CAPITOLO XIII.
I quattro banditi.
Di ritorno dalla Nurra per recarmi a Florinas, mi fermai un giorno all’ovile di Pietro Migheli in _Scala di Ciogga_, dove trovai Pietro Cambilargiu e Antonio Spano.
In quel tempo io avevo a compagno Leonardo Piga, giovane bandito, a me raccomandato dai parenti.
Come mi presentai all’ovile, lo Spano mi disse:
— Se tu fossi qui venuto in compagnia di Leonardo Piga, lo avrei ucciso!
— Ed io avrei ucciso te! — gli risposi bruscamente. — Perchè tant’odio contro di lui?
— Perchè Leonardo mi ha ucciso un amico la cui perdita mi addolora l’anima!
— Se il tuo amico si fosse comportato bene non avrebbe forse perduto la vita. Ma, purtroppo, certi uomini si fanno forti dell’amicizia di un bandito per dar fastidio agli altri!
Cambilargiu mi diede ragione; e quando presi commiato da entrambi, mi disse:
— Senti, figlio mio! — (soleva darmi questo nome) — tu ci farai un favore. Dovendo attraversare il territorio di Florinas per recarci a Torralba, abbiamo bisogno di una guida, pratica dei dintorni.
— Vi accompagnerò ben volontieri — risposi — Trovatevi a _Pedras serradas_, nell’ovile di mio cognato, il luogo è sicuro. Di là muoveremo insieme.
Fedeli all’appuntamento, vennero in tre: Cambilargiu, Antonio Spano e Salvatore Fresu.
Nell’ovile di mio cognato si erano riuniti alcuni nostri amici, smaniosi di conoscere i tre famigerati banditi. Quel giorno si fece pranzo insieme, in aperta campagna, lontani dall’ovile — com’è costume dei banditi, per evitare sgradite sorprese.
Insellati quindi i cavalli (cortesemente favoritici) movemmo, uniti, per Torralba. Io guidavo i compagni.
Fatta un po’ di strada, i tre banditi mi esternarono il desiderio di passare in Banari, dove avevano un amico.
— Chi è costui? — chiesi loro.
— Antonio Luigi Pischedda.
— Nè voi, nè io, andremo da lui!
— Perchè?
— Perchè gli hanno ucciso due nipoti.
— Eppure ha promesso di farci un regalo, se saremmo andati a visitarlo!
— Pischedda è in urto con tutto il paese, per l’uccisione dei due nipoti; nè voi riuscireste ad uscire di là, senza aver le giacche forate dalle palle dei banaresi. Siete sotto la mia custodia, e non dovete andarci!
Li condussi invece in casa di Gio. Antonio Pais, che era assente dal villaggio. Fummo ricevuti dalla moglie, che mandammo subito a comprar vino. Ci fermammo tutti sulla pubblica piazza a mangiare ed a bere; ed io mi divertiva a gettar noci e mandorle in mezzo alla folla, per il gusto di vedere i ragazzi impigliati fra le gonnelle delle vezzose forosette.
Riposati alquanto, ci rimettemmo in viaggio e visitammo Bessude, dove Cambilargiu aveva un amico — certo Pietro Chessa, suo antico compagno di galera.
Salendo poscia per il monte Pelau, arrivammo a Bonnanaro, e condussi i compagni in casa di un mio zio, a cui li presentai come barracelli d’Osilo in cerca del _mancamento_[37].
Lo zio mi scambiò con mio fratello Giomaria, ch’era barracello di Florinas.
— Non sono Giomaria — mi affrettai a rispondere — sono Giovanni Tolu.
Lo zio sbarrò tanto d’occhi:
— Tu..... sei Giovanni?!
— Sì... e i miei compagni sono anch’essi banditi.
Il buon uomo pareva sulle spine, non riuscendo a celare la grande paura che aveva in corpo.
Cenammo nondimeno allegramente, e poi si andò a riposare. Ci sdraiammo vestiti su due letti, colle armi vicine.
Mio zio sembrava inquieto, e balzava ogni tanto in piedi, tendendo le orecchie.
— I cani, stanotte, abbaiano troppo! — diceva.
Volendo tranquillarlo, lo pregai di mandar subito a chiamare il capitano dei barracelli di Bonnanaro, ed altri amici.
Vennero in quattro, e si combinò di uscir tutti in campo aperto, per essere più sicuri. Ci sdraiammo sull’erba, e allo zio tornò l’animò in corpo. — Erano le due dopo mezzanotte.
Verso l’alba ci fu servito il caffè, fra le roccie, ed a mezzo giorno divorammo allegramente il lauto pranzo, che lo zio aveva preparato agli ospiti famigerati.
Sull’imbrunire mandammo un _espresso_ a don Ciccio Corda, di Torralba, perchè venisse subito da noi. Egli venne con tre servi: uno ne spedì per i cavalli, e due per la provvista dei viveri.
