XIX.
Erano corsi quaranta giorni dacchè Rina era partita da Milano, e le parevano quattro anni. E doveva parerle così, perchè tutto era cangiato in lei e intorno a lei; e tra i giorni che aveva vissuti accanto a Federigo e questi che ella trascorreva sola alla _Vergognosa_, passava tanta distanza, quanta ve n’è tra la luce e le tenebre, le fantasie lusinghiere e le tristi realtà.
E intanto ogni ora che fuggiva, spengeva un raggio nelle pupille di Rina, faceva più mesto uno dei suoi sorrisi. A po’ per volta le dita le divennero lunghe, affilate, le unghie trasparenti come l’agata; la testa s’alzò snella sul debole sostegno di un collo che mostrava i muscoli sotto la pelle e questa parve penetrarsi di raggi come una lampada d’alabastro per entro a cui splenda un lume fioco. Due sole e piccole macchie si staccavano sul pallore cereo di quel viso e ne coloravano gli zigomi, quasi due foglie di rosa cadute in una tazza di latte.
E piangeva; e le lacrime cadendo, a quella guisa istessa che la gocciola d’acqua fora il granito, le passavano il cuore da parte a parte. Perchè non v’è nulla al mondo di più semplice e di più antico di un amore tradito, di un giuramento violato; è una vecchia storia, ma, come dice la canzone dell’Heine, par sempre nuova a chi soffre per essa.
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Un giorno Rina s’accorse che stava per divenir madre.
Oh! che giorno fu quello per lei! Per la prima volta ella chiese a sè stessa se non le serbasse ancora la vita qualche conforto, e se avesse vuotato fino all’ultima stilla il calice del dolore. Per la prima volta andò fino al cancello, cercando cogli occhi dello spirito il mondo che ella aveva abbandonato così risolutamente, che così presto si era dimenticato di lei! Accarezzò con la mano livida un bel bambino biondo che passò di là a caso e pensò: — Oh! l’avrò anch’io dunque un bambino!
Risalì in casa e dando un’occhiata al quartiere modesto, desiderò ancora le stoffe, i fiori, i libri, la musica; tutto ciò che potesse ricordarle la sua felicità fuggita. Per la prima volta, finalmente, Rina sentì il bisogno d’aria e di luce; e si preparò ad andare verso la collina.
Si guardò allo specchio per accomodare intorno al volto il più leggiadro de’ suoi cappellini. Ahimè! si vide.... vide le traccie che il dolore aveva lasciate sulla sua pelle; le parve che si riflettesse nello specchio l’imagine di una moribonda. Chiuse dapprima gli occhi, poi raccogliendo tutta la forza, li riaprì e contemplò con orgoglio freddo i resti della sua bellezza intristita.
— Oh! — pensò — vorrei che fosse qui e vedesse da sè a che mi ha ridotta; son brutta e malata, e per opera sua.
Fu il suo primo moto di sdegno e fu breve. Lasciò cadere le braccia, reclinò la testa, sentì piegare i ginocchi e cadde mezza tramortita sopra una sedia.
La natura parve impietosire di tanta angoscia. Rina fu richiamata a’ sensi da un temporale di estate che scoppiò ad un tratto. Si avvicinò alla finestra, e appoggiando la fronte madida per la febbre ai cristalli, guardò le viole reclinare le loro fresche corolle sotto l’urto dell’acqua che cadeva a rovesci, e desiderò che la tempesta passasse anche sopra di lei e reclinasse per sempre quel suo povero capo. Ma si pentì quasi subito di quel desiderio, riflettendo che la sua vita apparteneva oramai alla creatura che portava nel seno.
E da quel giorno un triste presentimento la funestò: il presentimento che ella sarebbe morta nel dare alla luce il suo bambino!