CAPITOLO XIV.
In bocca al lupo.
Farò intanto un passo indietro.
Scorrazzava da qualche tempo nei territori di Florinas una compagnia di ladruncoli, i quali svaligiavano le case, e vi uccidevano anche i proprietari, se il bisogno lo richiedeva. Due volte avevo sorpreso e conosciuto quei furfanti, ma non volli denunziarli. Siccome però ero amico dei barracelli, e mi stava a cuore la tranquillità del mio paese, provavo un vivo dispetto per quell’accolta di vagabondi, i quali, non rispettando la roba d’altri, comprometteva gli interessi de’ miei amici e compaesani. Deciso di dar loro una buona lezione, aspettai l’occasione propizia.
Mi erano ben noti questi ladri. Due di essi mi avevano un giorno proposto di unirmi a loro e ad un terzo (che nominarono) per andare a Giave. Scopo della gita era quello di depredare una vecchia signora, che possedeva oltre otto mila scudi, in contanti, e che viveva sola in casa con una serva. Risposi loro sdegnosamente, che non intendevo rendermi complice di simili ribalderie.
Nondimeno quei ladri, non volendo rinunziare all’impresa, si recarono in tre a fare il colpo: Gio. Antonio Gasu, Pietro Sanga di Bosa, e Antonio Maria Deia di Giave — incaricato quest’ultimo di indicare la casa della ricca signora e di diriggere la spedizione.
Aperta la porta ed entrati in casa, i tre furfanti imposero alla serva, con minaccie, di soffocare i latrati del cagnolino.
Penetrarono quindi nella camera della vecchia, che trovavasi a letto.
— O consegnaci la chiave dello scrigno in cui custodisci il danaro, o rassegnati ad essere scannata.
La vecchia tentò gridare, ma uno dei ladri fu pronto a cacciarle una mano in bocca; e siccome colei glie la stringeva fra i denti, il morsicato le tagliò la gola col pugnale.
Sgozzata la donna, i tre assassini si diedero a frugare da per tutto, finchè rinvennero una cassetta pesante, che portarono via. Quando i ladri l’aprirono per dividersi il bottino, rimasero di sasso. La cassetta non conteneva che i moccoli di cera, sopravanzati alla festa delle _Anime dei purgatorio_, che ogni anno soleva farsi per cura e spese della vecchia devota.
Un altro giorno gli stessi due ladri m’invitarono a fare il sesto in una comitiva, organizzata per derubare la bottega di un negoziante di Bosa. Questa volta, non solo rifiutai di prender parte alla grassazione, ma osai arditamente rimproverarli per le azioni turpi che commettevano.
I ladri si strinsero nelle spalle, e fecero a meno di me. Guidati dall’orefice bosano Andrea Licheri, si recarono a Bosa. Facevano parte della combricola, fra gli altri, Deia, i fratelli Pietro e Francesco Rassu, e Giomaria Ghiu. Aperta coi grimaldelli la porta della casa del negoziante, non vi rinvennero che gli attrezzi dei fuochi d’artifizio, ch’erano serviti alla festa di Santa Filomena, ricorrente all’indomani.
Delusi anche questa volta, lasciarono Bosa; e usciti dal paese scalarono un cortile per rubarvi una ventina di galline, che si divisero — unico bottino di quella malaugurata spedizione.
Malgrado i miei sdegnosi rifiuti, quei malandrini mi tentarono una terza volta. Secondo loro, un bandito non doveva rifiutarsi ad una ribalderia.
Nelle vicinanze di Florinas, venne a me Sanga il bosinco, e mi invitò ad unirmi ad una comitiva, formatasi per derubare Gavino Matteo Marche.
— Chi tutti siete? — gli chiesi con premura, fingendo aderire per conoscere il nome dei complici.
— Me compreso siamo in dodici; — i fratelli Rassu con due loro amici, Deia, Lichinu, Giomaria Ghiu, Gio. Antonio Giasu, e Don Ciccio bosinco. (Quest’ultimo era un cavaliere di Nulvi, ammogliato a Florinas, molto povero e ladro.)
Sdegnato del furto che si voleva commettere nel mio paese, cercai di sventarlo senza inasprire i ladri.
— Badate: a Florinas c’è il barracellato, al quale appartengono due miei fratelli. Chi va per rubare è disposto anche ad uccidere... non si sa mai! Eppoi, ve lo dichiaro: c’entra di mezzo la mia riputazione, e tengo alla tranquillità del mio paese, che mi sa bandito. Voglio che queste cose non si facciano... e voi non le farete!
La mia dichiarazione ebbe il suo effetto. Sanna il bosinco riferì le mie parole ai compagni, e fu sospesa la grassazione che doveva consumarsi in casa di Marche, entro popolato.
Essendo dunque a me noti gli individui componenti la comitiva dei ladri, mi adoperavo perchè il mio paese fosse da essi rispettato. Se a Florinas avevo nemici, avevo pure molte persone di cui godevo la stima, e che contavano sulla mia protezione.
