IX.
O felici di vent’anni, non invidiate nulla a nessuno! Non gli agi al ricco, non la potenza al monarca, neanche con più nobile desiderio gli applausi al poeta. Il tempo fugge; e se la fortuna serbi a voi in altra età l’oro, la possanza o la gloria, verrà giorno che vorrete dare (e ahimè! non vi sarà conceduto) oro e possanza e gloria per un palpito solo delle commozioni antiche, per un’ora della giovinezza perduta, per una sola delle speranze de’ lontani “vent’anni.„ De’ tuoi vent’anni, amico, quando tutto ti sorrideva d’attorno e la fantasia volava dietro a mille lusinghieri fantasmi, e t’erano ignoti i dolori, le delusioni che t’è toccato provare; dei vostri venti anni, signora mia, quando vi credevate una creatura tanto privilegiata da non saper mai che fosse il soffrire; e piangevate lacrime di tenerezza sopra una rosa offertavi di nascosto e un sorriso e una stretta di mano v’empievano l’animo d’un godimento ineffabile! Ahimè! quell’età è passata! Tu sei intristito, amico; voi siete invecchiata, signora mia; il dolore, cancro della bellezza, ha lasciato sul vostro volto le sue indelebili impronte. Altri gode oggi, altri sorride, altri spera, altri rimpiangerà dopo voi.... O felici di venti anni, non invidiate nulla a nessuno!
E l’esperienza? — dicono. — Oh! sì, bella cosa! ci costa patimenti d’ogni maniera e non ci serve a niente; ogni giorno impariamo il modo di navigare fra le sirti e gli scogli, in mari che non varcheremo mai più. Lasciate un lembo dell’anima vostra tra le unghie rosee d’una bella infedele e avrete imparato che ci sono a questo mondo delle donne pericolose; macchiate d’un fallo la vostra vita e vi porrete in grado di giudicare da voi che tutti gli errori si scontano; riducetevi povero in canna e confortatevi dello avere appreso la utilità del risparmio. Se l’esperienza fosse utile a qualcosa, in tante migliaia di secoli il mondo sarebbe divenuto un Eden. E non mi pare che sia.
Questa famosa esperienza Rina non l’aveva; altrimenti avrebbe saputo che la paura quando entra nell’animo col suo proprio nome, sgomenta e invilisce, ma se si dà per prudenza aiuta e difende; che il mondo, il quale sa che la colpa c’è, chiude un occhio sul peccato, purchè sia fatto con garbo. Ma Rina, ripeto, tutte questo belle cose non le sapeva; lasciandosi menare dalla passione che la signoreggiava, seguitò le sue gite solitarie pei dintorni di Firenze, non pensando o non curando che altri s’occupasse di lei. Così la cosa giunse agli orecchi del Marchese. Rina non aveva veduto Federigo che per la via; ma il vecchio zio, quando seppe di queste passeggiate della bella nipotina, sospettò che il dramma fosse già molto innanzi e aspettò sogghignando la catastrofe; la quale, e lo confessava a sè stesso, gli era difficile imaginare. Non supponeva bensì che fosse per finir male; dal contegno del Conte egli aveva creduto potesse dedursi, che questi, prevedendo da lungo tempo ciò che succedeva, si sarebbe portato da gentiluomo e da uomo di mondo qual era.
E s’era proposto di non parlargli mai di ciò che sapeva, quando ad Emilio, per sua mala ventura, venne in mente d’andarsi a godere il Carnevale a Parigi. Egli capiva che lasciare Rina sola a Firenze era non un pericolo (a questo non ci pensava neppure) ma una scortesia, e d’altra parte il condurla seco toglieva ogni diletto alla sua gitarella. Pensò di rivolgersi allo zio Varalli, con questo disegno: egli, il Conte, avrebbe invitato Rina a andar seco; lo zio l’avrebbe dissuasa dall’accettare l’invito.
Verso gli ultimi dell’anno, zio e nipote si trovarono alla Pergola; in que’ giorni appunto il Varalli aveva, non visto, veduto co’ propri occhi Rina sola uscire fuori della porta a Pinti e salire nel Camposanto degli Inglesi, ove qualcheduno l’aspettava di certo, e aveva esclamato con un sogghigno:
— Poveri morti!
E nemmeno quando vide il Conte accostarglisi quella sera per parlargli, il Marchese potè trattenere un sorriso sardonico; ma il nipote c’era avvezzo e non ci badò più che tanto.
— Senta, zio — disse Emilio, — ho intenzione di fare una gita.
— Solo?
— Ecco, in sostanza... sicuro... solo.
— Bravo! — disse il Marchese ridendo senza riserbo.
— Cioè?.... — domandò l’altro.
— Cioè.... Sapete chi era il Principe de’ Conti?...
