Chapter 10 of 54 · 1456 words · ~7 min read

V.

_Rina Miriani_

_al Duca Esmeraldi_, — PARIGI.

Firenze, 16 gennaio 186....

Ha ragione, Duca, di sgridarmi come fa, ha proprio ragione. Sa quando ha torto? Quando pensa che la sua lettera non mi sia giunta gradita.

Bisognerebbe che io avessi dimenticato tutto il bene che mi ha voluto, tutto ciò che ha fatto per me; le pare possibile? Dunque l’indugio lo metta sul conto della pigrizia, non su quello dell’ingratitudine. D’altra parte volevo che Emilio le scrivesse anche lui e aspettavo a spedire le due lettere insieme; ma è tanto occupato a questi giorni, che per non meritare più oltre giusti rimproveri, mi son risoluta a scriverle io sola.

Eccole ora le notizie che mi domanda. Siamo stati alle Poggiola fino alla fine di settembre; è un bel luogo, ma triste. Io che uscivo dal mio caro quartierino, in quelli stanzoni grandi e cupi non mi ci ritrovavo; credo che non ci torneremo a primavera e per me non lo desidero. A Firenze molta nebbia, molta gente e punto brio; poco me n’importa, perchè non vado in nessun luogo; passo parte della sera con Emilio, e il resto con lo zio Varalli, che viene quasi sempre. Sa? L’Ida Giuliani si marita; ci ho tanto piacere che non può figurarselo, molto più che dicono un gran bene del suo fidanzato, il quale pare sia innamoratissimo. Dio voglia che sieno felici! Per non fare ipocrisie con lei, Le dirò che se da un lato godo per l’amica, da un altro soffro per me. Che vuole? Lei che, lo capisco anche dalla sua lettera, non si moverà più da Parigi; l’Emilia che si marita a Torino.... io spezzo addirittura tutti i legami che mi stringevano ancora ai miei bei giorni passati. Non mi rimproveri, veh! lo sa, ho anch’io le mie bizzarrie e credo che anche tra nuovi affetti non si arrivi mai a dimenticare i giorni della prima giovinezza. Scommetto che co’ suoi... anni (ci metta il numero, io non voglio parere impertinente) non gli ha dimenticati neanche lei.

Guardi quanto mi ha fatto scrivere! Quattro pagine: ci rimane però ancora posto sufficiente per dirle che Le voglio e Le vorrò sempre un gran bene.

_La sua_ RINA.

_Il Duca Esmeraldi_

_alla Contessa Rina di San Vittore_, — FIRENZE.

Parigi, 21 gennaio 186...

Ti ringrazio, Rina mia, ti ringrazio d’avermi risposto e più di tutto di volermi ancora un po’ del tuo bene.

Saluta Emilio e digli da parte mia che ti faccia divertire; è il tuo tempo e se a Firenze t’annoi (è avvenuto per tanti anni a me, che non me ne meraviglierei), fatti condurre qua a Parigi dove i divertimenti non mancano. Hai ragione di pensare che mi ci stabilirò; ho poco tempo da vivere (briccona, sono sessantadue gli anni, e tu lo sai come me) e voglio stare in una città dove si abbiamo i propri comodi, bisogno supremo de’ vecchi. Se tu non verrai, siccome il Cenisio non mi fa paura che d’inverno, a estate lo passerò volontieri per abbracciarti. Sta’ allegra; che parli tu di _prima_ giovinezza? Fino a trent’anni, credilo, si va d’incanto; da trenta in là... te lo dirò, se sarò vivo, quando ci sarai arrivata.

Ti mando un bacio; e per compensarti, un gingillo di collana, che ti starà bene come tutte le cose che ti metti addosso. T’abbraccio.

_Il tuo vecchio_ ESMERALDI.

_Il Duca Esmeraldi_

_al Marchese Varalli_, — FIRENZE.

Parigi, 21 gennaio 186....

_Caro Marchese_,

So che avete a noia gli epistolari e non vi scriverei senza una grave ragione. Ho paura che con tutta la nostra esperienza, abbiamo fatto uno sproposito; Dio voglia che non ci tocchi di rimproverarcelo come una colpa. Vi acchiudo una lettera che Rina m’ha scritta qualche giorno fa e a cui ho risposto come al solito, scherzando, oggi stesso. Leggetela. Non è davvero la lettera di una donna maritata da tre mesi, nè, ciò che più importa, la lettera di una donna contenta. Che cos’è accaduto? A che razza di vita la condanna vostro nipote? È geloso forse? Basta, certo è che Rina non è contenta. Non è possibile che io m’inganni; la conosco tanto, da capire ciò che ella non vuol dirmi e che nella sua ingenuità crede d’avermi nascosto. Voi la vedete, passate la sera con lei, conoscete e vedete Emilio; ditemi tutta la verità. Prudenza non ho bisogno di raccomandarla a un gentiluomo della vostra fatta; se posso far del bene scrivetemi e verrò subito.

