I.
Nel bel mondo fiorentino le stravaganze della marchesa Adriana erano da un pezzo famose. Per dirne una: le ragazze sono fatte, sì o no, per prendere marito? Che restino in casa, aspettando chi non viene, le brutte e le povere si capisce; ma che lei, Adriana di Roccamare, lei ricca, lei bella, lei di una delle famiglie più illustri d’Italia, avesse aspettato i ventisei anni per sposare un uomo di quarantacinque, addirittura non si capiva. E pazienza, se il padre non si fosso curato di accasarla, o nessuno l’avesse chiesta! Ma il buon principe aveva fatto tutto quanto può fare un padre diligente o impaziente; e prima ch’ella arrivasse a’ diciotto anni la domandavano in moglie giovani nobili quanto lei, ricchi più di lei. Li scartò tutti. Se almeno si fosse saputo perchè! Niente. Una volta parve disposta a risolversi e si parlò di un matrimonio con un conte di San Salvario, gentiluomo piemontese elegantissimo, speranza occulta di molte madri, desiderio manifesto di molte figliole. Se non che, una sera venne in testa a quel benedetto conte di parlare di Napoleone e della sua guerra contro Pietro il Grande.
— Alessandro — osservò Adriana.
— Ah! sì, Alessandro il Grande — corresse sollecito il San Salvario.
— No, Alessandro... e basta.
E l’altro piccato:
— O grande o piccolo, io ho avuto qualcosa di meglio da fare in vita mia che studiare la storia di Russia.
— E di Grecia. Paesi scismatici non contano.
E il matrimonio dopo le mal celate ironie andò a monte. C’è egli senso comune a mandare a monte un matrimonio di quella fatta per un errore di cronologia?
Una mattina di luglio a Posillipo dove i Roccamare solevano passare l’estate, il principe alzatosi da colazione chiamò Adriana e, baciatala sulla fronte, le porse un astuccio di velluto rosso.
— A te, Nuccia mia, eccoti il mio regalo.
Adriana aprì; l’astuccio conteneva due mirabili perle nere, due orecchini da regina. Buttò le braccia al collo del padre e gli rese il bacio con grande espansione d’affetto.
— Di’ la verità, tu credevi che io me ne fossi scordato? Mai. Diciotto luglio, tuo compleanno. Son date, Nuccia mia, che non si scordano. Nascesti proprio a quest’ora: mezzogiorno e un quarto. Mi par ieri. E sono nientemeno che venticinque anni! Eh! Nuccia mia, il tempo passa.... E bisognerebbe anzi che facessimo un discorso....
— Facciamolo pure — riprese gaia Adriana; e mostrando l’astuccio: — Se la conchiusione somiglia all’esordio....
— Eh! no, no, si tratta di un discorso serio. Stammi a sentire. Tu vedi, figliola mia, ch’io non dimentico nessuna delle nostre care solennità di famiglia, e voglio che oggi il tuo compleanno si festeggi in tutte le regole. Ma, Nuccia mia, bisogna anche pensare che è il ventiquattresimo che noi festeggiamo. Figurati, Adriana, che dolore sarà per me il giorno che te n’anderai.... Sono strappi.... Basta, voialtri figlioli non li imaginate neppure. Io vorrei che tu rimanessi con me tutta la vita, ma.... Eh! sicuro se tu fossi storpia o senza dote.... Ma con cotesto visetto.... Eh! è così... non c’è da abbassare gli occhi.... Non te lo dice mica un giovanotto, te lo dice tuo padre. E con mezzo milione di dote e le speranze....
— Babbo!
— Sì, va bene, non saranno le speranze tue, ma saranno quelle di tuo marito e de’ tuoi figlioli, se ne farai. Si sa; si deve morire, e una volta o l’altra toccherà anche a me... tardi, preghiamo Dio, più tardi che sia possibile.... Te lo ripeto, vorrei tu stessi sempre con me, ma tuo fratello ha trent’anni e bisogna che prenda moglie. Prima di tutto, lo sai, io son tutto affezione e non mi rassegnerei a chiuder gli occhi senza aver tenuto in collo dei nipotini; poi se tuo fratello non si ammoglia non smette di giocare, e se non smette di giocare io non smetto di avere ogni momento dei sopraccapi. Dunque, stammi a sentire. Sai il bene che ci vogliamo Guglielmo ed io; ma il mondo è mondo; chi vuoi che venga qui in casa...?
S’interruppe. Adriana, fissati gli occhi in quelli del padre, soggiunse:
— Una cognata è un impiccio.
— Ecco....
E poichè l’altra seguitava a guardarlo senza battere palpebra, il Principe riprese compunto:
— Figurati, te lo dico con le lacrime agli occhi perchè, in fondo, una nuora sta bene che è la moglie del proprio figliolo, ma non è sangue del nostro sangue.
— E... dunque? — domandò dopo pochi secondi di silenzio Adriana.
— Dunque, io non mi provo più a proporti nessuno perchè tanto è fiato sprecato. Ma desidero tu sappia che io qualunque sia la tua scelta l’approvo fin d’ora. Tu non puoi scegliere che un uomo per bene.... Eh! bambina mia, ci s’intende! Dillo a me. Credi che non lo vegga quanto valgano poco i giovani al giorno d’oggi? È una disperazione! Ma e d’altra parte? Quando non c’è di meglio? _Lorsque l’on n’a ce que l’on aime, il faut aimer ce que l’on a_ — dice la vecchia canzone. — Ah! tu eri fatta per rimaner sempre vicina a me ed essere il bastone della mia vecchiaia. Ma!...
E postosi innanzi allo specchio si ravviò i capelli e sclamò con un sospiro:
— Non è allegra la vita!...
— Ma, babbo....
— No, no, non mi dir nulla, Adriana mia, non mi dir nulla. T’intendo a volo. Non facciamo discorsi dolorosi, per carità. Io ho compito il mio dovere; te l’ho detto: voialtri giovani non lo credete, ma pur troppo è così: la vita non è allegra. Bisogna farsi animo e con un po’ di coraggio ci si strascica come me, bene o male, fin verso la sessantina. Dunque siamo intesi, Nuccia mia; io approvo fin d’ora, approvo a occhi chiusi, approvo senza discussione.
Affacciatosi alla finestra, gridò: — _Vicè_, preparate la lancia — e se n’andò fischiettando un motivo dell’_Africana_.