XXII.
I lettori ricordano che questo racconto, da me trascritto alla meglio, fu cominciato da Paolo sul punto di partire da Airolo e continuato per la via mentre costeggiavamo il Ticino, lasciando dietro a noi Bodio e Faìdo allora quasi per intero sommerso da un’inondazione. Quando Paolo tacque, annottava; e noi guardando le alture che ci stavano dinanzi, vedevamo disegnarsi sopra un fondo turchino trasparente i sinistri profili delle torri di Bellinzona.
Il silenzio durò lungamente. Paolo era commosso ed io non osavo turbare con le mie inchieste importune le memorie malinconiche dell’amico.
. . . . . . .
Quando fummo montati nella vecchia carrozza che da Bellinzona, per Lugano, doveva menarci a Camerlata, Paolo, di cui d’ora innanzi riporterò pressochè testualmente le parole, riprese:
— Abbrevio più che posso il racconto. Ieri sera....
— Ma — domandai interrompendolo, — e Federigo?
— Ah! hai ragione. Federigo.... che vuoi? Io sono, to l’ho giù detto un’altra volta, imbrogliato nel giudicarlo. Debbo dire che non ha cuore? Sarebbe il giudizio più spicciativo. Ma quest’uomo così funesto alle donne che lo hanno amato, ha pur sentito anch’egli tutta la violenza della passione; ha amato profondamente, lealmente.... ma brevemente; ha sofferto e molto dei dolori che infliggeva altrui, ma non ha mai saputo vincere sè stesso. Poco dopo la partenza di Rina, Federigo andò sul Lago di Como; a Tremezzina, conobbe l’ingegnere Crolli e la sua figliola che hai veduta ieri sera, che è bella ora, ma era anche più bella a quel tempo. Conoscerla e innamorarsene fu tutt’uno. Gli parve di avere dinanzi a sè il suo primo ed ultimo amore; vide svanire come ombre leggiere i ricordi delle donne alle quali gli era parso di voler bene; sentì l’anima sua rifarsi, per così dire, vergine da ogni commozione antecedente. Carolina Crolli era ragazza; Federigo vagheggiò subito il pensiero di sposarla. Vedi, per esempio, se una fata benigna in quel giorno gli avesse mostrato il futuro, gli avesse detto: “bada, sposando questa donna, tu la farai disgraziata per sempre,„ Federigo non sarebbe fuggito, non avrebbe vinto l’affetto con la volontà, no... si sarebbe buttato nel lago. Geroglifici del cuore umano, mio caro, io non son buono a spiegarli. Fatto sta che l’amò di un amore subito corrisposto.
— Ah!...
— Sì; e Carolina è tale donna che non si può dire andasse in cerea di marito e afferrasse una bella occasione. Ma vi sono degli uomini i quali hanno gli occhi e il sorriso che incantano. Parlano, guardano, sorridono e sono amati; a vent’anni vincono nel paragone gli uomini di trenta, a quaranta sono preferiti ai giovanotti di venti; Federigo è uno di loro. Il matrimonio fu celebrato nell’aprile dell’anno scorso. Dopo lo nozze gli sposi partirono per fare una gita e, girata l’Italia in lungo ed in largo per tre mesi, si fermarono a Firenze. Carolina, che amava già la Toscana come patria di suo marito e che non l’aveva veduta mai, si rallegrò nella letizia delle nostre campagne e propose a Federigo di passare l’estate e l’autunno in collina. Il caso è qualche volta crudele. Federigo e Carolina andarono ad abitare alla _Vergognosa_.
Dopo tre giorni la gente di servizio era informata per filo e per segno della triste fama che la villetta aveva ne’ dintorni. Quelle chiacchiere giunsero, non so come, all’orecchio di Federigo. Le raccontò a Carolina, e scherzandoci su e baciandole la mano, disse:
— È rotto l’incanto; la sorte della villa è mutata; prima la sventura, ora vi sta di casa la felicità.
