Chapter 46 of 54 · 821 words · ~4 min read

XVI.

Al tempo nel quale avvennero questi fatti, Firenze era sede del governo e del parlamento; vi calavano da ogni provincia d’Italia cittadini di ogni ceto; artisti e banchieri, scienziati e marchesi, giornalisti e magistrati, uomini gravi e donne leggere. In qualche ora della sera i vecchi fiorentini avvezzi alla quiete della loro città, nel vedere quel movimento, quel viavai di gente diversa sognavano di essere trasportati per non so quale incantesimo a Londra o a Vienna. Via de’ Tornabuoni, nel suo piccolo, ricordava lo _Strand_ o il corso di Porta Carintia. Gente alle Cascine, al Viale dei Colli, al Tivoli, dappertutto. Non si entrava nel Caffè di Parigi senza intoppare una ventina di ministri tra passati e presenti; di ministri futuri poi, uno per cantonata. La sera alla Pergola, come sempre, mostra di donne belle, di donne che passavano per belle e di donne belle che passavano; convegni di diplomatici, e ritrovi di amanti; pettegolezzi sul vestito della signora Tale e dispute sull’ordine del giorno del deputato Talaltro. V’era come un’imagine della Firenze di tutte l’età. Il popolino, Firenze de’ Ciompi, bestemmiava alla porta; la signoria, Firenze de’ Medici, si pavoneggiava ne’ palchi; i vecchi borghesi, Firenze lorenese, sonnecchiavano ne’ posti distinti.

Ma in un dato momento, quasi tutti li spettatori, per diversi che fossero d’indole, d’età, di consuetudini, discorrevano della medesima persona, della marchesa Clara di Villareale.

Quando la Marchesa si mostrava dal suo palco di seconda fila, tutti gli occhi si volgevano verso di lei; perchè non soltanto era stupendamente bella nel volto e nella persona, squisitamente elegante nelle vesti e negli atti, ma sapeva anche il segreto di mostrarsi ogni sera bella ed elegante in aspetto diverso. La si poteva guardare ogni sera, sicuri di trovare in lei qualcosa di nuovo; come si possono leggere i versi di un grande poeta cento e cento volte, sicuri di scoprirvi sempre qualche bellezza riposta, dapprima non scorta o non pregiata abbastanza.

Il bisbiglio ond’era salutato l’arrivo di lei fu, in una sera del novembre 186.., più lungo del solito; perchè la Marchesa era stata otto mesi lontana da Firenze, e la gente si rallegrò nel rivederla anche più bella di quando era partita.

Claudio Piccardi stava in un palco dirimpetto col Conte Olivares. Il ballo era incominciato; il Conte coi cannocchiali fissi verso la scena guardava le forme rachitiche e la pelle variopinta delle alunne di Tersicore, quando Claudio gli dette nel braccio, e:

— Avete visto chi c’è? La Marchesa.

— La Marchesa! — esclamò il Conte; e si volse verso il palco Villareale; poi, dopo una breve pausa, continuò:

— Ah! come rimpiango i tempi del feudalismo!

— Che vorreste fare?

— Obbligarla a star chiusa in casa, o confinarla in un castello solitario in mezzo alla campagna, che non potesse più vederla nessuno. Dicono che bisogna pensare alla salute dell’anima: sta bene, ma bisognerebbe anche che Satana fosse un po’ più discreto e certe tentazioni supreme ce le risparmiasse!

— A proposito.... e gli amori di Alberto? — domandò sorridendo il Piccardi.

— Voi siete padrone di ridere quanto volete; ma fino a prova in contrario, io credo che qualche cosa tra la Marchesa e il Valmarana ci sia; a che punto abbiano condotto il romanzo non so; ma questo è certo: ch’io l’ho visto a Livorno il signor Alberto, e prima e dopo l’arrivo della Marchesa. L’ho visto, l’ho osservato....

— E avete conchiuso...?

— E ho conchiuso che il Valmarana è innamorato della Marchesa, come io ebbi l’onore di dirvi otto o nove mesi fa. Aggiungo che secondo me non è innamorato solo. Ridete, quanto vi piace; è innamorato della Marchesa di Villareale....

— E non della contessa Alberici? — domandò Claudio sorridendo.

— Di questo non mi faccio garante. Una cosa non guasta l’altra. Io sono di manica larga e credo che si possa essere innamorati di due donne nel medesimo tempo.

. . . . . . .

Mentre tutti guardavano Clara, Clara, pareva attentissima a quanto si faceva sul palco scenico. “Pareva„ perchè in realtà se i cannocchiali erano vôlti verso la scena, gli occhi guardavano furtivamente altrove. Entrata nel palco, aveva scorto in platea appoggiato alla soglia della porta Alberto; e non le era parso l’Alberto di altri tempi che soleva salutarla ogni volta che la vedeva d’un guardo lungo e passionato. Quella sera aveva gli occhi infossati; e nel viso, ove per solito sorrideva malinconicamente l’affetto, la Marchesa lesse lo sprezzo, il sarcasmo, lo sdegno.

Lo vide uscire dalla platea e sperò per un momento che se ne andasse dal teatro; poi ripensando che ella non lo aveva mai veduto con quell’aspetto, conchiuse esserci qualche cosa di nuovo per l’aria, o bisognare armarsi di tutto punto; se Alberto si fosse chiarito nemico, sgomentarlo con l’audacia sin dalle prime avvisaglie.

Di lì a poco infatti Alberto entrò nel palco Villareale; v’erano il Piccardi, il Ferreri e Guglielmo rincantucciato in un angolo.