Chapter 42 of 54 · 1059 words · ~5 min read

XII.

Mario per un pezzo non si mosse da Firenze; voleva raccapezzarsi e aspettava il soddisfacimento di questo desiderio dal bisogno che Alberto doveva sentire di sfogarsi con un amico. Si serbò discreto, nonostante una curiosità che era affetto, fino al giorno in cui i ritegni del Valmarana scoppiarono in un’effusione tanto più calda e improvvisa quanto quelli erano stati più lunghi e penosi. E allora Mario incapace d’una ipocrisia o d’una menzogna l’aiutò in quelle confidenze sempre difficili alle anime non volgari. Conosceva l’articolo della _Perseveranza_; aveva udito pronunziare insieme il nome della Marchesa e quello d’Alberto; ma stesse tranquillo, nessuno aveva creduto ciò che importava tenere nascosto. A lui oramai poteva dire ogni cosa.

E Alberto gli raccontò difatti ogni cosa. L’anno passato nel maggio quand’era dall’amico a Campomoro aveva conosciuto la Villareale. Andavano spesso a farle visita la sera e Mario doveva ricordarsene.

— Eh! sicuro che me ne ricordo.

— Abbiamo seguitato a andarvi ogni tanto. Poi tu, stanco la sera dalle tue gite per i monti, diradasti le visite; io vi tornai spesso. La trovavo quasi sempre sola, perchè Guglielmo passava la più gran parte del tempo a Firenze; v’andavo volentieri, parlavamo lungamente; mi sentivo attratto a parlare di me, a manifestare le mie idee più bizzarre, a descrivere i miei sentimenti più intimi. Mi pareva che ascoltasse con tanta benignità.... Prolungai di qualche giorno la mia dimora a Campomoro, non per arrendermi a’ tuoi desideri.... (scusami), ma perchè quelle conversazioni erano divenute un bisogno. Nonostante che partissi di là con un po’ di rammarico, tornai a Firenze tranquillo. Un mese dopo tornò anche lei; Guglielmo mi si mise d’intorno e volle quasi per forza ch’io ripigliassi la consuetudine di quelle visite serali. E io profittai dell’invito; ma a Clara quest’invito di Guglielmo parve forse un’imprudenza.... non lo so di sicuro perchè ella non me lo ha detto mai, ma il fatto è che non istette più in casa la sera; la vidi dunque poche volte prima delle bagnature. Alla metà di luglio partirono per Pegli; io me n’andai a Livorno; mi annoiai, e per scotermi feci una gita a Pegli.... La ritrovai più bella di prima e passai un mese intiero con lei e con suo marito. Chi mi avesse detto a quel tempo che amavo Clara mi avrebbe fatto ridere; vedendola così bella, così simpatica, senza sentir nulla, proprio nulla, io giudicavo che il cuore si fosse messo in pace per sempre. Una sera capitò a Pegli suo cugino Sangiorgi, tenente di cavalleria. Ero così avvezzo a star solo con lei, che quell’arrivo mi seccò; il Sangiorgi mi fu antipatico prima di conoscerlo. Era cosa naturalissima che un parente venisse a trovarla, ma io ci soffrii; quella sera la lasciai prima del solito, non chiusi occhio tutta la notte; mi venne in capo il sospetto (un giorno avanti mi sarebbe parso un oltraggio) che il Sangiorgi....

— Tira avanti, ho capito.

— Sono ragazzate, lo so.

— Va’ là non hai bisogno di scusarti; e chi non è stato ragazzo a cotesto modo? Tira avanti.

— Io m’accorsi insomma d’esser geloso, anche prima di sentirmi innamorato. E da quel momento provai il bisogno continuo di starle vicino; ero tormentato nell’istesso tempo dal desiderio di dirle che le volevo bene e dalla paura di rompere, parlando, quella specie di incantesimo... forse non mi so spiegare.

— Ti spieghi benissimo.

— Per quanto mi studiassi di dissimulare, un po’ il mio contegno col Sangiorgi, un po’ la malinconia che mi s’era cacciata addosso, un po’ qualche mezza parola.... insomma Clara capì, mi si mostrò sostenuta, fredda. Mi pareva, credilo, d’impazzire. Presi il partito d’andarmene. Tornai a Firenze, girai, cercai distrazioni.... Oramai era tutto inutile.

— E la rivedesti.... dove?

— In campagna alla fine d’ottobre. Tu eri già in Sardegna. La ritrovai più gaia, più serena, meno sospettosa verso di me. Guglielmo volle che mi trattenessi in campagna due settimane; lei, così restìa ad accogliere gente in casa sua per lungo tempo, lei stessa me ne pregò. Credimi, Mario, io avevo risoluto di non dirle mai nulla e non le parlai.... Ma una sera.... Insomma mi voleva bene da un pezzo anche lei.... lo disse.... m’impose di partire il giorno dopo, e partii.

— E.... il giorno dopo.... era già troppo tardi?

Alberto fece col capo cenno di sì.

— Da quel giorno — continuò dopo una breve pausa — sono oramai passati cinque mesi; l’ho veduta sola tre volte; ha avuto sempre lo stesso abbandono per me, io sempre la stessa fiducia in lei.... Che hai?

— Come mai, scusa, in cinque mesi non l’hai veduta sola che tre volte?

— Ma non era possibile senza destare sospetti e...

— Va bene, seguita.

Seguitò; dopo la narrazione dei fatti venne la esposizione de’ sentimenti e Mario s’accorse che la malattia era grave e lunga la cura. Il contegno di Clara dava argomento a molti sospetti; ma nell’anima d’Alberto non allignavano; germogliavano e morivano. Era uno di quelli amori terribili, che colgono sulla trentina e fiaccano tutte le forze, vincono tutte le resistenze, sono fonte di dolori ineffabili e grati; e forse l’amore non è se non un dolore grato e null’altro. Consigli, quand’anche i consigli fossero utili in tali casi, Mario non sapeva darne; vagava d’ipotesi in ipotesi, di giudizio in giudizio. Dimenticare, potendo; ma Alberto asseverava che non avrebbe potuto; viaggiare: paesi nuovi, costumi nuovi; un po’ di forza d’animo sul principio, poi le distrazioni aiuterebbero. Nemmeno. — E Mario ammutoliva aspettando aiuti dal tempo.

E il tempo se non spense il fuoco smorzò la fiamma. Ora Alberto insieme con l’amico passava tutte le sere qualche ora in casa Alberici. La Contessa che aveva in altri tempi tollerata paziente la malinconia dell’uno, compativa amorevole la tristezza dell’altro. E questi vicino a lei che gli si dimostrava così serena, si faceva a poco a poco tranquillo; credeva tuttavia che gli sarebbe stato impossibile amare un’altra donna come aveva amato Clara; ma a volte pensava, rassegnato, che dovendo vivere lontano da lei, forse era savio cercare rifugio in un affetto pacato e salvare così per lo meno gli ultimi anni della gioventù. Quel suo proposito ingenuamente egoista era il nascosto disegno di Mario e la vaga speranza di Laura, quando alla metà di luglio questa partì per Livorno dove l’aspettavano il Loveni e il Valmarana.