— Lo so, ma non capisco....
— Ecco: il Principe viaggiava e viaggiando scriveva a sua moglie: “Non mi tradite, Principessa, per carità.„ “Siate tranquillo, signor mio, — rispondeva la Principessa, — non me ne vien la voglia altro che quando vi vedo.„
E rise da cupo.
— Zio, — riprese Emilio dopo una pausa, con un po’ d’impazienza, — io le parlo sul serio.
— E io?
— Dunque, ho intenzione di passare il Carnevale a Parigi, ma vorrei che Rina non venisse; già il viaggio ci costerebbe più del doppio....
— Se l’ho sempre detto che siete un buon amministratore....
— Insomma....
— Dunque?...
— Dunque.... bisogna pur nonostante che offra a mia moglie di condurla con me; ma vorrei che lei la persuadesse....
— A rimanere a Firenze? Caro Emilio, se tutte le missioni diplomatiche fossero come questa, darei dei punti a lord Palmerston.
— Crede che si persuaderà?
L’ingenuità con cui furono profferite queste ultime parole, fece uscire da’ gangheri il Marchese.
— Io ho sempre avuto un vago sospetto — proruppe egli — che il matrimonio rechi molto nocumento alle facoltà ragionative e per questo son rimasto scapolo. Ma ora, altro che vago sospetto! Come? Conoscete Rina, sapete che ha vent’anni, la vedete a pranzo e basta.... e v’imaginate che possa dolersi se ve ne andate? Ma, caro mio, che ve ne andiate voi o... che so io?... il cocchiere, per lei è lo stesso. Fino a stasera v’ho creduto un uomo di mondo; m’accorgo che mi sono sbagliato. Che diavolo! Siete entrato da voi nel laberinto e volete che vi ci levi io? Bravo! Mi parete un ragazzo con questi vostri sotterfugi. Lasciamo andare. Ve l’ho detto fin dal giorno in cui m’avete dato la fausta notizia del vostro stabilito accasamento: le cose andranno così e così. Sono stato profeta e non ci voleva di molto; ma Dio santo! speravo che avreste fatto le cose un po’ meglio; e non vi sareste ridotto alla parte di fanciullone e a mettere vostra moglie nella necessità di dare appuntamenti campestri. Volete viaggiare? Viaggiate; che bisogno c’è che c’entri io? Andate a casa, salutate la cara metà, auguratele buon divertimento e partite; al resto ci penserà lei; ma come una signora, non come una crestaia.
— Zio, pensi a quello che dice....
— Eh! figliolo mio! così aveste pensato voi a quello che facevate.
Vi fu un momento di pausa; poi il Marchese domandò come se nulla fosse:
— Chi è quella forestiera al numero tredici second’ordine?
— Non la conosco, — rispose Emilio senza neanche voltarsi verso il palco indicato dallo zio ed uscì dal teatro.
Quando fu nella strada, si ricordò che aveva ordinato la carrozza per la mezzanotte. Battevano allora le undici all’oriolo di Santa Maria Nuova. Andò a piedi. Abitava di là d’Arno; la strada per arrivare a casa era lunga ed egli aveva tutto il tempo per pensare ai casi suoi.
Lo zio non gli aveva detto nulla d’esplicito; ma egli, se non sapeva, sentiva che Rina amava un altro. Se ne meravigliava? No. Corrotto dalla gente tra cui viveva e dalle consuetudini prese, si può dire che Emilio avesse preveduto, sin dal primo giorno, ciò che ora avveniva. Prevedendolo, aveva messo le mani avanti e s’era fatto nei festosi banchetti della vita galante la sua parte anticipata. Se dunque Rina fosse stata un’altra, se la cosa gli fosse stata annunziata da altri e con altre parole, chi sa che cosa sarebbe successo? Ma Rina gli dava soggezione; sentiva egli tutta la fiera nobiltà di quell’indole; sentiva d’avere molti torti verso Rina e non gli pareva vero che ella gli desse buon gioco, avendo una volta torto anche lei. E due frasi del Marchese lo avevano specialmente colpito; gli “_appuntamenti campestri_„ e “_il contegno da crestaia_„ lo mettevano in pensiero sì perchè accennavano a fatti positivi, sì perchè lo inducevano nel sospetto che Rina avesse fatto qualcosa di grosso; il che significava nel vocabolario del Conte e del suo ceto, ch’ella si fosse data in braccio a qualche amore volgare, per cui venisse a macchiarsi l’antica purezza della casata.
Queste cose mulinava tra sè il marito; l’uomo poi pensava alla propria umiliazione, cui sottostà sempre mal volentieri, anche quando gl’importa poco della donna che gliela infligge.