Sopraggiunta la notte, don Ciccio ci fece condurre in altra sua tanca, tutta in campo aperto, per riposare più sicuri.
Di là, verso l’alba, passarono a cavallo don Francesco Corda di Clave, don Giovanni Diez, e due loro servi.
Avendoci riconosciuti, don Francesco si accostò a noi.
— Perchè siete qui?! don Ciccio non è uomo che possa farvi male, ma certo non sa custodire persone gelose, quali voi siete! Questo non è luogo sicuro!
— Ci ha fatto fermare qui — risposi — perchè deve mandarci due cavallini.
— Aspetterà forse che i cavalli nascano per regalarveli! — esclamò don Francesco, sghignazzando. — Venite con noi, chè vi daremo cavalli nati. Voi potrete stare nelle nostre terre sette od otto giorni, senza il pericolo di venir molestati!
Ci alzammo in piedi e movemmo incontro ai quattro individui, ch’erano intanto smontati da cavallo. Le quattro bestie dovevano servire per otto uomini. Io presi in groppa uno dei due servi, e Salvatore Fresu fece altrettanto con l’altro. Cambilargiu sedette in groppa al cavallo di don Francesco Corda, e Antonio Spano in groppa a quello di don Giovanni Diez.
Così accomodati, due uomini per cavallo ci mettemmo in cammino, a mezzo trotto.
Curioso, invero, vedere i quattro più famosi banditi del Logudoro trottare con tanta audacia e disinvoltura sulla strada maestra! Se ci avessero quel giorno messo a cimento, Dio sa qual battaglia sanguinosa ne sarebbe avvenuta!
A mezzogiorno in punto i quattro cavalli, carichi di otto uomini, attraversavano allegramente il villaggio di Torralba, passando sotto la caserma dei carabinieri. Noi guardammo alle finestre con aria di trionfo. Chi lo sa? Forse a quell’ora, attraverso ai vetri, qualche carabiniere assisteva al passaggio dell’allegra cavalcata, ben lontano dall’immaginare che quattro uccelli grossi sfidavano la vigilanza dei _benemeriti_ cacciatori!
Arrivati a un certo punto, al di là del paese, smontammo da cavallo; e i due cavalieri coi rispettivi servi tornarono indietro, per riprendere la via di Sassari.
La sera, per altro cammino, volgemmo di nuovo a Bonnanaro, e sostammo in casa del cav. Delogu, il quale ci offrì buon vino e polvere eccellente. Si chiacchierò a lungo; finchè sopraggiunta la notte, uscimmo dal villaggio per salire alla punta di Monte Santo — uno dei rifugi più sicuri in quel tempo, perchè tutto boscoso.
Fummo, lassù, ricoverati dall’amico bonorvese Baldassare Saba; il quale volle uccidere due bestie, per mettere molta carne al fuoco.
Spuntata l’alba, uscimmo sulla spianata, per divertirci alquanto al bersaglio.
* * *
La mattina stessa scendemmo da Monte Santo per recarci ad Ardara. Arrivati alle falde, Cambilargiu vide alcuni maialetti, e ne sparò uno colla pistola.
Alla detonazione accorsero alcuni pastori.
— Figli miei! — esclamò Cambilargiu con aria compunta — badate: vi ho ucciso un porcetto!
Uno dei pastori gli rispose umilmente, col riso sulle labbra:
— Se è vero che lo avete ucciso, lo metteremo al fuoco — se non lo avete ucciso, lo uccideremo!
Fatta colazione in fretta e furia, uno dei miei compagni chiese ai pastori un buon cagnetto di razza.
— Ve ne darò uno eccellente fra qualche mese. Lo sto allevando.
— Verrò io stesso a prenderlo! — dissi; e il pastore a me rivolto:
— Se verrà Giovanni Tolu, lo porterà via; ma se non venisse, prometto che il cane morrà in mio potere, poichè non lo darò mai più a nessuno![38]
A proposito di questo cane, narrerò per inciso un episodio.
Alcuni mesi dopo, ripassando in quell’ovile per ricordare l’adempimento della promessa, trovai il pastore (Bastianu Zamburru) in urto fortissimo col proprio cognato Gio. Maria Sanna. Le cose erano tese al punto, da rendere inevitabile una catastrofe.
Volli fare un’opera buona. Valendomi dell’influenza che esercitavo sulle due famiglie, mi recai in persona all’ovile di Sanna, e costrinsi costui a recarsi dal cognato per far la pace. Io stesso invitai le donne delle due famiglie a riunirsi ad un pranzo comune, a cui presi parte. Si passò la giornata allegramente, e ricordo di aver fatto un brindisi al cagnetto, a cui si doveva la riconciliazione dei due cognati.