Un giorno, imbattendosi in un viale col vecchio contadino che aveva conosciuto tutti gli ospiti della villa, lo interrogò. Il contadino si schermì da prima; poi raccontò quel po’ che sapeva e che, anche a suo credere, non giustificava per nulla le ciarle delle donnicciole.
— Ma che vuole? — conchiuse. — Tre mesi fa l’amministratore s’è buttato in Arno; e una signora che c’era venuta a stare è morta di parto. La si può figurare se la gente ignorante ne ha dette!
Federigo domandò il nome della signora; il contadino che lo aveva dimenticato, indicando uno dei pilastri del cancello, rispose:
— La lo ha lì scritto da sè, povera signora, l’ultima volta che uscì di casa, tre o quattro giorni prima di morire.
Quando il contadino se ne fu andato, Federigo s’accostò al pilastro; v’erano difatti scritte colla matita queste parole:
_Rina Miriani_ _18 aprile 186...._
Federigo cacciò un grido e cadde tramortito sul lastrico.
Quando rinvenne, si trovò nel suo letto presso a cui stavano la moglie e il medico-condotto, che Carolina aveva in fretta fatto chiamare. Pensando che il letto su cui giaceva, era forse quello sul quale Rina era morta, schizzò spaventato sul pavimento; fece uscire dalla stanza la moglie e dette ad intendere al medico che soffriva sin da ragazzo di quegli svenimenti subitanei e sapeva quale era il metodo di cura meglio efficace. Poi, così bel bello, lo condusse sul discorso della signora che era morta in quella villa pochi mesi avanti; e il medico gli narrò per minuto tutto l’andamento della malattia. Federigo seppe da lui che il bambino, sopravvissuto alla madre, era stato involato dal Conte.
Fece fare i bauli e, sebbene fossero le undici di sera, costrinse Carolina a partire; la condusse ad un albergo, uscì e non si fece più vedere sino alla mattina. Ciò che sia avvenuto da quel tempo, lo sai; il dialogo tra Federigo e Carolina, udito da te ieri sera, deve avertelo insegnato.
Ha vissuto con sua moglie fraternamente. Se qualche volta, trovandosela accanto, la dolcezza, le lagrime, la bellezza di lei lo commovono; se il senso, mettiamo, sta per ripigliare il disopra, il ricordo di Rina lo fa fuggire lontano. Povera donna! Egli l’ha costretta a viaggiare un anno, cercando sempre del Conte che lo sfuggiva e che ieri soltanto, per un accidente imprevedibile, ha trovato ad Airolo. Carolina è disperata. Federigo.... debbo dirlo? Fra tante donne amate da lui, egli si serba oggi fedele a una sola.... a quella che è morta.
— Ma ieri sera, uscendo così repentinamente dalla camera di sua moglie, Federigo bussò pure a quella del Conte....
— Un momento e saprai tutto. Quando il Conte di San Vittore uscì dalla sala da pranzo per salire nel suo quartiere, io lo seguii; lo consigliai d’andarsene dall’Italia e domiciliarsi altrove per evitare ogni occasione di ritrovarsi con Federigo; occasione pericolosa perchè io, compiendo la volontà di Rina, ho fatto promettere al Conte di non incrociar la sua spada con quella del Ripàri. Mentre si parlava, picchiarono alla porta. Indovinammo subito che era Federigo. Ci demmo un’occhiata e il Conte prima di rispondere mi indicò una retrostanza in cui potevo, senza esser visto, ascoltare ciò che si diceva.
Federigo entrò difatti ed avanzandosi verso il Conte gli disse asciutto:
— Mi chiamo Federigo Ripàri.
— Ho conosciuto a Firenze un banchiere Ripàri.
— Era mio padre.
— Me ne congratulo.
Il Conte parlava con tanta tranquillità che pareva recitasse una parte imparata a memoria. Federigo, indispettito, riprese:
— Insomma, signor Conte, è un anno che la cerco. Se dovremo batterci in duello ci batteremo; ma finiamola. Ci sono conti che si saldano presto....
