Chapter 3 of 54 · 740 words · ~4 min read

III.

Due anni dopo la contessa Montani scriveva da Firenze a una cugina dimorante a Palermo:

“Sai, cara Lilì, che sei molto, ma molto curiosa? Stai un anno senza scrivermi, poi mi mandi dieci righe; non mi dici nulla nè di te nè de’ tuoi, e mi sfilzi invece un rosario d’interrogazioni. Meriteresti che non ti rispondessi neppure; ringrazia Dio che fa un tempo orribile o che ho da consumare in qualche modo l’ora della trottata.

“Passiamo alle interrogazioni.

“Prima: Com’è stato il carnevale a Firenze? Bellissimo. Balli tutte le sere; balli piccoli, ben inteso, ma pieni di brio; di quelli che vanno a me, dove non si corre rischio di presentazioni. Su questo argomento le mie opinioni, i miei gusti li conosci da un pezzo. Mi piace la Firenze quale è ora; senza visi novi, dove i cognomi sono inutili, dove quando si dice Pierino, Masino, la Giulia, la Bice, l’Eufrosina, s’intende subito di chi si tratta.

“Seconda: A che punto sono le nozze di Guglielmo Roccamare? Al punto fermo. Sono otto mesi che ha sposato la Zanhoff. Quand’era scapolo giocava; ora ha lasciato le carte per i cavalli e non fa che guidare; la moglie, viceversa, non si lascia guidare. Così dicono.

“Terza: Che fa la coppia Gaudenzi? Adriana, mi pare d’avertelo scritto, ebbe un bambino. Volle allattarlo lei e ora l’ha mandato in campagna perchè nei salotti, dice, i ragazzi non possono crescere sani e vegeti. D’inverno va due volte la settimana a vederlo; a maggio si pianta in campagna anche lei, e a rivederci a Natale. Quand’è a Firenze riceve il mercoledì. Tre mesi abbiamo durato a andare puntualmente ogni mercoledì sino in fondo al Lung’Arno per vederla. Il portiere si cava il cappello, s’inchina da portiere beneducato e ripete serio, come se fosse convinto di dire la verità, una volta: — La signora si sente poco bene; un’altra: — La signora è dovuta uscire. — Io non mi ci provo più, tengo d’occhio il calendario e so quando tocca l’assenza e quando la malattia. In società vien di rado e se ne va alle undici. Buon sonno. Puoi intavolare qualunque discorso con lei: sì, no, no, sì — più d’un monosillabo non le cavi di bocca. Metteva conto d’imparare quattro lingue per tacere poi in tutte e quattro! Suo padre ci va a desinare ogni tanto e dice che non ci va per il pranzo, ma per il chilo, perchè non c’è caso che la figliola glielo disturbi con le discussioni. Gli domandai l’altra sera se Adriana parlava almeno con suo marito. Mi rispose: “Nel matrimonio quel che conta è l’azione, il dialogo è un di più.„ Non capisco bene che cosa abbia voluto dire, ma una birichinata di certo; quello sarà un birichino anche a ottant’anni. Il marchese è la contentezza personificata; pare, a vederlo, che abbia dieci anni di meno; quand’è con la moglie, la guarda come se la vedesse per la prima volta. E fin qui ha ragione; Adriana è ora più bella che mai; gli uomini dicono di no perchè non hanno nulla da sperare, le donne ne convengono perchè non hanno nulla da temere. Anche il marchese va e viene di città in campagna e di campagna in città. Fa grandi coltivazioni, utilissime a suo tempo per _Mimì_ che tirato su a quel modo diventerà un bel contadino e potrà lavorare sul suo.

“C’è altro?

“Ah! sì! Quarta ed ultima. Che n’è di Carlo Sismondi? Da parecchi mesi non si vedeva più; è ricomparso questo carnevale mutato addirittura e senza quella solita musonerìa che ti dava tanta noia a Saint-Moritz. Ha ballato ogni sera, sempre con le ragazze, la qual cosa fece supporre che si disponesse al santo matrimonio; ieri ho sentito dire che parte per il Madagascar. Che ci va a fare al Madagascar? Se lo domandi a me, non lo sa nemmeno lui. È un benedetto figliolo!... non sta mai bene altro che dove non è; destinato, secondo il mio modesto parere, a non esser contento mai. Ha il cuore troppo buono, il cervello troppo guasto, il gusto troppo delicato; e come dice La Fontaine:

Les délicats sont malheureux, Rien ne saurait les satisfaire.

“E con questo resto dell’erudizione acquistata alla SS. Annunziata, ti lascio e vado a vestirmi. V. S. è pregata di scrivermi più spesso e meno concisamente. Una stretta di mano a tuo marito, un saluto alla Conca d’oro, a te un abbraccio con tutta l’anima.„