Non lo dico per millantarmi. Tutte le volte che io riusciva a fare un’opera buona ed a pacificare fra di loro gli avversari, provavo un’intima soddisfazione, pari a quella di una vendetta compiuta. Amavo la pace degli altri; eppure non ero mai riuscito a pacificarmi coi miei nemici!
* * *
Riprendo la gita dei quattro banditi.
Arrivati ad Ardara ci presentammo a quel rettore, nativo di Nughedu.
Egli ci squadrò sospettoso. Cambilargiu gli disse:
— Non tema, signor rettore!
— Non ho paura! — rispose il prete. — Conosco agli occhi l’uomo dalle sinistre intenzioni. Qui siamo in campagna, nè si può avere quello che si vuole. Mangeremo alla buona qualche uovo e un po’ di pane. Ho mandato a Sassari per la provvista del vino, nè può tardare ad arrivarmi.
E infatti, il buon uomo, ci trattò bene, e fummo soddisfatti.
Appena pranzato, pregammo il rettore che facesse venire suo fratello, il capitano dei barracelli, col quale volevamo conferire.
— Che volete da lui?
— Ci abbisognano quattro buoni cavalli per portarci fino a Florinas.
— Ve li provvederò io![39]
Arrivati, dopo un’ora, all’ovile di un comune amico, nelle vicinanze di Ploaghe, rimandammo con un servo i cavalli al rettore di Ardara, e passammo subito in altra capanna di Salvatore Casula. Ciò per abituale precauzione, temendo che il servo potesse rivelare ad altri il luogo del nostro rifugio.
Ci fermammo all’ovile tutta la giornata.
Venne intanto a trovarci un amico de’miei compagni — scaltro furbone — che guardai subito con diffidenza. Non tardai a capire, che la sosta dei tre banditi nelle vicinanze di Ploaghe aveva per scopo quell’abboccamento, dato in precedenza a mia insaputa.
Ciò mi spiacque, ma feci l’indifferente. Non dovevo dimenticare che io mi ero prestato come guida ai tre compagni nei territori del mio paese.
Il furbone disse ai tre banditi, senza preoccuparsi della mia presenza:
— Io ho una lite con Gio. Antonio X, e corro il serio pericolo di venire ucciso da lui. Mi rivolgo dunque a voi perchè mi liberiate dal mio avversario.
Cambilargiu, un po’ impacciato alla mia presenza, gli rispose:
— Giacchè la tua vita è minacciata, perchè non togli di mezzo Gio. Antonio?
— Io?! Siete voi che dovete ucciderlo. A me spetta il compensare le vostre fatiche.
I tre banditi si scambiarono un’occhiata e ammutolirono. Io pensai un poco, e poi dissi, accentuando le parole:
— Se non mi fossi trovato qui, in vostra compagnia; se non avessi sentito la proposta del vostro amico, non mi sarei certo occupato dei fatti vostri. Avendo però assistito al vostro discorso, è duopo che le cose prendano una piega diversa. Voi non ucciderete Gio. Antonio e se lo ucciderete, ne farò tale uno scandalo da mettervi in impicci colla giustizia, facendovi perdere molti buoni amici. Io non sono qui venuto per servir di guida a sicari! Siamo nel territorio del mio paese!
Aspettavo che i miei compagni aprissero bocca, per piantarmeli là bruscamente; ma in vece nessuno più parlò di uccisioni alla mia presenza.
Venuta la sera ci mettemmo tutti in viaggio a piedi, prendendo la montagna, per recarci ad Osilo. Fu appunto in quel giorno, che Cambilargiu ci pregò vivamente di accompagnarlo in casa del notaio Satta, lo zio di quel tal Leonardo, ucciso barbaramente verso la _fontana del fico_.
All’indomani lasciai i miei tre compagni ad Osilo, e feci ritorno a Florinas.
* * *
Poco tempo dopo, Pietro Cambilargiu si era separato da Antonio Spano, del quale diffidava.
Anche Salvatore Fresu finì per essere licenziato dal cugino, poichè egli non faceva che scroccare danari a questo e a quello per poter mantenere la moglie e i figliuoli poveri.
Non passò gran tempo dalla separazione quando Fresu cadde in potere dei carabinieri. Egli venne arrestato colla maschera sul volto, e messo in prigione. Fattogli il dibattimento, venne assolto. Solita giustizia dei giudici, i quali condannano tanti innocenti, per dare la libertà a tanti birbanti matricolati. Noi banditi vedevamo troppo spesso simili spropositi, i quali certamente non facevano che raffreddare la nostra fede verso i tribunali.
Continuai nonpertanto la mia relazione cogli altri due banditi, e specialmente con Pietro Cambilargiu, ch’ebbi a compagno per altri sei mesi, come vedremo in seguito.