Chapter 6 of 54 · 1670 words · ~8 min read

I.

Quando nel maggio del 186... il Conte Emilio di San Vittore fece sapere che si ammogliava fra un mese, gli amici che aveva numerosi, il bel mondo di cui era assiduo e festeggiato frequentatore furono per quella notizia alquanto meravigliati.

Ricco, non aveva bisogno di una dote che gli puntellasse il patrimonio; fortunatissimo in amore, per lui versavano lacrime molte belle infelici, per lui schiudevano le labbra a sorrisi procaci le più civette tra le donne d’Italia; avvezzo oramai alla vita di scapolo, alla varietà e alla frequenza delle commozioni, egli non avrebbe potuto adattarsi alla tranquilla serenità della vita domestica. Perchè dunque pigliava moglie? Coloro che, per spiegare l’enigma, misero innanzi l’ipotesi che il Conte Emilio fosse innamorato, non fecero altro che destare l’ilarità in tutte le sue gradazioni diverse, dal sogghigno più dispregiativo fino allo scroscio di risa più badiale.

Tutto ciò avveniva non già perchè la gente fosse priva di perspicacia; era davvero difficile trovare non soltanto la ragione ma il motivo onde il Conte era spinto ad ammogliarsi e che egli d’altra parte si compiaceva nel tenere nascosti.

Emilio era aristocratico fino alla punta dei capelli; da giovanotto aveva messo da parte molti scrupoli, molti proponimenti dimenticati; d’una cosa sola non s’era dimenticato mai: che egli era il discendente di quei Conti di San Vittore, la cui nobiltà vantava parecchi secoli e che ora sotto la cappa luccicante d’un ambasciatore, ora sotto la tonaca sanguigna d’un cardinale avevano avuto larghissima parte nelle vicende della patria. Mai, per esempio, una di quelle facili donne con le quali egli sprecava il suo tempo, la sua giovinezza e i suoi danari, non aveva potuto oltrepassare le soglie dell’antico palazzo dei San Vittore; la religione della casata era la sola a cui il Conte si mantenesse con fervore devoto. Nondimeno nei luoghi che frequentava, egli aveva fatta relazione con molta gente, la quale non era pari a lui nello splendore del nome o nella purezza del sangue. I parenti, aristocratici più di lui, avevano messo il broncio, lo tenevano per un iconoclasta; e il Conte, nemico per natura delle seccature di qualunque specie fossero, da qualunque parte gli venissero, si risolse a prender moglie, coll’intendimento di rompere ogni relazione con i suoi amici del giorno avanti e di fare ammenda di così grave trascorso. Ammogliandosi, egli ristringeva i vincoli che lo legavano al bel mondo, e dopo aver erogato le rendite nel nutrire e nel vestire (nello spogliare, forse, se meglio vi piace) le belle ragazze di tutti i paesi, si proponeva spenderle, d’allora in poi, nel far ballare e cenare le signore della nobiltà fiorentina.

Non gli rimaneva che scegliere; e qui cominciavano le difficoltà. Il Conte, pur trattandosi di cosa tanto grave quanto un matrimonio, non era uomo da buttar via il tempo a cercare, tra le signorine italiane, quella che meglio gli convenisse. Per uscir dalla bega, una mattina si presentò alla casa di un suo vecchio zio materno, il marchese Varalli.

Il marchese Varalli era un antico libertino arrivato a settant’anni senza neanche l’ombra di un pentimento. Era lungo e smilzo: aveva la pelle incartapecorita e i capelli bianchissimi; ma il passo rapido e sicuro, la vista lincea, l’udito perfetto e due fila intatte di bianchissimi denti facevano testimonianza che gli stravizi di ogni maniera nulla avevano potuto sulla sua ferrea costituzione. Di quando in quando era tormentato dalla gotta; ma egli ci scherzava su, e ricordava agli amici Pericle, Augusto, Carlo V, il maresciallo di Sassonia, illustri gottosi.

Quando suo nipote comparve nella stanza: — Che miracoli son questi? — domandò il vecchio. — Sono tre anni che non v’ho visto, signor Conte gentilissimo e diletto nipote. Se io fossi uno zio da commedia e voi un nipote spiantato, direi che venite a domandarmi de’ quattrini in prestito; ma siete più ricco di me, e....

— Zio, — riprese Emilio, — vengo da lei per un consiglio.

— Un consiglio? Perdio! questa non me l’aspettavo. Voi che siete di una generazione di filosofi, venite a prendere consiglio da un avanzo mal conservato di una generazione di gentiluomini?.... Che diavolo v’è accaduto? Basta, mettetevi a sedere. Son qui.

— Senta, zio, so che i miei parenti, lei per il primo, si sono lagnati perchè ho menata sin qui una vita un po’....

— Niente, niente; — interruppe colla sua voce fessa il Marchese. — Non so quello che abbiano detto gli altri vostri parenti, e non me ne curo. Quello che ho pensato io ve lo dirò: ho pensato che alla vostra età si deve fare quello che avete fatto voi. Volete che vi rimproveri d’aver corsa la cavallina, d’aver mantenuto qualche bella donna? Siete giovane, pare che siate anche bello, siete ricco... Magari ci potessi tornar io! Rispetto a donne, dunque, non ho niente da osservare; quando le principesse erano brutte e le cameriere belle, io m’attaccavo alle cameriere. Che l’origine di una donna si perda nelle leggende delle mille e una notte o in quelle d’una notte sola, tanto fa. E poi con le donne non ci si lega; oggi sì, domani sì, domani l’altro no, non ci si trova più per tutta la vita, o se ci si trova, magari non ci si saluta. Fin qui sta tutto bene e siamo d’accordo. Quello che non mi quadra è il vostro contegno coi maschi; che dando dietro a Lucrezia, facciate la conoscenza di Bruto, si capisce e tiriamo via; ma che lo salutiate per la strada e lo conduciate in carrozza con voi... ah!... questo poi no.

