II.
Il marchese Varalli da quel vecchio libertino che era, non aveva osservato del mondo se non gli aspetti più tristi. Egli, che si vantava di conoscere le donne, non conosceva in sostanza che certe donne le quali si somigliano tutte. Nemico del nuovo, non aveva studiato del suo secolo che le mutazioni apparenti; proponendo per moglie a suo nipote Rina Miriani, credeva d’avergli trovata una delle solite educande senza idee proprie, senza volontà, senza carattere. E prese un abbaglio. Rina, rimasta orfana a tre anni, era stata affidata dal tutore Duca Esmeraldi alla custodia di una governante inglese; buona donna, puritana, che secondo l’uso inglese aveva lasciato liberamente svolgersi l’intelletto e il sentimento di Rina, e coltivata la più che femminile energia e la fermezza di propositi della sua figliola, per dire come diceva; di guisa che quando Rina fu messa in conservatorio non era più bambina, ma una donna di quattordici anni.
Intendiamoci: la _bambina_ propriamente detta non esiste. La donna comincia, si può dire, a tre anni, perchè a tre anni cominciano a disegnarsi in lei i suoi due contrassegni morali: l’amore e la vanità. A tre anni cominciano nella donna le forti e delicate simpatie; e dove i maschi, secondo che veggono onorato ora l’aspersorio ora il fucile, imitano i diaconi o i capitani con le processioni o con le battaglie, le bambine non pensano che ad una cosa, la quale sarà poi la occupazione costante di tutta la loro vita: a farsi belle. Dicendo dunque che Rina era donna a quattordici anni, intendo significare che aveva dato un addio a tutte le superstizioni infantili e acquistato precocemente la pericolosa facoltà di osservare e di dedurre.
Il Conte Emilio di San Vittore che non aveva in vita sua praticato ragazze — s’intende ragazze a modo — non capì la differenza che passava tra Rina e un’educanda di quello che gli aveva descritte il Marchese; e ammaliato dall’aspetto di quel viso leggiadro sul quale nessuna passione aveva lasciata la sua triste impronta; dalla tranquilla limpidità della voce, eco della limpida tranquillità dell’anima; respirando l’aura fresca, salubre, che aleggiava intorno la bella creatura, l’arte del marito gli parve più facile che non gli fosse sembrata dapprima. Del rimanente, importa notarlo, la sua osservazione analitica rispetto a Rina non fu nè diligente nè lunga.
— Dunque? — gli domandò il Marchese, quando Emilio, che aveva veduta Rina alle Cascine il giorno innanzi, fu da lui all’ora della colazione.
— Dunque mi piace.
— Dicerto?
— Dicerto.
— E a me, no.
— Come?...
— Ma questo importa poco, piace a voi....
— Ma pure, me l’ha proposta lei.
— Perchè quella mummia del Duca l’aveva proposta a me, m’aveva detto che usciva ora di collegio.
— Non è vero?...
— Verissimo; ma deve uscire da un collegio militare costei.
— Non la capisco, zio.
— Eppure è molto facile, caro mio; questa ragazza non è per voi. Non appartiene a nessuna delle due classi che abbiamo passate in rassegna ieri l’altro. Non è donna da tollerare senza richiami un’offesa, nè da pigliare abbagli sul conto vostro. Ha le sue idee; e se le manca l’esperienza, ha la ferma volontà di acquistarla. Se volete una moglie pronta a compiere in silenzio la volontà del marito e a rassegnarsi alle vostre infedeltà per rispetto umano, questa non è, ve lo dico io, donna per voi o, per dir meglio, voi non siete uomo per lei.
Tutti sanno che il più delle volte da lievissime cause provengono gravi effetti; tutti sanno che nelle dispute, per esempio, tale che sul partito da pigliarsi sarà rimasto dubbioso innanzi alle più strette argomentazioni, ai ragionamenti più logici e più validi, si persuade in grazia di una esclamazione, di un sorriso, di un’interiezione. E così fu del Conte. Il discorso del Marchese, la pittura che questi gli fece di Rina, lo sgomentarono addirittura. Aveva lo zio in concetto d’uomo che conosce il mondo, e per di più non dimenticava di essersi rivolto a lui, pronto ad accettare la moglie che da lui gli fosse scelta ed offerta. Era già dunque disposto a dimettere il pensiero delle nozze con Rina Miriani, con la stessa facilità onde l’aveva accolto, quando vennero in bocca al Marchese quelle malaugurate parole: _o voi non siete uomo per lei_. Come? il Conte Emilio di San Vittore, festeggiato dai babbi, blandito dalle mamme, acclamato, desiderato, da tutti; che aveva visto cento donne sorridergli con tanta voluttà il giorno dell’amore e piangere con tanta sincerità il giorno dell’abbandono; il Conte Emilio di San Vittore, bello, ricco, nobile, cavalleresco, giovane, culto, poteva dunque trovare una donna, culta, bella, aristocratica, elegante, che non si stimasse fortunata di vivere con lui, che egli non fosse capace di fare contenta? Il Marchese vaneggiava; egli non sapeva di quali pregi fosse ricco il nipote, bisognava mostrarglieli.