Così, tra una cosa e l’altra, il Conte si metteva su da sè medesimo, si accendeva nel petto gli sdegni e le collere; dove avesse avuto il tempo di rifletterci o anche di dormirci sopra, le cose sarebbero andate meno male. E fu difatti primo suo pensiero di aspettare la mattina per parlare con la moglie; ma il caso, il solito caso, il quale ha, come ho detto altra volta, tanta importanza nelle vicissitudini della vita, volle che entrando in casa, egli s’accorgesse che Rina era sveglia e si risolvesse ad andare da lei.
Mandò a letto il cameriere, poi, preso un lume dalla scrivania, traversò la lunga fila di salotti che separavano la sua dalla camera della moglie e si fermò innanzi alla porta.
Tale era la sua stizza in quel momento, che, l’uscio sembrandogli chiuso, gli venne l’idea di buttarlo all’aria con un calcio; (anche i Conti quando sono soli e arrabbiati sono uomini come tutti gli altri), poi si accorse dalla gruccia che era aperto, posò il lume in terra ed entrò.
Rina, seduta sul letto, leggeva.
La sua gentile figura si staccava mirabilmente sul fondo del cortinaggio; dalla nuvola di mussolina leggiera che le nascondeva il collo ed il seno usciva, trattenuto appena dalle pieghe eleganti di una camicia di battista, il braccio, rotondo come se lo avessero modellato Prassitele o Dupré nel marmo di Paro o di Carrara. Il pettine le era caduto di testa e i capelli neri come l’ebano, lunghi come i rami del salice, cuoprivano di leggiadri ghirigori le trine onde era guarnito il guanciale.
Quando il Conte girò la gruccia, Rina lasciò cadere lentamente il libro sulle ginocchia e fissando lo sguardo verso la porta domandò:
— Chi è?
— Son io, — rispose l’altro ed entrò.
— Tu?...
— Io.
Il contrasto era singolarissimo; negli occhi nictalopi del Conte di San Vittore, sfavillava l’impeto di mille sentimenti diversi, anzi, per dir meglio, delle molte gradazioni di un sentimento solo: lo sdegno; in quelli di Rina si specchiava invece la più sicura tranquillità.
— Tu.... qui.... a quest’ora?
— O a quest’ora o ad un’altra, — soggiunse il Conte, andando di passo lentissimo verso il letto della moglie — poco importa; bisogna che ci spieghiamo e per questo tutte le ore son buone.
— Spiegare?... Che cosa? — interrogò Rina.
— Ma... il tuo contegno, se non ti dispiace.
Rina tacque; il Conte prese in fondo al letto una graziosa berretta di trina che stava sul piumino e stazzonandola ripigliò:
— Abbiamo da far dei conti; meglio era farli prima d’ora, ma....
— Lascia stare quella berretta che non ci ha nulla che fare... e quel tono da dramma, che anche questo non ci ha che fare proprio nulla. Che cosa hai? Hai da lagnarti di me?
— Molto: e bisogna finirla.
— Se non ti spieghi più chiaro....
— Finirla... con lo passeggiate campestri, e....
In sostanza il Conte non sapeva nulla; non un solo fatto da citare; si accorse allora che la sua furia era stata soverchia e si trovò imbrogliato.
— E?...
— E... solitarie.
— Non posso dunque più uscire di casa quando mi pare e piace?
— Nessuno ve lo impedisce; si vuole impedirvi soltanto e io, perdio! lo impedirò ad ogni costo, di macchiare il nome dei San Vittore, che io ed i miei abbiamo sempre mantenuto purissimo.
— Emilio, sta’ a sentire, tu reciti una parte che non hai studiata e la reciti male. Io non so dove tu voglia andare a parare con questa scena, nè posso imaginarlo. Mi vieni a fare il geloso.... tu!...
— Non mi avete dato il diritto di esser geloso forse?...
— Emilio mio, è un diritto questo che bisogna acquistarselo. Per averlo, non basta, credilo, di venire in camera di una donna a mezzanotte e dirle delle parole scortesi....
— Ma, Dio santo!... io son pur tuo marito. Che cosa dev’essere dunque, secondo te, un marito?
— Ma... secondo me... dovrebb’essere un amante o null’altro. Siamo giusti, Emilio; la vita che meno, non è, Dio lo sa, quella che desideravo. Questa famiglia che non è famiglia, questo matrimonio senza nè diritti nè doveri, quest’abbandono in cui vivo, che qualche volta diventa noia, noia addirittura.... Ma già lo sai tu che cos’è la noia? Tu non lo sai, non l’hai mai saputo; e poi non basta provarla, bisogna capirla. È una pena, sai?.... È una pena grande, un dolore, proprio un dolore.... Ma dove sono andata?... Ah! questa vita, dunque, non è quella che io avevo sognata; ma tu hai voluto così, così sia. T’ho io mai domandato conto dei tuoi giorni, delle tue sere... delle tue notti?... E vieni a domandarlo a me di qualche passeggiata _campestre_ come tu la chiami?... Via, via, Emilio, siamo di buona fede; tra noi due non c’è bisogno di spiegarsi nulla. Giacchè sei venuto, parliamo di qualche altra cosa.