— Ed io per romperla addirittura con tutte queste conoscenze un po’.... un po’ democratiche....

— Volgari, plebee.

— È gente che mi son trovata accanto senza quasi avvedermene.

— E che v’è venuta intorno per chiedervi danari e non restituirveli; per farsi vedere amica di un San Vittore e infliggere con la sua stessa presenza accosto a voi una umiliazione al nostro ceto; per....

— Ho risoluto di prender moglie.

— Bene, — soggiunse senza scrollarsi il Marchese.

— Ma io da me non son mica capace di trovare una ragazza che mi convenga in tutto e per tutto. Mi manca la esperienza, forse, la pazienza di certo. Vorrei che lei, zio, si pigliasse l’impegno....

— Vi ci vuole una donna bella e di spirito. Se volete aver gente in casa vostra, non l’avrete che a questo patto; che sia ricca....

— Oh! poco importa....

— Siete ricco voi abbastanza. Fin qui le cose vanno come l’acqua alla china.

— Dunque ci pensa lei?

— Eh! adagio!...

— Cioè?...

— Volete maritarvi nella vecchia maniera o nella nuova?

— Non capisco, — rispose dopo un breve silenzio e con un lieve sorriso il Conte.

— Ecco: voi sapete che io non sono un figlio del fortunato secolo decimonono. Son nato nel 1791, grazie a Dio e al marchese padre, che quando mi mise al mondo, aveva per l’appunto l’età che ho io. Ah! pur troppo le generazioni deperiscono.... Basta, lasciamo là le malinconie. Dunque dicevo che son nato nel secolo passato; e io, nonostante le rivoluzioni, posso dire d’aver vissuto fino al 1830, per tutti gli anni della mia gioventù insomma, come avrei vissuto sotto Gian Gastone.

— Zio, scusi, io non intendo....

— Voialtri giovanotti seguite la moda, e oggi c’è l’uso di dire che la società d’allora era corrotta. Avete a sapere, filosofi miei, che era tale e quale quella d’oggi. Gli uomini erano uomini e le donne donne; salvo che parevano più signore quelle quando compravano la complicità d’una cameriera, che le vostre quando vanno a udienza dalla regina. Non avete nè mutato, nè inventato nulla voialtri. Voi chiamate colpa ciò che noi chiamavamo galanteria; io vi chiamo ipocriti quando voi vi intitolate puritani, e siamo pari. Dicevo? Ah! ho dunque bisogno di sapere come voi la pensate, perchè appunto dal vostro modo di pensare dipende la scelta di una moglie che vi convenga. Per farla breve: a trentadue anni e dopo la vita che avete menata, non mi venite a raccontare di voler essere un marito sul serio, perchè io non la bevo; dunque una delle due: o volete una donna che non sia tanto nuova nella scienza della vita, e allora scegliete una ragazza iniziata da un paio d’anni ai misteri del bel mondo; potrete dirle il giorno delle nozze ch’ella deve pensare a sè, come voi provvederete a voi, e buona sera signori; o volete una donna ingenua, che si serbi fedele a voi finchè non abbia acquistato un po’ d’esperienza, e allora scegliete una ragazza uscita ieri di convento. Ve n’andrete in campagna con lei, l’aiuterete a lavare il viso a’ figlioli e per un certo tempo potrete dormire fra due guanciali. Tocca a voi a scegliere in massima. Aprite bocca ed io mi farò esecutore della vostra legge e troverò l’individuo appena designata la specie.

— Ecco... — soggiunse modestamente il Conte.

— Ho capito, — interruppe subito l’altro con un sorriso maligno — volete l’ingenua. Siete un ipocrita anche voi.

— Zio....

— Sì... e un credulone. Voi scegliete l’ingenua, perchè vi figurate, come si figurano tutti, che si lascierà ingannare senza rendervi la pariglia. Sta bene. L’ho trovata.

— E si può sapere?...

— Bellissima. A me non piace, ma per i gusti d’oggi è fatta apposta; magra, piccola, molto elegante. Poca dote, ma questo non è un difetto, orfana, e questo è un pregio.

— E lei la conosce?

— Io? L’ho vista qualche volta col duca Esmeraldi che è suo tutore.

— E si chiama?

— Alessandra. Voi potrete chiamarla Alessandrina, Sandrina, Rina, a piacimento; per questo non ci saranno difficoltà.

— E la famiglia?

— Altissimo lignaggio, vera aristocrazia toscana, caro mio; nome illustre e soldi pochissimi.

— Va bene; desidero di vederla.

— È giusta; domani alle sei sul piazzone delle Cascine. Sarò in carrozza col Duca e con la pupilla. Guardatela bene, magari venite alla carrozza e parlatele. Domani pensate, domani sera risolvete, domani l’altro vi aspetto a colazione da me.