* * *
Narrerò ora, come quest’odio ai ladri e quest’amore al mio paese mi tornarono quasi fatali. È un aneddoto ben noto all’arma benemerita, e più volte lo rammentai al maggiore dei carabinieri Cav. Ferrè.
Una notte, dopo aver scorrazzato per la campagna, volli spingermi fin dentro paese, e venni ricoverato in una fida casa, dove si fece cena con diversi amici.
Volle il caso, che in quella stessa notte si fosse concertato un segreto appianamento fra i carabinieri ed i barracelli di Tissi; i quali avevano circondato le case di due dei ladri da me menzionati, perchè in sospetto di aver preso parte a un furto audace commesso in Tissi, a danno di un certo signor Selis. Questi due ladri avevano domicilio a Florinas.
Finito ch’ebbi di cenare, abbandonai la casa ospitale, accompagnato fino all’uscita del paese da un amico guardaboschi, col quale avevo combinato di andar l’indomani a mangiar fichi in una campagna vicina. Il guardaboschi aveva invano insistito perchè io rimanessi un altro giorno a Florinas.
Essendo stato durante la giornata a caccia di pernici, avevo il fucile carico a pallini — cosa rare volte avvenutami, dovendo il bandito tenersi sempre pronto in caso di una sorpresa.
Uscimmo insieme all’aria aperta. Erano le due dopo mezzanotte, e faceva un buio pesto.
Attraversando il largo in cui erano le case abitate dai ladri, scorsi due individui seduti, addossati alla porta di Antonio Maria Deia di Giave. Sospettai subito che qualche cosa di sinistro si tramasse a danno di un mio compaesano.
Mi scostai risoluto dal mio compagno e mi diressi in punta di piedi verso i due ladri, colla speranza di sventare qualche brutto tiro.
Uno di essi era appoggiato allo stipite e pareva dormisse.
— Non ti svegli, dunque? — Gli gridai con tono energico.
Desto di soprassalto, quell’uomo balzò di scatto in piedi, e vedendo a sè dinanzi un armato, con movimento rapido spianò il fucile e mi fece fuoco a bruciapelo.
La palla, fischiante, mi passò sotto l’ascella.
L’altro compagno fece anch’esso un brusco movimento, come per assalirmi; ma io, pronto come il lampo, scaricai sull’uno e sull’altro le canne del mio fucile, carico a pallini.
Chi lo avrebbe detto? Quei due uomini non erano altri che il maresciallo dei carabinieri ed un barricello di Tissi — entrambi là appostati per sorprendere i ladri, che dovevano rientrare in casa, di ritorno dalla grassazione di Selis. Dalla parte opposta, nel cortile, erano molti altri carabinieri e barracelli, parimenti appiattati per lo stesso fine.
Avevo colpito il maresciallo in piena mammella, ma il colpo al barracello mi era andato fallito, per l’oscurità della notte[40].
Come mi avvidi dell’errore, feci un salto indietro, mi diedi a correre come un capriolo, e guadagnai la campagna.
Il maresciallo, ferito a pallini, non tardò a guarire.
Allo scoppio delle tre fucilate erano accorsi i barracelli ed i carabinieri che si trovavano nel cortile; e, saputo il caso, e chi io mi fossi, diedero in ismanie. Mi venne riferito, che uno dei carabinieri (certo Ribichesu), quando accorse sul luogo dello scontro, si millantò che non sarei riuscito a sfuggire alla sua palla, se invece del collega fosse stato lui a sedere sulla soglia.
Si vedrà, nel corso della narrazione, come la fatalità trasse sui miei passi questo carabiniere millantatore.
Quest’incidente fu uno dei più curiosi della mia vita. Per voler sorprendere e punire i ladri del mio paese, ero andato a cadere fra le braccia di un barracello e del maresciallo dei carabinieri. Io, che da mattina a sera studiavo i mezzi per sfuggire ai lupi, ero andato a cacciarmi come uno sciocco nella loro bocca.
Manco male che la lezione non andò perduta, poichè in avvenire fui più cauto nel pedinare i malandrini. Non si sa mai: sotto alle vesti di un ladro può nascondersi anche un carabiniere!
Il mio incidente fu risaputo, e destò rumore. Lo narrai, minutamente, al maggiore Ferrè, quando mi chiamò in salvacondotto per interrogarmi sull’uccisione del bandito Gianuario Murgia di Siligo. Io conchiusi:
— Ella vede, signor Maggiore, com’è facile ad un bandito uccidere un carabiniere, anche senza volerlo!
* * *
Eppure non fu quella la sola volta che caddi in bocca al lupo; i casi furono molti, ma io mi fermerò sui più salienti, seguendo l’ordine della narrazione.
Ripiglierò la storia, ritornando ai famosi banditi, ch’ebbi a compagni nella mia vita avventurosa.
Antonio Spano, dopo un vivo diverbio, si era separato da Pietro Cambilargiu; e siccome era ricercato dalla giustizia e mi aveva in uggia, carezzò il pensiero di acquistare la sua libertà, con un agguato a mio danno.
