Francesco Rassu, nominato tutore dei figli di Pietro, fu deluso nelle sue speranze. Egli non aveva trovato nessun deposito di danaro in casa della cognata; e divenne così irascibile e intrattabile, che i nipoti non vollero convivere con lui.
Si diceva in paese, che i danari della vedova assassinata fossero stati nascosti in campagna dal figliuolo sedicenne Salvatore, che li aveva rinvenuti. E la diceria veniva avvalorata dal fatto, che Salvatore era uscito dalla casa paterna, non appena lo zio vi era entrato come tutore. Il fiero giovane era andato a convivere con lo zio Giuseppe, marito di mia zia.
In quel tempo Ignazio Piana (marito di mia sorella Andriana) abbisognando nella Nurra d’uomini di lavoro, aveva preso seco il giovane Salvatore, come servo di fiducia.
Mio cognato mi diceva spesso:
— La donna che sposerà mio nipote farà la sua fortuna, poichè possiede molto danaro.
Ed io gli rispondevo:
— Se avessi cento figlie non ne darei una a tuo nipote, poichè il danaro ch’ei possiede non è che il frutto di furti e grassazioni.
Stando al servizio di Ignazio Piana, Salvatore si era più volte recato a Florinas per ritirare il suo denaro, che aveva dato in custodia ad una zia convivente con un prete.
Un giorno mi pregò di comprargli un pistola, ma andato in paese per chiedere quindici scudi, gli vennero rifiutati dal prete e dalla zia.
* * *
Lascio per ora indietro il giovane Salvatore, per parlarvi di Francesco, il più forte, il più coraggioso e il più temuto dei fratelli Rassu, e sul quale il prete Pittui faceva assegnamento per potersi sbarazzare di me.
Non pochi erano i misfatti commessi da costui, sebbene la giustizia non fosse ancora riuscita a coglierlo in fallo. Ci odiavamo entrambi cordialmente; ma l’odio nostro era sotto cenere. Il ramo di parentela, che ci univa, ci obbligava a vivere sul tirato; ma si aspettava da entrambi un appiglio per poter cacciar fuori tutto il fiele che avevamo in corpo.
Fra i delitti di Francesco Rassu citerò il più vigliacco: l’assassinio dell’Eremitano di Santa Maria di Ese (o Sea) — un bonaccione, un mezzo scemo, chiamato Peppe.
Insieme alla mamma e a diversi piccoli fratelli, quel disgraziato viveva in parecchie casette basse, a guardia della chiesa campestre. Come tutti gli _eremitani_ sardi, egli aveva l’obbligo di aprire la porta della chiesa a tutti i devoti che vi si recavano per farvi orazione. La povera famigliuola non viveva che delle magre limosine che i visitatori le davano, dello scarso frutto di un lembo di terra coltivabile, e dell’allevamento di qualche bestia, a mezzadria.
Un giorno certo Andrea Alichinu, già orefice ed allora bandito, capitando tutto solo nel casale di Santa Maria (fra Banari e Florinas) adocchiò una troia coi porcellini che stavano sull’uscio di casa.
— Me ne regali uno? — egli chiese a Peppe.
— Non posso regalartelo, poichè siamo molto poveri. La troia non è tutta nostra: l’abbiamo a metà col proprietario che ce l’ha data in custodia.
Il bandito tacque e tirò oltre; ma recatosi sul tardi in casa di Francesco Rassu, gli parlò del porcellino, della troia, e del rifiuto.
— Perdio! — fece Rassu — Peppe t’ha negato un porcetto, e noi glieli prenderemo tutti!
La stessa notte Alichinu, Rassu, e parecchi altri si recarono alla chiesetta campestre per rubarvi i porcellini.
L’eremitano dormiva. Al grugnito della troia si svegliò, tese l’orecchio, die’ di piglio al fucile e uscì fuori.
Francesco Rassu, ch’era appiattato in vicinanza per favorire il rapimento, fece fuoco addosso allo scemo e lo rese cadavere. I ladri si affrettarono a piombare sui porcellini, e li portarono via, ridendo del bel tiro riuscito.
Impossibile descrivere la disperazione della famigliuola per il caso luttuoso. Più volte ebbi occasione di passare dinanzi alla casetta di Santa Maria, e vidi la povera madre e i figliuoletti, laceri, scalzi, in uno stato miserando. Lasciavo loro qualche lira, qualche pane, e qualche pezzo di carne. Una sera la povera vecchia si presentò a me seminuda, ed io mi tolsi una flanella di cotone (ne avevo due indosso) e glie ne feci dono. Un altro giorno portai a quella famiglia un maialetto regalatomi da mia sorella, promettendo di dargliene la metà quando lo avrebbero ingrassato. Venuto grande glie lo lasciai per intiero.
Non vi sembri ridicolo. Il barbaro assassinio dell’eremitano, consumato vigliaccamente da Francesco Rassu, non fu l’ultima causa dell’odio implacabile ch’io nutriva verso di lui. Ho sempre detestato i vili ed i vigliacchi, tormentatori delle donne o dei deboli.
Mi sono alquanto dilungato, per presentarvi alcuni membri della famiglia Rassu, che rivedremo più tardi. Ora ho bisogno di tornare indietro, per riprendere il filo della mia storia.