— E conti che non si saldano mai, — interruppe il Conte, alzando fieramente la testa sdegnosa. — Non ci batteremo in duello, perchè ho promesso di non lo fare e i San Vittore sono avvezzi a mantenere ciò che promettono. Io figurerò di non accorgermi delle vostre offese meschine, come ho fatto stasera....
— Ma, e se v’insultassi più gravemente?
— Badate: non ho promesso di non ammazzarvi; ma....
— Ma?...
— Ma non vi ammazzerò. Che cosa volete da me?
— Il mio figliolo.
— Avete un figliolo?
— Quello che mi avete portato via.
— Io? Io ho un fanciullo che tengo nascosto e che ho raccolto un giorno presso il letto di una povera morta. Due uomini la menarono alla tomba. Mentre ella moriva, uno di questi uomini, che avrebbe voluto riparare il proprio fallo a costo della vita, lo espiava in parte in un dolore muto ed acerbo; l’altro non si ricordava neppure di averle un giorno sussurrata all’orecchio una parola d’amore. Di questi due uomini uno è di gran lunga più colpevole dell’altro. Voi. Io.... io ho raccolto quel fanciullo perchè ho supposto che chi aveva atterrato l’albero non si curasse del frutto.
— Avete sbagliato e mi renderete il mio figliolo.
— È vostro? Non lo so. Gli darete voi il vostro nome?
— Che ve ne importa?
— Me ne importa perchè gli ho dato il mio e l’ho adottato; gli ho donato sin d’ora tutto ciò che posseggo. Egli si chiama Alessandro di San Vittore; ho fatto per lui ciò che voi non avreste mai fatto.
Federigo piegò il capo e tacque; il Conte continuò:
— Poco importa che quest’atto meravigli voi e faccia ridere gli altri. Quel fanciullo nessuno può togliermelo. Voi gli avete data la vita fisica, misera cosa; io gli darò quella dell’intelletto e dell’onore; e voi non mi insulterete più.... perchè.... perchè avreste rimorso, lo sento, di offendere il padre vero di quel povero bimbo. Non ho altro da dirvi; confido che la sorte ed il senno d’entrambi ci concederanno di non rivederci mai più.
Federigo guardò un momento intorno a sè, poi uscì rapidamente dalla stanza.
Il Conte è partito stamani per Bruxelles ove si stabilisce, ed ove io lo raggiungerò fra una diecina di giorni. Ora debbo andare a Firenze a dar conto al Marchese Varalli della risoluzione di suo nipote.
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Accompagnai Paolo sino al palazzo del Marchese. Quando entrammo, egli stava per uscire, e nel cortile accarezzava _Blood Royal_, suo baio prediletto.
Accolse con molta cortesia Paolo, e quando ebbe saputo da lui dell’adozione del figlio di Rina, dette in un gran scroscio di risa e soggiunse:
— Oh! perdio, questa è bellissima! bisogna campare e poi se ne sentono ogni giorno delle più nuove e delle più belle. Sicchè ha perdonato!... Eh! già! il perdono è più dolce della vendetta.... l’ha detto, se il mio maestro di storia non mi ha messo in mezzo, Pittaco di Mitilene.... Lo ringrazi, sa, cavaliere, della notizia che mi ha mandato, e più di avere scelto lei per ambasciatore. Io non scrivo perchè son vecchio e le lettere mi uggiscono.
E dette in un altro scroscio di risa.
— Non mi ricordo chi ha paragonato il marito al gerente responsabile. Corbezzoli! Emilio ha preso il paragone sul serio; firma anche gli articoli degli altri. Pittaco, sicuro, Pittaco, Pittaco di Mitilene.
E, saltato a cavallo con tanta agilità, quanta ne può avere un giovinotto di primo pelo, strinse la mano a Paolo e partì.