Chapter 21 of 54 · 894 words · ~4 min read

XVI.

Federigo fu tenero senza affettazione, passionato senza ipocrisia; durante un mese non uscì quasi mai solo, e passò i giorni interi sognando sveglio insieme con la sua bella.

Poi la primavera tornò; la campagna si coprì del verde vellutato de’ frumenti, interrotto a quando a quando dai gialli tappeti delle rape in fiore; i mandorli esalarono amare fragranze dalle loro bianche ghirlande, la viola mammola, ametista odorosa, fiorì celatamente tra l’erba. Sulle vette de’ freschi platani, e delle querci severe, tra’ longevi cipressi e le gracili acacie i fringuelli cantarono: da ogni lato s’alzarono al cielo profumi e armonie; profumi e armonie primaverili, onde lo spirito s’esalta, perchè sentiamo che v’è in noi qualcosa di così ricco e fecondo come l’olezzo degli alberi e il canto degli usignoli. Pensieri d’amore s’alzano anch’essi verso il cielo, e ci pongono negli occhi lacrime che hanno, come l’odore del biancospino, una soave amarezza.

In quei bellissimi tra i giorni dell’anno, Federigo e Rina partirono da Milano e percorsero lieti la Lomellina, il Monferrato, il Canavese; là, nell’oblio del mondo, s’amarono come angeli decaduti, ma senza timori e senza rimpianti. S’amarono più dolcemente di prima, ma più tristamente perchè si ricordavano d’essersi lasciati una volta e forse avevano il presentimento di doversi lasciare daccapo e per sempre. A Torino, la mattina, s’imbarcavano sul Po e si abbandonavano mollemente ai flutti e all’amore; passavano le ore calde del mezzogiorno ora qua ora là, e la sera andavano a respirare la brezza odorosa lungo i viali dei giardini pubblici, o tra i boschetti del Valentino.

Dopo quattro mesi di quella vita piena, sicura, Rina e Federigo ritornarono a Milano. Quivi Federigo sentì rinascere nell’animo il desiderio di quei romanzi che cominciano a mezzanotte e finiscono all’alba, e ogni capitolo dei quali narra la storia di una diversa eroina. Rina, che aveva gettato in quell’anima tanti germi d’affetto, s’accorse ancora che aveva seminato nel deserto.

Federigo fu bensì con quella disgraziata meno crudele della prima volta. Le nascose co’ sorrisi e le parole affettuose la propria indifferenza; ma ahimè! era inutile; le memorie tristi parlavano, e troppo spesso, al cuore di Rina. Intese che era venuto il tempo di partire e di partire per sempre.

Una mattina, mentre Federigo dormiva ancora del suo sonno tranquillo, ella si alzò piano piano, s’accostò ad una tavola e scrisse piangendo per più di mezz’ora; ogni tanto si voltava impaurita, ma Federigo seguitava a dormire.

Quando ebbe finito di scrivere si alzò; passeggiò un po’ per la stanza, poi aprì le finestre. Sorgeva l’alba; l’azzurro del cielo era screziato di nuvole brevi, rade; dappertutto silenzio; il vento della mattina asolava fresco tra gli alberi del giardino.

— Che bel cielo! — disse Rina; e guardando Federigo: — Si sveglierà sotto un raggio di sole, quando gli uccelli canteranno e il vento gli porterà fin sul letto, col canto delle lodole i profumi delle magnolie.

Ritornò verso il letto. Federigo si destò al rumore, e veduta Rina in piedi presso di sè, alzò il braccio, l’accarezzò, le sorrise; poi, voltandosi dall’altra parte, ricominciò il suo sonno.

E Rina stette lungamente a contemplarlo; fece, per così dire, provvista di ricordi, determinando bene nella mente i profili, i lineamenti, il colore, come un pittore che voglia dipingere un ritratto a memoria; poi lo baciò sulla fronte, si asciugò gli occhi ed uscì.

Quando Federigo si svegliò, non seppe darsi conto dell’assenza di Rina. Allora gli sovvenne di averla tra ’l sonno veduta girare per la stanza e balzò dal letto. Subito gli cadde sott’occhio la lettera che Rina aveva scritta per lui e per lui lasciata sul tavolino.

Era questa:

“Addio, Federigo, addio e per sempre; non t’adirare se ti lascio così. Se t’avessi detto la mia intenzione, tu m’avresti scongiurato di restar teco; e dove avrei trovato la forza per dirti di no? Restare sarebbe stata per me forse un’umiliazione, per te una sventura di certo.

“Non domandare dove vado e a che fare. Vado in qualche luogo a pensare a te. Non aver paura, non ti cercherò più; mi dimostrerei ingrata del bene che mi hai fatto, e me ne hai fatto molto, perchè m’hai insegnato quanto si possa esser felici nel mondo.

“Non posso più legarti con una catena di rose e con una di ferro non voglio. Addio, Federigo mio; ti ringrazio, ti ringrazio del tuo amore, di questi mesi così belli, così ridenti; ti ringrazio di essere stato meco così affettuoso da principio, così cortese da ultimo. Ti ricorderai qualche volta di me, della tua povera _piccina_, non è vero? Il giorno che ripenserai a me, il cuore me lo dirà. Lo sai per prova, il cuore mi dice tutto. Se passi dalla Val di Nievole, da’ uno sguardo a quella nostra cara villetta. Io non la vedrò più; per me è un sepolcro ed io ho paura dei morti.

“Tieni a mente, Federigo, che ti lascio senza un rimprovero; prima di lasciarti per sempre ti bacierò anoora sulla fronte come si fa ad un fratello che vada lontano. Io ho chiesto al mondo ciò che non poteva darmi, e se mi sento trista, sconsolata nel fondo dell’anima, la colpa è tutta mia. Sii felice; avrei voluto far io la felicità di tutta la tua vita; non ho potuto; perdonami.

“Addio, Federigo.... Oh! Dio mio, è proprio vero che non ci vedremo più?„