Questo ed altri consimili suggerimenti dettero al Conte Emilio una certa vanità dispettosa ne’ brevi istanti di silenzio che succederono alle ultime parole del Marchese. E alzandosi riprese:
— Che vuol che le dica? Mi dispiace di non essere dalla sua anche questa volta; ma mi pare che la signorina Miriani, specie dopo ciò che ella me ne ha detto, sia propriamente la donna che mi ci vuole. Ha molto ingegno, una grande squisitezza di maniere e nobilissime tradizioni di famiglia. Per un gentiluomo mi pare....
— Tutte belle cose — soggiunse sogghignando il Marchese; — tutte belle cose per le sere di ricevimento e che accarezzeranno il vostro amor proprio finchè le sale di casa San Vittore saranno piene d’invitati.... Ma dopo? A porte chiuse e a lumi spenti? Non tutti i giorni s’invita gente a ballare, ma si vive tutti i giorni; e per vivere in due bisogna andar d’accordo, se no guai. Oh! insomma io ve l’ho detto e ve lo ripeto: pensateci e... non ne fate nulla; quella ragazza ha una testa esaltata; vi seccherà, si seccherà, vi seccherete. Voi poi, vedete, voi, credete a me, non sarete buono a infiltrare in quel cervellino una sola delle vostre idee. Ieri si parlò di politica, di costumi, di religione; eravamo in due, il Duca ed io; e lei, bisognava sentirla, combatteva a tutta oltranza, scartava quest’opinione, accettava quella, che era ben inteso la sua e per conseguenza la migliore. “Io penso... io credo...„ Sicuro, lei pensa, lei crede. Ragazza? È un avvocato da cassazione.
Il Conte lasciò che lo zio si fermasse per riprendere fiato e accomodando le labbra a un sorriso alquanto ironico, riprese:
— Mi sarà lecito di osservare, senza mancare di rispetto nè a lei nè al Duca, che per arrivare all’intelletto di una donna come quella che dipinge, non c’è che una strada: la strada del cuore. La signorina Miriani è stata educata forse secondo i metodi moderni....
— Belli!
— ... per i quali si dà alle facoltà intellettuali svolgimento più ampio di quello che si dava prima... a’ suoi tempi. La resistenza che ha trovato lei cederà, creda, dirimpetto ad un uomo, che senza cullare la propria moglie nelle arcadie degli affetti eterni, sappia fin dal primo giorno ispirarle quella amicizia rispettosa, che....
— Non andate avanti, — interruppe alzandosi anch’egli il Marchese. — Non andate avanti; buttate via il fiato e dite delle cose, le quali, mi sarà lecito d’osservare senza mancarvi di rispetto, non hanno mai avuto senso comune nè ai miei tempi, nè ai vostri. In sostanza il vostro discorso, mi dispiace in coscienza di non lo poter chiamare ragionamento, significa questo: che io son vecchio e mi sgomento, voi siete giovane e potrete fare dell’indole di vostra moglie quel che vi pare e piace; sta bene, pigliatela e buon pro vi faccia. Aggiungo una cosa e non se ne parli più. Io, proponendovi questa ragazza, mi sono ingannato per dar retta a uno sciocco, che è il Duca Esmeraldi. Voi, ostinandovi nel volerla, vi rovinate per dar retta ad un altro sciocco che....
— Che?
— Che siete voi. Tenete a mente: di qui a qualche anno, o voi farete il campagnolo seppellito fra i boschi della vostra fattoria delle Poggiola, rinunziando al mondo e allo sue pompe e accomodando gli sbadigli in modo da farli passare per sorrisi; o questa donna vi pianterà, per cercare chi le dia ciò che voi non dovreste prometterle e in ogni caso non potrete nè saprete darle mai. E ora andiamo a colazione e beviamoci su, come dice il mio guardaboschi quando ha bastonato la moglie.
. . . . . . .
E due giorni dopo furono stabilite e nel mese seguente celebrate le nozze tra il Conte Emilio Boffinghi di Saint-Aubin di San Vittore e Rina unica figlia del defunto marchese Miriani.
Uscendo di chiesa gl’invitati ripetevano le frasi che si dicono a fior di labbra in simili congiunture; e il marchese Varalli gli stava a sentire con quell’attenzione silenziosa e sardonica che è il sublime della canzonatura.
— È proprio una coppia bene assortita, — diceva uno dei testimoni.
— Se fosse vivo il povero Marchese! — soggiungeva un altro, ricordando il padre della sposa morto da quindici anni.
— Bravo Emilio! non poteva scegliere meglio.
— Nè prendere più savia risoluzione.
— Davvero! perchè è inutile confondersi, un po’ di pace non si trova che nel matrimonio.
— Già — saltò su a dire il marchese Varalli — come la ricchezza ne’ terni al lotto; una combinazione favorevole, e centodiciasettemila e non so quante contrarie.
— Oh! ma sentite, caro Marchese, se que’ due lì non fossero felici insieme, vorrebbe propriamente dire che....
— Che cosa?
— Che... che... basta, se n’è viste tante.... e poi non c’è nulla di nuovo sotto il sole.
— Neanche cotesto aforisma, che si ricorda di Salomone.
Dopo la colazione il Conte e la Contessa partirono per la villa delle Poggiola, ove avevano fermo di passare il resto dell’estate e tutto l’autunno. Lo zio gli accompagnò sino alla carrozza; strinse la mano allo sposo, baciò la sposa, e congedandosi da loro, pensò tra sè: anche questa è fatta! ma o io sono uno scimunito, o ne sentiremo delle belle e tra poco!