Chapter 25 of 54 · 1120 words · ~6 min read

XX.

O vecchio mondo, tu ripigli ogni anno il tuo sorriso di gioventù ed esci dall’inverno come se tu non ci fossi entrato mai!

La primavera tornò; le rondini rifecero il nido sotto il tetto della villa, gli usignoli cantarono su’ castagni, le api succhiarono il miele nel calice de’ mughetti, le margherite stellarono i prati, le lucciole scintillarono per le siepi, i grilli ruppero col loro sibilo il silenzio della sera, la luna risalì al cielo circondata dalla calda nebbia; ma la bellezza e la salute di Rina non rifiorirono.

E intanto che s’avvicinava il momento solenne, ella provava un senso nuovo: aveva paura a restar sola. Scrisse una lettera a Paolo Carpi che sapeva tornato allora dall’Oriente; questi accettò con gioia l’invito della solitaria, e non lasciò passare giorno senza andarla a trovare in quella Tebaide.

Un giorno all’approssimarsi di quello che doveva essere, secondo i presentimenti, l’ultimo della sua vita, Rina si sentì stanca; il medico, che, per compiacere a Paolo, ella consentì a vedere la prima volta, le ordinò il riposo; le ingiunse di non alzarsi più (per dire come diceva) che a _cose fatte_. E Rina obbedì; ma prima di coricarsi volle ancora scendere in giardino; e come se non dovesse vederlo più mai, volle contemplare il sole, il cielo turchino, le catene azzurrognole dei monti lontani; studiare ogni colore, ogni forma nel grande quadro della natura. Paolo Carpi, che la guardava da lontano e che è spiritualista, dice, ricordandosi di quel momento: “pareva che l’anima sua inebriata dalle brezze odorose di primavera, tentasse di spiegare le ali per volarsene al cielo!„

Rina pensava alla fanciullezza, all’educazione che le era stata data; e i ricordi del passato la conducevano a interrogare i misteri dell’avvenire. Dirimpetto a quello spettacolo, rammaricava di non avere una fede. Poco importa che si creda ai misteri o ai fenomeni, alla rivelazione o alla scienza; questo è bensì certo: che l’anima umana per acquetarsi ha bisogno di essere persuasa di una verità qualsiasi. Rina, mirando le erbe, i fiori, gli alberi, si rammentava delle lezioni ricevute in convento; del Dio che le avevano insegnato ad adorare colà, un vecchio barbuto e severo, seduto sopra un trono di nuvole e coperto da una tunica rossa stretta ai fianchi da un mantello turchino; e sentiva che se c’è qualche cosa di divino, il raffigurarlo in quella guisa è un oltraggio alla divinità; e dal feticismo delle suore, passava col pensiero alle dottrine del suo secondo padre, il duca Esmeraldi. Ma, ahimè! il volterianismo del Duca non era fatto per lei; quella sardonica incredulità aveva avuto una lama per aprire una ferita nell’anima di lei, non il balsamo per sanarla.

Così pensando, era arrivata presso una vasca piena d’acqua stagnante che non aveva mai osservata da vicino. Si fermò e mirò la opulenta vegetazione di un verde smeraldo che la copriva, e i milioni d’insetti che si movevano su quelle alghe natanti.

— Ma chi è, chi è — domandava a sè stessa angosciosamente — quegli che fa ogni cosa? Chi ha fatto queste alghe, questi insetti e quella nuvola grigia che corre innanzi al sole, e il vento che la spinge, e questa pietra su cui siedo? Chi ha fatto quel giglio di cui respiro il profumo, e il sole che lo riscalda e l’ape che ne succhia gli umori? Come si chiama? Dio, caso, natura? Morrò dunque senza saperlo? Morire! e perchè si muore? Perchè tutte queste belle cose hanno da distruggersi? E se la morte non fosse che una trasformazione, un transito breve? Se, quando non sarò più donna, divenissi albero, nuvola o fiore? — E seguitando di questo passo, scavava intorno a sè gli abissi pericolosi della filosofia. Paolo la chiamò. Ella tornò in casa e per tutto il giorno rimase assorta in una dolorosa meditazione.

. . . . . . .

Un delirio violento precedè il parto e non lasciò più benavere quella povera madre. Il presentimento s’avverava; Rina non potè vedere il suo bambino, un amore di bimbo vegeto, che nacque quasi senza piangere, come se desiderasse la vita. Ogni parte del corpo di lei si enfiò; il respiro le si fece affannoso. Il medico, interrogato da Paolo, tacque la prima volta, poi ordinò i vescicanti. Quando n’ebbe osservato l’effetto, disse riciso: — Secondo me, non c’è rimedio; può bensì vivere ancora due o tre giorni; intanto se vogliono chiamare qualcuno di loro fiducia, padroni, io non saprei che farci — ed uscì.

Ma, ahimè! il caso era uno di quei pochissimi nei quali tutti i medici si trovano d’accordo.

Durante quei giorni, le donne del vicinato osservarono un uomo, che di giorno e di notte girava intorno alla villa; se visto scansava, se avvicinato fuggiva. Le donne ne traevano, per la salute dell’ammalata, tristissimi auspici.

Giunse l’alba del terzo giorno. Per le finestre aperte entravano nella camera le luci scialbe e le brezze roride del mattino. Paolo e la cameriera stavano intorno al letto di Rina. Il bambino adagiato in una culla, si destò ed uscì in que’ lamenti fiochi e interrotti che sono de’ fanciulli appena nati. Rina, come se la voce del suo povero piccino l’avesse ad un tratto fatta tornare in sè, girò intorno gli occhi già vitrei, stese le braccia, fece uno sforzo per alzarsi e ricadde.

Era morta.

Il bambino pianse più forte.

Un doppio grido risonò nella camera, e gli echi del giardino, percossi, lo ripeterono.

La porta s’aprì ed un uomo si fermò sulla soglia. La cameriera cacciò un altro grido dallo spavento; le parve vedere colui che da tre giorni s’aggirava solitario intorno alla villa.

Paolo riconobbe il Conte di San Vittore.

Il Conte fece alcuni passi, poi si fermò; sentiva il cuore spezzarglisi, gli occhi coprirsi di un velo, le ginocchia piegarsi. Tentò parlare e non potè; si mosse in silenzio e si gettò ai piedi del letto.

Paolo e la donna uscirono.

Il Conte rimase tre lunghe ore, che gli parvero un minuto, inginocchiato presso il cadavere di Rina. Poi si alzò, la guardò. Era così pallida negli ultimi tempi della sua vita, che la morte non l’aveva cambiata di molto. Ma per lui che non l’aveva veduta da tanto tempo! Le prese la mano, e al contatto di quelle membra gelide, tremò, sentì stringersi il cuore più forte, e si gettò, quasi fuori di sè, traverso al letto.

E fu quello il primo amplesso veramente affettuoso che Rina avesse da lui.

Riavutosi, il Conte contemplò con dolore ineffabile quel corpo abbandonato, lo alzò e depose un bacio sulla fronte della sua povera moglie. Lo adagiò di nuovo sul letto ed uscì.

Quando Paolo rientrò nella stanza, il bambino non c’era più. Il Conte l’aveva portato seco.