Chapter 38 of 54 · 938 words · ~5 min read

VIII.

Alberto uscì da casa Villareale più sorpreso che afflitto. Clara non si sacrificava anche lei? Avrebbero sofferto insieme, sebbene lontani l’uno dall’altro, patimenti che hanno in sè il sollievo. E poi Clara sarebbe tornata prima o poi e allora.... Erano propriamente irrevocabili i giorni trascorsi?

Si cullava in cotesta speranza, e fu male; perocchè lo spirito, tranquillo rispetto all’avvenire, si volse con la propria operosità a scandagliare il passato. E tornarono alla memoria di Alberto le bugie di Clara che non meritavano scusa e la fretta dell’ultimo colloquio e il _lei_ della lettera, della unica lettera, e la grazia sicura onde ella padrona prontamente di sè aveva accolto il Piccardi. E via di questo passo si condusse alle conchiusioni della sera innanzi. Clara non gli voleva più bene, questo era certo. Glielo aveva voluto mai? Ma come? Tutto finzione? A che fine? I ritegni, gli abbandoni, i baci, le lacrime avrebbero dovuto essere altrettante scene di una commedia turpe! Bisognava che quella donna fosse un demonio. Ma se era un angelo!... Ma!... Eppure!...

E ricominciava daccapo il ragionamento e movendo dallo stesso punto, passando per la stessa via arrivava alla solita conchiusione. Gli succedeva ciò che succede qualche volta nel fare un conto: che incorsi in un errore ci se ne accorge dal risultato; e non si sa dove sia e ci s’incoccia a rifare il calcolo, e quante volte si ricomincia tante si ricade nello sbaglio medesimo.

Passò così parecchie ore agitato, passeggiando su e giù per la stanza, sedendosi, rialzandosi, senza requie. Sull’imbrunire si gettò sopra una poltrona presso la stufa. Alberto non era uno di quei fortunati eroi di romanzo, ai quali madre natura s’è compiaciuta di concedere un organismo apposta, perchè possano stare un mese senza chiuder occhio, o una settimana senza bere una gocciola d’acqua, mantenendosi vegeti e freschi. Alberto era gracile; aveva perduto tre nottate di seguito, quell’agitazione lo aveva perturbato e lo travagliava; s’addormentò.

Sonno breve, non continuo, nè quieto. Si svegliò all’alba infreddolito; nel caminetto il fuoco era quasi spento; da un tizzone usciva a intervalli una fiammella languida; pioveva e le gocce dell’acqua battevano fitte ne’ cristalli.

S’affacciò alla finestra; il cielo era coperto da nuvole; per la strada non un’anima; gli parve in quella solitudine malinconica di respirare più libero. Si sentì sollevato e restò lì per un poco senza pensare a nulla, guardando i cerchi concentrici che le gocce della pioggia facevano, cadendo, nelle pozzanghere della via.

Alberto dimorava in prossimità della stazione. Volgendo gli occhi a caso da quella parte ripensò che quell’istessa mattina alle nove Clara partiva per Milano. Pensarlo e proporsi di andare a salutarla fu un punto solo; poi riflettè che avrebbe dovuto parlare al Marchese, uso a vederlo quotidianamente e che non l’aveva visto da tre giorni, dargli spiegazioni, inventare frottole che non sapeva neppure imaginare. Poi temova di tradirsi; finalmente, poichè era nel periodo buono rispetto a Clara, gli pareva dimostrare meglio a lei la propria forza di abnegazione, lasciandola partire senza cercarla.

Se ne stette alla finestra fino alle nove; vide passare la carrozza di casa Villareale e, quando più tardi udì il fischio della locomotiva che gli portava via la sua Clara, mormorò: — _Addio_.

. . . . . . .

“Addio!„

Avete mai pensato ai tanti e tanto diversi significati che può avere questa parola secondo le occasioni nelle quali si adopera, o il tono di voce con cui si profferisce? “Addio!„ e si scansa un seccatore che vorrebbe fermarci per istrada; “Addio!„ e si saluta il fratello che sfida le ignote venture de’ mari lontani; “Addio!„ e si dà l’ultimo bacio sulla fronte dell’amico che muore.

“Addio!„ alle città non cercate, senz’ombra di memorie, lasciate senza rimpianto; “Addio!„ a’ luoghi dove crebbero i nostri affetti più santi, dove passarono i più lieti giorni della vita, dove ogni pietra è una pagina e gli alberi non stormiscono, non si piegano, sussurrano e ci salutano.

E nel vocabolario d’amore quante cose significa: “Addio?„

— “Addio! Silvia, dice, per esempio, Riccardo. Pigliate per la vostra strada, io seguiterò per la mia; gran sapiente il caso, che ci separa appunto ora che non abbiamo più ragione di vivere insieme. Io già non penso più a voi, domani voi non penserete più a me. Conserverò le vostre lettere come un registro dello stato civile, per sapere soltanto quando il nostro amore nacque, quando morì. Visse poco e male, lo so; ma bisogna ricordarsi che venne al mondo rachitico nel brusìo d’una cena, si consumò nella noia e morì di stanchezza dopo un ballo di carnevale. Addio, Silvia!...„

— “Addio, Bianca, — dice Giorgio. — Tu vai lontana e abbandoni piangendo questa terra che è mia, questo cielo che mi sorride. Che importa? Io ti raggiungerò dovunque tu sia, lascerò per te i campi che mi videro scherzare bambino, la chiesa ove pregai la prima volta; la patria mia, è là dove tu vivi, dove l’eco ripete il suono della tua voce, dove l’aura carezza i tuoi capelli, dove tu m’apri le braccia, dove i tuoi baci m’aspettano. Addio, Bianca!„

— Addio, Clara, — pensava Alberto. — Che solitudine, senza di te! oh! perchè non sei una di quelle modeste ragazze che ho sognato tante volte prima di conoscerti? T’avrei portato con me; saresti stata mia, tutta mia e per sempre. Lontana, nascosta agli occhi di tutti... t’avrei fatto, a forza d’amore, lieta la solitudine e caro il silenzio.... E ora... Quando e quale ti rivedrò? Torna, torna presto, Clara; riportami la mia fede; sei triste? Oh! che non darei per sapere che piangevi nell’andar via? Ah! che sgomento!... addio, Clara... addio!