Dette queste parole, Rina appoggiando le mani sul letto, fece forza per sollevarsi; il velo che le nascondeva il seno, scombuiato da quel movimento, s’aprì, e sotto la camicia di battista si disegnò sino alle anche la leggiadra e smilza personcina di lei.
Il Conte vedendosi innanzi quella donna così vaga nell’aspetto, così gentile nelle movenze pensò che ella era e non era sua; sentì un battito forte e frequente tormentargli le tempie, una corrente calda montargli dai piedi alla testa e riversarsi con impeto verso il cuore. Si guardò intorno; la camera era avvolta nell’ombra, l’orologio a pendolo batteva i suoi colpi monotoni, un’aria tepida spirava d’intorno; si slanciò verso il letto di Rina e presole il braccio che ella teneva abbandonato sul lenzuolo susurrò;
— Rina....
Rina svincolò il braccio, pose le sue mani al petto di Emilio e lo respinse; egli, che non si attendeva a quello sforzo, retrocedè stupito e Rina schizzando dal letto infilò una veste da camera di flanella a righe bianche e rosee che stava sopra una poltrona; quando il Conte si riebbe dal momentaneo stupore, ella era già in piedi, pallida, facendo a sè riparo di una seggiola.
Il Conte mosse un passo verso di lei.
— Emilio, in verità, stasera tu hai perduto il giudizio.
— Rina, Rina, perdio!
— Emilio, io non posso lottare: i tuoi muscoli sono più forti dei miei, e il rispetto che porti a te è anche minore di quello che porti a me.... Ma io, lo sai.... io non ti amo.... Tu dunque dimentichi tutto?... anche il nostro colloquio alle Poggiola e?...
S’interruppe; prevedendo la piega che avrebbe preso il colloquio parve inclinata a tacere, ma un pensiero la vinse e seguitò:
— Che vuoi fare? Vuoi invocare la legge? Le vostre leggi le hanno fatte i vecchi e noi povere donne ce ne accorgiamo. Io non ti amo, te lo ripeto. Eppure ci è stato un tempo, in cui non ho desiderato, non ho sognato altro che di amarti ed essere amata da te. Ma tu hai seguitato la tua solita vita... io ho trascinato tristamente la mia. Che vuoi ora da me?
— Oh! insomma, Rina, finiamola....
— Ho finito; te lo ripeto: non ti amavo più, ti stimavo, domani ti disprezzerò.
E gettata lontana da sè la sedia che la separava dal Conte, lasciò cadere le braccia e aspettò.
Il Conte non si mosse; ma dopo poco fissando gli occhi irosi negli occhi severi di Rina, riprese:
— Ditemi dunque che avete un amante!
— Non so i segreti del tuo linguaggio, e non so che cosa s’intenda per amante nei luoghi che tu frequenti. Ma c’è al mondo un uomo che mi vuol bene....
— E che voi amate?
— Sì.
Può darsi, come credeva il Rousseau, che il selvaggio sia migliore dell’uomo incivilito; il braccio che il Conte aveva alzato verso Rina fu bensì trattenuto per aria dall’uomo educato.
Scorsero pochi secondi.
Rina se ne stava immobile; i suoi occhi soli si volgevano verso la porta donde le era parso venisse un lieve rumore.
— Tornate a letto. Domani scioglieremo questa questione e provvederemo perchè queste farse... o questi drammi non si replichino. Voi non potete consentire a rimanere ancora in casa mia, io non posso permettervi di fondarci una fabbrica di eredi legittimi. Scusate se ho interrotto la vostra lettura. Buona notte.
Ed uscì.
La stanza accanto era rimasta quasi al buio; il lume lasciatovi crepitava per mancanza d’alimento e mandava interrotti chiarori.
Il Conte lo prese, lo alzò cacciando lo sguardo in ogni angolo della stanza; gli aveva ferito l’orecchio un rumore come di passi che si allontanino. Non vide nulla; traversò novamente con passo rapidissimo la lunga fila di salotti ed entrò nella propria camera, ove si chiuse.
Se l’animo del Conte fosse stato più tranquillo, egli avrebbe potuto scorgere agevolmente l’ombra del suo segretario ritto presso uno stipo, disegnarsi tra le Amadriadi e i Fauni, onde il Poccetti istoriò le pareti del palazzo dei San Vittore.