Di ciò informato per mezzo degli amici, mi misi in guardia.
Il fratello di lui, Salvatore Spano, introdottosi un giorno per far erba nel predio di Dionisio Matti di Sassari, fu da questi sorpreso e acerbamente rampognato. Inasprito dalle parole, Salvatore gli puntò la pistola sul petto. Dionisio denunziò il fatto all’autorità giudiziaria, e l’aggressore fu arrestato e condannato a sei mesi di carcere.
Questo fatto era capitato parecchi mesi dopo la morte del figlio tredicenne di Dionisio, ucciso accidentalmente dentro la propria bottega, nello scontro avvenuto fra i Saba ed i Macioccu.
Nel frattempo che Salvatore scontava in carcere la pena, Antonio Spano volle vendicare il fratello; e travestitosi cogli abiti del muratore Antonio Depalmas, riuscì ad uccidere Dionisio con una fucilata.
Poco dopo la mia gita ad Osilo coi tre banditi (dai quali mi ero separato), Pietro Cambilargiu si recò all’ovile di mio cognato Gio. Antonio Bazzone, nelle vicinanze di Florinas, e lo pregò di fargli ottenere un abboccamento con me.
Due giorni dopo andai a trovarlo.
— Che volete, zio Pietro?
— Ascolta, figlio mio. Tu sei solo, e solo sono io. Perchè non unirci? In due si sta meglio che soli: non ti pare?
— Uniamoci pure! — risposi.
E così, per oltre sei mesi, fummo compagni quasi indivisibili.
* * *
Eravamo insieme da parecchi mesi, quando un giorno, in territorio d’Osilo, venne a trovarci la moglie di Cambilargiu. — Era costei la vedova di un suo cugino, da lui resa madre, e poi sposatala per minaccia dei fratelli e dei parenti.
Si pranzò tutti insieme. Io ero serio e taciturno.
— Cosa hai, figlio mio? — Mi chiese il compagno, appena la moglie andò via.
— Ho l’umor nero, nè so perchè.
— Ebbene, cercherò allora di divagarti. Andremo a passar la notte in un molino di Nulvi; di là passeremo a cogliere un po’ di carciofi nella vigna di un mio cugino prete, e li faremo cuocere per la cena.
Movemmo insieme verso Nulvi. Fermatici alquanto nella cardiera del prete, per spiccarvi non più di due dozzine di carciofi, continuammo la nostra strada, quando udimmo alcune fucilate nella vigna di Giorgio Vacca, posta in regione di _Nuzzi_, a mezz’ora da Osilo.
— Hai sentito? — Dissi rivolto al compagno.
— Sarà il padrone della vigna: un medico di casa, che mi è amico.
Ci fermammo dinanzi al cancello. Io dissi a Pietro:
— Entra tu per il primo, poichè vi sei conosciuto.
Cambilargiu passò avanti; io mi fermai a rinchiudere il cancello, e gli tenni dietro.
Fatti alcuni passi udimmo abbaiare un cane, che comparve sulla porta della casa, distante una trentina di passi dal cancello. Quasi subito venne fuori un zappatore, il quale, dopo aver imposto al cane di tacere, guardò verso di noi e si fermò con senso di sgomento.
In un attimo sbucarono dalla casa sette carabinieri, che si schierarono sul piazzale, come per meglio esaminarci. Il zappatore, certamente, aveva pronunciato il nome di Cambilargiu.
Questi si volse a me dicendo:
— Coraggio, figlio mio, non temerli: sono carabinieri!
Io diedi un salto all’indietro e corsi ad aprire il cancello gridando:
— Vieni fuori subito! Ci sono io qui!
Cambilargiu mi raggiunse; e allo stesso tempo una scarica di quattro o cinque fucili mandò in ischeggie parte del cancello. Il denso fumo della polvere c’impedì di vedere i carabinieri; nondimeno, io e Cambilargiu puntammo i fucili in direzione degli armati e facemmo fuoco, dandoci poi alla fuga.
Eravamo illesi per vero miracolo. Una palla mi aveva spezzato la bacchetta del fucile, ed un’altra era strisciata lungo la manica della mia giacca, senza toccarmi la carne e senza farmi versare una stilla di sangue.
Era il 10 giugno 1853, di venerdì.
L’indomani ci venne riferito, che un carabiniere era caduto morto, e ad un altro la palla aveva spezzato il calcio della pistola. Se alla mia palla, o a quella di Cambilargiu, si dovesse la morte del carabiniere, nessuno di noi seppe mai: certo è che i carciofi del prete, anche questa volta, mi avevano cacciato in bocca al lupo[41].
Avendo noi preso, nello scappare, due diverse direzioni, ci perdemmo di vista, e non ci trovammo insieme che la domenica, due giorni dopo lo scontro fatale.
Chi avrebbe mai detto, che anche in quel giorno io doveva essere messo a più dura prova? Eppure così volle il destino, come dirò nel capitolo seguente.