Ah! Io mi lodo ogni giorno più d’aver saputo fare di meno delle gioie coniugali; e voi?

_Il vostro_ ESMERALDI.

Quando la lettera del Duca pervenne al marchese Varalli, questi se ne stava sdraiato sopra una poltrona fumando e facendo il chilo dopo colazione. Il Marchese non leggeva mai nè lettere, nè telegrammi a digiuno, per paura che una cattiva notizia potesse togliergli l’appetito e lo privasse per quel giorno delle voluttà dello stomaco, estreme voluttà della vita.

Il Marchese lesse e rilesse la lettera del Duca, dette un’occhiata a quella di Rina, poi le buttò sdegnosamente sul tavolino tutte e due, e seguendo collo sguardo i vortici azzurrognoli del fumo, pensò fra di sè: — Quel Duca è un gran buffone! si congratula d’esser rimasto celibe e si lagna se chi si marita non è felice. Non ci voleva molto, a dir la verità, per capire che quei due non eran fatti per stare insieme, e bisognava pensarci prima. “Abbiamo fatto uno sproposito.„ Voi l’avete fatto, carissimo, e più grosso di voi quel sapientone del mio nipote!... Bisognava non gliela dare. Oh bella! Perchè gliela avete data? Io lo so, Duca mio; voi vi siete affrettato a conchiudere il matrimonio per la smania di disfarvi della pupilla; e voi recitate il _Miserere_ colle varianti: _Peccata senectutis meæ ne memineris Domine_.... “Voi che la vedete, andate, studiate.„ Che bell’originale! Io che vado là a passare un quarto d’ora la sera per distrazione, devo mettermi a fare il confessore! E Rina, se mai, piglia me per confidente, me, zio e di settant’anni! Che bell’ingegno! “E se posso far del bene verrò.„ Piglierete un reuma a venir da Parigi di gennaio e non farete altro. Se volete fare il bene davvero, morite e lasciate a Rina il vostro patrimonio; tanto più che io per ora non ho voglia di crepare e se campo dell’altro, mio nipote non sarà imbrogliato ad amministrare l’eredità.... Quell’altra scimunita rimpiange “i giorni della prima giovinezza!„ Belli! quand’era in convento a imparare i sopraggitti! La conchiusione, in sostanza, è questa: ci tormentiamo tutti l’uno con l’altro; Emilio tormenta Rina col suo contegno, Rina tormenta Emilio coi suoi musi lunghi e con la sua cera di vittima rassegnata, il Duca tormenta sè colle sue paure e me colle sue lettere. Intreccio vecchio, scioglimento facile e lieto fine. Rina trova prima o poi il modo di consolarsi, i musi lunghi finiscono... Emilio non vede ed è contento; la corrispondenza epistolare della Signora diviene allegra, il Duca non capisce ed è contento; io... lo sapevo... e... e, sissignori, son contento anch’io purchè non mi secchino più.

E il Marchese scrisse prima assai brevemente al Duca; asseverava non saper nulla di quanto il Duca temeva: forse la lettera di Rina era stata scritta in un momento di malinconia e d’altra parte egli non ci leggeva quello che il Duca ci aveva letto. Scrisse un viglietto uggito, insomma, buttato giù tanto per fare; poi, riflettendo che in sostanza nel combinare il matrimonio era stato di mezzo anche lui, pensò essere suo debito di parlare col nipote, con cui fino a quel giorno aveva evitato di tener parola delle faccende domestiche.

Ecco come adempiè quello che reputava un dovere. Il giorno trovò sul piazzone delle Cascine Emilio e lo fermò.

— Dov’è Rina?

— È là in carrozza.

— Di che umore?...

— Ma!... buono; perchè me lo domanda?

— Perchè per solito ha l’aria annoiata e mi pare che abbia ragione.

— Non capisco come mai.

— Capisco io; credete che non sappia e non vegga tutto io? Pochi discorsi; Rina va a letto alle dieci, voi tornate all’alba... voi siete il marito di vostra moglie dalla mattina alla sera e... e basta! Vi avevo predetto ogni cosa; non credevo però che le mie previsioni si sarebbero avverate tanto presto. Non mi fate discorsoni, perchè non ho pazienza, e poi tira troppo vento su questo maledetto piazzone; se credete che vostra moglie possa durare a far questa vita, credete male... Che v’intendiate tra voi altri, ve l’ho già detto un’altra volta, è impossibile....

— Dunque?... — domandò impazientito il Conte.

— Dunque pensateci voi e chi ha bagnato rasciughi.

E voltandogli le spalle si allontanò, lasciando il nipote piantato come un piolo in mezzo al piazzale.