II.
Adriana passò la più gran parte di quella sera nella terrazza prospiciente sul mare. Era una sera incantevole, la quale io non descriverò, perchè se anche fosse stata diversa e il vento di ponente avesse sconvolto i marosi e i fulmini guizzato di là dal Vesuvio, Adriana chiusa tutta in sè stessa non avrebbe sentito o pensato diversamente. Teneva volti gli occhi al cielo stellato senza guardare, senza vedere. Quando il marchese Gaudenzi, antico frequentatore della casa e che l’aveva giovanotto conosciuta bambina, le si accostò e con la confidenza che viene dalla consuetudine le domandò scherzevolmente:
— Che cosa cerca lassù?...
— Una ispirazione — rispose Adriana senza scotersi: poi, volgendosi a un tratto verso di lui: — E l’ho trovata.
— Tanto meglio. E... si può sapere?...
— Eccome!... L’ispirazione di cercare il suo aiuto.
— Per che fare?
— Per trovare marito.
— Pessima ispirazione. Se avessi di queste abilità me ne sarei servito io per trovar moglie, prima di arrivare a questi benedetti quarantacinque e sentirmi addosso un po’ grave il peso del celibato.
— Ah! un’altra ispirazione!... Lei è una brava persona.
— Eh! si fa il possibile....
— E io una buona figliola....
— Questo non lo mette in dubbio nessuno.
— Dunque?
— Dunque che cosa?
— Dunque mi pare che la seconda sia proprio un’ispirazione stupenda.
— Non capisco — soggiunse dopo una pausa breve il marchese.
— Oh! via, capisce benissimo. Lei si lamenta d’esser celibe, io devo maritarmi. Ragazza non si può rimanere, perchè Guglielmo gioca e una cognata è un impiccio....
— Come, come?
— Non ci badi, non importa. Se le dicessi che sono innamorata di lei, direi una bugia per la prima volta da che sono al mondo e lei si metterebbe a ridere. Le dico: non sono innamorata ma sono una buona figliola. Ci pensi.
Rientrò in salotto; e accostandosi al principe che se ne stava sdraiato leggendo un giornale, gli sussurrò all’orecchio:
— Ho chiesto la mano del marchese; spero che me la concederà.
Passarono otto giorni prima ch’ella si risolvesse a dire un’altra parola al Gaudenzi. Il quale, intontito dapprima, s’era dato poi pian piano a vagheggiare quel disegno. Non si faceva bensì una ragione del movente d’Adriana e desiderava spiegazioni, dilucidazioni; ma quanto più la perseguitava e s’affaccendava a preparare un colloquio, tanto più Adriana lo sfuggiva e qualche volta lo scansava addirittura. Una sera si rincontrarono sulla porta della scala; egli scendeva per cercarla in giardino, ella saliva credendolo nel giardino. Presa fra l’uscio e il muro, Adriana, prima che l’altro avesse tempo d’aprir bocca:
— Ho detto: non sono una donna innamorata, ma sono una brava ragazza; proprio non saprei che altro dire.
E andò a chiudersi in camera sua.
Quella medesima sera il marchese Gaudenzi domandò al principe la mano della figliola. Il principe, abbracciandolo e asciugandosi gli occhi:
— Se è destinato — gemè — che qualcuno me la porti via, meglio tu che un altro.